contiene milioni, miliardi, triliardi di fiori bellissimi

19 Gennaio 2012

La panchina era piena di sole e il legno scottava. Il vecchio chiuse gli occhi e riposò. Gli alberi nel calore del mezzogiorno fluttuarono come steli di erbetta fresca ai bordi di un ruscello, gli insetti intonarono la loro serenata ai piccoli fiori socchiusi, ai piccoli fiori timidi e ai piccoli fiori pieni del profumo dei sogni che non si sono ancora avverati. Il vecchio riposò mentre il cielo sopra di lui diventava un mare calmo e profondo mille kilometri e forse diecimila. Sentì il calore tra le rughe del volto, il sudore sul collo, il richiamo dei grilli, il fruscio dei cespugli. Sorrise e dormì sulle assi calde e segnate dai nomi di cento e più innamorati. Fluttuò tra gli alberi e insieme a loro, e andò via.

Vide i campi squadrati con le righe che affondavano nel terreno, i segni delle strade ferire l’armonia dei solchi, vide i binari sottili come graffi di carta e piccoli pozzi solitari e dimenticati, vide rocce pallide e alberi morti, macchie buie e fiumi fangosi, vide case, altre case, tetti, altri tetti, e vide prati con piccole margherite, sfrontati papaveri, cardi ai bordi dei marciapiedi e delicate malve. Ricordò le scarpe dei giorni di festa, la moneta nascosta sotto il sasso, il suono delle campane e l’odore della nonna. Si avvicinò alle margherite e ne raccolse una, strappandone un petalo meccanicamente.

Il sole era più vicino, più in alto, era solo per lui. Splendeva sulla piccola margherita rendendola brillante come oro fuso. Strappò il secondo petalo e si alzò il vento. Gli alberi, feriti, ulularono su di lui, facendolo rabbrividire. Una goccia di sudore gli cadde dalla fronte. Il vecchio aprì gli occhi da dentro le palpebre. Macchie rosse pulsavano su uno sfondo nero, diventarono color fuoco, poi arancioni. Piccoli raggi scuri lottavano per farsi strada al centro e una fiamma incandescente mandava le sue vampate verso l’esterno. Sparirono le margherite, le case, i tetti e i piccoli pozzi solitari. Aprì gli occhi.

Due innamorati erano sdraiati sull’erba e prendevano il sole tenendosi per mano, senza stringersi le mani. Le mosche ronzavano accanto ai loro indumenti. Una mamma sfogliava una rivista mentre la bimba faceva un piccolo mazzetto di fiorellini gialli. Due ragazzi si bagnavano i polsi alla fontanella e dietro gli alberi, in lontananza, una donna stendeva le lenzuola al balcone. Il vecchio sì alzò lentamente, e lentamente si incamminò verso casa. Nessuno badò a lui, nessuno gli rivolse la parola, nessuno si sarebbe ricordato di lui. Entrò in casa, e si chiuse la porta alle spalle.


contiene un accenno a un cenno

17 Gennaio 2012

E dunque si voltò più con gli occhi che con la testa, sorrise dall’interno delle guance e poi aprì il portoncino di casa, lasciando che svanisse anche questa possibilità. Faceva freddo fuori, faceva freddo in casa. Dalla finestra si vedevano passare le auto in processione, e il semaforo che ripeteva la stessa litania. Sul divano c’erano i tre cuscini colorati, un semaforo pure quello, che indicava sempre il rosso.

Quell’altro aggiustò lo specchietto retrovisore, mise in moto e poi partì più lento che riusciva. Fermo all’incrocio, dallo specchietto vide accendersi una luce giallina dietro una tenda, dietro una finestra. Una sagoma apparve, scomparì. Al verde svoltò a sinistra, la sera era fredda, l’auto pure fredda. Fece il viale più veloce che riusciva, prese la curva con rabbia, si fermò per lasciar passare una vecchia col cane.

La vecchia aveva chiamato il cane Charlie. Charlie preferiva il muretto della villa coi glicini, la vecchia doveva invece attraversare. La conosceva il meccanico e quindi la salutò, la conosceva il materassaio e quindi la salutò, la conosceva il falegname e quindi la salutò. Charlie scodinzolava piano. La vecchia strinse il pugno dentro il guanto, prese il guinzaglio con l’altra mano, sorrise a Charlie e sorrise al falegname.

In bottega entrò la signora che aveva chiesto quelle due cornici. Aveva una strana fantasia a fiori sui vestiti, come forse negli anni ‘40. I suoi gioielli erano squadrati e d’oro giallo, come forse negli anni ‘80. Il sorriso era triste, con la bocca all’ingiù. Guardò le cornici, le erano piaciute. Erano belle, le erano piaciute. Le avrebbe messe in sala, e avrebbe comprato un vaso nuovo. Uscì dalla bottega col suo sorriso all’ingiù, l’anello al medio brillò per un momento come fosse in pieno sole. Tornò a casa contenta.


Contiene la tendina a fiori, ma non pacchiana, e Mimmo

14 Dicembre 2011

Mimmo gli cadono le cose da mano ogni mattina appena si sveglia. Lui lo sa, però lo stesso piglia i calzini da terra, gli cadono, se li mette e poi si alza. Se ne va di là ad accendere i fornelli con la macchinetta già fatta la sera prima, apre la finestra e si accende la sigaretta che l’aria gelata gli entra tra i peli del petto. Il bicchierino gli cade da mano e lui lo piglia, vede se si è scardato, lo rimette a posto e si beve una macchinetta intera, senza zucchero. Poi se ne va a preparare, e non si sono ancora fatte le 6.

Attraversa il vialone che il cielo è ancora più nero che celeste, e fa un cenno allo spazzino che soffia le foglie con il tubo pieno d’aria. La signora con le stampelle sta dietro alla tendina a fiori, che guarda per strada se qualcuno passa, e Mimmo è sempre lui che passa alle 6. La signora lo guarda con la stessa faccia del giorno prima, e con la stessa faccia del giorno dopo. Il primo pullman si ferma al primo semaforo senza nessuno dentro. L’autista c’ha gli occhi concentrati e il pizzetto che gli sta a crescere un’altra volta.

Mimmo gli piace sempre assai quando passa vicino alle villette. La gente lì dentro dorme fino a tardi, e rimangono solo i cani a girare in cerchio in mezzo ai cortili di marmi e di piante rachitiche. Uno c’ha il muso tra le sbarre del cancello e aspetta tutto il giorno. Lo guarda aprendo le narici e scodinzolando lento lento, senza speranza.

Ormai Mimmo ha preso calore, e comincia a correre. Lo deve fare, o sennò gli scoppia il cuore in mille pezzi. Le scarpe sono quelle buone, la tuta è quella buona, i guanti sono quelli buoni. Sono le cosce, che non sono più quelle buone. Corre lo stesso e non guarda in faccia a nessuno. Se gli escono le lacrime agli occhi dà la colpa al freddo. L’aria si congela davanti al naso e lui corre davanti a quell’altra aria. Il cielo è più celeste che nero quando ha finito il giro intero.

Respira forte Mimmo, e cammina piano, che la giornata è lunga assai. Tutto quello che deve fare è campare fino a domani, e se Dio vuole correre un altro giro, per la stessa strada, davanti alle stesse facce, con le stesse cosce, gli stessi pensieri, ma senza stampelle. Raccoglie i guanti che gli sono caduti a terra e se ne torna a casa: per lui è già sera.


contiene un barista, ma non è lui il protagonista

30 Novembre 2011

Sinceramente non lo so se passarono 90 anni o 120, perché questo nessuno me l’ha detto. So solo che quando il vecchio si alzò dal letto, disse che si sentiva benissimo e che voleva tornare a casa. La dottoressa non credeva a una sola parola dell’infermiera e disse che questi scherzi alle 3 di notte l’avrebbe fatta licenziare, ma l’infermiera disse che sarebbe stata licenziata lei se non l’avesse creduta e così la dottoressa aprì la porta della stanza 26 e il vecchio era lì affacciato alla finestra che guardava il parcheggio dell’ospedale con le macchine una accanto all’altra, le bianche spiccavano in mezzo al buio, insieme ai moschini sul lampione.

La dottoressa voleva fare i suoi controlli, ma il vecchio disse che avrebbe volentieri fatto due passi nel cortile, anche subito, perché non vedeva la luce della notte da 80 anni, o forse 115. Ma questo non l’ho capito bene. Scese le scale con il piede destro davanti e arrivò nel cortile, con l’ambulanza parcheggiata, il segnale che diceva “terapia intensiva” e un’aiuola con i ciuffi gialli che spuntavano dalla terra bagnata, che era venuto a piovere tutto il giorno.

Il vecchio andò dal lato opposto al segnale, e si fece tutto il vialone. Passò una sola macchina e per un secondo i fari gli fecero infiammare le pupille. Alla fine del vialone c’era l’indicazione per l’uscita, e il vecchio aveva le cosce che scattavano come a 15 anni, quando avevano fatto a gara a chi arrivava prima sotto casa di Marina. Per strada c’erano un sacco di luci bianche e colorate. Nel chioschetto c’era appesa una ragazza che diceva che il 15 dicembre bevevano tutti gratis. Il vecchio aveva gli occhi lucidi come quella volta che gli sbagliarono cocktail, e Marina si era messa a ridere sputando il suo sul tavolino.

La chiesetta suonò 4 volte la campana. Il vecchio riconobbe la strada e iniziò a correre piano piano, col cuore che sbatteva mille volte. Più correva e più si sentiva bene. Stringeva i pugni così forte che le unghie scavavano i segni nei palmi. Attraversò la piazza senza macchine che gli sembrava di volare, e gli scesero le lacrime agli occhi per la contentezza. C’erano gli stessi palazzi e le stesse piante, gli stessi portoni, e forse la stessa gente dietro alle finestre. Quando arrivò sotto casa, rideva e piangeva: sul citofono c’era scritto il nome suo e quello di Marina.

Bussò piano piano, poi più forte, e fece due passi indietro alzando la testa al secondo piano. Marina chiese chi è dal citofono, e lui urlò il nome, allora Marina si affacciò al balcone e lo vide che era lui e rimase con gli occhi di fuori e le mani sulla faccia. Lo chiamò col punto interrogativo e lui rideva e piangeva mille volte. Salì le scale a quattro a quattro e la trovò sulla soglia con le braccia davanti al corpo, che lo volevano abbracciare. “Marina! Sono tornato! Sono tornato a casa! Sono tornato a casa! Sono tornato a casa!”

Non so cosa rispose Marina, perché non me l’hanno mai detto, e perché non me lo so neanche immaginare.


contiene odori ma niente basilico

20 Novembre 2011

Allora io mi andai a sedere e vicino a me c’era un vecchio che puzzava di armadio. La ragazza di fronte si era messa la frutta fresca sotto al naso e la sniffava con gli occhi al cielo, col libro si sventolava per passare l’aria impestata al tizio con il word acceso su una carta intestata. Lo scompartimento era pieno come Gallipoli a Ferragosto, e se pure pensavi di cambiare posto neanche in piedi te la potevi fare, perché i tedeschi avevano riempito di zaini il corridoio e uno si era pure tolti i sandali. Quando il capotreno fischiò, la ragazza fece un sospiro complice e io la volevo pure prendere in simpatia, ma stava leggendo Baricco, e così decisi di non darle confidenza.

Arrivati a Lambrate i tedeschi si guardarono in giro per capire in quale scorcio d’Italia si trovavano. Videro solo gente sudata e palazzi verdi. Nessuno si alzò dal suo posto e così rimasero a custodia dei propri zaini, con i peli biondi delle cosce che parevano piste d’atterraggio per zanzare. Il vecchio si raschiò la gola e la ragazza prese Baricco e se lo mise davanti agli occhi per attutire il colpo. Il tizio col word digitava coi due indici battendo la barra spaziatrice come una sentenza della corte di cassazione. Il vecchio si sistemò il pantalone e rimase con i palmi delle mani poggiati sulle due ginocchia, tipo la Sfinge. Io sedevo in italic con la testa nel corridoio, pregando che il tedescotto non sterzasse a destra bruscamente.

Rogoredo invece era tutta giallina e il sole martellava. C’era una, un paio di tedeschi più in là, che parlava al telefono con il fidanzato e diceva: “ma sì ma sì”. Poi si sistemava la ciocca dietro il padiglione auricolare e diceva “ma sì ma sì”. Il vecchio con un po’ di fortuna forse sarebbe morto prima di arrivare a Lodi, e l’avremmo buttato dal finestrino. Sotto sotto il tizio del word poteva anche avere braccia muscolose, e la ragazza coi pezzi di mela non aspettava altro. Un tedesco si era seduto su una pila di sacchi a pelo e tra i suoi occhi e i miei occhi pareva l’annunciazione del Beato Angelico.

Quando il treno arrivò a Lodi era finita tutta la frutta, e pure tutte le tic-tac. Il word aveva chiuso i segreti nella valigetta e sfogliava delle fotocopie con aria saputa. Il vecchio teneva le mani sulle cosce e la faccia rivolta al finestrino, da dove si vedeva solo campagna e i tralicci dell’enel. Qualcuno scese, per grazia di Dio, così un paio di tedeschi presero posto. Non salì nemmeno un cinese nello scompartimento, e dietro di noi avevano aperto i finestrini per cambiare l’aria. Passò il controllore e timbrò tutti i biglietti. Secondo me neanche guardava il timbro, lui cliccava e basta. I tedeschi prendevano il passaggio del controllore con aria assai solenne, e mentre quello faceva i buchi loro stringevano il culo sperando di essere in regola. Quando lui poi passava oltre con un grazie loro facevano un cenno con la testa, poi si rilassavano e si accasciavano sugli zaini o sui seggiolini. Il vecchio cacciò il biglietto dalla tasca insieme all’odore della solfatara di Pozzuoli.

A Piacenza la ragazza aveva preso in odio pure Baricco. Aveva adocchiato un posto dall’altra parte, dove se ne era sceso un ragazzetto dalle braccia lunghe. Sicuramente sarebbe stato meglio di quella fogna del vecchio, se non fosse che i due mustafà avevano incrociato i piedi nell’incavo tra le poltroncine formando una croce di sant’Andrea noncuranti del tedesco con gli occhiali. Con un po’ di fortuna però sarebbero scese anche quelle tre cretine che ridevano da Casalpusterlengo, e lì era rimasto solo il ciccione col Diabolik. Seguendo i spostamenti dei suoi occhi, avevo capito che la salvezza era a portata di mano, e quando la ragazza si alzò in piedi tenni le mani in tensione sui braccioli, pronto a seguirla. I tedeschi superstiti erano stati più agili, tuttavia, e si erano impadroniti dei posti delle tre cretine con una veemenza che non ammetteva repliche. Sgombrato il corridoio dagli zaini più mastodontici, ora nello scompartimento si sentiva solo di tanto in tanto: “ma sì ma sì”.

Fiorenzuola arrivò che la nostra resistenza era al limite. Avevo sniffato tutta la colla del Focus Extra e sapevo a memoria quanti giornali impilati ci vogliono per arrivare fino alla Luna, quand’ecco che il word si alzò e scese dal treno, liberando il posto di fronte al vecchio. La sorpresa fu enorme, anche perché ora il vecchio si sentì legittimato a sgranchirsi le gambe. La ragazza di fronte a me aveva retto fino ad allora, ma il colpo fu troppo, e le sue labbra articolarono un flebile “aiuto” che mi stampò il sorriso sul volto. Posò Baricco sul sediolino e alzandosi mi disse: “mi guarda la borsa per favore? vado un attimo in cerca del bagno”. Io accennai che sì l’avrei fatto, e sgranchii le mie cosce, i peli castani, non biondi.

A Fidenza la ragazza tornò a prendere i suoi oggetti personali e se ne andò. La vidi con la coda dell’occhio sedersi in fondo alla carrozza, lontano dall’inferno olfattivo. In effetti ora i posti c’erano e potevo salvarmi a mia volta. Un po’ mi dispiaceva separarmi dai tedesconi, ma decisi che dovevo a me stesso almeno dieci minuti di tregua, perciò mi scelsi un posto in finestrino, dove in diagonale c’era uno di quelli con la camicia bianca che ti recita la Bibbia a memoria. L’aria si era un po’ rinfrescata, e quando il treno ripartì mi venne pure voglia di chiudere gli occhi cinque minuti, ma ormai ero quasi arrivato, e mi limitai a guardare i campi coltivati e le macchine che scaricavano fuori dai casolari.

Arrivai a Parma pure quella volta lì. Il giornale lo dimenticai volutamente sul treno, volevo le mani libere, per una volta che viaggiavo senza niente. I tedeschi proseguivano, facile che andavano a prendere la coincidenza a Bologna. La ragazza con Baricco si era appisolata con la testa a pochi centimetri da una pratica donna con un completino a fiori che spuntava checklist con aria consapevole. Aveva un deodorante delicato. Dal binario 2 il convoglio ripartì con tutti i suoi zaini e i suoi sandali e io buttai i biglietti nel cestino, per farmela poi a piedi a casa. Mi chiamò mio fratello per sapere se ero già arrivato e senza volere gli risposi “ma sì ma sì”.


contiene un sacco di doppioni

16 Novembre 2011

E’ passato il carretto che vende il pane e sono sceso io a comprarne una palatella, che oggi non sono andato a scuola, c’era la disinfestazione. Il portiere stava raccogliendo le foglie con la scopa di saggina e ogni tanto buttava l’occhio al cancello, con la gente che andava e veniva dal dottore.

Le rose si sono tutte rinsecchite, e spesso ci buttiamo i Super Santos sopra e si schiattano, così dobbiamo andare dal tabaccaio per comprarcene uno nuovo. Coi soldi di resto prendiamo pure qualche bustina di figurine. Ho un mazzetto grosso così di doppioni, me ne mancano 8 e non vogliono uscire.

L’altro ieri a scuola ci hanno portato l’album dei personaggi storici e la signorina ha dovuto interrompere la lezione, stava spiegando il Benelux. Lo vorrei fare, ma forse è meglio finire prima questo qua.

E’ caduto un panno alla signora del secondo piano. Mo’ ce lo porto, che sta di casa sopra di noi. Quando la scuola è chiusa abbiamo un sacco di tempo per giocare, fa pure assai freddo e ci dobbiamo mettere nell’androne delle scale, se viene a piovere, però poi viene il portiere e s’incazza con noi, che dice che sporchiamo. Allora ce ne andiamo a casa oppure nel cortiletto piccolo a giocare a campana.

La buca della posta è sempre scassata. La nostra è l’unica così, ma nessuno ci dice mai niente. Ormai ho imparato a non salire le scale con la mano sulla ringhiera, che ci sputano sopra. Dopo mangiato mi finisco di leggere il Topolino, sennò magari faccio la gara delle copertine più belle, che mi piace.

Il pane è ancora caldo, quasi quasi me ne smozzico un pezzo.


contiene poche cose e qualche sicché

14 Novembre 2011

Mi avevano dato l’angolo opposto alla porta, sicché avevo solo una persona accanto. Tutto quello che dovevo fare era dormire, al massimo potevo contare le macchie di umido sulle pareti. Accanto a me, quell’altro si era portato un libro e leggeva col fianco dall’altra parte. Presi sonno tardi, con l’odore della muffa, le ombre sul soffitto, gli altri ragazzi che parlavano sottovoce.

Era il 12 di gennaio e l’aria era bianca davanti a ogni bocca. Ragazzine coi capelli rossi saltavano a piè pari, magri bimbi con ciuffi castani strappavano foglie dai rami più bassi. La cerimonia fu brevemente interminabile. La voce di quell’uomo piacque a tutti quanti. Mi avevano fatto sedere all’estremità della panca, sicché avevo solo una persona accanto. Potevo contare le candele accese ai piedi di una santa sofferente, al massimo ascoltare in silenzio.

I giochi terminarono con un pareggio tra i maschi, mentre a vincere fu una ragazzina con le guance rosse e il sorriso con le gengive. Il presepe non l’avevano ancora smontato. Potevamo pranzare nel refettorio, bastava che facessimo attenzione a lasciare tutto così come l’avevamo trovato. Ci toccò la panca più interna, che quasi sfiorava il crocifisso di legno. Faceva passare la fame. Le altre panche intonarono una specie di inno, noi il nostro non l’avevamo. Io mangiavo il mio panino sulla sedia all’angolo, sicché avevo solo una persona accanto. Potevo seguire i motivi sul pavimento, al massimo guardare la pianta di limone dalla grata di fronte.

Ci vennero a prendere i grandi con le loro macchine. In quella che capitò a me parlavano tutti, anche al semaforo. C’era un ingorgo davanti all’Albergo dei Poveri, con le scale piene di polvere e i muri opachi e vecchi. Nessuno scendeva e nessuno saliva. Gli altri in macchina non lo notarono neanche un secondo. Mi misi a pensare di salire quelle scale, di scenderle, di salirle un’altra volta. Si appannò il finestrino e cominciarono a fare due gocce di pioggia.

Seguii una goccia scorrere lentamente. Si unì a quella sotto, poi fu spinta verso sinistra e si fuse a quell’altro fiumicello di gocce, poi sparì. Gli altri nella macchina ridevano, io guardai la pioggia scendere per mille e mille gocce.


Contiene il volume 1 e 2 ma non il 3

1 Ottobre 2011

C’è un mercatino che si tiene il giovedì sotto i portici dell’ospedale vecchio. Ci sono gli stessi identici espositori da anni e anni, ormai sono più vecchi loro che la merce che espongono. Si tratta delle solite cose: vecchi merletti, pezzi di stoffa, carabattole in legno o ferro battuto, antichi gingilli e cartoline d’epoca. Grammofoni, libretti d’opera, bomboniere e una quantità spropositata di libri, per lo più degli anni ‘60-’70.

Se ci passo davanti butto anche un occhio, ma difficile che ci trovo qualcosa di mio gusto, perché non restano che gli instant books di 30 anni fa, sfilze di Harmony, saggi che il tempo ha invecchiato e trilioni di gialli o urania. Quei rari tascabili di collane ancora oggi vive sono solo i testimoni di scelte sbagliate, libri che nel giro di pochi anni non facevano più gola a nessuno. Chissà in quale bancarella andrà a finire il mio ebook un giorno, penso, ma ad ogni modo di tanto tanto trovo qualcosa che mi interessa e che non esito ad acquistare.

L’altra volta c’era un’esposizione nuova, nel senso che avevano svuotato una cantina e avevano dunque libri freschi freschi di vecchiaia. C’era una collana d’arte, non i soliti maestri del colore spessi un millimetro e lunghi 2 metri, un’altra, e poi c’erano dei volumi rilegati sulla storia di non so quale grande personaggio. Una signora li ha notati e si è precipitata a chiedere il prezzo. Il commerciante, avendo ben letto il guizzo negli occhi della donna, ha sparato un prezzo da Sotheby’s, ma la donna non si è fatta impressionare dal momento che per lei quei volumi avevano un chiaro significato affettivo. Purtroppo la collezione era incompleta perché mancava parte dell’opera, così la signora l’ha ordinata, chiedendo con molta educazione se glielo terrebbe da parte quando arriva il terzo volume.

Il commerciante, che non fa che svuotare cantine di gente morta o quasi, non è che abbia molto controllo sui libri che gli riuscirà di proporre la prossima settimana o il prossimo mese. Fosse stato un giallo mondadori o un oscar scrittori del novecento, certo qualcuno in settimana ci resta secco che ha quei libri in casa. Probabile che morirà un vecchio con le antologie degli anni ‘40, o un’anziana maestrina che conservava storie con illustrazioni a colori. Ma prevedere che qualcuno abbia in casa il volume 3 di tale collezione, un po’ difficile.

Così, la cliente si è vista dire che sì, gliel’avrebbe tenuto da parte, ma certamente non per giovedì prossimo, ed è rimasta delusa davvero tanto. Con il volume 1 e 2  in mano si è allontanata scendendo i gradini del marciapiede con incredibile cautela e si diretta alla fermata dell’autobus per due terzi felice e per un terzo delusa. Ora io non è che voglio invitare chi ha un volume 3 in cantina a rimetterci le penne, solo dico fate attenzione a completare le collezioni perché altrimenti questo è il danno che procurate alla gente. Prima di morire, fate un bell’inventario dei libri, che non si sa mai.


contiene un panorama dietro un vetro

29 Settembre 2011

Si erano fatte le otto e avevamo preso posto in auto. Mi ero seduto dietro il conducente e accanto a me avevo una sconosciuta che leggeva un libro. L’auto era di quelle nuove, completamente trasparente dall’interno verso l’esterno, in modo che lo sguardo potesse andare al cielo o ai palazzi; i sedili erano poltrone comode nelle quali affondare per la durata del viaggio; il volante era un pulsante da premere e da guidare con la forza del pensiero. Strane luci lampeggiavano là dove un tempo si trovavano le marce o il cruscotto.

Era la prima volta che viaggiavo in quest’auto, ma mi avevano tutti detto che era un bel viaggiare. La sconosciuta sfogliava le sue pagine e non le rivolsi mai la parola, raramente lo sguardo. Il cielo era privo di nuvole ma recava i segni del passaggio di qualche aereo molto in quota. La nostra destinazione fu raggiunta nel mezzo delle chiacchiere che facevamo con l’uomo anziano seduto avanti. Era salito dopo pochi kilometri e aveva molte osservazioni interessanti da fare su queste nuove tecnologie.

L’auto si fermò accanto a un palazzo di cemento di recente tinteggiato di un’ocra intensa. Il cancello aveva riflessi dorati e i balconi erano disposti con regolarità e simmetria fino al sesto piano. In alto c’era un piccolo giardino. Ci trovavamo in una strada in leggera salita, era una traversa del lungomare, che però a quell’ora era deserto, cosa che non mancammo di notare con un certo straniamento.

Il conducente e il vecchio uscirono dall’auto lasciandomi solo con la donna intenta a leggere. Avrei avuto voglia di sgranchirmi le gambe ma non osavo venir meno all’invito di non uscire, per quanto non capivo il motivo di tale raccomandazione. Così mi puntellai con i polsi sul soffice sedile cercando di protendermi in avanti, per guardare da vicino la postazione di guida. Avevo allungato anche un braccio per aprire lo sportello anteriore e far passare l’aria, ma non c’era un gran bisogno perché all’interno avevamo comunque ogni comodità.

A un tratto le lucine lampeggiarono all’unisono e l’auto si mise in moto. Ci vollero alcuni secondi per capire che stava per muoversi, ma all’indietro. Io non avevo toccato proprio nulla, e non sapevo cosa fare per arrestare il movimento del veicolo. Mi convinsi che era dovuto alla portiera aperta, così la chiusi e tornai al mio posto sperando in un ripristino delle condizioni iniziali, ma una scossa di terrore si impadronì di me quando vidi che il panorama che avevo davanti agli occhi non era più quello di un placido lungomare, bensì di una strada polverosa che non aveva mai fine.

L’auto scivolò inesorabile all’indietro. Provai a premere pulsanti, per cercare quello che doveva corrispondere al freno a mano, perché mi dicevo certo che doveva pur esistere. La donna accanto a me aveva riposto il libro ma non faceva niente ugualmente, mi osservava con disapprovazione. L’auto schivò ogni altra auto. Pareva muoversi secondo la propria volontà: quando stava per urtare un mezzo in sosta rallentava fino a frenare, poi quel mezzo spariva e l’auto retrocedeva ancora più velocemente. Così ci rinunciai. I bottoni, le istruzioni, il panorama, non me ne importava più niente.

Quando l’auto si trovò a pochi metri dalla piazza che affacciava sullo strapiombo pensai che sarebbe stata una brutta morte, ma non ebbi paura, ero solo rassegnato. La donna mi guardò e solo allora parlò, ma non trascrivo ciò che disse, perché il ricordo mi causa un gran dolore. A quel punto la corsa si interruppe in una piccola rientranza con una tettoia di bambù e sabbia per terra. Scesi dall’auto perché non mi sembrava più il caso di obbedire agli ordini, e mi affacciai sul muretto di pietra scottato dal sole per osservare il mare piatto e pieno di riflessi. Decisi di restare lì tutto il tempo necessario, e fu necessario molto tempo.


contiene una pazza a piede libero

21 Settembre 2011

Potete anche non crederci ma tanto è la verità, e pertanto è incredibile.

Una signora vestita di beige con una borsa di pelle bianca e gli occhiali da sole belli grossi ha chiuso il portoncino, ha attraversato, aperto lo sportello della jeep e intanto che sistemava la borsa sul sedile laterale ha tenuto la porta aperta.

Dall’angolo a dieci metri, come in una vignetta della settimana enigmistica del ladro col martello in attesa di un passante, è spuntata una ragazza dai capelli lunghi spazzolati ore e ore, i jeans scoloriti e gli artigli affilatissimi. La ragazza ha fatto uno scatto da finale olimpica, ha preso per un braccio la donna in jeep e ha urlato “mentecatta! che cazzo ti credi di fare che entri nella mia macchina! sei una stronza!”.

Mentecatta io l’ho sentito dire penso zero volte nella mia vita. Perciò mi sono affacciato subito e ho assistito alla scena. A parte lo scatto felino, che è fiction, del resto sono testimone oculare. “Esci da qui! Esci!”. La donna, presumibilmente una madre sventurata, è uscita gridando più a bassa voce possibile: “zitta! zitta!”.

“Non rompere i coglioni esciiiiiiii”. (Penso anche qualche altra i)

La donna è uscita, ha circumnavigato l’auto da poppa ed è rientrata a sedersi a destra. “Siediti sbrigati, ho fretta, mentecatta!” (Di nuovo mentecatta. La miglior difesa è l’attacco).

Uno sportello di sinistra si è chiuso come un trailer di film d’azione che finisce sul più bello. La mamma ha urlato da dentro l’auto, stavolta ad alta voce: “ma dove vuoi andare non puoi guidare in queste condizioni!”. La figlia ha sgommato. C’era Santa Manina di servizio, e Bolso Perenne stava salendo le buste dell’acqua. Ci siamo incrociati gli sguardi come un triangolo delle Bermuda nel quale è affondato ogni nostro interrogativo. Terrò d’occhio la Gazzetta di Parmia.


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