contiene una lettera, ma non dell’alfabeto

19 Novembre 2013

Se mi ricordo come si fa ad avere un blog. Prima penso una cosa e poi apro questa pagina. Rimugino e penso: “ho voglia?”. Sono mesi e mesi e mesi che la risposta è no. Ma se mi ricordo come si fa, quando la risposta è sì allora scrivo il primo titolo che mi viene in mente. Il primo che mi viene in mente, quello deve essere.

E ora il titolo l’ho scritto, e quando l’ho scritto per me è come di piombo e di marmo e di dieci comandamenti e quello è. Perciò questa deve essere una lettera. Perché quando io scrivo io decido solo il titolo, poi è il titolo che decide per me e poi tutto diventa facile facile. Non so a chi la scrivo questa lettera. Le lettere si scrivono a penna sulle righe del quaderno dei grandi, almeno di quarta elementare. Perciò per prima cosa mi devo immaginare le righe.

Se la scrivo a una persona, quella poi la legge, se non è morta. In tutti e due i casi non mi conviene. Se la scrivo a me stesso io non la leggo mai, anzi la straccio. Allora forse ho sbagliato titolo, oppure l’ho azzeccato così assai che già solo il titolo esaurisce il contenuto del titolo. E se così è allora questa non è una lettera e posso smettere di immaginare le righe.

Se mi ricordo come si fa quando sto per finire il post devo scrivere qualcosa che dia senso a tutto il resto. La verità però è che il senso sta solo nell’avere avuto voglia di scrivere qualcosa, perché il senso per me oggi è nelle dita sui tasti. Anche una frase come asghqwhnn aatghw99sa adgtwleova avrebbe avuto senso. Soprattutto se fossi stato un gatto, suppongo. Non sono così fortunato da essere un gatto, ma ho ancora un’altra monetina.


contiene le palle sull’albero di natale, cadute

18 Dicembre 2012

Peppino si arrampicò sulla sua scaletta a pioli mettendo sempre primo il piede destro sul piolo più alto, e siccome erano sette pioli, quando aveva alzato già sei volte la coscia guardò giù per vedere se caso mai cadeva. Vide Enzina con la busta della spesa e la 500 gialla. La prima palla era verde e le palle verde si mimetizzano: era l’ideale per cominciare. Peppino faceva l’albero il giorno dell’Immacolata, la mattina presto, quando il cielo era a strisce solo in un punto preciso, quello più freddo ma più colorato. Lo scatolone stava dentro al deposito, accanto alla vasca dell’acqua. Quella chiave la usava solo lui, due volte l’anno, all’Immacolata e alla Befana.

Dopo due palle verdi ne uscì una rossa rotonda e una gialla oro. Gli aghi profumavano e si azzeccavano alle mani. Peppino salutò Mariuccia che si guardava gli spicci nel borsellino e scese di uno scalino per sistemare la fila di lampadine. L’albero era cresciuto dall’anno passato. Con queste palle non si sarebbe riempito e sarebbe sembrato più spoglio. Poi di quelle bianche a spuma una si era rotta. Si aprì il garage della Signora Stefanina, che fece dietromarcia a due centimetri dalla scala, sgommò per andare a lavorare e Peppino riprese fiato, poi piazzò un paio di angeli, e i fili argentati.

All’Immacolata lavoravano solo le infermiere, e i negozi. E pure Peppino. Gli angioletti ridevano, uno aveva una spaccatura sull’ala destra. Peppino ci piazzò la palla blu e una lampadina sopra, poi scese un secondo a vedere se l’effetto era troppo pacchiano. Gli aghi di pino erano caduti attorno alla scaletta come un piccolo recinto verde e marrone. Peppino si andò a mettere vicino all’ingresso. Da lì le lucine lampeggiavano come si deve. Visto che si era fatto orario, citofonò al maresciallo e poi sistemò l’androne del dentista, quindi tornò all’albero, prese la scatola di cartone e spostò la scala dall’altra parte, dal lato del salice piangente.

Vittorio e Riccardo avevano cominciato a fare i palleggi. Il super santos ogni tanto andava a sbattere vicino alle ringhiere del primo piano. Graziella e Mariangela stavano saltando a un piede solo con una pietra in mezzo a tanti quadrati numerati. Peppino prese i fili dorati e circondò il pino a metà altezza. Gli angioletti rimasero quasi soffocati, ma le luci acquistarono un bagliore più intenso. I cipressi profumavano e la fontanella faceva il suo dovere senza stancarsi. Entrò il carretto del pane, due vecchie scesero a tastare le palatelle.

Peppino aveva quasi finito e si erano fatte le 10 e mezza. Rimanevano due palle a intaglio, due trasparenti con i pupazzi di neve disegnati e qualche bluettone. Se le metteva troppo sotto, i bambini le avrebbero toccate e le avrebbero rotte; se le metteva troppo sopra sarebbe sembrata la festa di Piedigrotta. Forse, spostando il filo argentato tutto si sarebbe risolto. Salì due scalini e sfrattò gli angioletti mettendoli a guardia dell’oleandro. Le palle a intaglio si bevevano la luce rossa della serie di lampadine. Enzina usciva per andare a trovare sua sorella che abitava in piazza, si era portata una busta con una confezione di zucchero e caffè, si capiva dalla carta della torrefazione. Il super santos di Riccardo andò a sbattere contro la cinquecento gialla, senza ammaccarla. Graziella dal rumore inciampò e la pietra uscì fuori dal numero 4, perse il turno e si incazzò. Peppino scese dalla scala per minacciare i ragazzi che se toccavano l’albero gli avrebbe schiattato il pallone, e quelli se ne scapparono nel cortiletto piccolo.

Da quel lato l’albero sembrava fatto e finito. Peppino gli piaceva a lui pure. Tolse la scala e se la mise sotto il braccio, con quell’altro prese lo scatolone e andò al deposito. Lo spinse dentro col piede e chiuse la porta con il chiavino doppio. La scaletta finì vicino ai bidoni, dove sempre stava. Le palle trasparenti si fecero Natale dentro allo scatolone, mentre il pino cresceva un altro poco. Le luci lampeggiarono giorno e notte e si vedevano da tutte le finestre e da tutti gli oleandri. La mattina la Signora Stefanina sgommava sugli aghi verdi e marroni caduti ai piedi degli angioletti e li sparpagliava, poi Peppino passava con la scopa e ripuliva.

Non cadde nessuna palla, perché Peppino non si è fatto influenzare dal titolo. E comunque Graziella vinse lo stesso.


contiene una pianta di plastica e mezzo occhiale

10 Settembre 2012

Le case popolari erano pittate di bianco sporco e ai balconi avevano le lenzuola stese a forma di bocca con le rughe. C’erano le femmine affacciate vicino alle scope e i maschi sdraiati sulla sedia di paglia a leggere il giornale, mentre i bambini giocavano a pallone in mezzo alla via, facendo attenzione che il super santos non si schiattasse o peggio ancora che finisse nel giardinetto della signora affianco. La cosa bella era il sole che quando sfregiava i muri coi suoi raggi sgargianti li faceva splendere dell’aria della controra e a quel punto il suono delle stoviglie messe a pulire era la ninna nanna più meravigliosa di tutto il golfo di Napoli.

A pochi passi di tangenziale invece i quartini con i mattoni arancioni si alzavano per cinque o sei piani in cielo, per affacciarsi sulla superstrada che li attraversava come una pista della Polistil. Sui terrazzini c’erano i gerani nei vasi di cotto e qualcuno si era fatto la veranda e ci aveva ricavato la stanzetta per il figlio più piccolo, con il comodino che affacciava sui fanali delle 127. La televisione a colori era accesa dal pomeriggio e i bambini sedevano a terra con la testa alzata a guardare il primo canale.

All’uscita della tangenziale c’era una curva che non finiva più, e poi si scendeva per altre curve più lentamente in mezzo alla città con i palazzi più vecchi mischiati a quelli più nuovi. Quando si stava per fare sera sui marciapiedi la gente a piedi camminava veloce nei tratti senza negozi e si fermava vicino ai bar coi tavolini pieni di bottiglie di gassosa vuote. Certe volte per trovare parcheggio dovevi girare con cento occhi, oppure dovevi andare dove l’istinto ti diceva che qualcuno stava per fare manovra, e appostarti lì senza cedere di un millimetro, sperando di pigliartelo subito con due sterzate.

Era bello che prima c’era la luce, e dopo non c’era, roba di pochi minuti.

Il palazzo dove dovevamo andare c’aveva il portoncino di legno verniciato con passate pesanti di lucidante, e i vetri spessi a forma di rettangolo quelli di sopra e a forma di quadrato quelli sotto. A quell’ora il portiere ancora faceva servizio e apriva da dentro al suo cubicolo perché tanto lo sapeva già che il dottore riceveva fino a notte. Dovevamo entrare nelle scale per uscire nell’androne e fare dieci passi nel cortiletto, dove c’era un giardinetto che anche lì forse ci giocavano a pallone il pomeriggio, oppure a campana, che c’era ancora il gesso per terra. Poi mettevi la dieci lire nell’ascensore e ti presentavi alla segretaria, che stava al telefono ogni cinque minuti.

La sala d’attesa aveva le piastrelle di marmo e le sedie di plastica di quelle che si impilano l’una sull’altra, dove i bimbi ci mettevano le mani dentro i buchi quando proprio non ci stava niente più da fare. Le persiane erano mezze abbassate che tanto era già scuro, e la gente sedeva occupando tutti i muri e lasciando in mezzo alla stanza qualche criaturella che giocava con la gamba del tavolino, con sopra i giornali di gossip vecchi, di macchine costose, di signori con la mano della tasca della giacca. I bimbi più grandi rimanevano seduti ad aspettare il loro turno. Una c’aveva una benda spaventosa sull’occhio e portava gli occhiali sull’altro occhio. Incredibilmente, non piangeva, ma forse era solo perché sotto la benda non si vedeva.

Dietro la tenda grande come un sipario la segretaria pigliava le imbasciate e la pianta di plastica rimaneva ad assistere alla porta che si apriva e si chiudeva cento volte senza fare rumore. Qualcuno entrava dopo e passava avanti, ma se era così, non era una cosa buona, perché voleva dire che era urgente, e urgente non è una cosa buona.

Quando dovevamo aspettare un sacco di tempo, allora potevamo pure scendere a fare due passi, ma non era sempre, sennò non me lo ricorderei.

La via a piedi era in discesa perché a seguirla tutta saremmo arrivati a Mergellina, che chissà quante barche stavano piazzate lì a galleggiare tra gli scogli, cent’anni prima che me ne andassi a guardare il mare far galleggiare le barche tra gli scogli. Attraversare la strada non era cosa, che le macchine ti avrebbero segato senza fottersene. Lì c’erano solo palazzi nuovi che non guardavano in faccia a nessuno, con le serrande abbassate fino a terra che facevano più scuro lo scuratorio che già ci stava. Invece il bar della metropolitana stava aperto fino a tardi, e teneva esposto dentro al bancone due paste, un babà e una zuppetta. Il cameriere si stava fumando una sigaretta e la signora alla cassa guardava fuori per strada e poi dentro alla fermata. Forse pigliai il babà, forse pigliai la zuppetta, non lo so.

Quando arrivò il nostro turno nella sala d’attesa non ci stava più nessuno, perché eravamo gli ultimi. Non capivo come mai eravamo sempre gli ultimi ogni volta, ma forse è perché venivamo da fuori e quindi venivamo tardi. Essere gli ultimi era bello perché potevi giocare nella stanza vuota, ed era brutto perché ti faceva sentire l’ultimo. Lo studio del dottore era una delusione, era rettangolare, e aveva la laurea esposta sopra la sedia di pelle come Gesù Cristo sopra l’altare. Quando ti aveva guardato dove doveva guardare, scriveva tre quattro pagine, a penna, veloci veloci e poi le leggeva veloci veloci dopo che era finita la visita. Si pigliava le novantamila lire e non lo vedevo più per 6 mesi oppure forse anche 1 anno. Scriveva sempre le stesse cose, mi dava sempre le stesse medicine.

Il giorno dopo andavo in farmacia a presentare la ricetta e c’erano due farmaciste con gli occhi pittati di viola e di bordò. Le scatoline celesti delle siringhe, vicino a quelle mi compravo le zigulì a liquirizia. Poi mettevo nel mobiletto le medicine, ma dietro, così uno si sarebbe scordato che c’erano, che poi mai succedeva. E poi la finisco qui, che mi sono scocciato di scrivere. Volendo ce ne avrei ancora, ma i libri più belli li hanno già scritti gli scrittori, finitevi di leggere quelli.


contiene solo le cosce, e qualche bugia

18 Aprile 2012

Nunzia si era messa in testa che Tommasino le faceva le corna, e così chiamò la sorella al telefono disse Imma senti ma sai se Tommasino ha chiuso l’officina affacciati un secondo al balcone per piacere. Imma si girò col collo per vedere se riusciva a buttare l’occhio da dietro la tavola poi disse Nunzia sto dando la bottiglietta di latte alla criatura aspetta un secondo chiamo Geppino, aspetta un secondo. Nunzia mentre aspettava un secondo si teneva mantenuta la cornetta con la spalla mentre con le mani sciacquava i piatti sotto l’acqua tiepida. Imma chiamò il figlio ad alta voce urlando Geppino bello a mamma affacciati un secondo llà fuori vedi se zio Tommasino sta ancora nell’officina o se ha chiuso. Geppino uccise un attimo il boss del secondo livello poi posò il joystick e andò a vedere e c’era una macchina scassata fuori all’officina e zio Tommasino stava con la testa sotto e le cosce di fuori mentre uno si fumava la sigaretta sul marciapiede. Entrò dentro e disse sì sì sta aperta l’officina, lo zio sta aggiustando una macchina.

Nunzia sentì già da sola la risposta così disse ah assafaamaronna Imma senti una cosa il dottore domani sta di mattina o di pomeriggio, e Imma rispose che stava di mattina, e poi il figlio fece il ruttino. Allora Nunzia finì di asciugare la casseruola e andò lì fuori a stendere i panni. La signora del palazzo di fronte stava affacciata che spezzava i gerani e fece buonasera con la testa. Nunzia fece cadere una cannuccia nel cortile dove i ragazzini stavano giocando a pallone, riconobbe il figlio dell’infermiera e da sopra il balcone urlò a Giannino se le saliva un secondo la cannuccia che era caduta. Giannino aveva segnato solo due gol e si fece le scale fino al terzo piano, in cambio di un grazie assai e una manciata di confetti con le mandorle. Poi Nunzia andò un secondo di là a sistemare i maglioni nell’armadio e prese la criaturella che si era svegliata. Cambiando il pannolino le venne la lampadina in testa che si era scordata l’orologio a casa di Imma ieri pomeriggio.

Prese il telefono e chiamò Imma uè Imma l’orologio mio sta da te? Quand’è che me lo sono tolto non mi ricordo? Imma si girò col collo verso il mobiletto all’ingresso disse sì sì sta qua te lo sei levato ieri per farmi vedere che tenevi l’irritazione sotto. Poi la criatura si è messa a piangere ce lo siamo scordati. Abbi pazienza Imma dicci a Geppino che lo porta a Tommasino giù all’officina, sennò finisce che non ci vediamo fino a domenica senza orologio come faccio. Imma allora chiamò a Geppino Geppì! Geppì! porta l’orologio che sta sopra il mobiletto a zio Tommasino, dicci che la zia se l’è scordato a casa. Geppino stava finendo il secondo giro ancora in pole position, posò il joystick e scese con l’orologio in mano.

Sulle scale ci stavano Michele e Angioletto che facevano lo scivolo sul corrimano. Geppino fece un mezzo scivolo e poi uscì dal portoncino e prese il marciapiede fino al bar. Stavano i tavolini vuoti e il barista da dietro al bancone guardava lì fuori le macchine che passavano. Geppino attraversò e andò all’officina. Lo zio stava ancora sotto la macchina. Geppino entrò nell’officina e si mise a guardare le chiavi inglesi appese per grandezza sopra al tavolino, con la lucetta gialla e il blocchetto per scrivere i numeri di telefono. C’era l’odore dei copertoni e di olio, però non c’era male. Geppino chiamò lo zio per dire che stava lì, ma lo zio non rispose. Allora Geppino si accucciò sotto alla macchina per farsi vedere faccia a faccia, e si rese conto che quello era Stefanino, quello che dava una mano in officina. Stefanì lo zio dove sta?

Stefanino rullò fuori e disse no tuo zio non ci sta è andato a fare un servizio, mò torna perché? E Geppino disse dell’orologio, così Stefanino glielo fece mettere nel cassetto delle fatture. Lo zio Tommasino poi il pomeriggio tornò dal suo servizio e trovò l’orologio della moglie nel cassetto, Stefanino spiegò che era passato il nipote. Quando Geppino tornò a casa Imma gli chiese se aveva portato l’orologio allo zio e lui rispose di sì e se ne andò in cameretta a sparare a un po’ di carri armati. Pensò che era meglio non dire alla mamma che aveva visto le cosce di Stefanino sotto la macchina, invece che quelle dello zio, che sennò quella si incazzava con lui. Sparò a un sacco di carri armati e pure ai soldati, ma senza mettere il record. Nunzia fu contenta di riavere l’orologio la sera stessa, e scolò i maccheroni mentre Tommasino era fresco di doccia, se li mangiarono tutti e due, e la criatura rimase a dormire senza mai svegliarsi, tutto il tempo.


Contiene tre foglie, un libro, dei gomiti

9 Marzo 2012

C’erano 1 2 3 foglie sull’albero e basta. Non si capiva come mai non fossero cadute, perché era certo che non potessero essere cresciute da sole dopo che tutte le altre erano cadute. Una due e tre su tre rami lontani, col venticello fresco che le sbatteva da tutte le parti senza riuscire a strapparle. Era una cosa che poteva rimanere a guardare anche per ore, perché nel caso in cui poi una delle tre foglie fosse caduta quel momento non se lo voleva perdere.

Certo, magari poi cadeva proprio mentre tornava a casa oppure durante la notte, o forse non sarebbe caduta nessuna foglia e sarebbe rimasto lì a guardarle tutte e tre con gli occhi sbarrati per non perdersi nessun momento. Quando era entrato nel parco quell’albero non si vedeva, dal cancello cioè, non si vedeva da lì, bisognava scendere, fare due passi e poi sedersi su quella panchina. Allora si vedeva e si vedevano le tre foglie. Aveva scelto la panchina oppure aveva scelto l’albero per lui?

Queste domande fanno solo male.

La gente passava per il viale senza notare nessuna foglia e nessun albero e certamente senza notare lui. Loro passavano e basta, non veloci come il venticello ma freddi ugualmente, come il vento. L’erba sul prato si era piegata solo un po’, con una sfumatura più chiara a chiazze o più scura per chi l’avesse vista dall’altro lato. Ma quel qualcuno non avrebbe visto le tre foglie ed erano quelle che restavano lì senza cadere da chissà quanti giorni.

Si grattò i gomiti, come per far affiorare pensieri nascosti. Un gatto scelse un punto del muretto con tutti i mattoni sgretolati e balzò diritto nella griglia che separava il parco dalla strada. 1 2 3, il vento e gli occhi fissi, poi si alzò e se ne andò dall’altra parte, sentendo le foglie dietro di lui come telecamere. Non se ne sarebbe liberato, a meno che non si fosse arrampicato sull’albero per strapparle. Pensava a quelle tre mentre ne calpestava altre mille. Mille foglie grandi e ingiallite, spappolate tra la ghiaia e i passi della gente, ma 1000 foglie vicine e non tre foglie sole, non 1 2 3.

Prese la via di casa e chiuse la porta, di casa, con le tre foglie davanti agli occhi. Non riuscì a dormire, non riuscì a mangiare, non riuscì a lavorare, ma la notte passò lo stesso e si addormentò all’alba, sfinito, con gli occhi secchi e il cuore che batteva dall’ansia. Era arrivato il sabato già per molti altri. Si alzò e per fortuna le tre foglie erano sparite dai suoi occhi.

Andò al parco per accertarsi che non fossero più lì e quasi pianse quando non le trovò più, di gioia forse, di dolore forse, di emozione senz’altro. I rami erano rimasti soli e non si vedeva più il vento attraversarli. A terra c’erano 1000 foglie, ma un paio erano ancora intatte. Ne raccolse una che sembrava come nuova, si convinse che fosse una di quelle tre e la portò a casa, la mise in un libro, e la dimenticò in tutti i modi in cui poteva dimenticarla.

Poi passarono gli anni e svuotarono la casa e la libreria. Le cose vecchie finirono dove qualcuno poteva guardarle, o forse comprarle. Qualcuno lesse il libro e trovò la foglia. La lasciò marcire tra pagina 39 e 40 per altri cento anni.

Le altre 2 foglie scomparvero in quella notte, in quegli occhi e in quell’alba, su quella ghiaia e sotto quei piedi, in quel punto che non si vede dal cancello e che non sai che esiste a meno che non ti siedi su quella panchina.


contiene fino al giorno 8

5 Marzo 2012

In effetti erano già passati tre giorni e non era successo niente di niente di quello che aveva previsto. Non aveva avuto voglia di chiamare, né il telefono era squillato. Certo, aveva pensato di staccarlo ma poi si era detto se lo faccio nessuno mi può rintracciare (nella mente lui non usava i congiuntivi e non badava ai verbi) così pensò ora lo lascio così com’è e se squilla squilla. Però il telefono non squillava e intanto lui aveva altro da fare, e questo per tre giorni, uno, due e tre,

anche se nel giorno 3 poi lo chiamò una tipa che vendeva tappeti e che si era mostrata interessata al fatto che lui non volesse tappeti, aveva detto una cosa tipo buongiorno la chiamo per conto della nonsocosa per comunicarle che c’è un’offerta che non può perdere per un tappeto di qualità e quando era arrivata all’incirca a “…eto di qua…” lui aveva detto che no scusi ma i tappeti niente grazie e la signorina aveva detto ma davvero? con tre punti interrogativi e provava a non mollare l’osso senonché lui riattaccò che doveva girare la pasta sul fuoco.

Il giorno 4 fu abbastanza anonimo, una volta prese il cellulare in mano per rileggere i vecchi messaggi, in cui c’erano un po’ troppi punti e virgola a fare l’occhiolino e così si sentì stupido perché troppi occhiolini non sono un flirt, non sono una complicità ma sono tipo quelle foto delle labbra socchiuse con la fragola in mezzo e il rossetto sfolgorante. Non era stagione di fragole, ma almeno nessuno tentò di vendere qualche confezione da 12 di vini bianchi.

Il giorno 5, e a questo punto avete capito che ogni paragrafo è un giorno, il giorno 5 era per fortuna sabato e il sabato se ne andava in palestra giusto perché ormai la tessera ce l’aveva. Il tizio che sollevava il triplo dei suoi pesi non c’era e forse era già andato via. Si rese conto che trovava rassicurazione a vedere il tizio allo stesso momento, non riuscendo a capire il motivo di questa cosa. Così intanto che sudava la mente si impuntò sul fatto che andare in palestra senza il tizio che solleva i pesi lì davanti non era la stessa cosa. Non appena il tizio entrò ecco che uno gli disse ciao Max e da tizio diventò Max. Non era la stessa cosa sudare davanti a Max che davanti “al tizio”. Improvvisamente decise che dopotutto non gliene fregava niente.

Il giorno 6 si era scordato che il telefono non aveva dato segnali. In realtà ora non aveva più nessuna speranza e manco ci restava male di non avere più nessuna speranza. Così il telefono squillò e lui pensò di non rispondere. Poi però squillò una seconda e una terza volta(quella suoneria maledetta ora ne era certo l’avrebbe cambiata), e insomma alla quarta volta disse ohi ciao, con il punto esclamativo, ma uno abbastanza piccolo. Quello di là disse la cosa più odiosa da dire e cioè non ti sei fatto più sentire, e quindi non occorre che io vi dica che esito ebbe la conversazione. Però voi dal titolo sapete che i giorni sono 8. Visto che il clou sarebbe stata questa telefonata, e che la telefonata di fatto è stata una schifezza, senza esitazione passerei a dirvi cosa accadde il giorno 7.

Il giorno 7 cancellò tutti i numeri di telefono odiosi dalla rubrica. Non sembrava, ma ce ne stavano parecchi di numeri odiosi. Certi, in effetti, più che odiosi ormai inutili. C’era il numero dell’antennista che venne a mettere la parabolica quando abitava nell’altro quartino. C’era il numero della cugina di Mimmo che una volta Mimmo disse chiama sul cellulare di mia cugina intanto che il mio l’ho perso, c’era il numero dei taxi di Milano quella volta che era andato a Milano e aveva memorizzato il numero di taxi, e perciò cancellò tutti i numeri odiosi.

Il giorno 8 il telefono squillò di un numero SCONOSCIUTO. Quand’è così, uno risponde e basta, anche se è il giorno 8 e anche se può essere che sia un numero odioso ormai cancellato. Disse pronto e quell’altro disse “ti volevo chiedere scusa”. Io nella mia mente lo so cosa rispose, però d’altra parte il racconto è finito, perché il titolo parla chiarissimo, e quindi pure senza leggere il tabulato secondo me possiamo mettere il punto qui: .


contiene milioni, miliardi, triliardi di fiori bellissimi

19 Gennaio 2012

La panchina era piena di sole e il legno scottava. Il vecchio chiuse gli occhi e riposò. Gli alberi nel calore del mezzogiorno fluttuarono come steli di erbetta fresca ai bordi di un ruscello, gli insetti intonarono la loro serenata ai piccoli fiori socchiusi, ai piccoli fiori timidi e ai piccoli fiori pieni del profumo dei sogni che non si sono ancora avverati. Il vecchio riposò mentre il cielo sopra di lui diventava un mare calmo e profondo mille kilometri e forse diecimila. Sentì il calore tra le rughe del volto, il sudore sul collo, il richiamo dei grilli, il fruscio dei cespugli. Sorrise e dormì sulle assi calde e segnate dai nomi di cento e più innamorati. Fluttuò tra gli alberi e insieme a loro, e andò via.

Vide i campi squadrati con le righe che affondavano nel terreno, i segni delle strade ferire l’armonia dei solchi, vide i binari sottili come graffi di carta e piccoli pozzi solitari e dimenticati, vide rocce pallide e alberi morti, macchie buie e fiumi fangosi, vide case, altre case, tetti, altri tetti, e vide prati con piccole margherite, sfrontati papaveri, cardi ai bordi dei marciapiedi e delicate malve. Ricordò le scarpe dei giorni di festa, la moneta nascosta sotto il sasso, il suono delle campane e l’odore della nonna. Si avvicinò alle margherite e ne raccolse una, strappandone un petalo meccanicamente.

Il sole era più vicino, più in alto, era solo per lui. Splendeva sulla piccola margherita rendendola brillante come oro fuso. Strappò il secondo petalo e si alzò il vento. Gli alberi, feriti, ulularono su di lui, facendolo rabbrividire. Una goccia di sudore gli cadde dalla fronte. Il vecchio aprì gli occhi da dentro le palpebre. Macchie rosse pulsavano su uno sfondo nero, diventarono color fuoco, poi arancioni. Piccoli raggi scuri lottavano per farsi strada al centro e una fiamma incandescente mandava le sue vampate verso l’esterno. Sparirono le margherite, le case, i tetti e i piccoli pozzi solitari. Aprì gli occhi.

Due innamorati erano sdraiati sull’erba e prendevano il sole tenendosi per mano, senza stringersi le mani. Le mosche ronzavano accanto ai loro indumenti. Una mamma sfogliava una rivista mentre la bimba faceva un piccolo mazzetto di fiorellini gialli. Due ragazzi si bagnavano i polsi alla fontanella e dietro gli alberi, in lontananza, una donna stendeva le lenzuola al balcone. Il vecchio sì alzò lentamente, e lentamente si incamminò verso casa. Nessuno badò a lui, nessuno gli rivolse la parola, nessuno si sarebbe ricordato di lui. Entrò in casa, e si chiuse la porta alle spalle.


contiene un accenno a un cenno

17 Gennaio 2012

E dunque si voltò più con gli occhi che con la testa, sorrise dall’interno delle guance e poi aprì il portoncino di casa, lasciando che svanisse anche questa possibilità. Faceva freddo fuori, faceva freddo in casa. Dalla finestra si vedevano passare le auto in processione, e il semaforo che ripeteva la stessa litania. Sul divano c’erano i tre cuscini colorati, un semaforo pure quello, che indicava sempre il rosso.

Quell’altro aggiustò lo specchietto retrovisore, mise in moto e poi partì più lento che riusciva. Fermo all’incrocio, dallo specchietto vide accendersi una luce giallina dietro una tenda, dietro una finestra. Una sagoma apparve, scomparì. Al verde svoltò a sinistra, la sera era fredda, l’auto pure fredda. Fece il viale più veloce che riusciva, prese la curva con rabbia, si fermò per lasciar passare una vecchia col cane.

La vecchia aveva chiamato il cane Charlie. Charlie preferiva il muretto della villa coi glicini, la vecchia doveva invece attraversare. La conosceva il meccanico e quindi la salutò, la conosceva il materassaio e quindi la salutò, la conosceva il falegname e quindi la salutò. Charlie scodinzolava piano. La vecchia strinse il pugno dentro il guanto, prese il guinzaglio con l’altra mano, sorrise a Charlie e sorrise al falegname.

In bottega entrò la signora che aveva chiesto quelle due cornici. Aveva una strana fantasia a fiori sui vestiti, come forse negli anni ‘40. I suoi gioielli erano squadrati e d’oro giallo, come forse negli anni ‘80. Il sorriso era triste, con la bocca all’ingiù. Guardò le cornici, le erano piaciute. Erano belle, le erano piaciute. Le avrebbe messe in sala, e avrebbe comprato un vaso nuovo. Uscì dalla bottega col suo sorriso all’ingiù, l’anello al medio brillò per un momento come fosse in pieno sole. Tornò a casa contenta.


Contiene la tendina a fiori, ma non pacchiana, e Mimmo

14 Dicembre 2011

Mimmo gli cadono le cose da mano ogni mattina appena si sveglia. Lui lo sa, però lo stesso piglia i calzini da terra, gli cadono, se li mette e poi si alza. Se ne va di là ad accendere i fornelli con la macchinetta già fatta la sera prima, apre la finestra e si accende la sigaretta che l’aria gelata gli entra tra i peli del petto. Il bicchierino gli cade da mano e lui lo piglia, vede se si è scardato, lo rimette a posto e si beve una macchinetta intera, senza zucchero. Poi se ne va a preparare, e non si sono ancora fatte le 6.

Attraversa il vialone che il cielo è ancora più nero che celeste, e fa un cenno allo spazzino che soffia le foglie con il tubo pieno d’aria. La signora con le stampelle sta dietro alla tendina a fiori, che guarda per strada se qualcuno passa, e Mimmo è sempre lui che passa alle 6. La signora lo guarda con la stessa faccia del giorno prima, e con la stessa faccia del giorno dopo. Il primo pullman si ferma al primo semaforo senza nessuno dentro. L’autista c’ha gli occhi concentrati e il pizzetto che gli sta a crescere un’altra volta.

Mimmo gli piace sempre assai quando passa vicino alle villette. La gente lì dentro dorme fino a tardi, e rimangono solo i cani a girare in cerchio in mezzo ai cortili di marmi e di piante rachitiche. Uno c’ha il muso tra le sbarre del cancello e aspetta tutto il giorno. Lo guarda aprendo le narici e scodinzolando lento lento, senza speranza.

Ormai Mimmo ha preso calore, e comincia a correre. Lo deve fare, o sennò gli scoppia il cuore in mille pezzi. Le scarpe sono quelle buone, la tuta è quella buona, i guanti sono quelli buoni. Sono le cosce, che non sono più quelle buone. Corre lo stesso e non guarda in faccia a nessuno. Se gli escono le lacrime agli occhi dà la colpa al freddo. L’aria si congela davanti al naso e lui corre davanti a quell’altra aria. Il cielo è più celeste che nero quando ha finito il giro intero.

Respira forte Mimmo, e cammina piano, che la giornata è lunga assai. Tutto quello che deve fare è campare fino a domani, e se Dio vuole correre un altro giro, per la stessa strada, davanti alle stesse facce, con le stesse cosce, gli stessi pensieri, ma senza stampelle. Raccoglie i guanti che gli sono caduti a terra e se ne torna a casa: per lui è già sera.


contiene un barista, ma non è lui il protagonista

30 Novembre 2011

Sinceramente non lo so se passarono 90 anni o 120, perché questo nessuno me l’ha detto. So solo che quando il vecchio si alzò dal letto, disse che si sentiva benissimo e che voleva tornare a casa. La dottoressa non credeva a una sola parola dell’infermiera e disse che questi scherzi alle 3 di notte l’avrebbe fatta licenziare, ma l’infermiera disse che sarebbe stata licenziata lei se non l’avesse creduta e così la dottoressa aprì la porta della stanza 26 e il vecchio era lì affacciato alla finestra che guardava il parcheggio dell’ospedale con le macchine una accanto all’altra, le bianche spiccavano in mezzo al buio, insieme ai moschini sul lampione.

La dottoressa voleva fare i suoi controlli, ma il vecchio disse che avrebbe volentieri fatto due passi nel cortile, anche subito, perché non vedeva la luce della notte da 80 anni, o forse 115. Ma questo non l’ho capito bene. Scese le scale con il piede destro davanti e arrivò nel cortile, con l’ambulanza parcheggiata, il segnale che diceva “terapia intensiva” e un’aiuola con i ciuffi gialli che spuntavano dalla terra bagnata, che era venuto a piovere tutto il giorno.

Il vecchio andò dal lato opposto al segnale, e si fece tutto il vialone. Passò una sola macchina e per un secondo i fari gli fecero infiammare le pupille. Alla fine del vialone c’era l’indicazione per l’uscita, e il vecchio aveva le cosce che scattavano come a 15 anni, quando avevano fatto a gara a chi arrivava prima sotto casa di Marina. Per strada c’erano un sacco di luci bianche e colorate. Nel chioschetto c’era appesa una ragazza che diceva che il 15 dicembre bevevano tutti gratis. Il vecchio aveva gli occhi lucidi come quella volta che gli sbagliarono cocktail, e Marina si era messa a ridere sputando il suo sul tavolino.

La chiesetta suonò 4 volte la campana. Il vecchio riconobbe la strada e iniziò a correre piano piano, col cuore che sbatteva mille volte. Più correva e più si sentiva bene. Stringeva i pugni così forte che le unghie scavavano i segni nei palmi. Attraversò la piazza senza macchine che gli sembrava di volare, e gli scesero le lacrime agli occhi per la contentezza. C’erano gli stessi palazzi e le stesse piante, gli stessi portoni, e forse la stessa gente dietro alle finestre. Quando arrivò sotto casa, rideva e piangeva: sul citofono c’era scritto il nome suo e quello di Marina.

Bussò piano piano, poi più forte, e fece due passi indietro alzando la testa al secondo piano. Marina chiese chi è dal citofono, e lui urlò il nome, allora Marina si affacciò al balcone e lo vide che era lui e rimase con gli occhi di fuori e le mani sulla faccia. Lo chiamò col punto interrogativo e lui rideva e piangeva mille volte. Salì le scale a quattro a quattro e la trovò sulla soglia con le braccia davanti al corpo, che lo volevano abbracciare. “Marina! Sono tornato! Sono tornato a casa! Sono tornato a casa! Sono tornato a casa!”

Non so cosa rispose Marina, perché non me l’hanno mai detto, e perché non me lo so neanche immaginare.


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