Archivi per aprile 2008

come ti incastro il tramezzino

29 aprile 2008

Io ai binari in attesa del treno, un distributore automatico e il telefonino con cui ho scattato la foto che è poi questa che vedete qui.

Foto(710)2 euro buttati che ci possiamo fare.

Tre rintocchi

27 aprile 2008

La campana di notte è più solenne. Tre rintocchi, quando l’aria ti solleva i peli sul braccio e ti vengono quei brividi belli, quelli che sei solo tu e il vento. La fontana è stupida, la stessa acqua che scende poi sale poi scende poi sale: nessuno la beve nessuno la usa e dopo un po’ nessuno la guarda, ma tutti l’ascoltano e per un secondo si illudono di stare al mare, quando le onde accompagnano quelle passeggiate col cuore che ti batte e ancora non ti fa male.

A parte il buio la strada è come di giorno, vuota. Ma puoi assistere ai segreti della gente, ai loro sbadigli, alle luci dietro ai vetri che si spengono e poi si accendono. Auto che attendono portoni che si aprono, vecchi ubriachi che svoltano barcollando sulle loro biciclette sgangherate. Tu pensi che nessuno ti osservi ma c’è sempre qualcuno che osserva la stessa aria immota che stai a guardare tu. Gente che dorme e gente che fa l’amore, gente che è sola e gente che è sola, molto sola.

Il peggio è quando comincia a spuntare l’alba. Perché è proprio allora che ti vien sonno, ma ormai i pensieri sono andati avanti ed il letto è già sfatto. Non c’è libro che tenga, non c’è film, non puoi chiamare nessuno a quell’ora infame, uscire non puoi e neanche ti viene in mente di farti una sega. Hai sconfitto te stesso e da te stesso sei stato sconfitto, imbecille, ed ora chiudi gli occhi e dormi, se puoi: domani farà schifo, ma se sei fortunato non te ne accorgerai nemmeno.

Affinchè non

27 aprile 2008

e così la casa diventa gialla, di quella luce che domani è lunedì. cosa devo fare, cosa avrei dovuto fare, cosa non avrei dovuto fare.

le caramelle nel vassoio stanno per finire, le piante sono al loro posto. so che sanno che ho cura di loro. anche oggi ho vissuto alla meno peggio. la mattina mi preparo per il pomeriggio, ed il pomeriggio mi preparo per la sera. la sera che è cosa devo fare, cosa avrei dovuto fare, cosa non avrei dovuto fare.

quando guardi le bolle di sapone c’è sempre quella che resiste tanto, tanto a lungo. scolorisce, sale lentamente e se la segui il sole ti acceca. poi scoppia e non ti soffermi a pensare a lei, ma subito ne soffi altre 100.

un giorno qualcuno proverà ad accarezzarmi, ma per quanto saprà essere delicato mi farà scoppiare ugualmente, e spero che il sole lo accechi, affinchè non mi veda piangere.

post privato

20 aprile 2008

Oggi è il compleanno di una persona che avrei tutti i motivi per odiare, eppure non ci riesco. A me non me ne viene niente, sapere che questa persona fa una vita da schifo o che sta male. Certo, finché appare e scompare, appare e scompare faccio fatica a scordarmelo.

C’ero riuscito anche, a far cristallizzare il ricordo in modo che fosse indolore, a far passare mesi (e dico mesi, sono tanti) interi senza mai pensare a lui e senza mai farmi condizionare, poi però un bel (bel?) giorno è riapparso. Inutile dire che ho cominciato ad aver mal di pancia e mi è tornata l’ansia. Perchè si sa che le ricadute sono anche più pericolose.

E poi è scomparso ancora una volta. Ora non è che la storia si possa semplificare in poche righe, anche perché queste storie sono così personali eppure così tutte simili che ciascuno di noi pensa di averne una più intensa e particolare. Allo stesso tempo dare consigli agli altri minimizzando la situazione ed invitando a strafottersene e ad andare avanti ha il sapore della vittoria sul proprio personale dolore da parte di chi consiglia, mentre per chi riceve il consiglio tali parole suonano senza alcun senso. Fastidiose, anzi.

Per cui il mio scopo in queste righe non è farmi compatire nè essere incoraggiato. Non c’è motivo. Ricordo il suo compleanno perché ricordo tutto, mi viene automatico, e ci scrivo un post perché, come altre volte ho già ribadito, scrivere mi fa liberare del pensiero. Sono fatto così, non pretendo che possiate capire anche perché solitamente faccio di tutto per rendermi poco comprensibile.

Con me questa persona è stata vigliacca, meschina, bugiarda e anche crudele. Sono stato emotivamente bloccato per lungo tempo e la mia quasi-immobilità sentimentale degli ultimi 10 anni ne è una prova molto evidente. So che mi legge, ma so anche che è troppo debole per commentare. Oggi compie 40 anni e ne ha trascorsi 10 con un mio oggetto tra i suoi ricordi, ma non mi ha mai voluto spiegare perché.

il mare non c’era

17 aprile 2008

Partimmo all’alba.

L’alba, che ho sempre odiato il freddo.

Restavo al finestrino ad inventare canzoni, contando le strisce bianche dell’autostrada. Ogni km ce ne sono 80. Guida sempre qualcun’altro, e comunque l’auto non l’ho mai sopportata. Pane per le metafore e per gli psicologi. Non ho mai sopportato guardare negli occhi la gente e decidere chi deve passare, ai semafori.

L’alba, che il cielo è del colore dei disegni dei bimbi.

La nonna sgranocchiava biscotti, mentre io fantasticavo di essere un atleta, del salto in alto o magari il decathlon. L’autogrill giusto, sempre quello dopo. I finestrini chiusi anche col caldo. Le canzoni più belle sempre a bassa voce. Comanda chi gira la manopola. Il viaggio al finestrino, a contare qualcosa. Non ho mai avuto l’entusiasmo per la partenza, ma sempre malinconia.

L’alba, che sei solo tu al mondo.

Basta partire, che la colazione cambia. Non mangiamo mai la marmellata coi biscotti ma la mangiamo in albergo, per esempio. Non mangiamo mica le brioches a casa nostra ma se siamo in bar ci sembrano irrinunciabili. Non ho mai saputo scegliere la brioche che veramente mi piace prima di sentirmi a disagio per l’idea di sembrare indeciso agli occhi del barista. Di solito dico “anche io”, dopo che ha scelto un altro. Tanto, da solo non ci vado al bar.

L’alba, che odio l’alba di capodanno.

A partire, si parte. Arrivare è il peggio. Perché a volte arrivi dove non vuoi. Le cabine erano di legno, scure, umide. Allineate e scheletriche, vuote e senza sabbia. Gli scogli cupi e infestati dalle alghe. Il tempo era diventato brutto, ed il mezzogiorno suonava di campane. Niente sole. E poi il mare non c’era. Quelle erano grigie valanghe di spuma, feroci, fredde, cattive. Entrammo dove dovevamo entrare.

morbido

14 aprile 2008

Appena uscito dalla stanza, il pavimento diventa verde, e comincio a zoppicare. In bocca ho il sapore del cioccolato fondente, e davanti a me una finestra è spalancata sul mare tranquillo e blu, l’acqua è fredda solo a vederla.

La brezza è piacevole, ed un soffio più forte fa cascare le pareti. Un salto, e sono in acqua, non zoppico più ed è il tramonto. La sabbia è arancione e le onde mi spingono a riva. Sotto l’ombrellone c’è un ragazzo sdraiato sul lettino. E’ morbido ed ha un sorriso dolce, mi vede e mi abbraccia.

“restiamo qui un altro po’?”, mi chiede. Annuisco. L’aria è libera di suoni e di odori, mi appoggio al suo petto e mi addormento. Sogno albicocche e limoni canditi, e una mano che mi accarezza.

Al risveglio, sulla sabbia sono spuntate violette ed erba fresca, ed i miei capelli sono cresciuti. Il mio ragazzo morbido è immobile al sole, nell’aria un profumo di arancio ed il suono delle onde. Non lo sento respirare più.

corridoi

11 aprile 2008

Io giuro che alle 13 e 30 ero già lì. Il dipartimento di fisica è una specie di residuato della guerra fredda, ci vedo bene la foto di Breznev appesa all’ingresso e qualche manifesto stinto con scritto “vota PCI“, più il simbolo delle Brigate Rosse. In compenso è pulito tipo ospedale di telefilm e la gente è solo nelle stanze, mentre i corridoi sono vuoti.

Tant’è che mi sembrava di essere in una specie di labirinto 3d, oppure in the Others, perché ogni porta aperta dà in un corridoio con tante porte chiuse. L’ascensore poi si trova nel posto più impensabile della storia di tutti i Campus universitari ed una volta entrato ti vedi già nel trafiletto “resta chiuso 3 giorni in ascensore, si nutre della suola delle scarpe“.

L’altro edificio, quello di Chimica, è zeppo di dispositivi e strani congegni, tutti ugualmenti orribili a vedersi, con pulsanti spessi 3 pollici e più levette di un Concorde. Non ho mai capito perché gli scenziati inventino tantissime cose e non inventano uno strumento che abbia meno di 12mila pulsanti, spioncini e levette.

Il laboratorio di Chimica puzza di farmacia, e quelle piastrelle di marmo bianco fanno tanto piscina comunale. Le ampolle sono belle e ti verrebbe voglia di mettere il dito dentro al liquido più corrosivo, giusto per vedere se è una palla o se veramente ti riduce ai minimi termini. Tutti noi studenti ssis siamo ignoranti di chimica e nel laboratorio a parte dire “vingardium leviosa” non sappiamo proprio cosa fare.

Per fortuna l’hanno piazzato al termine di un corridoio che sembra le esperienze di pre-morte, per cui in caso di scoppio schiattiamo solo noi.

sonnologia

9 aprile 2008

La sonnologia è una nuova scienza (credeteci) che studia il comportamento degli esseri umani durante il sonno. Non tutti, solo uno e cioè me, io, Adamo. (ma scusate il blog è mio credete mica che parlo del vostro ragazzo? a proposito, com’è?)

Prima di addormentarsi il soggetto assonnato decide quale sarà l’oggetto delle sue fantasticherie. La scelta è molto vasta e va da un ampio repertorio di ex amori infelici alle statistiche di tennis, dalle divisioni per 3 cifre alla to-do-list del giorno dopo, da “quali superpoteri vorrei avere” a “non dovrei giocare a videogame fino alle 10″. La scelta è casuale. Si noti che il superpotere più gettonato è l’immortalità.

Voltatosi (le parole che finiscono in -osi sono orribili) sul fianco sinistro, scatta invariabilmente un rutto. Si dice che ci sia un motivo fisiologico, ma siete liberi di prenderla come la mia volontà di dissacrare il dissacrabile e basta. Il sonno coglie il soggetto sempre prima che la fantasticheria sia stata portata a termine, anche quella torbida e sessuale dei periodi di picco ormonale.

La routine è la medesima ogni notte. Fianco sinistro - pancia sotto; pancia sotto - fianco destro; fianco destro - posizione cadavere; posizione cadavere - fianco sinistro e così via. Da notare i tappi nelle orecchie. Ora io vorrei sottoporre all’attenzione dei miei 2514 lettori, migliaio meno, migliaio più meno l’utilità dei morbidi e gialli tappi nelle orecchie. Il suono ovattato che proviene dal silenzio è terapeutico ed ha anche una azione preventiva nei confronti degli omicidi di prostitute latinoamericane che aprono le gambe ai clienti 3 metri più in basso.

Il sonno del soggetto si interrompe con l’avvento dell’alba, che indirizza un raggio sulle palpebre, in questo periodo dell’anno intorno alle 7 e 10. Confortevole. I primi 5 secondi di veglia sono indicatori di depressione:

  • se il soggetto si sente schiacciato da responsabilità, sensi di colpa ed affini, e non ha alcuna voglia di alzarsi allora, in alto le palette: “votate!”, depressione batte serenità 10 a 0;
  • se il soggetto si lamenta senza convinzione e dopo essersi grattato il culo alza le stanche membra per andare a pisciare, in alto le palette: “votate!”, depressione-serenità 0 a 0;
  • se il soggetto dice: azz, già le 7 e 10 (si veda paragrafo precedente nonchè si colga l’intima connessione tra 7 e 10 e 710, numero di questo post), vuol dire che ha molte cose da fare e non gli bastano 16 ore di veglia, perciò, in alto le palette: “votate!”, serenità batte depressione 10 a 0.

Solitamente il soggetto rifiuta di alzarsi, ma dopo essersi grattato il culo ed aver schioccato l’alluce del piede destro, borbotta un “azz, già le 7 e 10″ e si alza.

quiete

6 aprile 2008

Due bambole giacevano sul letto. La prima era scapigliata e nuda, la seconda morbida e rossa. La bimba dormiva con un piede fuori dalle lenzuola. Pezzi di costruzioni e giochi colorati si tingevano di nero nel caldo della notte.

Sul letto rifatto, un rosario ed un paio di asciugamani. Una cornice d’argento sul comodino, con un uomo sorridente. Nella stanza vuota, l’orologio scandiva la solitudine fendendo i silenzi come una spada.

Un uomo spazzava i rifiuti raccogliendoli in una paletta verde acqua. Il lungomare si svuotava, lasciando la spiaggia aperta solo agli sciocchi ed agli innamorati. Le onde si infrangevano solo per i primi.

Il figlio dormiva, la figlia dormiva. La mamma, finalmente, riposava.

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 La bimba stava giocando fuori, sul terrazzino della cucina. Faceva caldo e il sole giocava con la ringhiera a creare poligoni d’ombra. A lei piaceva usare i gessetti colorati sulla parete, tra i vasi di gerani e i barattoli di latta.

L’ombra della donna la fece voltare di scatto. Il suono fu di cocomeri troppo maturi. “Mamma!”, disse. Sull’asfalto, il corpo di una vecchia. Si diceva che fosse pericoloso lasciarla in casa da sola. Il suo volo si era concluso in una macchia rossa. “Mamma!”, disse ancora, “mamma!”.

La gente accorse. Volevano vedere, ma poi si mettevano le mani davanti agli occhi, come gli adolescenti coi film d’orrore al cinema. Chi aveva già visto diceva ai nuovi arrivi: “non vedere”, invano. Il sole era giallo. Agosto, forse. Il figlio fu il primo a sapere la notizia.

Qualcuno ripulì i resti purpurei, quella sera. L’argomento del giorno era stato deciso in ogni casa. Le zanzare furono particolarmente insopportabili e nessuno mangiò cocomero. La figlia seppe della notizia che era al mare. Almeno, così si diceva.

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Drappeggiarono di lutto la porta di casa, ma non venne tanta gente a far visita ai figli. Il tavolo del salotto era stato spolverato ed il sole faceva riflettere la polvere ai bordi del lavoro ad uncinetto. Alle pareti, nature morte e un orologio con la cornice dorata. La sedia era rigida.

La gente annuiva, la figlia annuiva, il figlio annuiva.

In chiesa un uomo continuava a tossire. Avevano detto al prete che si era trattato di un incidente. Non c’era modo di sapere cosa fosse successo, a meno che i piccioni non avessero imparato a parlare. E la bimba, lei sapeva dire solo “mamma!”.

Qualcuno gettò la terra nella fossa, tutto finì con due date sul marmo ed una foto ovale. L’odore dei cipressi era pungente, l’aria ammorbata e quella stupida canzone nell’aria e nelle orecchie. Finalmente poteva cominciare il dopo.

come sempre accadeva

5 aprile 2008

restavo a letto un altro po’, a guardare il rumore dei camion sul soffitto. lui era ancora addormentato, come sempre accadeva.
il sole entrava dalle fessure delle persiane disegnando mosaici di luce nella stanza, io respiravo piano e seguivo i granelli di polvere nel loro percorso faticoso.

poi chiudevo gli occhi, facendo finta di dormire ancora. erano i minuti più belli, quelli. potevo respirare l’odore della nostra stanza e del mattino, della notte e dei nostri corpi. aspettavo che l’incanto svanisse.

“ehi? alzati, che sono le 7″, mi diceva lui dopo un po’, ed io facevo finta di svegliarmi proprio allora. “ciao”, accennavo. tanto, lui lo sapeva che al mattino non ero capace di parlare granchè. poi si alzava per primo, come sempre accadeva. io restavo a letto ancora un altro po’.

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