Archivi per luglio 2007

due lingue diverse

27 luglio 2007

Il dialetto napoletano uè uè è una lingua a parte, si sa… jamme jamme.

Però non sapevo invece che fosse così diverso dall’italiano. Praticamente un baldo giovine vestito di marche contraffatte, con un tono di voce più alto del Pirellone e dall’incontenibile invadenza di ahimè tanta napoletanità da documentario, chiede info al controllore.

“scusatemi devo andare a reggio emilia, a che ora sta il treno?” - tradotto, sia chiaro, in italiano, lui l’ha esternato in dialettone -
“dunque vediamo… alle 14:27″
“eh? non ho capito non c’è?”
“alle 14 e 27!”
” e che significa? non capisco”

e così via tra l’incredulità dei passeggeri.
Non la faccio lunga, ma insomma l’emigrante 2007 (ah, qui urge ribadire che io sono napoletano a scanso di odiosi e inopportuni commenti buonisti sul blogger razzista), non capisce l’italiano. Cioè lui proprio non capiva che il treno c’era ma alle 1427, non “verso le 2 e mezza” oppure “quando arriva arriva”.
Infatti, dopo la mia traduzione, perchè di traduzione si tratta, lui si è anche lamentato con il controllore, perchè…non era stato chiaro.

Ha continuato a sbraitare assurdità del tipo “già aggia perdut ‘o tren ppe guardà u cul a na guagliona” e poi al suono di un polifonico concertino neomelodico ha sganciato un rutto di mortadella per andare a colonizzare Reggio Emilia. Cafoni con la C ce ne sono ovunque, però quest’esemplare è una specie di reperto vivente, rustico partenopeo che in passato ha impresso in tante nordiche teste il sillogismo napoletano = terrone.

E poi è andato a Reggio non perchè avesse già un lavoro ma perchè “si chiava”.
Cosa dire.

nascosto

4 luglio 2007

Pensai che forse non mi avrebbe notato nessuno. Così andai a prua, dove il vento era insolente e violento, ma non trovai un posto dove nascondermi. C’erano ragazzi che si baciavano al buio, coppie usa e getta che lasciavano al mare la testimonianza della loro consumabile passione. Tornai sul ponte.

Il gruppo di ragazzi fumava qualche sigaro. Si sentivano adulti, ma a me sembrano dei gran fessi. Eppure, li temevo. Li odiavo, ma non potevo fare a meno di cercare la loro approvazione perché nella solitudine non c’è mai vittoria. Pensai che forse non mi avrebbero notato se fossi stato in silenzio lì, a guardarli fumare, ma che forse si sarebbero ricordati che c’ero stato anche io.

Appena parlarono di farsi una puttana tornai in cabina. L’aria era calda ed il rollio mi dava la nausea. Pensai che forse nessuno mi avrebbe notato se avessi passato la notte a dormire, eppure non potevo, perché l’indomani tutti mi avrebbero considerato debole. Un uomo in pigiama mi spintonò. Entrai in cabina e vidi un mio amico che pisciava nel lavandino, ubriaco.

Salii al ristorante. Accanto all’ascensore c’era un piccolo divano, una pianta. La gente era troppa. Fuori, il vento si era fatto intenso e il mare mi faceva paura. Non sapevo da che parte andare. Continuai a camminare senza motivo. In questo modo avrebbero pensato che io sapessi dove stessi andando e mi avrebbero lasciato in pace. Per cui camminai fino all’alba, finchè non mi accorsi che nessuno mi stava più osservando, ma a quel punto non era più buio.

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