Archivi per gennaio 2008

Lampadine viola

31 gennaio 2008

Sono in un prato, un prato di primavera, ma l’erba è secca e i fiori hanno i petali raggrinziti. Disteso sul verde, osservo le persone che passano il tempo senza accorgersi che il tempo passa. Una coppia si sdraia poco distante da me, lei è bella ed è sorridente, lui non ha volto, proprio non ce l’ha.

Vorrei vederlo in viso ma non posso, il sole mi acceca. Come per un impulso che non so spiegare mi alzo e mi sdraio accanto a loro. Inizio a parlare con lei, come se fossimo vecchi amici, ma non appena il ragazzo senza volto si accorge di me, comincia a piovere. Non so da dove arrivi quell’acqua, il cielo è blu, ma piove. Alziamo gli occhi, la pioggia ci avvilisce.

E’ subito mezzanotte. La strada è illuminata da lampadine viola. Un automobilista si ferma e mi dà un passaggio. Salgo in auto, e riconosco in lui un mio vecchio amico. Non parla, nè ride. Vorrei abbracciarlo, non lo rivedevo da tanto, ma mi fa un cenno col volto,  come se dicesse: “scendi”, così mi  ritrovo in una piazza con una fontana. Un bronzo che versa l’acqua da una brocca.

La gente ha caldo, e sorride coi piedi a mollo. I riflessi delle luci nell’acqua, qualcuno sorride a qualcuno che sta zitto. La loro presenza mi è insopportabile. Nel bar più vicino ordino una coca cola. Ai tavoli, fiori dai petali vellutati illuminati da lampadine viola. La gente mi osserva come se non avessi un volto.

quando scatta la musichetta

31 gennaio 2008

Ecco secondo me conoscete pure voi i blog in cui tu entri e dopo un po’ scatta la radio oppure un mp3. Personalmente lo trovo scocciante, perché sono dell’idea che la musica o uno se la mette da solo quella che gli pare, oppure se non la sta ascoltando probabile che non ne abbia voglia dunque quella “proposta” dai blog gli può dare fastidio.

Poi non c’entra niente se uno mette la nona di Beethoven oppure i Beatles oppure chessò il primo in classifica di tutti i tempi: non è mica detto che sia di gradimento di chi ti legge… io non dico che uno la debba togliere per forza, basta settare in modo che in automatico sia su “off”. Di solito c’è una riga di codice tipo “autorun=yes/no” o simile, basta cambiare quella! Così se uno ha voglia schiaccia play, sennò legge tranquillo…

Ci sono blog che io visito molto poco perchè so che subito scatta l’mp3, a dire il vero. Che sia musica rilassante o pop non ha importanza, non discuto il gusto di chi propone la musica, ma il fatto che non è pensabile che tale musica sia adatta a tutti e proprio nel momento in cui ti cliccano. E non ha senso dire: se non ti piace la mia musica allora non venire nel mio blog, perchè è appunto un blog, mica una radio. E’ come se tu vai a comprare un libro di racconti, e alla prima pagina esce la ricetta della saint-honorè: che c’entra?

Naturalmente con questo non intendo affermare che i contenuti di blog “con musica” non siano di mio gradimento, nè tanto meno questo è un riferimento personale a qualcuno in particolare, a scanso equivoci. Tanto coi feed posso leggere ugualmente i post senza ascoltare la musica. Certo, questo mi trattiene dall’andarci apposta per lasciare commenti, ma vabbè magari agli altri non infastidisce… e a voi?

nuota, nuota

28 gennaio 2008

La maglietta era tutta stropicciata. “Arrivo subito!”, disse, e si precipitò per le scale. Puzzavano di detersivo, il cactus sembrava afflosciarsi e la luce illuminava le porte dell’ascensore. La vecchia demente succhiava un ghiacciolo sulla panchina, sola, le sottane rattrappite come le rughe del volto. “Eccomi!”, dichiarò.

In auto, c’era quell’odioso arbre magique verde. Si era fatto la barba, l’altro, aveva messo una camicia a fiori e sembrava un tamarro con quel nuovo paio di scarpe luccicanti. Ma aveva un buon odore e poi era sempre puntuale. “ciao, tutto bene?”. Lui annuì, tanto era di poche parole. Annuiva e basta. Ma andava bene così: c’è gente che parla e c’è gente che ascolta, ecco.

Nel parcheggio le auto erano gonfie di sudore. La carta dei giornali si appiccicava ai finestrini, assorbendo suoni e umori. Ogni tanto qualcuno scendeva a fumarsi una sigaretta, dopo. Quella sera fu veloce e anonima. Forse, per via della maglietta stropicciata, o per via delle scarpe luccicanti. L’aria si era fatta fresca, c’era quasi tutta la luna in cielo, tanti amanti in terra, e un uomo solo che nuotava nel mare, di fronte.

Scesero dall’auto, poi si aggiunsero altri e poi altri ancora. Lasciati i segreti nei cruscotti, la gente osservava quell’uomo solo nuotare. Invidiavano la libertà di quella calda solitudine d’acqua. L’alba era ancora lontana e il viaggio di ritorno, lungo.

il distributorone

25 gennaio 2008

Quegli infernali congegni che rispondono al nome di “Mimmo il distributore di caffè“, “Melina il distributore di merendine Kinder” e “Peppino il distributore di panini e tramezzini“, beh io cho fatto amicizia come amico del cuore e con patto di sangue.

A me mi stravogliono bene, (dopotutto siamo amici del cuore come dicevo), infatti una volta io ho schiaffato dentro Melina 1 euro per prendermi un kinder brioss che come li fa lei non li fa neanche l’amica di Antonella Clerici, ma invece del resto di 40 cents mi ha dato 2 euro e 40. Così io ero felice come una Pasquetta e ho ballato la macumba al binario 3.

Invece Peppino una volta mi doveva dare il tramezzino al tonno, quello triangolo rettangolo base per altezza il prodotto diviso 2, avete presente? Quello, però si era incastrato. Allora io ho detto “Peppino ma vaffanculo va!“ e gli ho dato un calcio negli stinchi di plastica, così lui si è fatto male e ha sganciato il tramezzino e già che c’era pure uno di quegli yoghurt in confezione extra lusso. A me faceva schifo e lho regalato.

Ieri sera invece, lo giuro sul quesito della Susi numero 10254, ieri sera invece Melina mi ha scodellato due Kinder Cereali al posto di uno. Veramente io non li mangio i KC, però il mio amico di stressependolarismo aveva notato che erano 2 nello stesso (ma come si chiama quell’affare che li contiene?)…boh 2 insieme insomma, e così li ho presi con sommo giubilo e anche con sommo diabete. Mimmo non tanto mi caga, invece.

ladra d’una tabaccaia!

21 gennaio 2008

Io la mia tabaccaia, io l’amo. Però non sua mamma, ma lei. Più precisamente, suo marito. Sì sì, da quando una volta ho preso da solo un pacchetto di Golia e ho chiesto “posso?” e lui ha risposto “puoi fare quello che vuoi“. Sapete come scattano i colpi di fulmine, insomma. Ma qui si parla della moglie, quella bella, quella truccata, coi capelli di 2 colori e con gli occhi dalle ciglia più lunghe di qualsiasi cosa lunga. Quella. Io ero andato così bellino a comprare le liquirizie sperando, chessò, di trovare il marito mezzo nudo, embè invece no, trovo una sciarpa a terra, subito fuori dalla porta.

Allora io speravo di fare una buona azione in modo che il marito mi notasse ed in ginocchio mi dicesse: “sposa me, che questa befana mi ha rotto“, così ho indossato l’aria più innocente del mondo ed ho detto:”qualcuno ha perso la sciarpa… la potete  tenere voi? sarà stata una vostra cliente!” Così il marito (lui è puro d’animo, quel sant’uomo) ha detto: “ma certo! sei stato gentilissimo”. E’ puro ormone, lui.

Però poi stamattina, (ah già!, questo è successo settimana scorsa), poi stamattina vado in tabaccheria perchè mi servivano i biglietti dell’autobus, e -ORRORE- la perfida moglie indossava la sciarpa perduta da chissà quale povera orfanella che l’aveva avuta in regalo dalla bisnonna in punto di morte!

Ahimè, in che turpe società ci è dato di vivere! Così mi sono voltato verso l’incolpevole maritino e lui (è intelligente, lui), e lui ha detto: “buongiorno, dimmi pure“. Mi ha dato del tu!!! è un codice! un segnale!!! Lui è schiavo di quella ladra befana!!! Ahimè, in che triste società ci è dato di vivere!

balsamico

20 gennaio 2008

VicksVaporubBalsamico

Il Vicks Vaporub è la più bella invenzione che inizia per V e finisce per B. (toh, V.B. è VeronicaBerlusconi, tu pensa). Sì,  è meraviglioso il Vicks eccetto che un barattolino microscopico costa tipo 1 miliardo al kilo, in compenso uno lo usa 3-4 volte l’anno perciò si può fare.

Quando io ero bimbo, cosa che ogni giorno che passa faccio sempre più fatica ad ammettere, esistevano ancora gli incantesimi di terzo livello e le fattucchiere, nonchè il Vicks. Se facevo la tosse un giorno, mamma mi guardava con occhio-da-radiografia; il secondo giorno con occhio-da-TAC; il terzo giorno con occhio-da-potenzialenecrologio.

Così scattava il rituale del Vaporub: sdraiamento (troppi neologismi in questo post, ora basta!) sul mobile duro accanto alla tv, sapete all’epoca la tv era una e non in camera, frizione sul petto coi bronchicini malaticci, sacro unguento balsamico spalmato come perizia mammesca ed infine i benefici effluvi risanatori.

Questa cosa mi è rimasta nel cervello a distanza di 30 (!) anni, e tra parentesi il blu del vasetto del Vicks è meraviglioso che dovevo scattare la foto per soddisfare un bisogno primario che non avete idea di quanto mi piace quel blu. Anche se quand’ero piccolo era ancora più bello. Sniffiamo insieme e ripetiamo: “Vicks ti adoro!”. Tutti insieme: “Vicks ti adoro!”

(i commenti dal vecchio blog sono qui)

la gomma lo terrorizza

19 gennaio 2008

GommaFobiaEsatto esatto, non sono io che non la sopporto, ma un altro. Non l’avevo mai sentita questa fobia, finchè poi…non l’ho sentita. Insomma pare che questo ragazzo non entri in una stanza se c’è in giro una gomma per cancellare. Una banale e comunissima gomma di quelle che abbiamo tuttissimi.

A lui dà fastidio e solo se ci pensa gli vengono i brividi. Per esempio non può entrare facilmente in un’aula studio perché altrimenti è fatale che trovi un sacco di queste gomme. Se poi uno vuole fargli venire un infarto basta prendere una mega gomma per cancellare e sventolargliela in faccia.

Ora io pensavo di avercele tutte, invece questa mi manca. Sono quasi invidioso. Però c’è anche un altro amico che non entra in casa tua se non hai lavato la lavatrice. Sissignore. Lui la prima cosa che fa quando viene in casa è andare a vedere se la lavatrice è pulita, altrimenti è più forte di lui te lo ripete e te lo ripete finchè non la pulisci, e a quel punto gli passa l’ansia.

Però questo gli prende solo se lo inviti a casa, altrimenti per il resto è un individuo comunissimamente “normale”. Adesso io penso e ripenso e non ho nessuna fobia paragonabile a queste. Ve lo posso giurare sul mio tappetino del mouse che non ce l’ho. Però voi non mi fregate, eh. Lo so che una fobia assurda ce l’avete. Ve lo leggo scritto in fronte, stranofobici che non siete altro!

sono una gallina vecchia

18 gennaio 2008

Sì ma un momento, un momento fatemi prima finire. Insomma ieri ho fatto “toc toc” alla porta del fisioterapista e così sono entrato e poi mi sono sdraiato -vestito- e ho chiuso gli occhi ed ho atteso il miracolo di San Gennaro. Due mani bollenti sul mio collo, e via alla difficile impresa di trasformarmi dall’OGM (organismo giustamente malato) che sono in un essere fisiologicamente ben funzionante.

Inizialmente mi scappava da ridere e avevo la classica faccia ebete di chi per strada incontra qualcuno e poi va via, e non so perchè ma per 10 secondi resta il sorriso stampato in faccia, avete presente no?
Embè io ero così, soltanto sdraiato (ah, vestito, dimenticavo), mentre il mio collo era a destra e la mia schiena a sinistra, qualche metro più in là.

Poi, a un certo punto, quando ero ipnotizzato dal relax, il mio collo è stato tirato verso l’alto mentre le mie clavicole sono state spinte verso il basso come nei telefilm quando una partorisce e tutti dicono “spingi! spingi!”. Allora sentivo stiracchiarmi dei muscoli che confesso di non aver mai saputo di possedere, e mi visualizzavo dall’alto come la Jeanne Hebuterne di Modigliani.

E poi deglutivo dei gropponi di stress che il fisioterapista mi ha detto che ho dei magoni da mandar giù che manco il secondo Chakra (che ho scritto?). Alla fine, 40 minuti dopo, ero immobile. Cioè non riuscivo a muovermi. Ora io dico Osanna al massaggio Shiatsu. Da segnalare il mio volto, dapprima contratto come una Cipster, dappoi disteso come un lenzuolo candeggiato con ACE. E senza “straaap”.

catrame

16 gennaio 2008

Fu uscendo dall’acqua che notai per la prima volta la pianta di limone. Un frutto cadde al suolo spargendo nell’aria l’odore di agrumi. La donna dai capelli biondi sorrise, prima di squagliarsi sulla sabbia, spalmata di creme dense come il burro. Fu uscendo dall’acqua che mi accorsi dell’auto in sosta sul tornante della montagna, e dell’uomo che pisciava sugli scogli, 30 metri in basso.

Quando il cielo fu oscurato dalle nubi si udì un latrato. La pelle d’oca ed un ciottolo troppo aguzzo. La sagoma geometrica dell’ospedale sulla collina, una cicatrice sulla nuca. Il tuono ruttò la sua pioggia pesante e opaca sulle stuoie, una bimba inciampò scorticandosi un ginocchio. Latrati e urla, acqua che cola, acqua che scende.

La polla di catrame ribolliva. Il puzzo tappava i polmoni, e poi fece improvvisamente freddo. Non c’era tempo per raccogliere i vestiti, non c’era modo di raggiungere la strada, non c’era spazio per correre veloci. Sopra, una pressa di gocce; sotto, il nero tanfo della decomposizione; ai lati la paura della gente, una grotta, un cane, ciottoli, ciottoli aguzzi.

I gomiti erano ridotti a brandelli sul prato di ciottoli aguzzi. Nessun suono si udiva ma l’aria era rossa. Sperai che mi fossero scoppiati gli occhi. Pregai perchè mentissero. Fu entrando nell’acqua che superai il dolore. Il cielo tornò azzurro, il pavimento divenne sabbia, i latrati cessarono. E la pioggia, la pioggia pioveva altrove. Così aprii la bocca, ed urlai senza emettere suono alcuno.

le mosche si facevano strada

15 gennaio 2008

L’edera era stanca di aggrapparsi a quel muro, sembrava si volesse sforzare di crescere altrove. Lungo la via scottata dal sole le auto in sosta formavano una catena grigia, l’aria ammorbata dall’asfalto. Nella quiete del dopo pranzo si udivano le abitudini della gente, i suoni delle case che uscivano dalle finestre spalancate.

Odiava il momento in cui vedeva qualcuno osservarlo da lontano. Era costretto ad avvicinarsi, ma nel farlo abbassava lo sguardo, esponendo alla sfrontata invadenza altrui la sua timida debolezza. Quegli occhi pesavano, scrutavano, ferivano.

Oltre, un cane morto. Le mosche si facevano strada sulla carcassa. Quel cane aveva un nome ed aveva una storia, ma ora non era altro che un rigido ammasso di pelo. “lascialo perdere, domani vengono gli spazzini e se lo prendono“, sentì dire. Lo lasciò perdere e si diresse a casa.

L’estate sfavillava di luce. In casa, la quiete assoluta, le cose come le aveva lasciate quella mattina, la macchinetta del caffè, le magliette stese ad asciugare, il libro capovolto sul comodino. A piedi nudi sul pavimento fresco, fece scorre l’acqua nel lavandino. Fu un’estate calda, densa, letale. Il ronzio delle mosche.

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