Archivi per marzo 2007

Pioggia

30 marzo 2007

L’ombrello si apre dopo qualche secondo, le gocce martellano più del cuore in corsa. Scrosci freddi, scrosci di marzo, che lavano l’asfalto e sporcano la giornata, una giornata di passaggio, umida, gonfia e pesante.

E le pozzanghere ostacolano il cammino, le nubi scaricano altra acqua e tu sai che non ti puoi lamentare, a che serve e poi perchè. Così sorridi, così prosegui.

4passi sulla terra

26 marzo 2007

A me il mare mi piace un sacco perché è bello. Oggi siamo andati con mamma e papà sulla passeggiata sul mare, di un posto che si chiama Nervi e ci sono gli scogli, lì. Così faceva freddo però il mare era calmo e volevo andare a mettere le mani nell’acqua, allora papà si è messo a scendere le scale che sono tantissime e mamma è rimasta sopra che ci guardava.>

Poi sono sceso ancora e ancora e sentivo il rumore dell’acqua fresca e mamma diventava piccola. Allora si sono avvicinati 2 signori a mamma e l’hanno sgridata, così papà è salito sopra e io sono rimasto male perchè volevo andare sullo scoglio! Questi signori sembravano uguali ai poliziotti delle mie macchinine, e hanno detto a papà che non si può scendere.

Però poi mi hanno guardato bene e gli sono simpatico si vede, perchè hanno chiesto a mamma dove abito, e quando mamma gli ha risposto il nome dell’ospedale allora loro hanno chiesto a mamma una domanda che lei si è messa a piangere, così mi hanno dato un pizzicotto ed hanno detto che va bene potevo andare a mare, però papà ed io dovevamo stare molto attenti. Così papà ha detto che sarebbe stato attento e mamma è rimasta a guardare coi 2 signori e con mio fratello.

E quando poi sono tornato mamma mi ha detto che mi aveva visto mentre mettevo le mani nell’acqua e facevo “ciaf! ciaf!”, in braccio a papà, e poi che l’ho salutata anche se la vedevo piccola piccola in alto. I poliziotti mi hanno comprato il gelato a pistacchio e si vede che sono magici perchè è il mio preferito! Poi mi sono messo a giocare un po’ ma domani però devo tornare in ospedale e non ho voglia perchè poi mio fratello deve tornare a casa a scuola, perchè lui è grande.

la zia brunilde

24 marzo 2007

Mia zia Brunilde era una pazza scatenata, mi potete credere, e ne ha viste e fatte di tutti i colori veramente. Il nome assassino fu un’idea del nonno Adamo che amava Wagner e la lirica, ed arrivato al figlio numero 8 aveva anche bisogno di fantasia.

Tanto per cominciare, la zia guidava l’auto anche se era mezza cieca, e passava col rosso o faceva marcia indietro senza voltarsi (ripeto, era pazza scatenata) perchè tanto diceva che ci avrebbero pensato gli altri a scansarsi. E poi, se qualcuno la sgridava lei faceva spallucce ed andava avanti, tanto della gente non se ne fregava proprio niente.

La zia era zitella, però faceva conquiste in lungo e in largo pure se era brutta, perchè era una che si buttava, e che la dava, diciamolo pure. Mi ricordo che da bambini una volta eravamo mia sorella ed io in macchina con lei, allora la zia si fermò dal benzinaio a far benzina, e mentre il tipo riforniva la 127, lei sì alzò la gonna fin sopra al ginocchio, sapendo che il tipo sbirciava… chissà poi come è andata… boh!

La zia Brunilde, bizzarro capriccio della natura, quando tornava a casa si spogliava già sulle scale, per guadagnare tempo, tanto diceva lei che era raro che qualcuno uscisse proprio in quei 20 secondi, così era già nuda mentre apriva la porta, solo che a volte si scordava il reggiseno o le mutande sui gradini o sul pianerottolo, ed ecco come mai sappiamo di questa sua abitudine!

Ma lei tanto non se ne importava proprio di niente. Per esempio, era una scialacquatrice di prima categoria, usava le mutandine ricamate per togliere la polvere, diceva che erano imbattibili come strofinacci! Era un tipino ve lo dico assai assai particolare… diabetica all’inverosimile, aveva in borsetta stecche di cioccolato Lindt e fette di prosciutto (sic), e quando il medico la sgridava lei gli diceva: “ma se poi io mi curo da sola, a che mi serve un medico?”

Il che ha anche una sua certa logica…

ho scritto un libro

22 marzo 2007

Mamma non ha fatto le scuole, l’hanno mandata a lavorare che aveva 8 anni, ma da grande si è messa a leggere e leggere e leggere. Ha letto Moravia, Pasolini, Proust, Sartre, Levi, Pascal, altri ancora. Ma non ha mai studiato, non ha mai saputo come si fa. Le sarebbe piaciuto, sì, ma è ancora lì che lavora, lavora, lavora.

Quando ero nel pancione mi leggeva i libri, al punto che io stesso ho imparato a leggere l’alfabeto ad 8 mesi, ero praticamente un neonato, a 2 anni leggevo i fumetti. Ero un bimbo prodigio, alle elementari le maestre non sapevano cosa fare. Poi le cose succedono, ed il tempo passa.

Circa un anno e mezzo fa ho pensato che sarebbe stato bello far studiare mamma, non perchè ne abbia bisogno, ma perchè non ha potuto scegliersi la vita che avrebbe voluto, ed è una cosa che ti senti in catene quando ti capita e ci puoi star male da morire, solo che lei non è morta, almeno non da un po’ di anni a questa parte. Allora ho preso in mano Dante e poi canto per canto, riassunto dopo riassunto, terzina dopo terzina, ogni settimana col msn le ho mandato 3-4 pagine.

Una specie di sussidiario, la Commedia a fascicoli, non per ridere ma sul serio, ogni invio ci ho lavorato 2-3 ore, ed è durato 50 settimane: un anno. E le è piaciuto da pazzi, il Paradiso soprattutto. Come è contenta quando riesce a rispondere alle domande del milionario, quando segue Benigni che recita, quando qualcuno cita un nome che ora lei “ha studiato“!

E dopo Dante Petrarca, Decamerone, Orlando Furioso, ora Il Principe…ogni mattina accendo il pc e faccio un paio di paragrafi, il sabato entro in msn a volte per 5 minuti, perchè mando i file a papà, lui li stampa, e mamma li legge. E a mia insaputa poi mamma ha fatto rilegare i fascicoli che le ho mandato sulla Commedia, e ne ha fatto un libro, poi me l’ha regalato e ora ce l’ho qui sugli scaffali.

E così ho scritto un libro.

A casa di Adamo

15 marzo 2007

A casa mia

Dopo lunga assenza, riprende l’amata rubrica dedicata alle case più belle d’Italia, agli arredamenti più chic e raffinati, alle atmosfere più calde ed accoglienti.

Questa volta desideriamo proporre ai nostri ineffabili lettori un momento di domestico confort e benessere: una pratica ed innovativa cucina dal design curato ed accattivante.

Sulla sinistra notate la funzionalità della cappa aspirante, pratico apparecchio che ingloba i più nauseabondi effluvi e restituisce in cambio l’odore di pane sfornato, la fragranza della cannella, la freschezza del limone appena colto.

Aperte ed esposte alla vista dei nostri raffinati e vezzosi lettori, ante di pregiato legno propongono i più preziosi tesori casalinghi: barattoli per riporre la pasta ed il riso, in plastiche discrete, pratiche ed igieniche; servizi di piatti che fanno impallidire le più blasonate porcellane di Limoges e di Sevres, utensili in acciaio sfavillante di riflessi e portentoso nella resistenza all’usura.

Una cucina in cui c’è vita, in cui persino un prezioso esemplare di scindapsus ha trovato il più ideale degli habitat, colorando con le sue verdi foglie ogni pietanza, di cui virtualmente la redazione intende modestamente offrire un assaggio a tutti i suoi graditi lettori.

sospeso

13 marzo 2007

Siamo in 5 in una scatola trasparente, sospesi in alto ma non sappiamo dove. Vestiamo di nero e restiamo in silenzio, eleganti ed immobili, abbacinati ed indifferenti. La luce è bianca e l’aria immobile, nel vuoto si apre una porta solo per me ed esco lasciandoli in gabbia.

C’è una sala d’attesa di un cinema, quelli vecchi, col bancone di legno, i ficus alle locandine e le scale di marmo, con la ringhiera laccata d’oro. La pesante tenda di velluto flappa nella sala buia. Poltroncine color ruggine che puzzano di fumo, il rimbombo delle casse ed una porta socchiusa che dà su un corridoio. Si sente il suono dei dialoghi, un inseguimento, le urla del poliziotto.

 

In lontananza, qualcuno fa la doccia. Avanzo tra le pareti illuminate di scorcio seguendo il suono dell’acqua, c’è odore di candeggina. La porta del bagno è aperta. A sinistra gli orinatoi, a destra due lavabi coi rotoloni sbilenchi ed il dosatore di sapone in plastica bianca. Dietro le piastrelle di un celeste slavato, l’acqua scorre dalla doccia. Vado a vedere. Il calore dell’umidità mozza il fiato, la saponetta è ancora molle, e le gocce disegnano strani zigzag sulle pareti, ma il box è vuoto.

Chiudo il rubinetto ed apro la finestra, le tendine sbattono violentemente all’interno e l’aria fredda mi avvilisce. Mi affaccio su un parcheggio, decine di auto bianche disposte a lisca di pesce. Salto giù e mi incammino verso l’uscita, percorrendo il viale alberato che conosco, ma non ho mai visto. In alto sopra di me, una scatola trasparente sospesa nel vuoto, con 4 persone che non trovano la porta.

la pesca caduta

13 marzo 2007

Alla lavagna, uno studente risolve equazioni differenziali. Con i suoi gessetti azzurri le formule sulla lavagna assumono colori fluorescenti ed abbagliano la vista; cerchi ed ellissi danzano in uno specchio nero che riflette 20 occhi. Ecco un vapore ammorbante. Si solleva dal pavimento di cotto, rosa e denso come una spuma, qualcuno tossisce, mi vengono le lacrime agli occhi, le studentesse urlano e la stanza esplode.

Chi si risveglia si sveglia da solo e si sveglia altrove. E’ solo come mai è stato solo e può soltanto stare immobile nella sua impotenza. Non può muovere le braccia perchè non ha braccia, non può muovere le gambe perchè non ha gambe, non può piangere perchè non sa come si fa.

Può solo guardare il cielo, che si fa turchino ed intenso, fino a precipitargli addosso.

Le margherite sono sbocciate ed il cagnolino gioca con una bimba. I cardi e le ginestre colorano il bordo della strada, passa un camioncino con 2 contadini, e dalle cassette di legno una pesca rotola giù. Fa caldo e le nuvole sono lente e gonfie, ma bianche. La bimba si gratta il polpaccio e si accovaccia ad osservare le formiche che tornano a casa, poi una donna con un vestito a fiori la prende per mano e dice: “torniamo a casa”. Pure loro.

4passi sulla terra

1 marzo 2007

Ci sono giorni che papà prende la macchina e dice “andiamo!”, e allora mamma fa la valigia e io saluto i dottori e le infermiere, mi mettono uno strano cerotto dove ho il tubicino e poi torniamo a casa. Allora papà corre corre corre e mamma dice “vai piano!” perchè forse non vuole correre, però io penso che è meglio se papà va forte perchè così arriviamo subito subito e posso giocare coi miei fratelli.

Dice mamma che per arrivare a casa bisogna fare un viaggio lungo, perchè la casa ospedale si trova a Genova, che è lontanissimo anche più dell’aereo lontano. Allora papà si ferma per strada perchè sennò la macchina scoppia, e mette la benzina e poi mamma mi porta all’autogrill, così mi compro spesso anche i dolci. Però mi piace il gelato a pistacchio più di tutto.

Quest’autogrill è bello perchè è sospeso in cielo, così mamma e papà mangiano e io guardo alla finestrona le macchine che passano di sotto. Io saluto tutti però secondo me quelli nelle macchine non mi vedono, forse perchè sono piccolo. Poi è passato uno grande e giallo che ha detto papà che si chiama trattore, e andava piano piano, e allora quel signore che c’era dentro mi ha visto!

E mi ha salutato così io ero contento! Ho detto a papà che volevo salire sul trattore, e così siamo scesi dall’autogrill in cielo e siamo andati da quel signore sul trattore nel parcheggio. E allora il signore mi ha visto e secondo me era un mago perchè ha capito che a volte abito all’ospedale, così papà gli ha parlato un po’ e quel signore mi ha fatto fare un giro sul trattore, e mamma da dietro la finestra salutava con la mano. Ma si vede che si è alzata la polvere perchè poi quando sono sceso papà aveva gli occhi rossi rossi.

Poi ce ne siamo andati, e siamo tornati a casa, quell’altra.

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