Archivi per febbraio 2008

29febbraio

29 febbraio 2008

Oggi il post è al contrario

Io lascio i miei commenti, che sono questi:

  • “hai scritto un post bellissimo! il tuo blog è geniale!
  • “ciao! passavo per un saluto :)”
  • “vaffanculo pezzo di merda”
  • “hai proprio ragione, condivido in pieno!”
  • “che hai mangiato ieri sera?”
  • “il tipo era carino, almeno? ;-)”

Voi ne scegliete uno e ci scrivete il  “post” più adeguato. Facile, vero?

Pensare richiede tempo

27 febbraio 2008

La brioche era ancora croccante. A parte il cielo cupo, quella giornata non aveva nulla di sbagliato, però c’era in lui una strana insofferenza, simile a quando un ricordo non affiora e non riesci a concentrarti su nient’altro. Non si ricordava che giorno fosse, che strano. Di solito la gente sa sempre se è l’8, il 15 o il 31 del mese. Lui non se lo ricordava. Forse era quello.

All’improvviso, il silenzio. Qualcosa di sbagliato in quel silenzio, ma cosa? Diede un morso alla brioche sporcandosi le dita di zucchero. Mentalmente si fece un appunto di non comprare più quelle così appiccicose, poi di nuovo il silenzio. Ecco cos’era: il bimbo aveva smesso di piangere. Erano giorni che piangeva, i dentini forse.

L’orologio segnava le 10. Pensare richiede tempo. Si vestì, si fece la barba senza tagliarsi ed uscì. Con quel cielo grigio anche i cappotti delle vecchie sembrano del colore dei muri ammuffiti. C’era un uomo sul marciapiede intento a portare dei pacchi in una panetteria, ne uscì un odore di pane appena sfornato e di pizza calda. Trovò la sua panchina, il vento gli fece venire i brividi alle caviglie. Era lì che andava in quelle giornate storte.

Un vecchio scese dalla bici e si venne a sedere accanto a lui. Cominciò a leggere il giornale dalla pagina sportiva, borbottando in dialetto qualcosa di scontato. Meglio di niente, tutto sommato. Con un po’ di fortuna, il sole sarebbe uscito per mezzogiorno e lui avrebbe ricordato quello che si ostinava a non ricordare.

sono blogstar dentro

26 febbraio 2008

Per oltre un anno ho ragionato così: il mio blog lo leggono A, B, C allora io visito e leggo A, B, C. Non so, mi sentivo in dovere. Poi è capitato che da 3 sono diventati 30, poi 90, poi 150. Bello, per carità, ma pure coi feeds, ci mettevo 3-4 ore a fare il giro visite. Non è cosa.

Così ho preso anima e coraggio (e voi non mi conoscete ma per come sono fatto io è stato difficile) e ho cominciato, 2 mesetti fa, a visitare solo i blog che veramente mi piacciono. Aho, ho trovato pure il tempo di tenere il tumblr, che prima non potevo mica! E ho scoperto tantissimi blog che veramente mi piacciono assai. Mi sento come se mi avessero tolto un panno dagli occhi.

Il risultato è che ora il mio blog riceve 1/3 di visite e 2/3 di commenti in meno. E’ che alla gente piace sentire l’interesse altrui, anche se non è genuino. Io non conto niente però i grafici li so leggere e un po’, come funzionano le cose, lo capisco.

Ma devo dire la verità, da quando il mio atteggiamento è cambiato io mi diverto il triplo. Anche se ho meno lettori di un bugiardino del maalox io mi sento blogstar dentro, quella è la verità :)

La cartolina che arriva dopo 1 secolo

20 febbraio 2008

Ho letto oggi in neatorama che nella città di Brighton, in Massachussets, è stata recapitata una cartolina dal parco di Yellowston, scritta 79 anni fa, praticamente… vediamo, 2008-79… (da compito in classe di terza elementare) fa 1929. Una cartolina scritta nel 1929!

Praticamente sarà andata persa in qualche cassetto di qualche ufficio postale, però è intatta ed è stata recapitata all’indirizzo del  destinatario, una signora morta da tanto tempo. Gli abitanti di quella casa neanche conoscono i discendenti della donna, anche se confermano che effettivamente una volta lì ci abitava quella signora.

E’ una specie di miracolo ricevere ancora cartoline. Le e-mail e gli sms ne hanno decretato la morte ormai da tempo. Venti anni fa collezionare cartoline era comunissimo, in vacanza una delle prime cose che si facevano era acquistarne tante per poi spedirle a tutti i compagni di classe. Ricordo che al rientro poi era quasi motivo d’orgoglio dichiarare il numero di cartoline ricevute, perché era indice di popolarità.

L’ultima cartolina che ho ricevuto è stata da parte dei miei nipoti, un anno fa. I bambini utilizzano questo strumento come “una cosa da adulti“, poi lo tralasciano in favore delle nuove modalità. Però confesso che trovare la cartolina nella cassetta della posta è una cosa che mi manca molto. A proposito, sulla cartolina di 79 anni fa c’è scritto “saluti“.

Raffiche

16 febbraio 2008

Funzionava così: si sceglievano un posto con una bella visuale, magari sulla strada piena di macchine, oppure sul chiosco delle limonate e dei tarallucci salati, poi restavano ore a chiacchierare oppure a star zitti, ma in compagnia. Ogni sabato d’estate si incontravano su quel muretto.

All’inizio, si sentivano un po’ a disagio. Non sapevano come rompere il ghiaccio e finivano per parlare di cose banali come il tempo. Quand’erano rilassati, invece, si facevano un sacco di risate. Uno si fumava una sigaretta dopo l’altra e commentava il passaggio di ogni ragazza; l’altro aveva sempre qualche caramella o qualche mentina e per lo più annuiva.

Dal mare veniva un’aria fresca che faceva il solletico sulle cosce. Dopo la prima mezz’ora di chiacchiere si finiva a star zitti, il silenzio sul muretto ed il caos del traffico. Le famiglie che passeggiavano, gli scooter delle amiche, i pattinatori. Poi si alzava il vento e calava il sole, allora loro si giravano spalle alla strada e cominciavano a guardare il mare e i gabbiani sugli scogli.

Qualche volta, le raffiche erano pesanti. Si ritrovavano più vicini di quanto fossero stati seduti nel primo pomeriggio. Era proprio in quel momento che la loro giornata aveva un senso, quando il vento soffiava sulle loro magliette come se volesse cacciarli da quel muretto. Invece, restavano il tempo di un’ultima sigaretta, poi andavano via, salutandosi con un cenno.

Storia del colapasta

15 febbraio 2008

Che palle. Tutti gli argomenti più belli ed interessanti già sono stati discussi. Non si sa più cosa fare per suscitare l’interesse dei lettori e purtroppo io non sono da meno. Povero d’idee e di css, mi limito a martoriare il mio egocentrico piccolo mondicino e sfornare numeretti in fila. Così, spulciando nella Bibliociofeca di Internet, ho scovato questi 3 argomenti di cui mai nessuno ha osato parlare:

1) Le inversioni a U ed i calcoli renali: legame apparente o tragica connessione?

Da uno studio dell’università scientologica di Kuala Lampur è emerso che le autostrade sono più sicure per chi non mangia gelati. Il calcio del gelato, unito al thè o al caffè, fa precipitare cristalli di ossalato a formare i calcoli nei bacinetti renali. In preda agli attacchi, i guidatori asiatici sono soliti urlare di dolore, svoltando bruscamente a sinistra. Pare che c’entri anche qualcosa El Nino, ma su questo il Cardinale Ruini ancora non si è espresso.

2) Come trasformare la puzza di piedi in profumo Chanel

Specialmente nella popolazione maschile tra i 25-35 anni, laureata, cellularizzata ed iscritta a 15,6 social network, la puzza di piedi è una piaga che ricorda i biblici sciami di locuste. La colpa, ovviamente, è di una nipote di terzo grado della cognata del compagno di banco di Berlusconi, la quale ha inserito nelle Geox una molecola capace di alimentare colonie fungine e creare composti a base di zolfo. Test clinici condotti su 83 donne andate a letto col fratello normodotato di Rocco Siffredi mostrano che il tanfo pecorino può essere trasformato in brezza di lillà assumendo una cipolla cruda al mattino ed una a sera, coi piedi nudi appoggiati sulla pianta di gerani del vicino.

3) Storia del colapasta dagli anni ‘20 ad oggi: una mostra a Roma

Col patrocinio del ministero dei beni culturali, Victoria Beckam è oggi chiamata all’inaugurazione della mostra che segna una svolta nella assonnata vita culturale capitolina. Alla presenza di Walter Veltroni, che per l’occasione ha imparato nuovi artifici retorici da aggiungere alla sua collezione, le Lavinie Borromee che contano potranno ammirare capolavori di design quali il colapasta multicolore di Roy Lichtestein; il colapasta minimal di Hopper; il colapasta a schizzi di Pollock e, delizia assoluta, il colapasta rosso e blu di Mark Rothko, mai lavato, ma se è per questo, mai usato. Al termine dell’inaugurazione, un balletto di Anbeta e Josè. Seguirà la trashcronaca di DaveBlog.
Certo di aver contribuito allo scambio culturale di cui la blogosfera è avida, rimando i miei 62,4 lettori e le mie 79,3 lettrici  agli approfondimenti tematici:

Feltrinelli

13 febbraio 2008

Feltrin-elliChe c’azzeccano i libri?, sto parlando dei feltrini che si mettono sotto le sedie, quelli. Quellì lì, quelli belli quadrati che si vendono nei supermercati negli scaffali più anonimi, sfigati e deprimenti mai visti, accanto ai cavatappi, agli schiaccianoci, all’acqua per il ferro da stiro e alla confezione di 1000 elastici blu.

Anzi ora scatto una foto e la appioppo qui a lato, poi vinco il primo premio “scatti infeltriti” dell’associazione Flickròmani assatanati con disturbi di personalità. Ebbene vengo al punto del post e cioè questi feltrini pratici e meravigliosi sono così silenziosi che rimpiango i tempi in cui potevo strusciare la sedia fino a farmi sentire a Reggio Emilia*.

A dire il vero abitare al terzo piano di tre è comodo perchè non hai i rompimaroni vicini del piano di sopra che camminano coi tacchi a mezzanotte, che i figli giocano a bowling sopra il tuo letto oppure che il 20enne ribelle scopa le sue bondgirls sul letto della nonna con le molle che risalgono al ‘43. Anche se a volte fa compagnia sentire i rumori dei vicini, dico.

Ma torniamo ai feltrini e qui lancio il sondaggio che finalmente, non se ne poteva più, finalmente farà sì che per una volta non si parli di Obama, di Hillary, di Yahoo, del governo e di Alessandra Celentano:

 “quanto amate i feltrini sotto le sedie da 1 a 10?”

Ecco. Poi ditemi che questa non è cultura.
*nota per l’utente nuovo arrivato e presto fuggito: io abito a Parma, dunque, prego ridasi alla battuta.

Press play on tape

12 febbraio 2008

Fragole e macchie sulla pelle, un campo, voci, la pioggia e le scarpe verdi. La stanza al piano di sopra puzza di muffa e l’armadio è spalancato, lo specchio, all’interno, riflette le lenzuola pulite sulla sedia. Una vecchia sorride in una cornice, le candele sono spente. Più in alto non salgo.

Dieci donne fanno la doccia, nude e bianche. Entro negli spogliatoi, urlano. Una di loro ha i seni pesanti e flosci, chiude la porta. Quando passa la settimana? La notte non piango, sono troppo stanco. Mi sveglio per primo. Non sono un essere sociale. Qualcuno mi spia, se mi volto lui sarà lì, lo so.

La giraffa cade e muore.

Cadi, neve. Cadi e copri. Nascondi.

Quando la bimba urlò la prima volta, nessuno si voltò. La seconda volta, urlò più forte e si voltarono tutti. La mamma le diede uno schiaffo davanti a tutti. La bimba urlò la terza volta, ma stavolta tutti la ignorarono. Poi una quarta, una quinta, una sesta…

un posto al sole

9 febbraio 2008

La sua casa affacciava sui bidoni della spazzatura.  Ogni tanto qualche umano buttava un sacchetto troppo grosso e il rumore la spaventava. Il cortile era cupo e vuoto, ma per fortuna non c’erano gatti a rompere le scatole. Di solito usciva a prendere il sole, adagiandosi sulle crepe del muro, e nessuno badava a lei, perchè gli umani restano meno tempo possibile tra i rifiuti.

Le piaceva sentire i raggi sul corpo sottile, la riscaldavano e ritempravano. Da piccola le era capitato di incontrare uno di quei terribili umani che chiamano bambini, i più crudeli e spietati verso le lucertole. Le aveva dato la caccia, e lei era scappata. Poi ancora scappata. Poi le si era avvicinato troppo, e lei si era staccata parte della coda, per proteggersi. Le scocciava un po’, ma al mostro bambino fece impressione e la lasciò in pace, mentre la coda ricrebbe.

Quel giorno si sentiva spavalda, e voleva prendere il sole. Il portone era aperto, e la strada era luminosa, molto invitante. Sgusciò dal rifugio e si insinuò spedita tra le fessure, lungo le mura scolorite. Giunta in strada, restò confusa, ed immobile. Mostri che rotolavano sputando gas dal di dietro, umani con scarpe con punte acuminate, umani che trascinavano cani che pisciavano ovunque, e gatti. Poteva sentirlo. Da qualche parte c’erano gatti, sentiva gli occhi puntati addosso.

Tremò, si voltò di scatto per tornare indietro, ma qualcuno aveva chiuso il portone. Qualche maledetto qualcuno. Provò a passare sotto, ma non riuscì, non c’era spazio, allora cercò di nuovo, e poi ancora di nuovo, più in là. Restò in basso, non voleva farsi notare, lei lo sapeva che 2 occhi la osservavano, lo sentiva, lo percepiva. Il gatto giunse all’improvviso, senza rumore, implacabile e veloce. Al primo assaltò la lucertola si raggelò dal terrore, e lasciò andare la coda. Il gatto si attardò per un secondo, la lucertola strisciò veloce tra le crepe dei marciapiedi, pronta ad infilarsi ovunque potesse sentirsi sicura. Sapeva di doverlo fare, o morire. Fuggì, e non tornò mai più a casa.

in coro

9 febbraio 2008

Sono a tavola, ma la tavola non c’è. Un uomo allatta un bimbo al seno, ma nessuno fa caso a lui. Sembra avere la pelle di cuoio, è abbronzato e liscio. C’è anche un vecchio con gli occhiali che non mi rivolge la parola. Del resto a me va bene così. Ho i tappi nelle orecchie e fuori si gela.

Una ragazza ride, una donna parla con tutti ma nessuno l’ascolta. Mi sta bene così, ho perso una scarpa, non la trovo e non mi va di muovermi, mi sento goffo. Fuori si gela ed ho finito i biscotti al burro. Voglio arrabbiarmi ma non ho un motivo per farlo e questo mi fa stare peggio. Sono agitato e vedo le ombre alle pareti.

E’ notte, ora. Non c’è più il mare, ma sto tornando a casa, una casa in cui non abito più da tanti anni. La porta si è aperta su una stanza senza luce. Dovrei entrare ma non ho una scarpa. Non posso, non posso entrare senza una scarpa. Non posso, mi spiace. Senza una scarpa no, non entro. Mi spiace.

Dentro c’è un coro, che canta una musica magnifica. Un vecchio mi invita ad entrare. Resta alla porta, qualcuno mi spinge e cado a terra. Ho male al gomito e mi scendono le lacrime agli occhi, ma quando provo a piangere dalla mia bocca esce un suono che si armonizza bene col coro. Mi sorridono in tanti e riprendo a cantare. Sento le onde del mare ed il profumo del basilico. Con un piede nudo, in coro, canto.

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