Archivi per gennaio 2008

il santo patrono

12 gennaio 2008

In non so perchè spesso i santi patroni hanno nomi più strani che nessuno usa dal 1908 minimo. Per esempio nella mia città d’origine che poi sarebbe Frattamaggiore (l’ho detto! sorpresa!) il patrono si festeggia il 23 settembre ed è San Sossio. Alzi la mano chi conosce qualche Sossio e non è di Frattamaggiore.

Ecco, appunto. Poi ci sono altri santi patroni coi nomi che neanche in “io e il mio bebè”. Domani è Sant’Ilario, che si festeggia a Parma. Ilario vabbè soprattutto al femminile è diffuso, però basta fare alcuni esempi, non so Sant’Ambrogio (mai conosciuto un Ambrogio) a Milano e già qui ancora ancora ci si arriva ma c’è Sant’Anselmo (mai conosciuto un Anselmo) a Mantova che già mi pare raro oppure Sant’Eusebio (mai conosciuto un Eusebio) a Vercelli che mi fa venire in mente una specie di litania “viva viva sant’eusebio protettore dell’anima mia” che sentivo cantare dalle bizzoche nei loro rosari di maggio, quand’ero piccolo come un I-pod.

Poi ci sono gli improbabili San Prosdocimo (!) a Padova e San Geminiano (figuriamoci se ho mai conosciuto un San Geminiano) a Modena; e poi miliardi di altri come San Donnino a Fidenza; san Gerlando ad Agrigento; sant’Ormisda a Frosinone.

Ora io penso che Adamo sia il patrono di assolutamente niente, ed è già strano di suo, come nome. E poi penso che c’è chi è suscettibile se gli tocchi il santo patrono perciò suscettibilitevi altrove, non qui che non sto sfottendo nessun santo.  E’ solo che a parte gli scherzi vien da riflettere a pensare come nella scelta del nome ormai non ci si affidi praticamente per niente più a santi e martiri (anche San Pio, che pure è assai venerato, non mi pare che ispiri molte mamme e papà nella scelta del nome) ma ad altri personaggi, generalmente ben poco votati al martirio. Che sia meglio o peggio, poi non sta a me dirlo, certo Oceano non fa tanto più schifo di Cunegonda, e chiamare la figlia Asia non è poi peggio che chiamarla Catena. Mi pare.

4passi sulla terra: di passaggio

10 gennaio 2008

Oggi sono andato a giocare nel parco. C’era una bimba bella che mi ha dato la manina e ci siamo messi a correre, però lei era veloce. Allora io mi sono fermato per accarezzare un cane rosso, grande!, e molto morbido perchè aveva tanti peli. Io non ce l’ho il cane però mi piace quello.

Poi siamo andati nel prato dei girasoli e delle margherite, dove è caldo ogni giorno e dove se ti togli le scarpe voli, così mi sono tolto le scarpe (però le ho messe da parte così non le perdo) e ho chiamato la mia amichetta e abbiamo volato sui fiori piano piano, sennò qualcuno si accorgeva e ci sgridava.

Allora ho visto che passava un signore con un giubbotto verde, ma però io lo conosco quello lì, è quello che era mio fratello! E allora per fargli uno scherzo l’ho seguito zitto zitto mentre lui camminava e andava alla stazione. Lui non si accorge mai che io lo inseguo, perchè non ci vede molto bene, e poi perchè non sa vedere i bimbi che volano. A me mi dispiace però neanche no, perchè lui lo so com’è… è così, lui!

E poi è salito sul treno (mi piacciono un sacco i treni, sono veloci!) e se ne è andato. Io ho fatto ciao con la mano però lui non mi ha visto dal finestrino, così pazienza. Lo vengo a trovare un altro giorno.

quella maledetta campana

10 gennaio 2008

quando suonò le 3

Avevo sete e solo un succo d’arancia nel tetrapak. Avidamente, con una riga arancione che mi colava sul mento, lo finii tutto. Pensavo che forse mi ci sarei stordito, ma non volevo che quello. Tolsi le scarpe e mi sdraiai sul letto sfatto del giorno prima, non ricordo se tolsi anche la maglietta ma ricordo che era nera e sudata, puzzava del fumo di qualcuno.

quando suonò le 4

“no, ti prego, no. voglio dormire, lasciami dormire qualcuno mi lasci dormire!” l’ansia montava. piangevo per la disperazione “basta basta non ne posso più perchè mi capita questo perché, perché, perché?” avevo un sasso nel cervello e mi concentravo sul sasso e il sasso mi faceva male. e io continuavo a fare la domanda più difficile che si possa fare: “perché?”

quando suonò le 5

alzati, lavati, piscia, caca, vestiti, il caffè, i denti. la cravatta attento, la cravatta e le scarpe. Non scordare il materiale. vai, è già giovedì, vai, cammina, cammina, aspetta, siediti, leggi e poi leggi, poi arriva e saluta e poi siediti, dì di sì, dì di sì, dì di sì.

quando suonò le 6

“che fai già sveglio?” “non ho sonno”.
“ma sono le 6″ “non ho sonno”.
“prova a dormire ancora un po’, è presto” “no, non ho sonno”.

tempo di sondaggi

7 gennaio 2008

Ormai, con tutti gli input che riceviamo (odio l’abuso della parola input) non siamo più in grado di decidere con consapevolezza cosa è più giusto per noi. La troppa possibilità di scelta ci induce ad una perenne indecisione: timorosi di percorre la via sbagliata restiamo amaramente fermi, più statici di un balletto della DeFilippi, immoti come il tupè di Moira Orfei.

Ed è per tale motivo, guizzanti lettori, che invoco il vostro aiuto in questo fuligginoso lunedì dei lunedì, che un tempo osai definire lunedissimo.
A voi io chiedo, con un senso di anticipazione che mi prende sotto il capezzolo: quale ombrello devo scegliere oggi?

ombrello da vecchia1) L’ombrello “vecchia bacucca” . Rinvenuto 9 anni fa nella dimora il cui pavimento ancora calpesto, questo mastodontico capannone è ingombrante quanto il cognome Agnelli, ma implacabile contro la pioggia. All’uopo, si può utilizzare come arma antistupro.

 

ombrello pipistrello

2) L’ombrello “pipistrello”. Fortunosamente prelevato da un sedile di un interregionale, il cupo ombrello è maneggevole e felpato. Adatto alla pioggia fine fine come le mutande di ParisHilton, si rivela indispensabile scacciapensieri grazie allo “scratch” che fa quando lo riavvolgi.

 

ombrello gaioso

3) L’ombrello gaioso. Piccolo come un rimorso da quattro soldi, scattante come un contatore al momento del blackout, pratico come i fascicoli della DeAgostini, l’ombrello gaioso riserva inaspettate delizie. Nascosto negli anfratti della Tucano, protegge le pallide membra dai improvvise esplosioni acquose, gettando nello sconforto stuoli di passanti, invidiosi di un siffatto rosa.

Certo del vostro supportante parere, qui io mi congedo, sazio delle mie parole.

supposte

6 gennaio 2008

Supponiamo che sia un sabato e che voi abbiate i seguenti oggetti:

  • una bottiglia di plastica colma d’acqua;
  • una confezione di lasagne agli asparagi (surgelati);
  • un cartone di 6 uova;
  • un cellulare.

Supponiamo ora che il cellulare squilli mentre state per portare la bottiglia di plastica alla bocca per idratare le vostre rinsecchite e futili cellule. Sovrappensiero, aprite il frigo e riponete le uova e le lasagne appena comprate, poi la vostra telefonata prosegue fino all’inevitabile e scontata conclusione del “ciao ciao“. Non avvertite alcunchè di strano o bizzarro, per cui proseguite la vostra sciocca serata con un occhio di riguardo al copriletto che si è stinto dopo un lavaggio miserabile, e sognate di palpitanti amori e potenti desideri.

Adesso, supponiamo che sia domenica e che voi vi troviate nella seguente situazione:

  • avete fame;
  • ricordate di aver comprato le lasagne;
  • l’orologio segna l’una e voi avete già sprecato a dovere la mattinata.

Aprite il frigo per esaminare la cacciagione, tuttavia un penetrante e nauseabondo tanfo si impadronisce del vostro sensibile organo olfattivo, ricordandovi che “diconsi surgelati quei cosi freddi che si schiaffano nel freezer“. Compiaciuti per aver trasformato 2 euro in zaffate verde poltiglia, voltate lo sguardo al cartone delle uova, vostra ultima risorsa domenicale, ed inchiodando un post-it nel cerebro con su scritto “maledizione!“, sbattete il colesterolo a mò di frittata, scorreggiando impotenti verso il più invisibile pomeriggio.

Tutto ciò supposto, orsù a voi il compito di trarre le vostre dottrinali, pregnanti, incontrovertibili conclusioni.

punto della situazione

5 gennaio 2008

La fiamma è al minimo, blu come il led delle casse. Sono accese senza alcun motivo, ma ora che l’ho notato non le spengo, altrimenti sprofonderò in questo pensiero. Guardo la pianta nella sua immobilità e mi chiedo se è felice di vivere in casa mia. Se per lei è uguale, da me o altrove. Non può essere, io l’accudisco, non può essere che per lei sia uguale.

Il led è blu ma la fiamma è spenta. Strano che con un mondo a disposizione, io viva praticamente sulla mia sedia. Sarò fantasma in questa casa quando non sarò più io a sedermi qui. Ma il pensiero non mi turba, nè è un pensiero triste. Mi è solo venuto in mente. E non mi mordicchio più le unghie come facevo un tempo.

Sono di sicuro inconsapevole di qualcosa. Cosa, non saprei, o ne sarei consapevole. Questo pensiero mi scuote e mi sconfigge. Se un giorno l’uomo vivrà senza corpo, mi chiedo dove andranno a finire le nostre anime intanto che aspettiamo. Un posto c’è, ma la nostra mente non è in grado di comprenderlo. Quelli che ci vanno vicino li chiamano filosofi. C’è poco da ridere.

Mi accorgo di scrivere ciò che mi passa per la mente. Devo fare uno sforzo cosciente per non cancellarmi. Eppure, riesco nell’intento. Non ho alcun interesse a sapere perchè.

Quella mano luccica

4 gennaio 2008

Contò tutte le piastrelle del bagno. Non c’era mai andato in quel bagno, nè in un bagno rosso. Così le contò tutte. La saponetta era gonfia, il dosatore pieno a metà. Chiuse gli occhi e scelse il dosatore, poi uscì lentamente, ammorbato dal fumo di sigaretta.

Sua mamma fumava sul divano di pelle bianca. C’erano vini costosi e tavolini trasparenti. Certo, anche i salatini, e poi la moquette. Nessuno badò a lui quando il cane abbaiò: aveva sussultato. Suo padre fumava in corridoio, discorsi da grandi e colonne di marmo striate di un tossico grigio.

Quella casa era troppo piena di gente per essere così vuota. In una camera da letto trovò uno strano carillon. Affascinato, udì il suono spandersi tra le 4 pareti di velluto verde, morbido come un peccato. Passò le dita sull’imbottitura, poi si accorse che qualcuno lo osservava.

Uscì di corsa, nel corridoio un telefono, nella sala un tappeto, in cucina un vassoio, sulla terrazza vasi.
Il cane abbaiò ancora. Dov’era mamma? Dov’era papà? E il carillon, l’aveva chiuso?

Come la neve, sei

3 gennaio 2008

wow che nevicata

Non è forfora, non è cocaina e nemmeno polistirolo, allora che è? ma ovvio, la candida ed esagonale* bastarda umida neve. Ah, già la neve è bella la neve è buona, scusate.

Invece no la neve distrugge le scarpe, rallenta ogni passo, fa venire voglia di giocare a palle di neve (e ciò è un male perchè non so con chi giocare), e poi soprattutto doveva scendere a Natale, che faceva più telefilm americano**, non ora, che invece spacca i maroni peggio del diabete.

Comunque quella della foto è Parma. Cioè quella mini-parte-di-Parma che si vede se ti affacci dalla finestra numero 2 di casa mia. Che romanticismo di scenetta vero? Candida e soffice come la schiuma da barba, non ho poi realmente un motivo per odiarla, la neve. In fondo non è mica ferragosto. Avevo inziato così, da vero “duro” incazzato e finisco da vero “pappamolla” sdolcinato.

Che poi, capirai.

*si vede che sono un bravo professorino di scienze eh?
** con tanto di pentimento-conversione del protagonista cinico in protagonista sensibile, ovvio.

SOS

3 gennaio 2008

S.O.S. calendario!!!

Ehm è grave? Non ho ancora un calendario in casa, per la prima volta dal 1991, e dunque non so che giorno è. O meglio, lo so, però se non strappo la paginetta vado in corto circuito…
le agendine elettroniche, il calendario di windows, nossignore no… io mi sono abituato a strappare la paginetta del giorno vecchio come prima cosa del giorno (dopo altre che non svelerò) e ora non trovo il calendario in nessuna libreria: malvagi parmigiani che li avete comprati tutti!

S.O.S. è già l’una

Ed io ho fatto zero cose di quelle che dovevo fare. Cioè 1, ma orrenda e cioè acquistare l’abbonamento del treno, perciò non conta. Mi ci vorrebbe una specie di plugin nel cervello per aumentare la mia organizzazione, che a dire il vero è penosa almeno quanto la piccola fiammiferaia. Tutta colpa del calendario, scommetto!

S.O.S. recupero di chimica

Mai fatto in vita mia un esame il 4 gennaio, ma non è una di quelle esperienze che uno sogna di fare. Il merito è della illustrissima pregiatissima clarissima direttrice della mia scuola di specializzazione, che ha deciso che anche se siamo laureati, ed abbiamo superato un esame orale ANCHE in chimica, dobbiamo ugualmente “recuperare”. Così ci ha appioppato una risma di slides, e domani vado a mettere qualche crocetta sulla lettera B.

S.O.S guanciale cervicale

Se c’è un fisiatra in ascolto, in ginocchio supplico consulto telematico con tanto di lenitivi effluvi. Mi serve un cuscino nuovo, o un collo nuovo. Pago anche il ticket, e regalo tutti i doppioni di figurine dell’album di dottor House.

Perciò si alzò

2 gennaio 2008

L’aria entrò fredda e violenta dalla finestra aperta. Le tende flapparono nella solitudine della stanza, scompigliando i fogli lasciati sulla scrivania. Invisibili goccioline d’acqua gli bagnarono il volto, ma nel buio nessuno le avrebbe notate, per cui lasciò che il gelo gli riempisse i polmoni, lentamente. E poi si lanciò nel vuoto, senza mai toccare terra.

La luce arancione si mischiava all’odore di carne. Si era tolto le scarpe e si massaggiava i piedi nei calzini di spugna. Sul tavolo, una birra e del pane; qualcuno alla tv. La grata della finestra dava sul marciapiede, ma solo in pochi, passando, sbirciavano all’interno. Passò il capodanno sperando di sorridere al primo che l’avesse osservato.

C’era tanta folla con gli occhi all’insù, a guardare i fuochi colorare il cielo di rosso e di giallo. Gli sguardi pietrificati e sorrisi alcolici, le orecchie colme di buoni propositi. Tanta felicità fluttante nell’aria, nessuno che riuscisse realmente ad afferrarla. E ancora rosso, nel cielo, e giallo.

Si era messo il vestito buono, ed aveva cenato in salotto. A lei l’odore di muffa non dava fastidio. Aveva alzato i termosifoni e poi si era appisolata poco prima della mezzanotte. Lui le aveva detto che sarebbe tornato, per cui rifiutava di credere che potesse averle mentito su una cosa simile. Ci sperava ogni capodanno, da 30 anni. E se non questo, sarebbe tornato il prossimo anno. Perciò si alzò per sparecchiare.

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