il post infame

Sei un deficiente. Hai investito il cane in autostrada e non ti sei accorto neanche del rumore delle vertebre rotte? Dove stavi andando?  Alla solita discoteca tutta luccicosa per restare ore e ore con la Ceres in mano mentre la camicia bianca abbaglia qualche provincialotta giunta all’ora dei saldi? Ah mi immagino la scena. Lei arriva al banco in cerca di un Mojito come diavolo si scrive,  poi tu le dici qualcosa di vagamente seducente e la tizia ti presenta l’amica puttanella. Ce l’hanno tutte l’amica puttanella. Anche le amiche puttanelle ne hanno una, pensa un po’.

Ma dico io neanche te ne accorgi che hai scamazzato un cane in autostrada? Dove cazzo guardi mentre guidi? Forse hai pensato che è stato cretino lui ad attraversare, forse stavi con gli occhi socchiusi per goderti l’ultimo tiro della tua Camel Light? E cambiati quelle scarpe che ce l’hai da due anni. No, non ti portano fortuna. La prima volta che le hai messe poi Monia ti ha fatto un pompino ma dopo le hai indossate altre, quante?, 70 volte? In cosa dovrebbero essere fortunate?

Frena, dico io, frena. E’ lì, lo vedi, c’è bisogno di andare a 150, devi andare al solito posto. Non ti stufi di andare lì? Ci sono i tuoi amici bla bla ah sì capirai begli amici, capirai. Un sms , la telefonata, lo spritz, sì sì come no ci vediamo, mi faresti un favore, non posso la bimba ha la febbre, begli amici. Begli amici veramente. E non dire che sei stanco per il lavoro. Passi la mattina a craccare i facebook dei colleghi per vedere se hanno messo la foto della moglie con le tette di fuori. Bello. Che stanchezza. Ma dico io ti pare, ora sì ammetto che se tu sei così idiota forse non ci arrivi, ma ti pare che uno ha la moglie troia e se ne vanta in facebook?

Non ci posso credere l’hai ammazzato il cane e non te ne sei neanche accorto. Poi magari ti prendi un cucciolo e lo chiami Briciola. Che nome da froci porca miseria. Ah sì è uno sharpey come diamine si scrive. Coglione andavano di moda 10 anni fa. Possibile che non ci arrivi? E no, i polsini a metà avanbraccio non sono sexy perché sai che c’è di nuovo, sei identico a quello e quell’altro e quell’altro ancora. Mettiti il maglioncino blu sulle spalle, mi raccomando. Ah non ti scordare di farti una sega su Belèn. Ammazzi un cane e non te ne accorgi. Come puoi?

Porca miseria perché perdo tempo a parlare di te? Chi diamine sei per entrare qui dentro?

il post della porta chiusa

Nel mio sogno ero ospite in questa casa bellissima e pulita e non ero l’unico ospite. Ero ospite ma ero lasciato lì. La gente parlava e rideva di cose cretine e io ero seduto dove mi avevano fatto sedere e non ridevo e non parlavo e nessuno mi guardava.

Poi gli ospiti se ne andarono nell’altra stanza e se ne andarono tutti con loro e nessuno badò a me, non mi dissero vieni anche tu, non mi dissero niente, io restai lì nella cucina pulitissima, il legno lucido, il sole dalle finestre, il lavello d’acciaio e il pavimento splendido. Aprii la porta dove erano andati tutti, ma non feci rumore. Così c’era un corridoio di quelli bianchi, lindi, dritti, dove non ti puoi perdere perché puoi solo andare verso l’altra porta, ma quella porta era chiusa a chiave. E la porta dietro di me non c’era mai stata.

Così restai intrappolato nel corridoio e desiderai di svegliarmi. Ma nel mio sogno io soffrivo come quando guardi con quegli occhi qualcuno che non ti guarda per niente, e quel qualcuno sorride e parla e ti ignora. Non è un paragone, è proprio quel tipo di sofferenza lì. Nel mio sogno io vedevo i volti dei volti che non voglio più rivedere e avevano tutti la stessa faccia. Io ero lì, costretto a sognare i miei sogni svaniti.

Ma senza chiavi la porta non si aprì e non mi curai neanche di bussare, perché avevo paura che non mi aprissero o forse perché non ero sicuro di volere che mi aprissero. Volevo chiudere gli occhi e concentrarmi, per svegliarmi. Così scelsi di restare lì ad aspettare che il sogno finisse, come del resto sempre faccio, anche da sveglio. Per cui quando mi sono svegliato è svanito tutto, eccetto la solitudine.

il post della barchetta parcheggiata lì

A dire il vero faceva freddo. Certo che il maglioncino ci voleva, aveva ragione mamma. La sabbia poi, sì, romantico, però se poi uno calpestava un verme? Col buio, mica te ne saresti accorto? E un vetro? E un bicchiere di carta? O le alghe? che schifo le alghe, sotto ai piedi. Ma lui aveva detto a piedi nudi, dai corriamo fino alla barchetta, ti va, io avevo detto sì certo che mi va e poi il lido di sera era così romantico. L’ho già detto, romantico. Ma è per fissare il concetto.  Poi era anche giugno, meglio ancora.

Certo che il maglioncino potevo prendere anche quello rosa, tanto, che fa. Lui non sentiva freddo. Dice che non sente mai freddo. Come fa. Il tempo di correre alla barchetta che già era lì. Io ero ancora alla fila 14. Che fila patetica. Quella, la mattina, c’era il tipo con gli slip neri. Ne-ri! Penso che abbiano inventato la tv a colori proprio per impedire alla gente di mettere i costumini neri. La DDR, magari. Io non è che lo guardo, la mattina, ma lui sta lì impalato. Il tempo di finire il cruciverba ed è ancora lì. Odio il sole.

La sabbia poi, sì sì romantico ma le meduse morte? Non è che fosse un lido sporco ma la notte è notte. Lui si era seduto sullo scafo celeste, i polpacci che rimbalzavano tra la striscia bianca e quella celeste e i piedi uno di quà e uno di là. Poggiava coi gomiti e guardava le onde. Erano sempre le stesse però lui le guardava. Mi dice, ci sei?, sei lentissimo!, però per scherzare e io dico ecco ecco arrivo aspetta. Arrivo. Un faro di un’auto mi andò negli occhi. Penso che ci fosse una tipa che mangiava popcorn lì sul lungomare, che guardava me. O lui.

Col buio, mica me ne accorgevo poi tanto. Avevo i brividi alle cosce, quelli che fai brrr. Perché lo fai, lo fai, fai brr. Allora mi andai a sedere vicino a lui. Subito mi mise il braccio sulla spalla. Aveva l’odore più bello di quello del mare, e mi scuoteva come un pupazzetto. Allora? facciamo il bagno, che dici? Io morivo di freddo, dissi no no fa freddo, lui mi fa ma che dici l’acqua è calda sono le 11 vuoi che non sia calda? dai. E poi una pausa. Dai.

Restiamo ancora un po’ qui a guardare le onde, è bello, gli dico. Ma lui mi sorride e dice che il bagno lo va a fare. Fa un balzo, si toglie la maglia, si gira, mi dice ti aspetto eh, corre, si tuffa, nuota. Il mare calmo. Vieni, è caldissima.  Ho troppo freddo. Arrivo subito, dico. Se vado, ho freddo, se non vado, non sarò andato. Mi tolgo la maglia, scendo dalla barchetta e la barchetta fa clonk alzandosi un po’ da terra. Dico, allora vengo? Ma lui non mi aspetta. Torna su. Fa niente, dai, lo faremo un’altra volta. Hai freddo? Sì ho freddo. Allora ti riporto a casa.

Ok.

il post che in realtà non dovrei neanche scrivere

Non dovrei scrivere quando sono dell’umore così, perché poi magari arriva quell’uno che dopo 2 giorni commenta cercando di farmi cambiare umore e allora intanto avevo già cambiato umore e a leggere il commento ritorno dell’umore che mi vuole far cambiare.

Comunque in realtà poi ho scritto un coso lungo quanto i libri sacri dell’induismo ma poi ho commesso il fatal error di rileggerli perché nello scrivere intanto avevo sputato il veleno e dopo mi sentivo meglio e così rileggendoli mi sono dato del cretino da solo e essendo debole come il polso di Oetzi allora non ho pubblicato quel potenziale nuovo Seneca che è in me, ho cancellato tutto però intanto avevo già intenzione di scrivere un post e oramai lo dovevo fare e così ho cancellato tutto tranne il primo paragrafo e poi ho combattuto con la mia mente pop e credetemi, sono stato sconfitto.

il post che il tempo all’improvviso venne a piovere

Pensavo che ingrasso in fretta. Sarà per i dolci. A invecchiare, ci metto più tempo. Invecchio solo di un anno ogni anno.

C’era il sole e poi è venuto a piovere, così. Come in quelle isole dei telefilm, che quando piove qualcuno piange o svela i suoi segreti o litiga o viene ferito o viene lasciato o tradisce o muore. Io ho visto cadere la pioggia per un po’, poi sono tornato alla mia sedia.

E’ lì dove io passo il tempo, senza piangere o svelare segreti, o litigare o tradire o soffrire o fuggire o urlare. Io aspetto che finisce di piovere per pulirmi le scarpe sporche di fango, che per morire va bene anche il sole, è uguale.

I dolci non hanno colpa però. Non c’entrano niente, è che un momento fa c’era il sole e adesso piove, e io questa cosa non la posso sopportare.

il post che per trovare un titolo ho dovuto a lungo penare

C’era una volta una graziosa mosca con le ali luccicanti.

La mosca trovò una briciola di biscotto e volò per gustarla con le sue zampine pelose. Sul tavolo c’era una bimba che disegnava una casetta col tetto di tegole verdi e l’alberello dai frutti rossi e gonfi. La mosca guardò di là, guardò di qua e poi si sedette a tavola.

Quando il sole fece un passetto piccolo verso il mezzogiorno venne a salutare la bimba dai fulvi capelli e le mandò un raggio caldo caldo sulla scatola dei pastelli. La bimba scelse un rosa carico e cominciò a colorare le pareti della sua casetta. Diede un altro morso al suo biscotto al burro e poi si alzò dalla sedia per tornare un momento in camera sua, che la mamma la chiamava.

La mosca guardò di là, guardò di qua e poi volò nel raggio di sole fino al vetro della finestra. E rimase lì a scaldarsi il ventre. La bimba tornò e strappò un altro foglio. Cominciò a disegnare un monte aguzzo e il sole che compariva nella valle a V. Il cielo era alto e blu, sgombro di nubi. Prese un altro biscotto dal vassoio. La mosca volò sul davanzale, dove non c’era niente.

Guardò di là, guardò di qua e poi cominciò a pulirsi le ali luccicanti. La bimba fece vedere il suo bel disegno alla mamma e la mamma disse che era molto grazioso. Lasciò i pastelli sul tavolo e tornò in camera, lasciando due briciole di biscotto accanto ai colori. La mamma preparò il caffé. Poi suonarono alla porta.

il post di cosa faccio in doccia (American Beauty non c’entra)

Dunque io ho la doccia che è bianca con le piastrelle color piastrelle da bagno. La tendina è celeste ed è sempre quella dal 1999 perciò fra poco avrà le prime mestruazioni e le dovrò tagliare i capelli scalati, che così non va più bene. Il tappetino della doccia non ce l’ho perché quel rumore che fa la plastica quando ci va l’acqua sotto:

“cioff scioff”

quello, non mi piaceva, inoltre poi per pulirlo ci volevano ore e ore e ore e io l’ho tolto. Inoltre, non scivolo.

Quando io apro la maniglia della doccia non sono un vero macho che si butta sotto il getto noncurante del gelido assalto dell’acqua, tanto mica sono in palestra che non devo fare figuracce, no sono da solo a casa per cui anche se mi tiro i piedi oppure entro piano piano un gomito alla volta chi vuoi che poi lo va a raccontare alla moglie? Nessuno. Per cui, ecco, forse non dovrei dirlo, facciamo così, facciamo che entro in doccia gelida in un solo scatto, ok? Facciamo finta che è così.

Poi a questo punto ormai sono dentro per cui prendo la spugnetta e prendo il doccia schiuma e comincio a sfregare come se fossi la lampada di Aladino. Non ho mai capito questo accanimento contro la cute.

Pausa.

Vabbè dicevo che comincio a lavarmi per benino. Adesso il punto è questo: ma chi ha messo in giro la voce scema che sotto la doccia uno canta le canzoni? Chi? Chi? A me viene in mente piuttosto “uff ho finito le clementine” “domani non ho mica voglia di andare in posta” “da dove è uscito quel neo?” “brr caldaia maledetta”, mica mi vengono in mente le classifiche iTunes?

Adesso lo so già che al 100% esce uno che commenta “ti sbagli io sotto la doccia canto gne gne”: bravo! applauso! bravo! però pazienza amen, e poi se canto mi va l’acqua nelle narici.

Poi la parte bella è quando l’acqua calda è sul collo, così io mi sento rilassato. A quel punto la tendina si azzecca al culo. Non so perché. Intendiamoci, sotto la doccia è FATALE FARSI VENIRE IN MENTE PSYCHO. L’ho scritto maiuscolo perché è un dogma e nessuno può dire che non è vero. Però se venisse l’assassino morirebbe soffocato dai vapori che io tengo l’acqua a palla e bollente come il Flegetonte. Perciò sono al sicuro.

In doccia poi è brutto quando devi deciderti, vorrai mica far diventare Parma come il Darfur?, quando devi uscire. Io tengo l’accappatoio vicino vicino, perché sennò mi viene lo spiffero di freddo e poi ho il torcicollo fino a febbraio. Allora poi mi asciugo e mentre mi asciugo so con certezza al 100% che se deve passare il corriere passa in quei momenti lì. Non quando sono in doccia, che non sentirei la bussata, ma quando lo posso sentire, che è più da sfigati.

Poi la gente sui cataloghi del postalmarket in accappatoio è sempre così sexy. Io invece ho una panza. Per fortuna c’è il vapore sullo specchio, così faccio finta di niente.

il post liberatorio

Così continuai a camminare fino a quando non vidi la merceria. Ogni tanto mamma mi ci mandava a comprare il cotone. La strada aveva una specie di dosso e io ero molto piccolo. Non sapevo bene se fosse la direzione giusta. Avevo la mia tuta nera con la riga bianca. Mi ero perso. Odiavo andare al tennis. Non ero capace, il maestro rideva e i bimbi erano veloci. In più, loro le racchette le portavano da casa mentre io dovevo prendere una in quei mucchi enormi. I grandi correvano più veloci di me e puzzava di gomma e di terra battuta. Papà non poteva neanche venire a guardarmi e c’era una luce arancione nell’aria. Non colpivo mai il muro. Le baracche sul campo erano fatte di lastre d’alluminio, mi pareva, e i vecchi sedevano su sedie di paglia. Mi ero perso e quando superai il dosso già piangevo. Così continuai a camminare fino a quando non vidi la merceria. Poi svoltai a sinistra e ritornai a casa.

Qualche volta, la domenica, entravamo in quella strana via. Finiva, ma non finiva. C’era un’officina di camion sotto al ponte della sopraelevata. O era solo un ponte. Papà penso che ci teneva per mano. Quell’officina era rossa e marrone ed era alla fine della strada e al buio, e sopra passavano le macchine. Poi salivamo delle scale strette e di lato si sentivano le auto correre, però c’era silenzio in quella casa di quelle scale di quella via. Allora facevamo silenzio perché era come essere furtivi. Papà apriva il cancelletto verde di ferro e salivamo altri gradini. Poi la magia, eravamo sul ponte. Ci faceva guardare la via che avevamo fatto dall’alto, e si vedevano le palme del giardino della villa, e i camion erano piccoli. E la strada era in discesa finché non arrivavamo alla statua coi manifesti elettorali sul basamento. Dovevamo camminare assai, ma solo perché i nostri passi erano piccoli.

Poi c’era quel tipo con il cane. Avevamo molta paura di quel cane. Quando la strada stava per finire i palazzi diventavano sempre più scuri e sempre più rotti. Lì ci viveva un uomo e forse una donna. Viveva in un posto in cui prima c’era gente. Adesso c’era un vecchio seduto sempre allo stesso posto e dentro una casa di tufo c’era un letto e qualche pentola. Noi camminavamo più lenti che le più lente lumache. Il cane era sotto quel portico che pareva la stalla. Dovevamo passare davanti a lui se volevamo uscire dall’altro lato. E dovevamo anche aprire la porta. Però era buio anche se era giorno e avevamo paura. Solo che volevamo anche uscire dall’altro lato, perché così era meglio. Qualche volta il cane abbaiava, così urlavamo e correvamo anche se non dovevamo correre. Alcuni correvano di più. Poi chiudevamo la porta e riprendevamo fiato. E anche quella era domenica.

Una sera poi mi misi a guardare il palazzo. C’era un giardino, di quelli di periferia, con le aiuole e lo scivolo giallo, i giochi per i bambini. Il treno fermava lì, sotto il tunnel. Tu uscivi dal tunnel e ti ritrovavi in periferia. C’era sempre qualcuno che fumava con la scarpa appoggiata al muro e la bottiglia in mano. La sera lì era marrone, perché l’aria si mischiava coi lampioni e con la paura e la luce veniva fuori la luce cupa e di paura. Mi ero perso. Pensai che forse l’uscita era dall’altro lato del tunnel, ma non volevo ripercorrerlo. Avevo freddo e i passi lì sotto suonavano cupi, in più era sera e avevo quella cosa in gola di quando non vedi l’ora di rivedere la persona che vuoi rivedere e non sai se è così anche per lui. Così non tornai sui miei passi e guardai le luci delle stanze di un palazzo di gente che viveva lì. Svoltai dove sentivo le macchine. Poi si scaricò anche il cellulare e mi ritrovai che non sapevo più dove andare. Neanche era la mia città. Però non potevo piangere questa volta, e così provai solo a ragionare. “Se lo conosco bene allora penserà così, farà così, lo troverò lì”. E così fu. E quella notte fu la notte in cui pensai che si potevano accendere mille luci gialle. Lo pensai veramente tanto.

Una sera mi misi a letto, a leggere. Mancò la luce e non avevo finito ancora il primo capitolo, così il libro lo buttai e non mi ricordo neanche più il titolo.

C’era la neve e io avevo anche gli scarponi. Così girai per le strade e non capivo perché la gente si rintanasse in casa. E siccome non avevo nessuno a cui tirare le palle di neve allora passavo coi guanti la neve sulle automobili, poi facevo finta di buttarla così sul prato ma dentro di me mi immaginavo la scena che ero contento e che giocavo. Tanto nessuno mi vedeva e se mi vedeva da dietro a qualche tendina allora forse manteneva il segreto lo stesso, tutti ce l’hanno i segreti e quando uno si affaccia che c’è la neve ma non scende allora è lì che guarda e vorrebbe fare quello che fai tu e se vede che non lo fai dentro di sè lo capisce e poi sposta la tenda e ritorna a fare quello che sta facendo in casa sua, e di questo segreto rimangono solo le impronte dei tuoi scarponi sulla neve.

il post della favoletta per bambini

La bimba dell’albero mangiava pesche molto dolci. Quando c’era il sole raccoglieva le margherite e si sedeva sul prato a guardare le gazze saltellare nella siepe. Quando pioveva raccontava storie alle coccinelle e si teneva le ginocchia tra le mani. La notte sognava di nuotare verso la fine dell’arcobaleno in compagnia di nuvole gonfie e candide e gabbiani sorridenti.

Quando l’incendio divampò la bimba dell’albero stava facendo il solletico a una coppia di lombrichi sazi di terreno. Fu bello vedere il cielo colorarsi di grigio e di rosso, però il calore diventò forte e il fumo si avvicinò. La bimba salì sull’albero e guardò in cielo. Non c’erano nuvole, così si addormentò, sperando almeno di sognarne qualcuna.

La bimba dell’albero era una bella bimba, ma quella sera non venne a piovere.

il post della visita all’acciaieria

C’erano moltissimi fiori e l’odore della stanza era veramente dolciastro. Mi pareva incredibile che potesse aver comprato altre due dozzine di rose rosse, però lei continuava a recidere gambi e a disporre i fiori nei mattoncini di spugna. Non c’era mai un limite alla quantità di fiori che poteva avere in casa.

Per pranzo ancora il tacchino. Ieri le alici, prima ancora la ricotta. Domani forse il merluzzo, non so.

C’era sempre silenzio alle tre del pomeriggio, ma una sola persona dormiva. Gli altri aspettavano, così, come posso dire, aspettavano e basta. E’ da allora che amo il suono della macchinetta del caffé. Sentire la tv a una sola tacca di volume, questo voglio spiegarvi io.

Sui pavimenti ci potevi mangiare, eppure chissà perché non erano mai troppo puliti. Non sopporto la gente che è maniaca del pulito. Non serve a niente. Cristo Santo, e l’odore del brandy nel mobile del liquore. A che serve avere il liquore in una casa di astemi? Prima, assicuratevi di avere degli amici a cui offrirlo.

Ma come parlo, ma come penso. E l’acciaieria non c’entra niente, però come titolo mi piaceva.

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