Dove volete andare?

13 aprile 2019

Mirko aveva scritto che stava arrivando, per cui alcuni erano già in macchina. Roberto fumava una sigaretta seduto al volante, con la portiera aperta e un piede a terra. Samuel era in piedi accanto a lui, la mano appoggiata al finestrino e gli occhi rivolti verso la fila delle macchine al casello. “Gli ho detto che siamo due macchine, dice che arriva”. Roberto fece un cenno di assenso. “Hai visto Raffaele chi ha portato? Stavolta ne ha trovato uno che non è un cesso”. Samuel si voltò meccanicamente verso la macchina di Raffaele ma cambiò discorso. “Secondo me Mirko è tornato con Fabio. Vedrai che arrivano insieme”.

Raffaele li teneva d’occhio dallo specchietto retrovisore dell’altra macchina. “Mirko fa sempre tardi” diceva ai suoi ospiti, “sabato scorso abbiamo aspettato tipo venti minuti”. Alberto distolse gli occhi dal telefono per mostrare interesse. “Non fa niente, non è tardissimo”. Gianluca si appoggiò al ginocchio e fece una torsione per voltarsi indietro verso l’altra macchina, e vide Roberto che fumava e parlava con Samuel. “Samuel e Roberto stanno ancora insieme? Saranno tre mesi che fanno tira e molla”.  Alberto li aveva conosciuti cinque minuti prima, e non gli interessavano, e Raffaele non battè ciglio. “Saranno tre mesi, se non quattro”, Gianluca insisteva, “ce l’ho sull’app tutti e due, e c’è scritto relazione aperta”. Raffaele dovette rispondere qualcosa, tentò con “se a loro sta bene…”

Roberto aveva buttato il mozzicone. “Sali, ci spostiamo”. Samuel fece il giro da dietro, poi tornò al suo posto in auto. “Dice che arriva, boh.” Roberto mise in moto per affiancarsi a Raffaele. Samuel abbassò il finestrino per poter parlare: “sta arrivando, dice che è già in coda al casello”. Raffaele non ne poteva più e cercò di quagliare: “andiamo al Blitzy ol Q-Men, che avete deciso poi?”. Alberto non poteva sopportare il Q-Men, ma era la prima sera che usciva con loro, non se la sentiva di parlare. Se l’avesse detto, sarebbero forse andati tutti al Blitzy, ma di malavoglia, se non l’avesse detto avrebbe corso il rischio di essere l’unico ad andare al Q-Men, ma controvoglia, però si fece uscire lo stesso un “ah è carino il Q-Men, ci sono già stato sabato scorso”. Gianluca si voltò dalla sua parte con aria sorpresa. “Ma non mi avevi detto che non ti era piaciuto?”. Ecco, aveva abboccato. “Sì sì, non è un granché comunque non importa possiamo anche andarci per me”. Gianluca si sentì in dovere di prendere in mano la situazione e si sporse in avanti, in modo che anche Samuel dall’altra macchina lo potesse vedere facilmente. “Andiamo al Blitzy?”

Mirko era appena arrivato, e aveva portato due amici. Quello seduto avanti sembra avesse il doppio dei suoi anni, quello seduto dietro il doppio della sua taglia. Dovettero scendere dalle macchine per le presentazioni, ma in realtà Gianluca conosceva già quello grosso, e Roberto quello più vecchio. Samuel se ne accorse e squadrò il tizio con sdegno. Era vecchio, almeno 40 anni, forse 42!, e ancora andava a ballare. Decise che non gli piaceva.
A Raffaele invece piacevano quelli grossi, e aveva cominciato a sorridere al nuovo arrivato di cui si era però già scordato il nome.  Mirko si ritrovò a parlare con Alberto. Decise subito che gli piaceva. “Conosco un posto nuovo, si chiama Q-Men, è a 10 minuti da qui, che dite?” disse ad alta voce.


Scusami un secondo

25 marzo 2019

C’era Peppe, c’era Mimmo, c’era Antonio, c’era pure Michele, c’erano tutti. D’altra parte era un momento importante, perché Massimo adesso era il sindaco, ed era stato appena eletto, e voleva offrire una pizza a tutti i suoi vecchi amici. Massimo era sempre stato bello senza sforzo, i vestiti gli andavano perfettamente come ai manichini, e aveva un buon odore pure senza usare il profumo. La gente era normale che lo votasse, perché sui manifesti aveva pure un bel sorriso. Certo, potevi non essere d’accordo con le sue idee, ma a un sacco di gente le idee non interessavano. Dicevano che era un bel sindaco.

E Massimo era un bel sindaco e sedeva a capotavola. Peppe era venuto con la seconda moglie. Dalla prima non aveva avuto figli, si erano separati dopo pochi anni. Questa qui era incinta, e i due si erano sposati nemmeno due mesi prima. Peppe aveva ordinato la pizza col salamino piccante e si lamentava che fosse troppo piccante. Diceva che gli avrebbe dato l’acidità di stomaco. La moglie disse “non mangiarla”.

Mimmo stava parlando con Antonio. “Non ho capito allora adesso dove lavori, a Verona hai detto?” “No quale Verona, sono ad Ancona” “Ah Ancona, e perché voti ancora qui?” “Perché ho la residenza qui, mi conviene”. Mimmo morse la margherita. “Ah. Ma poi ti trasferisci qui o rimani ad Ancona?” Antonio ci pensò un secondo. “No, rimango lì, ci sto bene. Poi la mia ragazza è di Ancona”. Questo chiudeva la questione per cui Mimmo cambiò discorso. “Hai visto la Juve?”

Michele era seduto accanto al sindaco. Era sempre stato il suo migliore amico. A scuola sedevano insieme, copiavano i compiti, si passavano la palla a basket, puntavano le stesse ragazze e giocavano agli stessi videogiochi. Michele era stato un bel ragazzo, ma era diventato un uomo stanco. Aveva sempre una piega ai lati delle labbra che lo facevano sembrare triste pure se non lo era, e si vestiva in modo anonimo. La gente si scordava di lui e non gli dava retta. Così lui era abituato ad ascoltare, più che a parlare, e sapeva più cose degli altri mentre gli altri non sapevano niente di lui.

Massimo, il sindaco, gli stava dicendo che sua figlia aveva già cinque anni, e che andava in prima. Stava andando avanti da alcuni minuti. “E’ brava, allora” “Sì sì, non perché sono suo padre, figurati, non sono uno di quei genitori lì. E chi ha tempo di farle vedere i compiti, li fa da sola. Meno male!” “Sì meno male. Devi lavorare un sacco.” “Sì guarda nessuno si immagina quanto tempo passi al telefono, e a parlare con la gente. Scommetti che entro 5 minuti mi arriva qualche messaggio?” Michele meccanicamente buttò l’occhio al suo smartphone e gli venne da chiedere: “ti ricordi quando ti chiamavo sul telefono di casa?” Massimo tagliò la sua bianca e poi prese un pezzo con le mani, senza rispondere. “Ti chiamavo praticamente ogni giorno. Sembra un secolo fa”. Il cameriere venne a portare una nuova birra, e il sindaco gli fece un cenno. Voleva ringraziare il proprietario per non so cosa.

Michele si girò a destra, sua moglie chiacchierava con la moglie di Antonio, il quale discuteva della Champions. La moglie del sindaco era al bagno. Peppe era uscito a fumare. Il sindaco gli rivolse nuovamente la parola: “dicevamo?”.  Michele rispose di malavoglia. “No, sono stati gli anni più belli quelli di scuola per me.” Poi fece una piccola pausa, come se non volesse veramente proseguire. Ma il sindaco non rispondeva. “Per te invece?” Massimo sorrise. “Sinceramente nemmeno me li ricordo più ormai. Gli anni più belli sono adesso.” Poi gli squillo il telefono. “Scusami un secondo”.


Capitolo 10

23 marzo 2019

C’era stato un incidente qualche minuto prima. Una moto era a terra, un uomo era a terra trenta metri più in là, una poliziotta discuteva con un poliziotto e la sirena dell’ambulanza suonava sempre più forte. Giorgio si affacciò alla finestra, sopra di lui il vicino si era già affacciato. C’erano due vecchi con le braccia incrociate dietro la schiena sul luogo del sinistro, uno faceva con la testa come per dire: questo è morto, l’altro come per dire: no non è morto.

L’ambulanza si aprì e tirarono fuori la barella, il primo operatore era in varie tonalità di arancione e trasportava uno zaino zeppo di cose; la sua collega aveva un mix di verde e arancione e si dedicò alla testa del povero Cristo. La poliziotta fece un gesto verso i vecchi, poi piazzò un cono per strada. Arrivò una seconda auto e una seconda coppia di poliziotti. Ben presto la circolazione rallentò, le macchine ora dovevano andare su una sola corsia. Uno dei due vecchi lasciò sfilare le braccia lungo i fianchi per un paio di secondi, poi le riportò dietro la schiena e indietreggiò sul marciapiede. Si erano aggiunti alcuni passanti, un ragazza con la coda di cavallo prese a fare un video con lo smartphone.

Il volontario in arancione copriva la visuale di Giorgio. Da quel lato non si poteva capire se il tizio fosse vivo o morto, ma dato che i volontari lavoravano e i vecchi non se ne andavano si poteva dedurre che fosse ancora vivo. Il vicino al piano di sopra buttò un mozzicone per strada. La seconda pattuglia era andata a monte della strada per bloccare la circolazione e deviare le macchine. Si sentiva il suono della radio che dava istruzioni alla poliziotta. Un cagnolino si mise a fare i bisogni accanto alla moto a terra, la sua proprietaria lo strattonò e il cagnolino si offese.

Siccome l’aria era calda, si stava bene affacciati alla finestra. Giorgio sentì il whatsapp avvisare di un messaggio, diede un occhio ed era un collega. Decise di non rispondere subito. Il tipo era a terra ma aveva ancora tutte e due le scarpe, segno che non era morto. La folla era diventata ora molto numerosa, c’erano almeno tre smartphone intenti a fare i video. Vide la volontaria in verde e arancio rientrare in ambulanza ed uscirne con qualche altro strumento, mentre il tipo in arancione, che stava in posizione di squat da mezz’ora si alzò in piedi perché era scomodo, poi si rimise all’opera.  La poliziotta disse alla gente di andare via. Lo disse gentilmente, ma con fermezza. La gente andò via come un’onda sismica, nel senso che indietreggiò a raggiera, ma rimase sempre lì sostanzialmente.

Nel frattempo Sandro era rientrato. “Hai visto che casino? un tizio si è schiantato, c’è la polizia.” Poi notò che Giorgio era alla finestra. “Ah, sai se è morto?” - “No, è vivo”. “Ah, beh meglio. Che culo. Vado a fare la doccia”. Giorgio si girò per accompagnarlo con lo sguardo, poi ritornò a vedere la scena dell’incidente. Sentì scrosciare l’acqua della doccia. Il tizio era vivo ancora, ma la gente tornava verso l’epicentro. Fu allora che decise di rispondere al collega. Chiuse la finestra e mise l’acqua sul fuoco, poi notò le scarpe di Sandro lì dove le aveva lasciate, nel corridoio, e decise di rimetterle a posto.


Capitolo 9

26 febbraio 2019

A quell’ora al bar c’era sempre molta gente, in gran parte signore di mezza età, sarte, che lavoravano nella fabbrica a due passi, e che si facevano due chiacchiere tra amiche. Il bar era di strada per il suo ufficio e Sandro ci andava spesso la mattina. C’erano tre baristi, a rotazione, quel giorno il ragazzo con gli occhi all’ingiù. Sandro salutava sempre con un cenno e poi si piazzava con un gomito sul banco e incrociava le gambe per guardare i tavolini. Le sarte non badavano mai a lui. In fondo alla sala c’era un tavolino davanti alla vetrinetta, con un tizio allo smartphone. Sandro ordinò un caffé lungo e un cornetto con crema, cosa che comunque il barista con gli occhi all’ingiù gia sapeva.

Il barista mormorò che cominciava a far freddo e Sandro annuì tre volte con convinzione, addentando il cornetto. Il barista aveva finito gli argomenti e tirò fuori i bicchieri appena puliti. Si erano fatte le 8 meno un quarto. Entrò una ragazza bassina, vestita bene, con le scarpe lucidissime, gli occhiali, la bocca socchiusa, come se non respirasse bene. “Sandro! non ci vediamo da una vita!”. Lo salutò prima di ordinare. “Che piacere!”

Sandro se la ricordava bene perché si erano frequentati per un paio di mesi un cinque o sei anni prima, ma tra loro non aveva funzionato. Non si ricordava perché non avesse funzionato, sembrava una vita fa. Si chiamava Ilaria.

“Ciao! ti trovo bene!”. Tolse il gomito dal bancone: “Ti stanno bene questi occhiali”

“Grazie, purtroppo senza questi divento mezza cieca”. Ilaria era simpatica, questo se lo ricordava. Non se la tirava.

“Come mai da queste parti? Non lavori più dalle parti di Porta Romana?”

“Eh sì ma tanto tempo fa… lasciamo perdere va, poi ci siamo trasferiti a Corvetto, poi in sintesi sono finita in un’azienda a Bicocca, e sono tipo tre settimane che ogni tanto mi mandano qui nel palazzo di fronte perché abbiamo una cosa in ballo. Però non ti ho mai visto al bar finora”.

“Di solito vengo più tardi. Oggi ho fatto prima. Ti posso offrire io la colazione?”

“No, no lascia perdere va, ognuno si paga il suo”. Ilaria non era formale, ma a Sandro andava bene. Chissà come mai non aveva funzionato. Gli stava simpatica, ed era carina.

“Qualche volta possiamo vederci a pranzo”. Gli era sfuggito, l’aveva detto senza pensare. Sandro voleva rimangiarsi le parole. Gli era sfuggito. “Anche se immagino che per pranzo sei già in ufficio, dicevo per dire”. Ilaria masticava fissando il barista. “Se vuoi, ovviamente”. Di male in peggio, non riusciva a tacere. Ilaria gli venne in soccorso.

“Sì certo, poi ci organizziamo”. Pagò i 2 euro e 50. “Corro, mi ha fatto piacere rivederti!”. Il barista piegò gli angoli della bocca. Sandrò lasciò i suoi soldi sul banco e fece un cenno di saluto. Una sarta che parlava spagnolo disse una cosa ad alta voce e le compagne si misero a ridere. Sandro si accese una sigaretta appena fuori sul marciapiede, e gli suonò il whatzapp.

Sicuramente era Giorgio.

Sandro decise di far finta di non aver sentito e aspirò rumorosamente. Poi si pentì di aver fatto finta di non aver sentito, stava pensando ancora a Ilaria, ma sapeva che il messaggio era di Giorgio, così guardo, ed era Giorgio. Fissò le spunte blu e lo status online. Bastava che rispondesse ripetendo le parole di Giorgio, ma non ne aveva voglia.

Se avesse toccato la tastiera Giorgio avrebbe letto “sta scrivendo…” e avrebbe dovuto finire di scrivere. Era come se si fissassero negli occhi: “online” contro “online”. Sandro doveva rispondere subito, ma non gli veniva. Aspirò rumorosamente e buttò la sigaretta nemmeno a due terzi. Il gesto gli schiarì le idee, per cui toccò la tastiera, ma Giorgio non era più online.

Ultimo accesso oggi alle 7:53.


Capitolo 8

23 febbraio 2019

“Quando dobbiamo andare?”

“Domenica prossima”

“Domenica?”

“Sì, domenica prossima, perché?” - Giorgio sembrava sinceramente stupito.

“Perché domenica mi voglio riposare, lo sai, mi piace starmene senza far niente, se devo venire dai tuoi invece mi devo vestire, mi devo lisciare e poi non posso fumare… non possiamo fare quell’altra domenica?”

“Sarebbe la stessa cosa no? E poi si tratta solo del pranzo, vedrai che per le 4 stiamo a casa, non perdi mica tutto il giorno”

“Uff, vabbé se ci tieni così tanto…”

“Non è che ci tengo così tanto, però pensavo che tu ci tenessi a conoscere i miei”.

“Sì sì, però non subito, nel senso… ci conosciamo da pochi mesi”

“E quindi?”

Sandro ora era nelle sabbie mobili. Quando uno fa questa domanda non ritiene esatta nessuna risposta.

“No, volevo dire che i tuoi non si aspettano che mi porti a casa così presto, così si immaginano chissà cosa e finisce che ti faccio fare brutta figura”.

Giorgio non rispose, stava processando quest’affermazione. Sandro aggiunse qualcosa.

“Cioé io voglio venire perché lo sai che ci tengo, però mi vergogno. In queste situazioni dico solo cazzate, poi lo sai che non sono un fotmodello, e poi comunque non so come comportarmi. E non voglio rispondere alle domande sulla mia famiglia, lo sai.”

“Sì, ma i miei non ti faranno domande, li conosco e non ti faranno domande. Parleranno del cibo e del tempo e del lavoro, e poi finiranno per litigare tra loro, sono certo. E poi ci sono i bambini e vedrai che attireranno loro l’attenzione.”

“Ma dobbiamo andarci tutte le domeniche?” Sandro aveva ceduto e ora stava contrattando.

“No, che stai dicendo”

“Io però dai miei non ti porto”

“Lo so! uff, me l’hai già detto! non fa nien-te.”

“Invece sì, fa, perché se vedo i tuoi poi sono io in difetto se tu non vedi i miei”

“E vabbé allora fammeli vedere così ci togliamo il pensiero”

“Figurati”

Restarono qualche secondo in silenzio. Sandro si accese una sigaretta, e Giorgio si appoggiò alle ginocchia per alzarsi dal divano. Stava per andare di là, ma arrivato alla porta gli sembrò brutto, perché sentiva che il discorso non era finito, nel senso, non era finito bene. Non voleva restare col broncio perché si sentiva a disagio, ma conosceva Sandro. Non avrebbe detto una parola fino all’ultima boccata e se se ne andava di là non avrebbero parlato fino a sera. Non voleva. Fece finta di raccogliere qualcosa a terra vicino alla porta, poi tornò sui suoi passi. Stavolta si sedette un po’ più vicino a Sandro, quel tanto che bastava. Sandro non scansò le cosce, buon segno.

“Abbiamo litigato?”

Sandro sorrise con gli occhi e soffiò una nuvoletta di fumo. “No. Sono io che ho le paranoie”

“E io sono pesante, lo so”

“Mh. Infatti non ti posso sopportare”. Sandro gli diede col piede un colpetto alla spalla.

“Sono offeso. Vado a fare il caffé”. Giorgio sorrise per dare il senso alle sue parole, si alzò e lasciò la stanza. Sentì che era tutto risolto.

Sandro lanciò il mozzicone per aria. Con gli occhi chiusi sentì quell’impercettibile suono che fece la sigaretta quando toccò terra, da qualche parte. Gonfiò le guance per sbruffare verso il soffitto, poi ci ripensò senza pensarci: riaprì gli occhi e mandò fuori l’aria a pezzetti, facendo traballare le labbra con tre prr prr prr. Inclinò la testa verso la finestra. Entrava l’aria fresca, che muoveva la tenda. L’ideale, per accendersi una nuova sigaretta.


Capitolo 7

19 febbraio 2019

Sandro aveva scritto due righe per dire che tardava a causa del lavoro. Aveva aggiunto le lacrimucce, ben due, e il cuoricino. Giorgio aveva risposto con tre lacrimucce e due cuoricini e aveva inoltre aggiunto che avrebbe approfittato per mettere ordine in camera, al che Sandro aveva risposto con l’ok e con le facce che si rotolano dal ridere, aggiungendo un buona fortuna, un nuovo cuoricino e poi era passato offline.

Di fortuna Giorgio ne avrebbe avuto ben bisogno, perché non sapeva da dove cominciare, perciò decise di farsi strada poco a poco, partendo dalla porta. Qualcosa avrebbe comunque risolto. Sulla maniglia della porta era appeso un borsone della palestra. Col tempo le viti della maniglia si erano allentate e ora non chiudeva più bene, ma non c’era mai bisogno di tenere la porta chiusa. Il borsone conteneva soprattutto bustine di crackers, fazzolettini di carta e probabilmente dei calzini. Giorgio aveva a portata di mano un sacchetto dell’indifferenziato e cominciò a riempirlo. Dietro la porta c’era la scaletta di legno, un valigione con la zip aperta e due o tre buste dell’esselunga vuote. La scaletta finì in ripostiglio, il valigione in armadio, le buste furono accartocciate.

Davanti all’armadio c’era una sedia completamente sommersa da pantaloni, qualche camicia, biancheria. La sedia ostruiva una porta ma lasciava libera l’altra, che si apriva sul caos. Alcune grucce sostenevano due-tre camicie, altre penzolavano vuote. I pantaloni erano sparsi sul ripiano, e si intravedevano scatole di scarpe senza scarpe, e scatole di scarpe con dentro rotoli di nastro adesivo e cavi elettrici. Davanti allo specchio dell’anta interna c’erano dei magneti con vecchi biglietti del cinema e uno scontrino sbiadito. Sul ripiano superiore, quello in cui era finito il valigione, c’erano delle coperte e un vestito buono che usciva per metà dalla busta di plastica. Solo per liberare la sedia e piegare la biancheria Giorgio impiegò un quarto d’ora, e a quel punto sotto la sedia trovò la paletta piccola della polvere, un accendino grigio e due biglietti della metro, uno usato.

Il comodino dal lato dell’armadio aveva due cassetti rotti e uno normale. In quello normale, cioé il più in basso, c’erano dei cerotti, due scatole di farmaci in cui le pasticche erano state prese a caso, in modo che uno dei due blister ne avesse solo tre e l’altro sei o sette.  Poi c’era della cenere di sigaretta, qualche sigaretta, alcuni accendini, due biglietti della metro, uno usato, forbici, un caricabatteria e un paio di mutande, che sembravano pulite. Nel cassetto di mezzo c’erano dei vecchi libri, ma il cassetto cedeva per cui aprendolo il libro che stava in alto si strappava un po’ e poi faticava a rientrare. Giorgio li tolse da lì per metterli in libreria. Le tre sigarette che comparvero sul fondo erano schiacciate. C’era anche un accendino verde chiaro, una busta di plastica e una tronchesina, un pacchetto di crackers e il tappo di una bottiglia di acqua. Nel cassetto superiore c’era un paio di occhiali da sole e poi il contenitore di tali occhiali, quindi un accendino rosso, due biglietti usati della metro e un pacchetto di fumo, poi un pacchetto di sigarette vuoto, un paio di sigarette, del nastro adesivo e due cannucce, degli elastici e la tessera dell’esselunga, la tessera di una libreria e la scheda elettorale. Il cassetto avrebbe avuto la maniglia, ma ora era senza, per cui non andava mai chiuso, affinché si potesse aprire facendo pressione con le dita nello spazio vuoto.

Giorgio era esausto, perché era solo a un terzo del lavoro, e solo in quella stanza. Un’occhiata al resto gli fece capire che avrebbe avuto bisogno di tutta la serata, anzi forse la nottata, per ottenere un qualche risultato. Comunque, sentì i passi di Sandro e la chiave nella toppa e si girò a guardarlo entrare come avrebbe fatto un gatto appena svegliato, da lontano, muovendo solo gli occhi. Sandro si tolse una scarpa puntando il tallone sull’altro piede, poi l’altra finì a un metro di distanza. Lasciò chiavi e portafogli sul mobiletto e guardò Giorgio. Andò subito da lui per abbracciarlo forte, poi si accese una sigaretta e lasciò l’accendino sulla sedia ormai sgombra, disse che aveva una fame incredibile e prese la via del bagno. Allora Giorgio andò in cucina per accendere il gas.

Entrando in cucina, Sandro non fece rumore, perché era a piedi nudi. Lo abbracciò da dietro e gli chiese se aveva sistemato tutto tutto. Giorgio rispose che aveva trovato solo cinque accendini, chissà dove stavano gli altri dieci, e Sandro si fece una risata senza sentirsi in colpa. Allora Giorgio gli diede il fumo “ho trovato anche questa, tieni”, e Sandro disse “uh” e se ne andò di là a fumare.

Quella sera parlarono del deposito di Zio Paperone, di quale attrice si fosse fatta più plastiche e della sfiga di nascere il 29 febbraio. Giorgio prese sonno per primo, per cui non si accorse del tappo dell’acqua che rotolò sotto ai calzini accanto al letto. Sandro voleva fare lo sforzo di raccoglierlo e allungò il braccio, ma le luci erano già spente, e sotto le mani trovò un accendino. Al buio, sembrava nero, poi non sapeva dove appoggiarlo e lo fece rotolare sotto il letto, da qualche parte. Si girò dal lato di Giorgio e cominciò a russare.


Capitolo 6

14 febbraio 2019

C’era questa signorina anziana che viveva in una specie di garage, cioè non era un garage ma un ex negozio di ferramenta in cui ora la serranda era sempre abbassata e lei viveva lì. Allora Sandro quando aveva bisogno bussava, ma mai prima delle 7 di sera, bussava e la signorina apriva e diceva “si accomodi”. Sandro entrava, e dopo cinque minuti usciva. Con 50-70 euro in meno, dipende dalle volte, ma più contento, perché così diceva “stasera ho un po’ di fumo”. Giorgio si mordeva il labbro però poi cambiava discorso. “Facciamo la pasta col tonno?”. Sandro si soffermava un paio di secondi, per capire il collegamento. “Va bene, però la faccio io”.

A casa c’erano le scarpe e le buste dell’acqua, appena entrati. Giorgio prendeva l’acqua e la portava nel ripostiglio, poi col piede spostava le scarpe più nell’angolo e metteva le chiavi e il portafogli sul tavolino, e accendeva la luce. Sandro intanto già era in camera col suo piccolo trofeo, tutto eccitato. Allora Giorgio approfittava per fare la pipì, e se era arrabbiato chiudeva la porta, ma di solito no. Quando Sandro sentiva la pipì toccare l’acqua ad alta voce dall’altra stanza diceva “ora vengo io a cucinare!” e questo bastava a Giorgio per non essere arrabbiato con lui, e si costringeva a rispondere “va bene, io intanto sistemo un po’!”. Poi si lavava le mani, e Sandro passava davanti alla porta per andare in cucina. A Giorgio piaceva quando vedeva che si era già tolto scarpe e calzini, perché voleva dire che non aveva più intenzione di uscire.

Sandro stava in cucina, si sentiva dalle pentole, dall’accendigas, dal metallo della scatoletta di tonno, e Giorgio stava in camera, a salvare il salvabile: qualche vecchio biglietto del tram, un post-it caduto a terra, il posacenere, i calzini uno qua e l’altro non si sa. La sedia della scrivania usata come cestino di biancheria, il computer acceso in perenne download. “Questo si può buttare?” Giorgio era comparso sulla soglia della cucina. “Cosa?” Sandro aveva gli occhi sui fornelli. “Questo. Si può buttare?”. Sandro si spostò sull’altra gamba per girarsi. “Sì sì, butta.” Si scansava un po’ per fargli aprire la pattumiera. “Scusa. Lo sai che sono disordinato. Fatti dare un bacio”. Giorgio chiudeva gli occhi, e poi cambiava discorso. “Quanto limone ci hai messo?”

C’era un telefilm di poliziotti, a Sandro piaceva un sacco. Giorgio sapeva già dopo cinque minuti il colpevole, ma stava zitto lo stesso. Si alzava sempre lui a prendere la birra, perché Sandro se la scordava. L’acqua la metteva a tavola, i coltelli pure, e anche il pane. I tovaglioli c’erano, e le forchette e i bicchieri. Si scordava solo la birra. Giorgio quindi diceva: “vuoi la birra?” e Sandro rispondeva “se la vuoi pure tu sì”, senza staccare gli occhi dal telefilm. Così Giorgio ne prendeva una sola, ma Sandro non si accorgeva mai che era una sola, e non due. Diceva “che cazzata” rivolgendosi al poliziotto in tv, e beveva un sorso. Poi staccava un braccio dal tavolo, appoggiando il gomito sullo schienale. Giorgio capiva che Sandro aveva finito di mangiare. Qualche volta allora gli diceva “ti faccio un massaggio”, ma non sempre, solo qualche volta. Sandro rispondeva “piccolo piccolo”, perché in realtà lo voleva grande grande, ma non gli piaceva farlo lui a Giorgio, e così dicendo “piccolo piccolo” si sentiva in qualche modo di ricambiare lo stesso.

Quando partivano i titoli di coda Sandro era pronto per rilassarsi come voleva lui. Andava di là e si rilassava. Giorgio apriva la finestra della cucina e chiudeva la porta del soggiorno, poi lavava i piatti. Li lavava piano piano, con due passate di detersivo, così si rilassava pure lui perché Sandro ne avrebbe avuto per un po’. Giorgio non sapeva bene cosa pensare delle serate in cui il suo innamorato fumava. Da una parte gli dava fastidio la puzza, e anche l’idea, e si preoccupava molto per tutti i soldi buttati; dall’altra, quando Sandro era fatto era affettuoso il doppio e si confidava di più. Gli diceva tutto, e lo stringeva forte pure quando faceva caldo. E poi, magari questa sarebbe stata l’ultima volta, chissà.

Sandro stava sul letto, una coscia fuori una coscia dentro le lenzuola. Adesso aveva in mano una sigaretta, però spenta. Giorgio spense le luci e gli disse che la pasta col tonno era proprio buona. E Sandro sorrise un sacco, ma proprio un sacco e disse: “vieni qua”.


Capitolo 5

4 febbraio 2019

Sandro spense la terza, no, la quarta sigaretta della serata. Faceva una specie di coroncina nel posacenere, poi quando uno dei mozziconi cadeva nel centro lui spingeva gli altri e si accendeva una nuova sigaretta. Aveva sempre un pacchetto a portata di mano. Giorgio si stava abituando al suo odore più velocemente di quanto gli piacesse. Aveva capito che intraprendere la crociata per farlo smettere era una battaglia persa. Sandro nemmeno si accorgeva di avere la sigaretta in mano così come uno non si accorge di avere la mano.

A baciare, Sandro era bravo, se si può dire se uno è bravo o no. I suoi baci gli piacevano per cui per lui era bravo. Gli piaceva che in genere erano a sorpresa. Se aveva voglia, Sandro lo tirava verso di sé e lo abbracciava sorridendo, poi avvicinava le labbra velocemente. Erano baci veloci però sinceri, e a Giorgio piaceva subirli, dico subirli perché lui si limitava a riceverli, non aveva modo o tempo per partecipare, ma non era un problema perché sentiva che andava bene così.

Era Giorgio che andava a casa di Sandro, il motivo sempre il fumo. La prima sera, quando ancora non sapeva delle sigarette, non l’aveva invitato a salire, ed era stato contento che Sandro nemmeno gliel’avesse chiesto. Si erano lasciati bene, con un appuntamento per due sere dopo. L’appuntamento finì con l’invito di Sandro a salire a casa sua. Quando aprì la porta a Giorgio quasi venne l’asma. Il tanfo della cenere era ovunque, e glielo disse immediatamente, ma Sandro si limitò a ridere e disse: “sì scusa lo so”. Gli era parsa una risposta così semplice da non trovare niente da ridire.

La settimana seguente le cose si erano fatte più serie perché Giorgio andò a prendere un vecchio posacenere negli scatoloni in cantina. Quando gli trovò posto lo interpretò come una prova che lui e Sandro stavano insieme. Ora doveva capire che era la stessa cosa che pensava anche Sandro, così lo invitò a casa. Sandro arrivò mezz’ora in ritardo, e senza sigaretta in mano. Restò senza fumare un quarto d’ora, poi uscì sul balconcino e se ne accese una. Disse: “mi piace casa tua, però non te la voglio appestare. Domani sera vieni da me”. Giorgio capì che erano appena diventati una coppia.

Sandro spense la sesta sigaretta e si staccò dal monitor: “Si è fatto tardi, vieni andiamo a dormire”. Giorgio era già a letto che lo aspettava. Avevano passato una bella serata ed era stanco. C’era solo un lenzuolo, faceva caldo. Poggiò lo smartphone sul comodino. “Domani che vuoi fare? prendiamo la macchina?”: Sandro non prendeva sonno se prima non faceva due chiacchiere. “Boh, se vuoi sì”. Giorgio diceva sempre boh e mai no. “Dove vuoi andare?”. Sandro si sdraiò facendo quel verso di sollievo quando ti rilassi la schiena. “In piscina?”. “Andiamo.”

Sandro mise una mano sulla pancia e l’altra la offrì a Giorgio con un cenno. “Sennò, domani vediamo. Vieni più vicino”. Giorgio appoggiò la testa al petto e Sandro piegò il braccio per accoglierlo, poi iniziò a sfiorargli la guancia con le dita, distrattamente. Sul soffitto c’erano le strisce di luce che filtrava dall’esterno. Avevano la zanzariera, per cui si respirava, ma Sandro abitava al piano terra, e si sentivano le macchine. Stavano zitti a guardare le strisce di luce per qualche secondo, poi Sandro si girò un po’ dalla parte di Giorgio. Un po’, non tanto, quanto bastava perché il suo sorriso si vedesse anche al buio. Il suo sorriso puzzava di fumo, ma era bellissimo, e voleva dire tante cose.


Capitolo 4

1 febbraio 2019

Agosto, quell’agosto, fu insopportabile. La mattina presto Giorgio usciva di casa per correre, e quella era la parte migliore, perché si poteva respirare. Il cielo era sempre sgombro di nubi e il parco quasi deserto. C’erano sempre gli stessi padroni con gli stessi cani che facevano lo stesso giro. Lui pure faceva sempre lo stesso giro. Tornava a casa per la doccia, la prima del giorno, e poi doveva solo decidere cosa fare. Hai detto niente. Una sera un amico gli mandò un messaggio così tanto per chiedere, e così tanto per chiedere chiese com’era andata la vacanza. Giorgio mentì e il collega poi disse che lo invidiava che era ancora in ferie e così Giorgio minimizzò la cosa ma poi finita la chat si sentì in dovere di essere ancora in ferie e quindi decise di uscire. C’era quel bar sempre aperto, prese la metro e andò.

Aveva scoperto che il trucco consisteva nel far finta di aspettare qualcuno, oppure di fare un cenno a qualcuno in lontananza, come per dire “sto salutando quello lì in fondo, non vedi? conosco gente”. I tavolini fuori erano occupati, anche il marciapiede, il muretto, il lampione del cestino dei rifiuti e le macchine parcheggiate. Dentro c’era una musica che non conosceva, ma che sapeva già come andava a finire. Il barista stava sciacquando un bicchiere, e quello accanto flirtava con un ragazzotto vestito di nero, con quel caldo. Disse che voleva un’acqua tonica e poi si girò appoggiandosi al bancone, accuratamente senza osservare nessuno in sala, ma con lo sguardo nel vuoto. Anzi, per fare bene la sua parte, aveva lasciato a casa gli occhiali, perché con lo sguardo miope fingere di non aver visto gli veniva spontaneo, e poteva sempre venir utile questa cosa.

Cominciò a sorseggiare la soda, che era giunto il momento di prendere posto da qualche parte. Di tutta quella gente ne conosceva di nome forse 3, però non erano di quelli che ci vai vicino per dire “ehi ciao!”. Poi un altro l’aveva visto, ma non era certo che l’altro si ricordasse di lui. Restava quindi l’unica soluzione di uscire fuori e piazzarsi in un angolo tra il lampione e l’ingresso, non troppo vicino altrimenti nessuno bada a te, non troppo lontano altrimenti sembra che stai spiando un vecchio ex. C’erano tre ragazzi intenti a parlare, ma non formavano un triangolo, piuttosto una C. Quando è così è perché qualcuno è appena andato via o sta per arrivare, e comunque la verità è che i tre si devono guardare intorno, parlano perché devono, ma non sono obbligati ad ascoltarsi. Parlano agli occhi e non alle orecchie. Giorgio si piazzò poco fuori dalla C, come una pallina che sta per essere mangiata da Pac Man, e Pac Man abboccò. Bastava che dicessero che faceva caldo, e lo dissero. Il resto fu più facile.

Federico era di corsa. Doveva andare via perché aveva un appuntamento. Ogni 5 minuti si inseriva in una pausa della conversazione per dire “devo andare”, ma ecco che Lorenzo gli rispondeva “sì dopo vado anche io” che tradotto significava “da qui non ti muovi”. Il terzo, come aveva detto che si chiamava?, si limitava a sorridere. La sua birra era finita da secoli, ma lo stesso la portava alla bocca per fare il gesto di bere l’ultimo sorso. Giorgio voleva che Federico se ne andasse, e Lorenzo pure, ma se l’altro non si decideva a dire anche lui qualcosa sarebbero rimasti in due più muti di Mary Pickford. Escogitò di finire in fretta la tonica per proporre “mi prendo qualcos’altro da bere, volete qualcosa?”. Se ne pentì subito perché rimasero zitti tipo 2 secondi, ma poi Federico rispose “no, devo andare” e Lorenzo ribadì “sì, anche io”. Il terzo invece, come diamine si chiamava?, stufo di bere l’aria nella bottiglia disse “ti accompagno io”.

Giorgio chiese una birra, che tradotto significa “quanto mi piaci marò” e il terzo ne prese una anche per sé. Fece un sorso che per poco non staccava l’etichetta dal vetro, poi lo guardò con l’occhio lucido: “allora Giorgio, di cosa hai detto che ti occupi?”. Giorgio fece vedere le zampe di gallina. “Sono in ferie fino al 18. Fino ad allora non so nemmeno come mi chiamo”. Il terzo lo guardò fisso fisso. “io mi chiamo Sandro”. Giorgio fece un sorso senza staccare gli occhi da lui. “Questo è come me. Me la devo giocare bene”.


Capitolo 3

29 gennaio 2019

“Dunque, le magliette ci sono, gli slip anche, i pantaloncini nuovi, le scarpe eccole, il caricabatteria l’ho preso, la roba da bagno sta là, sì basta dai insomma c’è tutto. La valigia è a posto”. Un’ultima occhiata alla stanza: l’ultimo atto della sua vacanza. Quando la porta dell’albergo gli si chiuse alle spalle, Giorgio era già con la testa a Milano. La pelle abbronzata gli diceva: “vacanza”; la maglietta vivace gli diceva “vacanza”; la gente assonnata nell’autobus gli diceva “vacanza”, ma non appena apparve la stazione col suo tabellone degli orari, l’edicola che vendeva le daygum, il chiosco dei panini da 4,50, era già tutto alle spalle. “Arrivo a casa, mi spoglio, mi faccio la doccia, mi metto nel letto, e poi domani ci penso”.

Il treno doveva partire alle 11. Il suo posto era quello dalla parte opposta del WC, lo sceglieva sempre così, perché altrimenti la gente che passava gli faceva aprire le porte in continuazione. Finestrino, con un solo posto accanto e nessuno di fronte. Trovò la solita rivista delle Frecce, la spostò sull’altro posto, poi sistemò la valigia e si mise a sedere. Accanto a lui per fortuna nessuno con il panino al salame, nessuno che parlava allo smartphone con tutta la rubrica, nessuna famiglia coi bimbi piccoli, e nessun super manager che doveva organizzarsi la settimana. Era fortunato, appoggiò la testa al finestrino e spense il cervello.

A Roma salì una ragazza di quelle che si siedono con le gambe incrociate tipo Buddha. Aveva un tatuaggio con un angelo rosa e le ali bianchissime, poi una specie di sole e qualche cosa indecifrabile sul polso. I capelli come un fumetto, Giorgio avrebbe scommesso tutto che questa ora tirava fuori il pc e si metteva a lavorare. Nemmeno lasciata la stazione, ecco che questa ragazza tira fuori il mac e inizia a scrivere qualcosa, ma poi le si accende lo smartphone e parte il balletto del whatzapp. Giorgio fece finta di guardare le sue notifiche. L’ultima risaliva alla sera prima, era la wind che gli ricordava che doveva pagare il mensile.

Quando passò il controllore, la penultima lettera della ragazza era la G, mentre la sua era la Q. Praticamente Giorgio si rese conto che aveva sempre la Q oppure la U. Che lettere sfigate. Mai una volta che avesse una M o una I, no: la Q. Comunque sia questa ragazza non era noiosa, si faceva i fatti suoi lei e le sue gambe a Buddha. Un finestrino più avanti c’era un anziano signore che dormiva, e sua moglie leggeva uno di quei libri con un titolo a caratteri cubitali sovrapposto a una bella donna e sullo sfondo un tramonto e una palma. Quelle cose in cui lei è insoddisfatta perché il marito la trascura e quando sente un nodulo al seno decide di fuggire col vecchio amore delle superiori ritrovando quindi se stessa in mezzo all’oceano. Con le lacrime agli occhi dirà addio al vecchio amore scoprendo che ciò che conta è solo lei stessa e trova la forza di lasciare il marito e iniziare una nuova vita in una nuova città, sola ma con un nuovo taglio di capelli.

“Mamma mia, meno male che siamo a Milano, che non ho marito, che non ci sono palme, e che ho i capelli corti”. Giorgio lasciò uscire la ragazza coi tatuaggi, poi si ritrovò al binario 13. La stazione aveva più luci di un albero di Natale. Sembrava che il mare non esistesse, ma non solo a Milano: nel mondo.


Capitolo 2

26 gennaio 2019

Quella sera Giorgio uscì più tardi del solito, perché non aveva voglia di uscire e aveva deciso di restare in albergo. In TV c’era una partita di calcio e l’aria era fresca. Si era messo a letto con la finestra aperta, e aveva spostato la tendina in modo da vedere la strada. Certo, la gente per strada avrebbe potuto vedere lui, ma avrebbe dovuto alzare gli occhi, e nessuno l’avrebbe fatto. Così la partita iniziò e lui si mise a osservare la gente che passava. All’inizio, solo famiglie, o anziani. Man mano che calava il sole i vecchi rientravano e i giovani uscivano. I primi, gli adolescenti. Li riconosceva dal fatto che ridevano per ogni stupidaggine. Le ragazzine camminavano col capo lievemente reclinato in modo da non rovinare l’acconciatura, i maschi avevano scarpe enormi e camicia bianca. A un certo punto qualcuno fece gol, e Giorgio si alzò dal letto e decise di uscire, quando ormai era tardi, più del solito.

L’aveva fatto già la seconda sera, e gli era piaciuto: lo rifece anche quella sera, decise cioé di andare a caso. Lì c’era un locale ovunque, e tutti andavano bene. “Facciamo destra, sinistra, sinistra, avanti all’incrocio e poi destra”, si disse, “e vediamo dove capito”.

A destra c’era il lungomare. L’afa era svanita e veniva una bella brezza che gli faceva sentire il movimento dei peli delle cosce. I lampioni accesi davano alle aiuole un colore indefinibile, e facevano risaltare le cacche dei cani. Sulle panchine c’erano coppie di anziani, le signore con un lento ventaglio, i mariti con i bermuda stirati sotto la camicia celeste.

Sinistra: significava attraversare la strada. Davanti a sé un lido con l’insegna gialla e la D che non lampeggiava bene. Sinistra: praticamente fare marcia indietro. Stavolta il mare era più vicino e poteva sentire più le onde che le macchine. Si voltò a guardare la spuma e inciampò su un bicchiere di plastica caduto dal raccoglitore di spazzatura. Il rumore del crac lo distolse. “destra, sinistra, sinistra… cos’ho detto? Avanti all’incrocio e poi destra? Andiamo avanti”.

Avanti voleva dire andare verso il tratto di lungomare meno frequentato perché costeggiato da abitazioni e non da locali e negozi. Lì la gente camminava più velocemente e poi c’erano meno panchine. Il problema era l’ultima scelta, cioé ancora destra, perché a destra c’era solo il mare. Ma siccome aveva scelto destra, prese le scale e scese nella spiaggia libera.

C’erano quelle due o tre barche capovolte e poggiate al muro, e sporcizia ai piedi delle scale. Più in basso però la sabbia era fresca e la spiaggia ancora piena di gente, per lo più coppie e ragazzi giovani. Non tantissimi da sentirsi fuori posto, non pochissimi da sentirsi fuori luogo. Nessuno badava a lui e comunque chiunque avrebbe pensato: “boh starà andando da quelli là”. Così si limitò a camminare un po’ e poi trovò il suo posto, per starsene a sentire il mare.

Il mare gli parlò volentieri. Onde timide che finivano per ritirarsi in fretta, onde più volenterose, con qualche spruzzo che bagnava un sasso isolato, onde silenziose e perfette, che volevano dire tutto, onde irregolari, con la spuma a riccioli e disegni.

Poco più in alto, sulla balaustra, qualcuno gettò un mozzicone di sigaretta che rimbalzò a pochi passi da lui. Giorgio rimase a guardare quel mozzicone sulla sabbia. Non voleva assolutamente voltarsi a vedere chi l’aveva buttato. Il filtro puntava in direzione delle scale, e così Giorgio gli diede retta: si alzò, salì, e tornò in strada. Quando si accorse che non c’era nessuno alla balaustra la sabbia alle caviglie gli diede troppo fastidio, così se ne tornò in albergo.

Gli erano rimasti dei biscotti, un quarto d’ora del secondo tempo e gli ultimi due giorni di vacanza.


Capitolo 1

20 gennaio 2019

Improvvisamente iniziò a piovere e l’odore dell’asfalto bagnato si diffuse nelle strade del primo pomeriggio. Possibile mai? con quella solitaria nuvola nessuno ci avrebbe mai creduto, ma dopotutto era estate, succede così e poi un po’ d’acqua non avrebbe dato così fastidio. Troppo presto per l’aperitivo, troppo tardi per il caffé, Giorgio si fermò al primo bar e ordinò un’aranciata, anche se sinceramente non ne aveva voglia, ma solo perché aveva visto un ragazzino con la Fanta in mano per strada e gli era venuto spontaneo e basta. Il barista aveva pochi capelli, gli portò l’aranciata e diede una passata al tavolino.

Era uno di quei tavolini anonimi, che non sai se sono di plastica ma sembrano di plastica, con le bustine di zucchero, di zucchero di canna e il dolcificante, il posacenere bianco questo sicuro di plastica, e quel porta tovaglioli che devi spingere col dito per prendere il tuo tovagliolo e se non lo fai bene ne escono troppi oppure si strappa. Il tavolino era vicino al muro e riparato dal tendone verde e per strada passavano in pochi ma se passavano avevano l’odore della plastica dei salvagenti e dei materassini, quello della salsedine e della pelle accaldata.

Avrebbe smesso di piovere nel giro di un minuto anche perché la nuvola non c’era già più e quindi per forza. Per Giorgio però era peggio, perché questa sosta ci voleva. Stava lì perché aveva deciso di andare in vacanza da solo e quando aveva prenotato l’albergo gli era parsa la decisione migliore, anzi era esaltato perché adesso poteva dire ai colleghi “ho prenotato 10 giorni a fine luglio” e quelli gli avrebbero risposto “ah bravo dove vai?” e lui avrebbe minimizzato dicendo “no niente di straordinario me ne vado in Sicilia, ho proprio voglia di rilassarmi in santa pace da solo”. Poi però mentre si immaginava questo scambio vedeva già nella sua mente le facce dei colleghi che avrebbero fatto una brutta piega negli occhi e li immaginava mentre pensavano “che sfigato, ci va da solo”, ed ecco che l’esaltazione per aver prenotato da solo quasi sfuggiva, allora si diceva “devo dire che ho prenotato 10 giorni a fine luglio da solo, e poi che in agosto organizzo con gli amici”. Questo sì che era più accettabile. Poi però i colleghi non gli avevano chiesto niente.

Di quella vacanza, Giorgio era già al giorno 6 e la pioggia era stata un bel diversivo. Una scusa per sentirsi meno solo, da solo al bar. Il barista non l’avrebbe giudicato: pioveva. Tirò fuori lo smartphone, erano le 16 e 10 e aveva 28% di carica. Non aprì il whatzapp altrimenti gli altri l’avrebbero visto online e non aveva voglia di chattare. La gmail non aveva novità. Delle notizie non gli importava. Le altre app, non gli importava. Attese che la carica scendesse al 27% e rimise lo smartphone in tasca. Aveva ancora mezza aranciata nel bicchiere quando vide quel tipo sedersi al tavolino di fronte.

Forse l’aveva già visto due o tre giorni prima, ma di sfuggita, e non in spiaggia e nemmeno in albergo. Forse a ballare? No, impossibile. Passò in rassegna tutti i posti che aveva visitato: non era sicuramente al lido, nemmeno a quel ristorante, di certo l’aveva visto di giorno e non di notte, e di certo l’aveva visto da solo e non in compagnia. Il tipo inizia a chattare e usa un sacco l’autocorrettore: Giorgio capì che era più giovane di lui. Col pollice passa da una chat all’altra, ne sta tenendo 2 o 3 contemporaneamente, ma mentre scrive non sorride: non gliene frega niente di quelle persone. Sceglie lo zucchero di canna nel caffé e gira il cucchiaino 2, 3, 4 volte. Ha i pantaloni corti e tiene un piede a terra e il collo dell’altro poggiato sulla gamba del tavolino. Non ha anelli, non ha tatuaggi, non ha barba, e non lo guarda, non lo considera, non sa che lui esiste e se lo sa non gli interessa.

L’ultimo sorso di aranciata era molto dolce. Si erano fatte le 16 e 25 quando gli arrivò la notifica della mamma che gli mandava una foto di sua nipote sulle giostre. Pagò il barista e se ne andò, il tipo continuava a chattare. Giorgio vide che usava caratteri enormi e lo sfondo col tramonto: no dai, il tramonto no.


Gli amici del mio cane

13 gennaio 2019

Questo tizio che porta il cane ha la barbetta ed è pelato, ed è molto elegante, mi piace non per la barbetta, né per la pelata, ma per come cammina, una specie di sfilata nel parchetto. Non so come faccia a stare così dritto e contemporaneamente ad avere una buona acqua di colonia. Sono due cose troppo positive nella stessa persona e quindi non gli guardo mai le mani perché la terza sarebbe fatale. Il suo cane è brutto, però è un cane simpatico. A me sta simpatico perché ha l’aria minacciosa ma è una pasta di pane, inoltre mi riconosce e gioca più con me che col mio cane.

Poi c’è quella grossa che ne porta 3. All’inizio pensavo che fosse una dogsitter, invece sono i suoi perché io la vedo alle 7 di mattina e ne ha 3, alle 2 del pomeriggio e ne ha 3 e alle 8 di sera e ne ha 3. Non li chiama nemmeno per nome, lei li tira e loro ubbidiscono. Sono i suoi e sono suoi da anni. Secondo me non hanno nomi e secondo me sono disposti in ordine come i cavalli di Ben-Hur. Non li ho mai visti negli occhi perché la padrona mi fa soggezione e quando la vedo attraverso, per cui non sono tanto amici del mio cane, sono sincero.

La vecchietta che non ha capelli, per carità non è colpa sua che non abbia capelli, ma non ne ha e se li avesse sarebbero arancioni, ebbene lei, il suo cagnolino è bianco e ho saputo che dorme con lei. E’ lungo da spiegare come lo so e se lo spiegassi potrei fare altri errori di grammatica. La vecchietta non cammina molto, si siede e basta e il cagnolino si siede e basta. Poi lei dice che il cagnolino non fa i bisogni, ma quello non cammina e quindi è logico. Somiglia al mio di aspetto ma non di carattere, però vanno d’accordo almeno i primi 5 minuti.

Per ultima c’è quella signora magrissima col cane enorme. Questo cane è enorme. La signora non lo porta al guinzaglio ma ci cammina accanto. Se la guardi da lontano sembra il simbolo del Sagittario, che al posto dell’arco ha la sigaretta. Marca stretto il suo cane e ci parla continuamente. Lo mette in guardia dagli ostacoli, gli dice con chi deve fare amicizia, gli dice che non va bene salire sul marciapiede, gli dice ora basta. Il cane non risponde perché secondo me è più una mucca che un cane, e quando vede il mio si fa fare tutto, no veramente.

Sono veramente contento che il mio cane abbia questi amici, solo che il cane non è mio e questa gente non so chi sia.


Pensava peggio

5 gennaio 2019

Come se lo ricordava bene quel palazzo! una volta ci lavorava accanto, e quando ci passava lo guardava, ma senza interesse, giusto perché stava lì davanti e quindi che doveva fare. Adesso, non era sicuro, ma adesso che ci pensava ci dovevano essere otto targhe all’ingresso, lucide ma di diversi colori, una di un dentista forse, poi una sigla di quattro lettere e ci poteva giurare qualche avvocato coi suoi figli. Il custode del palazzo aveva sempre una maglia a scacchi, i baffi, e faceva un cruciverba. Gli era sempre sembrato uno di quelli che fa la copertina della settimana enigmistica, gli unisci i puntini e il primo orizzontale di quelli difficili.

E ora? e ora non gli sembrava possibile, eppure a quanto pare tutto era rimasto così come ricordava. Sui muri lo stesso colore, uno di quei colori che non stanno bene indosso a nessuno ma stanno bene a tutti i palazzi; le finestre del piano terra sempre chiuse e protette dalle inferriate, quasi arrabbiate per essere al pianterreno, e poi una, due, tre… otto targhe all’ingresso! Una nuova di zecca, e si vedeva, le altre uguali. Nessun dentista, ma uno psicologo. E la stanzetta del custode, identica, col vetro un po’ curvo e dietro 2-3 pacchi di amazon. Forse ci avrebbe trovato anche lo stesso custode, ma quel giorno non c’era nessuno, e questa era una delusione. Comunque sia entrò e salì al primo piano.

Non è importante quello che doveva fare lì, so solo che era al primo piano.

Quando uscì dal portone, il custode non era rientrato, e questa era una delusione più grande. Scese i tre gradini, e davanti agli occhi si ritrovò quella vecchia chiesa con i bidoni della Caritas nel cortile laterale. Fuori dal cancello, ma dall’altro lato, la pasticceria delle torte rettangolari con quei due sgabelli così scomodi: una volta ci aveva bevuto il caffé, ma solo perché non potè evitarlo. Il corso era bellissimo quando faceva freddo perché così la gente andava di fretta e non potevi vederne le facce. La piazzetta, con l’edicola che metteva i fumetti sul lato corto, con meno fumetti.

Pensava peggio! Pensava molto peggio. Certo, prima aveva le scarpe lucide e i capelli castani. Ma ora la metro era arrivata subito, e a casa nuova faceva caldo.


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