Archivi per ottobre 2008

il post in cui l’uomo metodico ha cambiato figlia

29 ottobre 2008

L’uomo metodico è un individuo di color lampade UVA che alle 11:03 di ogni giorno sfreccia in bici all’angolo tra la mia strada e la strada che è all’angolo della mia strada. E’ orrendo, però come sapete questo dettaglio non ha mai scoraggiato nessuno.

Le prime apparizioni dell’uomo metodico risalgono a circa 4 anni fa, epoca in cui vagavo per le vie del centro con una tuta da gabibbo e l’aria sfatta come la DeBlanck sull’isola dei famosi, mettendo a dura prova la mia corteccia cerebrale con telefoninate di 45 minuti capaci di mandare KO persino Echelon, data la loro inutilità.

L’uomo metodico abita lì, ma la mattina prende la bici, ci schiaffa la figliuola duenne sul seggiolino e pedala maschio verso l’acquisto di una gazzetta dello sport, il pane e la consegna della sua discendenza genetica ad un asilo nido. Sgravato dal riccioluto peso, l’uomo metodico fa sosta in caffetteria e si gode la possibilità di non lavorare a quell’ora del mattino, ridendo di denti bianchi come una violenza carnale.

Sfoggia sempre splendidi sandali e modaiole tshirt d’estate, ruvida pelle e torridi pellami d’inverno, quando il suo improbo splendore è allo zenit. Devo dirvi che l’uomo metodico mi guarda e devo anche dirvi che il puzzle dei suoi spostamenti è stato da me accuratamente realizzato in seguito a numerosissimi avvistamenti. Dal momento che anche io sono metodico, spesso scendo alla medesima ora per i miei casalinghi impegni e pertanto queste sliding doors sono una perpetua costante.

Oggi, dopo circa 8 mesi di angosciante assenza, l’uomo metodico è riapparso all’orizzonte della mia medietà con un nuovo taglio, una nuova bici e una nuova figlia al manubrio. Lo sguardo è stato feroce, ma l’istante è durato troppo poco. Un occhio all’ora: 11 e 03, qualcosa non è cambiato. La sua presenza riempie l’altrui assenza, anche se solo per un istante, ed i suoi denti sono candidi come un ricordo d’infanzia amorosa.

il post in cui vi insegno a pulire bene bene il bagno

17 ottobre 2008

Si fa così: si prende una spugnetta (con la e aperta tipo lavagneetta di Simona Ventura) e la si cosparge di qualsiasi liquido gelatinoso e biancastro vi venga in mente. Non qualsiasi, in effetti. Beh, poi si prende un guanto di lattice e lo si infila. Per tale operazione è richiesto un ghigno malefico dal momento che qualsiasi cosa fatta con un guanto di lattice fa MALE.

Ora si conta fino a 10 per autovalutare la propria volontà di trascorrere mezz’ora da casalingo e quando ti accorgi che, sì, le piastrelle non erano di quel tono di grigio quando le hai comprate è ora di scaldare i muscoli. Partite, vi prego, partite dal water perché vedete è la parte più antipatica da pulire. Esatto, perché voi non siete un mocio e dunque lì dietro non riuscite ad arrivarci proprio così facilmente, dico bene? (in questo paragrafo passo dal tu al voi al lei al si impersonale ma mi scoccio di correggere lo lascio così se per Loro va bene)

Assicuratevi di togliere il sudiciume anche in quella piastrella sfigata che è in basso a sinistra, nascosta dallo scopettino, perché è proprio lì che le più bastarde zanzare della storia della selezione naturale si danno appuntamento nei loro immondi rituali di procreazione. Quando cominciate a sudare significa che state raggiungendo lo scopo: ci sono più batteri su di voi che intorno a voi, dunque proseguite feroci verso il trionfo dell’igiene.

E’ molto importante capire che anche dopo un intero flacone di Mister Muscolo (lo scrivo così Wikio sa che tag mettere) non potrete mai e poi mai avere un risultato come quegli imbecilli della pubblicità che puliscono il calcare e con un solo colpo di spugna le piastrelle da nere diventano blu oltremare coi riflessi cristallo. Accontentatevi di non morire per le esalazioni tossiche di tutta l’ammoniaca che state ingollando come deficienti.

E poi l’unica vera regola è: pulite sempre come se mamma dovesse venirvi a trovare fra mezz’ora. Funziona.

il post in cui c’è un fantasma nella camera

6 ottobre 2008

Sul ripiano accanto al camino c’erano i tarocchi, ma non sapevamo che farcene e  poi neanche avevo idea di cosa fossero: li lasciammo lì. L’acqua scorreva, gonfia di terriccio, e lasciava tracce color ruggine sul lavandino. Per terra la cenere, foglie, polvere, scorze di mandarini e gusci di castagne. Quel posto non mi piaceva.

C’era un piccolo ripostiglio scavato nella pietra che era stato adibito a dispensa, ma all’interno trovammo solo stracci e vecchi attrezzi ammuffiti. Tre gradini davano su un corridoio che svoltava immediatamente a destra, verso altri gradini immersi nel buio. Sebbene fosse pieno giorno l’assenza di luce sulle scale le rendeva un posto inquietante. Fu inevitabile che io e mio fratello decidessimo di salire.

Davanti a noi due porte spalancate: quella più in basso dava su una camera con due lettini ed un piccolo bagno; quella in alto dava su un raggio di luce. Entrammo nella prima porta. Alle pareti un gagliardetto, un motociclista, un’attrice dai capelli vaporosi. Sul letto una copia della Settimana Enigmistica. Non l’avevo mai vista prima d’allora, c’era scritto  ottobre 1978 e la donna in copertina aveva i capelli disegnati a penna blu. Le voci di mamma e papà si mischiavano a quelle dei due ospiti, sentivo ancora l’acqua scorrere.

Decidemmo di salire ancora. Quei gradini erano più alti ancora. Sulla parete di fronte una cornice con una madonna triste, un tetro lumino, poi la porta di legno aperta sulla stanza illuminata dal sole. Con molta cautela ci affacciammo alla soglia.  Sulla destra c’era un cassettone con un vetro un po’ opaco ed un lavoro d’uncinetto; davanti a noi un letto con la testiera in ferro battuto, una poltroncina dal rivestimento liso e l’armadio stranamente aperto. Aperto, con uno specchio all’interno dell’anta e la carta a righine gialle e crema a tappezzarne il fondo. Andammo di corsa alla finestra, di lì si vedevano tutti gli alberi di castagne e la stradina con l’auto in parcheggio.

Faceva freddo, così decidemmo di tornare giù: fu allora che notammo la vecchia. Sedeva su una sedia nell’angolo opposto alla finestra, vestita di nero e coi capelli raccolti. Ci osservava e basta, sorridendo. Fuggimmo, forse urlando, non ricordo perché.

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