Archivi per agosto 2006

Coccodè

24 agosto 2006

Era una gallina brutta e stupida. Le penne color ruggine non servivano nemmeno a farla volare, per cui era costretta a spostarsi zampa per zampa alla ricerca di un sassolino da mandar giù. Incapace di dire coccodè, questo rottame da cortile si limitava a blaterare un co co co tra una cacata e l’altra, in perenne andirivieni tra la paglia puzzolente e l’aia fetida.

La gallina faceva l’uovo, un comune uovo arancione, nè grande, nè piccolo. Liberatasi del peso che le premeva la cloaca, azzardava un cooccò e poi usciva in cerca di sassolini, da mandar giù. Altro non chiedeva, altro non poteva.

Un giorno si accorse di essere rimasta l’unica gallina del pollaio, e si stupì. Le altre pennute erano infatti sparite, una dopo l’altra, ma il processo le fu evidente solo quando si ritrovò da sola sulla paglia. Sganciò un uovo, e poi osò un “coccodè“, il suo primo coccodè.

Trionfante, ne fece seguire un altro, e poi un altro ancora. Finchè un altro bipede la zittì, e l’ultimo co co co lo soffiò su un tagliere. Il brodo non fu granchè, e le penne color ruggine finirono nella spazzatura.

lo scambio degli ostaggi

21 agosto 2006

semaforoUna delle grandi differenze che mi saltarono all’occhio quando mi trasferii a Parma da Napoli, e che ancora adesso mi fa sorridere, è il comportamento delle persone al semaforo. Dopo tantissimi anni in cui ero abituato a guardare a destra e a sinistra anche col verde e sulle strisce pedonali, qui a Parma mi sembrava una situazione buffa vedere che tutti aspettavano pazienti il proprio turno anche senza auto nel giro di un km.

Grandi masse di pedoni si affollano ai lati della strada, e si fronteggiano e si osservano in assoluta immobilità. Nessuno parla allo sconosciuto che gli sta accanto, (a Napoli si attacca bottone con assai più facilità) e con rassegnata abitudine attendono che appaia l’omino verde. Poi si muovono all’unisono, e si incrociano senza particolare interesse. Mi è sempre sembrato come nei film polizieschi, quando c’è lo scambio degli ostaggi.

Civile, anzi naturale, certo, ma indubbiamente inconsueto agli occhi abituati all’autogestione tipica di tanta parte delle città napoletane. E lungi da me criticare l’uno o l’altro comportamento, sia chiaro che non tutti i napoletani passano col rosso, così come non tutti i parmigiani aspettano il verde. Però io porto la mia esperienza, e posso testimoniare che il semaforo verde non è verde per tutti. Ad esempio capita che qualche automobilista si incazzi con te perchè lo rallenti sulle strisce mentre lui passa col rosso; o che un pedone che attraversi col rosso maledica l’auto di chi frena bruscamente per non investirlo. Qui invece anche alle 6 di mattina, se sei solo per strada, aspetti. E non sbruffi nemmeno!

Gran parte dei miei amici settentrionali sono affascinati dal traffico di Napoli, e trovano difficoltà a guidare in quel caos. Lo stesso si può dire del contrario, però, con amici napoletani che visitano Parma e devono gestire la guida in maniera differente da quella a cui sono abituati. Ormai però le cose si stanno gradualmente allineando nel senso di un maggior senso civico giù, e di una maggiore flessibilità quassù, e scommetto che sempre meno “emigranti” (che parola retrò vero?) si stupiscono dello scambio degli ostaggi. E meno male.

l’albero di Natale

18 agosto 2006

Si avvicina Natale. Nel giardino del nostro condominio hanno preparato un bell’albero, un abete con tante palline colorate, che lampeggiano. Sono ancora molto piccolo e non riesco ad affacciarmi alla finestra da solo, per cui ogni tanto qualcuno dei miei fratelli mi prende in braccio e posso guardare in giardino.

Mamma è in cucina, ed è già sera, ed io mi diverto ad osservare le luci dell’albero, che si spengono e poi si riaccendono a caso. Stasera mio fratello ha giocato a lungo con me, poi io a parole mie gli ho fatto capire che volevo guardare l’albero di Natale, e lui mi ha preso in braccio. Siamo nella stanza in cui non c’è mai nessuno, perchè gli altri due miei fratelli sono in camera, e mamma e papà in cucina.

C’è una tenda, e dietro la tenda il davanzale. Mio fratello mi ha preso in braccio e mi ha fatto sedere lì, sul davanzale, e lui è accanto a me che si assicura che io non cada. Ma io non mi muovo, sto guardando le luci dell’albero, proprio di fronte a me.

“quella lì è rossa, vedi?” - mi dice mio fratello.
“quella invece è gialla” - “gialla” - ripete.

Io ascolto attentamente. Sto imparando che ogni luce ha il suo nome. Mio fratello è paziente, e segue il mio sguardo, poi quando si accende una luce io faccio un gridolino, e lui mi dice il nome di quel colore.

“Verde!” - esclama. “Blu!…rossa!…”

Fu Natale anche per me, e mamma chiese a Gesù Bambino di farmi tornare l’appetito. Ormai iniziavo a dimagrire.

resto a guardare

13 agosto 2006

Fa caldo. La gente sta mangiando, si sentono le forchette dalle finestre. E’ quell’ora in cui il buio è luminoso ancora, il mare è solo un sottofondo e l’asfalto puzza di acqua. L’ideale per affacciarsi al balcone e star lì a far parte del tutto.

C’è un piccolo giardino, con le aiuole come nei disegnini sui libri per bambini, una panchina con le cartacce aggrovigliate alle sbarre di legno e le scritte dei fidanzatini e dei loro amori ormai già finiti da un pezzo. Passa una macchina.

Poi si accendono i lampioncini, e per strada la gente passeggia. Odorano di doccia e di dopobarba, e vanno non so dove ma so perchè. Passano le ore a decidere cosa fare, e la loro serata scivola così, a decidere. Però sembrano felici così. Mi accorgo che la vernice della ringhiera è un po’ scrostata. Piccoli pezzetti restano attaccati agli avambracci.

Non c’è nessuno in casa, che mi possa chiamare per mangiare. Resto a guardare la gente che decide dove andare.

Crepe

5 agosto 2006

Sabato sera
In silenzio leggo
pagine di libri.
Mi tengo compagnia
e la tenda si muove.
Fuori qualcuno sorride,
ma non a me.
Mi fanno male le gambe,
camminare è doloroso.
E tu sei altrove,
lontano, faccio fatica, ti prego

aspettami.

due amiche

3 agosto 2006

Dopo il temporale, ho aperto le imposte e mi sono goduto l’aria carica di energia 5 minuti alla finestra. 3 piani più in basso, due amiche si incontrano.
<<ciao! come sei bella oggi! ti sta bene questa gonna verde!>>
“grazie bella! è il primo complimento che ricevo oggi!
<<ma dai non ci posso credere… stai tornando a casa?>>
“sì, metto in ordine poi torno al lavoro”
<<e quando vai in ferie?>>
“adesso c’è molto lavoro, lo sai, penso a fine mese e tu dove sei stata che sei così abbronzata?”
<<no io sono stata 2 settimane in Corsica…bello poi ti racconto con calma!>>
“sì dai sono curiosa ora scappo che tra mezz’ora ho un cliente”

Torno in casa sorridendo. Chissà perchè pensavo che le prostitute non dovessero avere altre amiche al di fuori di prostitute. Invece quella che “esercita” nella mia strada ne ha una, e sembra che le sia anche affezionata. La naturalezza con cui l’amica le ha chiesto delle “ferie” mi ha colpito. Ci vuole un’apertura mentale notevole, che non penso sia dote di tanti. Nella consueta ipocrisia, tutti direbbero “sì sì io non giudico io sarei amico di una prostituta bla bla”, ma nella pratica stento a crederlo.

Posso sedermi?

2 agosto 2006

Ero felice come mai lo ero stato. Strafelice. Se io fossi un miglior scrittore, potrei forse osare di descrivere come io mi sentivo in quella mattina di sette anni fa, ma fallirei comunque, anche se in maniera meno clamorosa. Posso accontentarmi di ricordare, e ripensare al momento in cui aprii gli occhi, e sentii un peso sul cuore, che mi diceva: “ora capisci perchè si vive”.

Qualche ora prima, mi trovavo in discoteca, indossavo un pantalone nero, una camicia rossa, uno sguardo felice ed un sorriso disarmante, e pensavo a divertirmi e a ballare, libero. Decine di occhi mi fissavano, io mi godevo l’illusione di essere considerato bello, perchè era proprio così che mi sentivo.

Poco dopo la mezzanotte, mi allontanai dalla pista stracolma guardandomi distrattamente intorno. Il bar era preso d’assalto, nel boschetto si aggiravano decine di ragazzi in cerca di compagnia. I miei amici conversavano dall’altro lato del locale. C’erano tantissimi ragazzi, ma a me ne piaceva uno. E quell’uno  sedeva ad un tavolo, da solo, e mi osservava con uno sguardo sereno. Gli occhi celesti brillavano intelligenti, ed era bello sostenerne lo sguardo. Sedeva solo, disinteressato alla folla. Aveva un’aria sicura e rassicurante. Mi appoggiai ad una ringhiera poco distante, e ricambiai i suoi sguardi azzurri con una sfacciata insolenza. Quella notte mi sentivo bene. Lo vidi muovere la mano sul tavolo, a sfiorare il vuoto, ma non si alzò. Lui stava lì.

Mi girava la testa. Mi pareva di essere in una sala vuota, nella quale c’era solo un uomo seduto ad un tavolo. La gente mi passava accanto, mi parlava, sorrideva ma non esistevano. Eravamo io e lui, che ci guardavamo negli occhi, a distanza di 5 metri, negli occhi, senza parlare ma dicendo molto. Sospirando, mi  mossi e andai al suo tavolo: “posso sedermi?”, chiesi. Sorrise.

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