Capitolo 6

14 febbraio 2019

C’era questa signorina anziana che viveva in una specie di garage, cioè non era un garage ma un ex negozio di ferramenta in cui ora la serranda era sempre abbassata e lei viveva lì. Allora Sandro quando aveva bisogno bussava, ma mai prima delle 7 di sera, bussava e la signorina apriva e diceva “si accomodi”. Sandro entrava, e dopo cinque minuti usciva. Con 50-70 euro in meno, dipende dalle volte, ma più contento, perché così diceva “stasera ho un po’ di fumo”. Giorgio si mordeva il labbro però poi cambiava discorso. “Facciamo la pasta col tonno?”. Sandro si soffermava un paio di secondi, per capire il collegamento. “Va bene, però la faccio io”.

A casa c’erano le scarpe e le buste dell’acqua, appena entrati. Giorgio prendeva l’acqua e la portava nel ripostiglio, poi col piede spostava le scarpe più nell’angolo e metteva le chiavi e il portafogli sul tavolino, e accendeva la luce. Sandro intanto già era in camera col suo piccolo trofeo, tutto eccitato. Allora Giorgio approfittava per fare la pipì, e se era arrabbiato chiudeva la porta, ma di solito no. Quando Sandro sentiva la pipì toccare l’acqua ad alta voce dall’altra stanza diceva “ora vengo io a cucinare!” e questo bastava a Giorgio per non essere arrabbiato con lui, e si costringeva a rispondere “va bene, io intanto sistemo un po’!”. Poi si lavava le mani, e Sandro passava davanti alla porta per andare in cucina. A Giorgio piaceva quando vedeva che si era già tolto scarpe e calzini, perché voleva dire che non aveva più intenzione di uscire.

Sandro stava in cucina, si sentiva dalle pentole, dall’accendigas, dal metallo della scatoletta di tonno, e Giorgio stava in camera, a salvare il salvabile: qualche vecchio biglietto del tram, un post-it caduto a terra, il posacenere, i calzini uno qua e l’altro non si sa. La sedia della scrivania usata come cestino di biancheria, il computer acceso in perenne download. “Questo si può buttare?” Giorgio era comparso sulla soglia della cucina. “Cosa?” Sandro aveva gli occhi sui fornelli. “Questo. Si può buttare?”. Sandro si spostò sull’altra gamba per girarsi. “Sì sì, butta.” Si scansava un po’ per fargli aprire la pattumiera. “Scusa. Lo sai che sono disordinato. Fatti dare un bacio”. Giorgio chiudeva gli occhi, e poi cambiava discorso. “Quanto limone ci hai messo?”

C’era un telefilm di poliziotti, a Sandro piaceva un sacco. Giorgio sapeva già dopo cinque minuti il colpevole, ma stava zitto lo stesso. Si alzava sempre lui a prendere la birra, perché Sandro se la scordava. L’acqua la metteva a tavola, i coltelli pure, e anche il pane. I tovaglioli c’erano, e le forchette e i bicchieri. Si scordava solo la birra. Giorgio quindi diceva: “vuoi la birra?” e Sandro rispondeva “se la vuoi pure tu sì”, senza staccare gli occhi dal telefilm. Così Giorgio ne prendeva una sola, ma Sandro non si accorgeva mai che era una sola, e non due. Diceva “che cazzata” rivolgendosi al poliziotto in tv, e beveva un sorso. Poi staccava un braccio dal tavolo, appoggiando il gomito sullo schienale. Giorgio capiva che Sandro aveva finito di mangiare. Qualche volta allora gli diceva “ti faccio un massaggio”, ma non sempre, solo qualche volta. Sandro rispondeva “piccolo piccolo”, perché in realtà lo voleva grande grande, ma non gli piaceva farlo lui a Giorgio, e così dicendo “piccolo piccolo” si sentiva in qualche modo di ricambiare lo stesso.

Quando partivano i titoli di coda Sandro era pronto per rilassarsi come voleva lui. Andava di là e si rilassava. Giorgio apriva la finestra della cucina e chiudeva la porta del soggiorno, poi lavava i piatti. Li lavava piano piano, con due passate di detersivo, così si rilassava pure lui perché Sandro ne avrebbe avuto per un po’. Giorgio non sapeva bene cosa pensare delle serate in cui il suo innamorato fumava. Da una parte gli dava fastidio la puzza, e anche l’idea, e si preoccupava molto per tutti i soldi buttati; dall’altra, quando Sandro era fatto era affettuoso il doppio e si confidava di più. Gli diceva tutto, e lo stringeva forte pure quando faceva caldo. E poi, magari questa sarebbe stata l’ultima volta, chissà.

Sandro stava sul letto, una coscia fuori una coscia dentro le lenzuola. Adesso aveva in mano una sigaretta, però spenta. Giorgio spense le luci e gli disse che la pasta col tonno era proprio buona. E Sandro sorrise un sacco, ma proprio un sacco e disse: “vieni qua”.


Capitolo 5

4 febbraio 2019

Sandro spense la terza, no, la quarta sigaretta della serata. Faceva una specie di coroncina nel posacenere, poi quando uno dei mozziconi cadeva nel centro lui spingeva gli altri e si accendeva una nuova sigaretta. Aveva sempre un pacchetto a portata di mano. Giorgio si stava abituando al suo odore più velocemente di quanto gli piacesse. Aveva capito che intraprendere la crociata per farlo smettere era una battaglia persa. Sandro nemmeno si accorgeva di avere la sigaretta in mano così come uno non si accorge di avere la mano.

A baciare, Sandro era bravo, se si può dire se uno è bravo o no. I suoi baci gli piacevano per cui per lui era bravo. Gli piaceva che in genere erano a sorpresa. Se aveva voglia, Sandro lo tirava verso di sé e lo abbracciava sorridendo, poi avvicinava le labbra velocemente. Erano baci veloci però sinceri, e a Giorgio piaceva subirli, dico subirli perché lui si limitava a riceverli, non aveva modo o tempo per partecipare, ma non era un problema perché sentiva che andava bene così.

Era Giorgio che andava a casa di Sandro, il motivo sempre il fumo. La prima sera, quando ancora non sapeva delle sigarette, non l’aveva invitato a salire, ed era stato contento che Sandro nemmeno gliel’avesse chiesto. Si erano lasciati bene, con un appuntamento per due sere dopo. L’appuntamento finì con l’invito di Sandro a salire a casa sua. Quando aprì la porta a Giorgio quasi venne l’asma. Il tanfo della cenere era ovunque, e glielo disse immediatamente, ma Sandro si limitò a ridere e disse: “sì scusa lo so”. Gli era parsa una risposta così semplice da non trovare niente da ridire.

La settimana seguente le cose si erano fatte più serie perché Giorgio andò a prendere un vecchio posacenere negli scatoloni in cantina. Quando gli trovò posto lo interpretò come una prova che lui e Sandro stavano insieme. Ora doveva capire che era la stessa cosa che pensava anche Sandro, così lo invitò a casa. Sandro arrivò mezz’ora in ritardo, e senza sigaretta in mano. Restò senza fumare un quarto d’ora, poi uscì sul balconcino e se ne accese una. Disse: “mi piace casa tua, però non te la voglio appestare. Domani sera vieni da me”. Giorgio capì che erano appena diventati una coppia.

Sandro spense la sesta sigaretta e si staccò dal monitor: “Si è fatto tardi, vieni andiamo a dormire”. Giorgio era già a letto che lo aspettava. Avevano passato una bella serata ed era stanco. C’era solo un lenzuolo, faceva caldo. Poggiò lo smartphone sul comodino. “Domani che vuoi fare? prendiamo la macchina?”: Sandro non prendeva sonno se prima non faceva due chiacchiere. “Boh, se vuoi sì”. Giorgio diceva sempre boh e mai no. “Dove vuoi andare?”. Sandro si sdraiò facendo quel verso di sollievo quando ti rilassi la schiena. “In piscina?”. “Andiamo.”

Sandro mise una mano sulla pancia e l’altra la offrì a Giorgio con un cenno. “Sennò, domani vediamo. Vieni più vicino”. Giorgio appoggiò la testa al petto e Sandro piegò il braccio per accoglierlo, poi iniziò a sfiorargli la guancia con le dita, distrattamente. Sul soffitto c’erano le strisce di luce che filtrava dall’esterno. Avevano la zanzariera, per cui si respirava, ma Sandro abitava al piano terra, e si sentivano le macchine. Stavano zitti a guardare le strisce di luce per qualche secondo, poi Sandro si girò un po’ dalla parte di Giorgio. Un po’, non tanto, quanto bastava perché il suo sorriso si vedesse anche al buio. Il suo sorriso puzzava di fumo, ma era bellissimo, e voleva dire tante cose.


Capitolo 4

1 febbraio 2019

Agosto, quell’agosto, fu insopportabile. La mattina presto Giorgio usciva di casa per correre, e quella era la parte migliore, perché si poteva respirare. Il cielo era sempre sgombro di nubi e il parco quasi deserto. C’erano sempre gli stessi padroni con gli stessi cani che facevano lo stesso giro. Lui pure faceva sempre lo stesso giro. Tornava a casa per la doccia, la prima del giorno, e poi doveva solo decidere cosa fare. Hai detto niente. Una sera un amico gli mandò un messaggio così tanto per chiedere, e così tanto per chiedere chiese com’era andata la vacanza. Giorgio mentì e il collega poi disse che lo invidiava che era ancora in ferie e così Giorgio minimizzò la cosa ma poi finita la chat si sentì in dovere di essere ancora in ferie e quindi decise di uscire. C’era quel bar sempre aperto, prese la metro e andò.

Aveva scoperto che il trucco consisteva nel far finta di aspettare qualcuno, oppure di fare un cenno a qualcuno in lontananza, come per dire “sto salutando quello lì in fondo, non vedi? conosco gente”. I tavolini fuori erano occupati, anche il marciapiede, il muretto, il lampione del cestino dei rifiuti e le macchine parcheggiate. Dentro c’era una musica che non conosceva, ma che sapeva già come andava a finire. Il barista stava sciacquando un bicchiere, e quello accanto flirtava con un ragazzotto vestito di nero, con quel caldo. Disse che voleva un’acqua tonica e poi si girò appoggiandosi al bancone, accuratamente senza osservare nessuno in sala, ma con lo sguardo nel vuoto. Anzi, per fare bene la sua parte, aveva lasciato a casa gli occhiali, perché con lo sguardo miope fingere di non aver visto gli veniva spontaneo, e poteva sempre venir utile questa cosa.

Cominciò a sorseggiare la soda, che era giunto il momento di prendere posto da qualche parte. Di tutta quella gente ne conosceva di nome forse 3, però non erano di quelli che ci vai vicino per dire “ehi ciao!”. Poi un altro l’aveva visto, ma non era certo che l’altro si ricordasse di lui. Restava quindi l’unica soluzione di uscire fuori e piazzarsi in un angolo tra il lampione e l’ingresso, non troppo vicino altrimenti nessuno bada a te, non troppo lontano altrimenti sembra che stai spiando un vecchio ex. C’erano tre ragazzi intenti a parlare, ma non formavano un triangolo, piuttosto una C. Quando è così è perché qualcuno è appena andato via o sta per arrivare, e comunque la verità è che i tre si devono guardare intorno, parlano perché devono, ma non sono obbligati ad ascoltarsi. Parlano agli occhi e non alle orecchie. Giorgio si piazzò poco fuori dalla C, come una pallina che sta per essere mangiata da Pac Man, e Pac Man abboccò. Bastava che dicessero che faceva caldo, e lo dissero. Il resto fu più facile.

Federico era di corsa. Doveva andare via perché aveva un appuntamento. Ogni 5 minuti si inseriva in una pausa della conversazione per dire “devo andare”, ma ecco che Lorenzo gli rispondeva “sì dopo vado anche io” che tradotto significava “da qui non ti muovi”. Il terzo, come aveva detto che si chiamava?, si limitava a sorridere. La sua birra era finita da secoli, ma lo stesso la portava alla bocca per fare il gesto di bere l’ultimo sorso. Giorgio voleva che Federico se ne andasse, e Lorenzo pure, ma se l’altro non si decideva a dire anche lui qualcosa sarebbero rimasti in due più muti di Mary Pickford. Escogitò di finire in fretta la tonica per proporre “mi prendo qualcos’altro da bere, volete qualcosa?”. Se ne pentì subito perché rimasero zitti tipo 2 secondi, ma poi Federico rispose “no, devo andare” e Lorenzo ribadì “sì, anche io”. Il terzo invece, come diamine si chiamava?, stufo di bere l’aria nella bottiglia disse “ti accompagno io”.

Giorgio chiese una birra, che tradotto significa “quanto mi piaci marò” e il terzo ne prese una anche per sé. Fece un sorso che per poco non staccava l’etichetta dal vetro, poi lo guardò con l’occhio lucido: “allora Giorgio, di cosa hai detto che ti occupi?”. Giorgio fece vedere le zampe di gallina. “Sono in ferie fino al 18. Fino ad allora non so nemmeno come mi chiamo”. Il terzo lo guardò fisso fisso. “io mi chiamo Sandro”. Giorgio fece un sorso senza staccare gli occhi da lui. “Questo è come me. Me la devo giocare bene”.


Capitolo 3

29 gennaio 2019

“Dunque, le magliette ci sono, gli slip anche, i pantaloncini nuovi, le scarpe eccole, il caricabatteria l’ho preso, la roba da bagno sta là, sì basta dai insomma c’è tutto. La valigia è a posto”. Un’ultima occhiata alla stanza: l’ultimo atto della sua vacanza. Quando la porta dell’albergo gli si chiuse alle spalle, Giorgio era già con la testa a Milano. La pelle abbronzata gli diceva: “vacanza”; la maglietta vivace gli diceva “vacanza”; la gente assonnata nell’autobus gli diceva “vacanza”, ma non appena apparve la stazione col suo tabellone degli orari, l’edicola che vendeva le daygum, il chiosco dei panini da 4,50, era già tutto alle spalle. “Arrivo a casa, mi spoglio, mi faccio la doccia, mi metto nel letto, e poi domani ci penso”.

Il treno doveva partire alle 11. Il suo posto era quello dalla parte opposta del WC, lo sceglieva sempre così, perché altrimenti la gente che passava gli faceva aprire le porte in continuazione. Finestrino, con un solo posto accanto e nessuno di fronte. Trovò la solita rivista delle Frecce, la spostò sull’altro posto, poi sistemò la valigia e si mise a sedere. Accanto a lui per fortuna nessuno con il panino al salame, nessuno che parlava allo smartphone con tutta la rubrica, nessuna famiglia coi bimbi piccoli, e nessun super manager che doveva organizzarsi la settimana. Era fortunato, appoggiò la testa al finestrino e spense il cervello.

A Roma salì una ragazza di quelle che si siedono con le gambe incrociate tipo Buddha. Aveva un tatuaggio con un angelo rosa e le ali bianchissime, poi una specie di sole e qualche cosa indecifrabile sul polso. I capelli come un fumetto, Giorgio avrebbe scommesso tutto che questa ora tirava fuori il pc e si metteva a lavorare. Nemmeno lasciata la stazione, ecco che questa ragazza tira fuori il mac e inizia a scrivere qualcosa, ma poi le si accende lo smartphone e parte il balletto del whatzapp. Giorgio fece finta di guardare le sue notifiche. L’ultima risaliva alla sera prima, era la wind che gli ricordava che doveva pagare il mensile.

Quando passò il controllore, la penultima lettera della ragazza era la G, mentre la sua era la Q. Praticamente Giorgio si rese conto che aveva sempre la Q oppure la U. Che lettere sfigate. Mai una volta che avesse una M o una I, no: la Q. Comunque sia questa ragazza non era noiosa, si faceva i fatti suoi lei e le sue gambe a Buddha. Un finestrino più avanti c’era un anziano signore che dormiva, e sua moglie leggeva uno di quei libri con un titolo a caratteri cubitali sovrapposto a una bella donna e sullo sfondo un tramonto e una palma. Quelle cose in cui lei è insoddisfatta perché il marito la trascura e quando sente un nodulo al seno decide di fuggire col vecchio amore delle superiori ritrovando quindi se stessa in mezzo all’oceano. Con le lacrime agli occhi dirà addio al vecchio amore scoprendo che ciò che conta è solo lei stessa e trova la forza di lasciare il marito e iniziare una nuova vita in una nuova città, sola ma con un nuovo taglio di capelli.

“Mamma mia, meno male che siamo a Milano, che non ho marito, che non ci sono palme, e che ho i capelli corti”. Giorgio lasciò uscire la ragazza coi tatuaggi, poi si ritrovò al binario 13. La stazione aveva più luci di un albero di Natale. Sembrava che il mare non esistesse, ma non solo a Milano: nel mondo.


Capitolo 2

26 gennaio 2019

Quella sera Giorgio uscì più tardi del solito, perché non aveva voglia di uscire e aveva deciso di restare in albergo. In TV c’era una partita di calcio e l’aria era fresca. Si era messo a letto con la finestra aperta, e aveva spostato la tendina in modo da vedere la strada. Certo, la gente per strada avrebbe potuto vedere lui, ma avrebbe dovuto alzare gli occhi, e nessuno l’avrebbe fatto. Così la partita iniziò e lui si mise a osservare la gente che passava. All’inizio, solo famiglie, o anziani. Man mano che calava il sole i vecchi rientravano e i giovani uscivano. I primi, gli adolescenti. Li riconosceva dal fatto che ridevano per ogni stupidaggine. Le ragazzine camminavano col capo lievemente reclinato in modo da non rovinare l’acconciatura, i maschi avevano scarpe enormi e camicia bianca. A un certo punto qualcuno fece gol, e Giorgio si alzò dal letto e decise di uscire, quando ormai era tardi, più del solito.

L’aveva fatto già la seconda sera, e gli era piaciuto: lo rifece anche quella sera, decise cioé di andare a caso. Lì c’era un locale ovunque, e tutti andavano bene. “Facciamo destra, sinistra, sinistra, avanti all’incrocio e poi destra”, si disse, “e vediamo dove capito”.

A destra c’era il lungomare. L’afa era svanita e veniva una bella brezza che gli faceva sentire il movimento dei peli delle cosce. I lampioni accesi davano alle aiuole un colore indefinibile, e facevano risaltare le cacche dei cani. Sulle panchine c’erano coppie di anziani, le signore con un lento ventaglio, i mariti con i bermuda stirati sotto la camicia celeste.

Sinistra: significava attraversare la strada. Davanti a sé un lido con l’insegna gialla e la D che non lampeggiava bene. Sinistra: praticamente fare marcia indietro. Stavolta il mare era più vicino e poteva sentire più le onde che le macchine. Si voltò a guardare la spuma e inciampò su un bicchiere di plastica caduto dal raccoglitore di spazzatura. Il rumore del crac lo distolse. “destra, sinistra, sinistra… cos’ho detto? Avanti all’incrocio e poi destra? Andiamo avanti”.

Avanti voleva dire andare verso il tratto di lungomare meno frequentato perché costeggiato da abitazioni e non da locali e negozi. Lì la gente camminava più velocemente e poi c’erano meno panchine. Il problema era l’ultima scelta, cioé ancora destra, perché a destra c’era solo il mare. Ma siccome aveva scelto destra, prese le scale e scese nella spiaggia libera.

C’erano quelle due o tre barche capovolte e poggiate al muro, e sporcizia ai piedi delle scale. Più in basso però la sabbia era fresca e la spiaggia ancora piena di gente, per lo più coppie e ragazzi giovani. Non tantissimi da sentirsi fuori posto, non pochissimi da sentirsi fuori luogo. Nessuno badava a lui e comunque chiunque avrebbe pensato: “boh starà andando da quelli là”. Così si limitò a camminare un po’ e poi trovò il suo posto, per starsene a sentire il mare.

Il mare gli parlò volentieri. Onde timide che finivano per ritirarsi in fretta, onde più volenterose, con qualche spruzzo che bagnava un sasso isolato, onde silenziose e perfette, che volevano dire tutto, onde irregolari, con la spuma a riccioli e disegni.

Poco più in alto, sulla balaustra, qualcuno gettò un mozzicone di sigaretta che rimbalzò a pochi passi da lui. Giorgio rimase a guardare quel mozzicone sulla sabbia. Non voleva assolutamente voltarsi a vedere chi l’aveva buttato. Il filtro puntava in direzione delle scale, e così Giorgio gli diede retta: si alzò, salì, e tornò in strada. Quando si accorse che non c’era nessuno alla balaustra la sabbia alle caviglie gli diede troppo fastidio, così se ne tornò in albergo.

Gli erano rimasti dei biscotti, un quarto d’ora del secondo tempo e gli ultimi due giorni di vacanza.


Capitolo 1

20 gennaio 2019

Improvvisamente iniziò a piovere e l’odore dell’asfalto bagnato si diffuse nelle strade del primo pomeriggio. Possibile mai? con quella solitaria nuvola nessuno ci avrebbe mai creduto, ma dopotutto era estate, succede così e poi un po’ d’acqua non avrebbe dato così fastidio. Troppo presto per l’aperitivo, troppo tardi per il caffé, Giorgio si fermò al primo bar e ordinò un’aranciata, anche se sinceramente non ne aveva voglia, ma solo perché aveva visto un ragazzino con la Fanta in mano per strada e gli era venuto spontaneo e basta. Il barista aveva pochi capelli, gli portò l’aranciata e diede una passata al tavolino.

Era uno di quei tavolini anonimi, che non sai se sono di plastica ma sembrano di plastica, con le bustine di zucchero, di zucchero di canna e il dolcificante, il posacenere bianco questo sicuro di plastica, e quel porta tovaglioli che devi spingere col dito per prendere il tuo tovagliolo e se non lo fai bene ne escono troppi oppure si strappa. Il tavolino era vicino al muro e riparato dal tendone verde e per strada passavano in pochi ma se passavano avevano l’odore della plastica dei salvagenti e dei materassini, quello della salsedine e della pelle accaldata.

Avrebbe smesso di piovere nel giro di un minuto anche perché la nuvola non c’era già più e quindi per forza. Per Giorgio però era peggio, perché questa sosta ci voleva. Stava lì perché aveva deciso di andare in vacanza da solo e quando aveva prenotato l’albergo gli era parsa la decisione migliore, anzi era esaltato perché adesso poteva dire ai colleghi “ho prenotato 10 giorni a fine luglio” e quelli gli avrebbero risposto “ah bravo dove vai?” e lui avrebbe minimizzato dicendo “no niente di straordinario me ne vado in Sicilia, ho proprio voglia di rilassarmi in santa pace da solo”. Poi però mentre si immaginava questo scambio vedeva già nella sua mente le facce dei colleghi che avrebbero fatto una brutta piega negli occhi e li immaginava mentre pensavano “che sfigato, ci va da solo”, ed ecco che l’esaltazione per aver prenotato da solo quasi sfuggiva, allora si diceva “devo dire che ho prenotato 10 giorni a fine luglio da solo, e poi che in agosto organizzo con gli amici”. Questo sì che era più accettabile. Poi però i colleghi non gli avevano chiesto niente.

Di quella vacanza, Giorgio era già al giorno 6 e la pioggia era stata un bel diversivo. Una scusa per sentirsi meno solo, da solo al bar. Il barista non l’avrebbe giudicato: pioveva. Tirò fuori lo smartphone, erano le 16 e 10 e aveva 28% di carica. Non aprì il whatzapp altrimenti gli altri l’avrebbero visto online e non aveva voglia di chattare. La gmail non aveva novità. Delle notizie non gli importava. Le altre app, non gli importava. Attese che la carica scendesse al 27% e rimise lo smartphone in tasca. Aveva ancora mezza aranciata nel bicchiere quando vide quel tipo sedersi al tavolino di fronte.

Forse l’aveva già visto due o tre giorni prima, ma di sfuggita, e non in spiaggia e nemmeno in albergo. Forse a ballare? No, impossibile. Passò in rassegna tutti i posti che aveva visitato: non era sicuramente al lido, nemmeno a quel ristorante, di certo l’aveva visto di giorno e non di notte, e di certo l’aveva visto da solo e non in compagnia. Il tipo inizia a chattare e usa un sacco l’autocorrettore: Giorgio capì che era più giovane di lui. Col pollice passa da una chat all’altra, ne sta tenendo 2 o 3 contemporaneamente, ma mentre scrive non sorride: non gliene frega niente di quelle persone. Sceglie lo zucchero di canna nel caffé e gira il cucchiaino 2, 3, 4 volte. Ha i pantaloni corti e tiene un piede a terra e il collo dell’altro poggiato sulla gamba del tavolino. Non ha anelli, non ha tatuaggi, non ha barba, e non lo guarda, non lo considera, non sa che lui esiste e se lo sa non gli interessa.

L’ultimo sorso di aranciata era molto dolce. Si erano fatte le 16 e 25 quando gli arrivò la notifica della mamma che gli mandava una foto di sua nipote sulle giostre. Pagò il barista e se ne andò, il tipo continuava a chattare. Giorgio vide che usava caratteri enormi e lo sfondo col tramonto: no dai, il tramonto no.


Gli amici del mio cane

13 gennaio 2019

Questo tizio che porta il cane ha la barbetta ed è pelato, ed è molto elegante, mi piace non per la barbetta, né per la pelata, ma per come cammina, una specie di sfilata nel parchetto. Non so come faccia a stare così dritto e contemporaneamente ad avere una buona acqua di colonia. Sono due cose troppo positive nella stessa persona e quindi non gli guardo mai le mani perché la terza sarebbe fatale. Il suo cane è brutto, però è un cane simpatico. A me sta simpatico perché ha l’aria minacciosa ma è una pasta di pane, inoltre mi riconosce e gioca più con me che col mio cane.

Poi c’è quella grossa che ne porta 3. All’inizio pensavo che fosse una dogsitter, invece sono i suoi perché io la vedo alle 7 di mattina e ne ha 3, alle 2 del pomeriggio e ne ha 3 e alle 8 di sera e ne ha 3. Non li chiama nemmeno per nome, lei li tira e loro ubbidiscono. Sono i suoi e sono suoi da anni. Secondo me non hanno nomi e secondo me sono disposti in ordine come i cavalli di Ben-Hur. Non li ho mai visti negli occhi perché la padrona mi fa soggezione e quando la vedo attraverso, per cui non sono tanto amici del mio cane, sono sincero.

La vecchietta che non ha capelli, per carità non è colpa sua che non abbia capelli, ma non ne ha e se li avesse sarebbero arancioni, ebbene lei, il suo cagnolino è bianco e ho saputo che dorme con lei. E’ lungo da spiegare come lo so e se lo spiegassi potrei fare altri errori di grammatica. La vecchietta non cammina molto, si siede e basta e il cagnolino si siede e basta. Poi lei dice che il cagnolino non fa i bisogni, ma quello non cammina e quindi è logico. Somiglia al mio di aspetto ma non di carattere, però vanno d’accordo almeno i primi 5 minuti.

Per ultima c’è quella signora magrissima col cane enorme. Questo cane è enorme. La signora non lo porta al guinzaglio ma ci cammina accanto. Se la guardi da lontano sembra il simbolo del Sagittario, che al posto dell’arco ha la sigaretta. Marca stretto il suo cane e ci parla continuamente. Lo mette in guardia dagli ostacoli, gli dice con chi deve fare amicizia, gli dice che non va bene salire sul marciapiede, gli dice ora basta. Il cane non risponde perché secondo me è più una mucca che un cane, e quando vede il mio si fa fare tutto, no veramente.

Sono veramente contento che il mio cane abbia questi amici, solo che il cane non è mio e questa gente non so chi sia.


Pensava peggio

5 gennaio 2019

Come se lo ricordava bene quel palazzo! una volta ci lavorava accanto, e quando ci passava lo guardava, ma senza interesse, giusto perché stava lì davanti e quindi che doveva fare. Adesso, non era sicuro, ma adesso che ci pensava ci dovevano essere otto targhe all’ingresso, lucide ma di diversi colori, una di un dentista forse, poi una sigla di quattro lettere e ci poteva giurare qualche avvocato coi suoi figli. Il custode del palazzo aveva sempre una maglia a scacchi, i baffi, e faceva un cruciverba. Gli era sempre sembrato uno di quelli che fa la copertina della settimana enigmistica, gli unisci i puntini e il primo orizzontale di quelli difficili.

E ora? e ora non gli sembrava possibile, eppure a quanto pare tutto era rimasto così come ricordava. Sui muri lo stesso colore, uno di quei colori che non stanno bene indosso a nessuno ma stanno bene a tutti i palazzi; le finestre del piano terra sempre chiuse e protette dalle inferriate, quasi arrabbiate per essere al pianterreno, e poi una, due, tre… otto targhe all’ingresso! Una nuova di zecca, e si vedeva, le altre uguali. Nessun dentista, ma uno psicologo. E la stanzetta del custode, identica, col vetro un po’ curvo e dietro 2-3 pacchi di amazon. Forse ci avrebbe trovato anche lo stesso custode, ma quel giorno non c’era nessuno, e questa era una delusione. Comunque sia entrò e salì al primo piano.

Non è importante quello che doveva fare lì, so solo che era al primo piano.

Quando uscì dal portone, il custode non era rientrato, e questa era una delusione più grande. Scese i tre gradini, e davanti agli occhi si ritrovò quella vecchia chiesa con i bidoni della Caritas nel cortile laterale. Fuori dal cancello, ma dall’altro lato, la pasticceria delle torte rettangolari con quei due sgabelli così scomodi: una volta ci aveva bevuto il caffé, ma solo perché non potè evitarlo. Il corso era bellissimo quando faceva freddo perché così la gente andava di fretta e non potevi vederne le facce. La piazzetta, con l’edicola che metteva i fumetti sul lato corto, con meno fumetti.

Pensava peggio! Pensava molto peggio. Certo, prima aveva le scarpe lucide e i capelli castani. Ma ora la metro era arrivata subito, e a casa nuova faceva caldo.


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