Archivi per marzo 2008

la passeggiata al parco

31 marzo 2008

Argomento del giorno è naturalmente la mia passeggiata al parco. Sembra che la BBC ne ricaverà un documentario. Ordunque, si definisce come “passeggiata al parco” qualsiasi passeggiata di più di 30 minuti, di domenica, col sole, tra la gente e senza buste della spesa, anche se non è al parco, voglio chiarire questo punto. Vale lo stesso: la mente è uno strano congegno.

Per l’occasione indossavo la mia divisa invernale, ma senza maglia, in omaggio all’ora legale. Itinerario previsto: fino all’incrocio, poi di là, poi dritto, quindi di qua, il parco e poi dietro. Semplice. La gente che ha avuto la stessa mia idea (o meglio, un’idea che si avvicina all’idea che ho dell’idea che ho avuto) era numerosa come a un concerto di Ratzinger, decine di poppanti infagottati nei passeggini, i papà con liquami alla lavanda, le mamme con le scarpe comprate a Pasqua ancora troppo strette.

Tantissimi i Berlusconiboys a dispensare carta da rifiuti. Poi, il mercatino di bancarelle e di grassi sfrigolanti, piume di alpini, volontari con sfigmomanometri, metà popolazione extracomunitaria di Parma, zitelle coi bijoux di moda nell’83, qualche tamarro con l’abbronzatura da tumore alla pelle, io, turisti in cerca del Battistero, gruppi di studenti più magri di una XXS, giocolieri, puttane, varia umana solitudine.

(pausa che dà profondità e spessore psicologico)

Sono tornato a casa ma al parco non ci sono mica andato, mi ero già stufato alla grande e poi avevo le mani gonfie. Urge consulto. In compenso ho rispolverato la mia cyclette e ho pedalato 10km: non da strapparsi i capelli ma comunque un re-inizio. Oggi poi è un lunedì ma è il 31, questo accostamento non lo posso sopportare. Inoltre, finchè non arriverà e passerà il mio compleanno meglio stare alla larga da me, vi avviso.

Pane amore e cortesia

27 marzo 2008

La commessa della panetteria dove vado io è così educata che direi che è quasi servile. Sìssignora, prego signora, certo signora, buongiorno signora, mi fa venire la pelle d’oca se penso a come è cortese. Però lo è di più con le signore rompiscatole che per scegliere un panino ci pensano come se fosse una parure di Bulgari. Vi spiego.

Tipo oggi eravamo in 4: una vecchia con 3 (forse 4) capelli viola pettinati all’indietro; una ragazza coi pantaloni che iniziavano dalle ginocchia; una signora uscita dalle pubblicità di Cosmopolitan e poi io, ovviamente. La ragazza col culo fuori ha chiesto una pizza margherita, ha detto pure “per favore“, poi ha accettato il primo sfigato pezzo che le era stato proposto ed ha pagato, scusandosi pure per non avere la moneta precisa precisa. La vecchia ha chiesto 2 michette piccole perché sa “sono da sola e una micca grande non ce la faccio“. Ha accettato le 2 che le erano state proposte ed ha sganciato le monetine più lenta della cottura di un risotto. Per fare il tragitto dalla cassa alla porta il pane si era ammuffito.

A questo punto entra in gioco la topmanager di noantri, leopardata nell’anima, che ha chiesto 2 filoncini. I primi due nooooo, erano lunghi, i secondi due noooooo erano cotti: lei voleva quello lì a destra in alto e quello lì “no non quello, l’altro!“. La commessa sorrideva come Joker. Non appena stavano per essere pesati, ha cambiato idea: “no mi scusi, mi dia invece 2 panini al latte“. Il tono era quello di chi sta per compiere una fusione di due multinazionali. Io ho scoperto che non avrei mai potuto fare la commessa.

La commessa, invece, ha detto “subito signora” e stavolta, furba, ha chiesto: “quali panini preferisce?“. La cliente le fa, innocente come un serialkiller: “scelga lei”. Giuro che ha avuto da ridire anche stavolta. Poi Santa Micca si è ritenuta soddisfatta dopo 3 tentativi, ed è andata alla cassa. La commessa, [che vedono i miei occhi], le ha regalato una fetta di torta “omaggio“. A lei! La topmanager degli sfilatini ha annuito, approvando.

La morale è che io punto tutto sull’arsenico nella torta, altrimenti non ci capisco niente.

Nell’aria

25 marzo 2008

Se ne andò sul tetto, più in cielo che poteva.
Nessuno l’avrebbe visto chiudere gli occhi e parlare col sole. Le tegole erano ruvide al tatto, i suoni della strada molto più in basso.
Dormì, sognando. Poi, gocce di pioggia.

Fumo

23 marzo 2008

Si voltò e mi sorrise, ma non disse una parola.
Poi tutto svanì, come il fumo delle sue sigarette.

sono il papà delle mie parole

19 marzo 2008

Passarono i giorni e le settimane. Quella mattina si sentì un po’ meglio, per cui decise di fare un giro in bici. Faceva caldo ma il vento era fresco, il suono della maglietta sulla pelle era come velluto. Lasciò che il sole lo guidasse verso il prato coperto di margherite deboli e formiche veloci, smontò dalla bicicletta lasciandola a terra e si sdraiò sul verde, gli occhi socchiusi che lasciavano passare solo le sagome delle nubi.

Era così che guariva.

Passarono le settimane ed i mesi. Un pomeriggio vide un paio di scarpe in una vetrina ed entrò come in preda ad un impulso irresistibile. La commessa aveva il doppio mento e puzzava di cuoio. Digitò le 5 cifre del bancomat e torno a casa. Lasciò le scarpe e lo scontrino nella busta di plastica 2 giorni. Tanto il tempo non contava più nulla.

Il tempo non contava nulla.

Passarono i mesi e gli anni. Passarono lenti e lasciarono pochi ricordi. Una sera uscì per strada e si fermò in una piazza gialla di luci e di fari di automobili. Per qualche motivo aveva pensato che esser lì, a vedere la gente spostarsi verso le vite altrui l’avrebbe reso uguale agli altri. Lui era uguale agli altri, povero stupido, ma la sua vita era diversa. La vita di ciascuno è diversa dalle vite di tutti, pur essendo tutte ugualmente identiche. Guardò le auto scorrere per mezz’ora, fino a quando cominciò a sentir freddo alle guance, dove si erano seccate le lacrime.

Passarono gli anni ed altri anni. Tutto quello che avrebbe lasciato di sè sarebbero stati oggetti privi di valore, ma il resto sarebbe svanito con lui. Troppo poco: cominciò a scrivere.

Le sue parole sarebbero stati i suoi figli.

all’ombra

17 marzo 2008

Quando vedo le macchie di sole sul pavimento mi vien voglia di sdraiarmi a terra, come facevo da bambino, immerso nella luce. Ricordo che mi mettevo a leggere oppure fantasticavo, finchè il sole non si spostava e le guance mi diventavano calde.

Ora che sono adulto leggo sempre tanto, mi piace lo stesso fantasticare, ma se mi sdraio al sole c’è sempre una parte di me che resta, almeno per un po’, all’ombra.

un tuffo

15 marzo 2008

Giungemmo infine in prossimità del precipizio. L’acqua del mare copriva gli scogli più minacciosi, le onde trascinavano piccoli brandelli di alghe in cambio di granelli di granito. Il sole era basso e debole, si alzò il vento.

Se volessi, mi potrei tuffare“, mi disse. Io non risposi, com’era mia abitudine. Sapevo che avrebbe aggiunto qualcosa, lo conoscevo bene.
Tuffiamoci, tutti e due. Saranno solo 20-25 metri. E da quella parte non ci sono scogli“. Aveva gli occhi acquosi ed era di cattivo umore. Quando era di cattivo umore se ne usciva sempre con queste sparate.
Torniamo a casa, dai.” Era una risposta debole, lo sapevo, ma era anche l’unica che avevo a portata di mano. “Torniamo che ho fame. Ci facciamo la pizza stasera?” Gli piaceva la pizza coi broccoli.
” , valutò lui dopo qualche momento, “tanto dicevo per scherzare“.

Mangiammo la pizza, guardammo la tv. Quella sera fumò più del solito. Aveva la testa reclinata e si era scordato ancora di prendere le ciabatte. Lavai io i piatti. Era bello parlare stando in due stanze lontane. Io dovevo urlare per coprire l’acqua del rubinetto, lui era lì, io lo sapevo, era lì immobile, a fumare. “Mi volevo tuffare veramente, però“.

Sì, lo so“. Chiusi il rubinetto e mi asciugai le mani. “Lo so che ti volevi tuffare veramente“.

va via

15 marzo 2008

Poichè non c’è più spago, meglio che io cada dal marciapiede.  D’altra parte, a che servono i tappi di plastica quando hai già buttato la bottiglia? Forse, se forse è, forse asciugandoti il freddo puoi ancora svoltare in su l’angolo della bocca, ma chi ci crederebbe e poi le luci sono accese anche di notte, le stelle non si vedono più.

Cammini e vedi uno così brutto che lo prenderesti a botte. Fa male pure a scriverlo ma così è e poi è ancora finito lo zucchero. Non c’è pace per il colore viola. Dicono che scrivere sia diverso, hanno ragione loro, ma se hanno torto allora hanno torto. E poi la mamma è bella e il rigo della terza elementare è stretto.

Va via, vattene. Non vedi che è il 2 dicembre? Domani è capodanno e non c’è un bacio sotto il vischio. Non c’è carta da regali, ho male agli occhi, ho male alla bocca, ho male alle mani per cui vattene via. Il tè si è raffreddato e il copriletto è pulito, affinchè si sporchi di polvere affinchè nessuno ci si sieda e poi per pulirlo ancora e le candele e i cuscini e il rosso scoppia il verde cade il giallo soffoca.

Guai a chi è immobile perchè lo sporco gli resta attaccato al volto. Se guardi gli alberi vedi solo alberi ed è brutto essere ciechi. Mi insegue assetato nella strada di fango, ma almeno mia sorella corre veloce. Corri, corri almeno tu, scappa, scappa!

malva e ginestre

14 marzo 2008

Sono per strada a piedi nudi e fa caldo. Oltre a me non c’è nessuno, mi ritrovo ad un incrocio. Posso accorciare andando a destra, o passare in centro e svoltare a sinistra, decido di andare a sinistra, tanto faccio sempre così. Cammino più lentamente e ora c’è più gente, ma sono tutti immobili.

Sono l’unico a piedi nudi, perchè?, mi sento un po’ in imbarazzo, ma nessuno sembra farci caso. I negozi sono chiusi, non lo sopporto quando sono chiuso, in più ora è buio. Mi ritrovo ad andare verso casa, ma la strada si fa difficile, e ad ogni passo sudo e faccio fatica. Devo aiutarmi con le braccia, e trascinarmi poco più avanti.

E’ notte, cammino coi gomiti e avanzo più che posso. Sono a tre quarti di strada, sudo. Di tanto in tanto prendo fiato poi mi spingo per parecchi metri di slancio. Vedo casa mia in lontananza, so che posso giungervi in breve tempo, anche se la stanchezza si fa sentire. La strada cambia ad ogni passo, e non la riconosco più, e mi perdo. Resto immobile, stanco e deluso, perchè non so dove andare.

Ad un tratto la strada si fa in discesa e ora non riesco a frenare, passo oltre, ma perché?, voglio fermarmi ora! no no più avanti no no voglio fermarmi! fermatemi!…casa mia sparisce. Mi ritrovo in un campo, ci sono cardi e papaveri, ai bordi dei binari vedo malva e ginestre. Mi siedo ed aspetto che passi un treno. Un’ape ronza accanto a me, il treno non passa e chiudo gli occhi.

cerchi

13 marzo 2008

Nell’acqua, quando butti una pietra. All’improvviso si scatena un temporale, gocce su gocce. La gente scappa, si ripara sotto i cornicioni. Se è estate, ridendo; se è inverno, in silenzio. Butti una pietra in acqua e si formano cerchi, ma c’è sempre qualcuno che sa farla rimbalzare meglio di te.

La sabbia bianca, la gente odia i vermi, la gente odia la terra tra le unghie, la puzza della decomposizione, il fango, i ragni. Insetti, scarafaggi, sotto le pietre la vita: sotto il marmo la morte.

Cerchi nell’acqua di mare, nei laghi, nei ruscelli e nelle pozzanghere. Ma soprattutto nelle pozzanghere, ai lati dei marciapiedi, quando in controluce vedi il ticchettio delle gocce più tarde, le ultime, quelle della quiete, quelle del rumore degli ombrelli che si richiudono. Il sole è quasi fuori luogo in quei momenti lì, vorresti che restasse ancora un po’ nascosto dietro a qualche nuvola.

Poi i fiori di pesca, di mela, di primavera. Scattano i clic delle fotocamere, ma anche i crack dei rami spezzati. Nella povertà delle case la fioritura della natura. Amputazioni di futuro, colori dolorosi, profumi di giorni veloci, veloci, troppo veloci. Qualcuno butta un sasso e la tua vita si allontana dal centro come cerchi nell’acqua, fino a svanire, svanire, svanire…

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