Archivi per maggio 2009

il post in cui quella mamma ha dato uno schiaffo al figlio

21 maggio 2009

Perciò ho cambiato panchina, tanto quell’altra era più all’ombra. C’è scritto Alice96 accanto a un cuore e dall’altro lato del cuore Mateo95. Così ora sappiamo che Alice è anche dislessica. Poi sul cuore si è venuto a sedere un vecchio con la Gazzetta di Parma, ed ha cominciato a fare ancora più caldo di prima.

Intanto che il vecchio grugniva io sentivo i bimbi correre sulla ghiaia facendo quel suono lì con le scarpe. Ai bordi del laghetto un tipo si è messo a dar da mangiare alle anatre, per un secondo il riflesso del sole mi ha accecato. Ho pensato che ci casco sempre. Il vecchio s’è messo a leggere borbottando una frase ogni tanto, si vede che voleva fare conversazione, così ho infilato la faccia nel mio libro con aria concentrata, ma ero ancora a pagina 23 ma non giravo mai pagina e secondo me il vecchio si è accorto che facevo finta.

Il bimbo con la maglietta color fiori di zucca ha gridato “iiih” ed è fuggito verso il laghetto. La mamma ha mosso le pupille con lo stesso interesse che si può avere per l’eclisse di sole in Madagascar. Il bimbo con la maglietta gialla -un giallo come le mollette per stendere il bucato- si è messo all’inseguimento ma è caduto a terra e si è sbucciato il ginocchio. Come fanno i bimbi, prima ci ha pensato un secondo e poi è scoppiato a piangere. La mamma si è alzata dalla panchina ed ha preso il figlio per il tricipite, come fosse un sacchetto della Coop, poi ha esordito con “ben ti sta! così impari a disubbidire alla mamma! te l’avevo detto di non correre!”. Il bimbo si è opposto con un “aaaaaaaaaaaah - ahhhhhhhah” una cosa del genere.

L’altra mamma ha accavallato le gambe dall’altro lato.

Allora il bimbo aveva un po’ di sangue sul ginocchio, ci siamo passati tutti sappiamo che significa, e la mamma l’ha depositato sulla panchina e poi gli ha dato uno schiaff[ett]o perché secondo lei in quel modo il figlio l’avrebbe smessa di dire aaaaaaaaaaaah. Invece, sorpresa!, il figlio ha detto: “aaaaaaaaaaaah!” e la mamma s’è arresa. Penso che la camicia si sia sporcata. Nel frattempo il fuggitivo è rientrato e s’è messo a osservare il calvario del compagno di giochi con aria interrogativa. La mamma ha tirato fuori una banana dalla borsetta.

Le anatre hanno detto “quack”. 

il post in cui ci sono solo bolle che scoppiano

15 maggio 2009

Il panorama era splendido. L’incendio sui boschi, le auto sulla statale, la gente sul lungomare e la barca nei riflessi del tramonto. Dalle finestre aperte entraval’aria salmastra e il suono delle voci. Un piatto di pasta, la tv accesa a caso, il copriletto in ordine. Quando suonò il campanello aveva già smesso di piangere da un pezzo.

La nebbia sul cavalcavia. Una macchia sul polsino, le 8 e 10, le auto, ieri sera, la nebbia sulle strisce pedonali. La pozzanghera è gonfia, la gente si ritrae. Sono colorati, gli ombrelli. Passa l’altro autobus, qualcuno pronuncia un nome. Le 8 e 15, le auto, ieri sera, la nebbia. Si apre la porta scorrevole, ti salutano, devi sorridere.

Per cui è così che è andata. Potevi chiedere, certo, ma non ci sei riuscito. Apri l’acqua calda. Anzi, bollente. Bastava chiedere. La tendina si attacca alla schiena, le gocce sui piedi. Chiudi gli occhi. E’ così che è andata e forse più è bollente e più presto te ne scorderai. Maledetta tendina.

E’ buio da una notte intera e fa freddo da tutta la vita.  

il post di jackie intrappolata in soffitta

13 maggio 2009

Devo dire subito che ho bisogno di una fotocamera.

La mia vicina Jackie (con la J maiuscola, nel titolo è j minuscola perché se la mettevo maiuscola dovevo mettere anche la i di il maiuscola), la mia vicina Jackie è il fiore all’occhiello del condominio. Grazie a lei il nostro condominio ha più visitatori degli scavi di Pompei, ma è anche miracolosa perché da lei i vecchi non entrano con la Carta Argento, ma pagano ugualmente e senza fare troppe storie. Io la proporrei al ministero del turismo.

La mia vicina Jacqueline, detta Jackie, abita di là ed ha un ingresso minuscolo che confina con la mia doccia. Perciò se io scorreggio sotto la doccia lei sente tutto ma d’altronde se io cominciassi a lavarmi 5 volte al giorno ne apprenderei, di cose, ah eccome! Quando entra qualche suo amico lei lo fa accomodare nel piccolo soppalco, che invece confina con le cacche dei piccioni e con Google Maps.

Il soppalco è un luogo gelido d’inverno e infuocato d’estate, lo so perché prima che ci abitasse Jackie ci abitava un soprano e io ogni tanto andavo a prendere il caffè da lei, poi ve lo racconto. Stamattina Jackie armeggiava con la botola misteriosa del pianerottolo, quella che porta al soffitto comune, sì, quello dove ci sono i tarli, tutte le antenne paraboliche ed altre cose utili solo in sede condominiale. 

Insomma ho pensato che doveva salire sul tetto a sistemare l’antenna oppure ad armeggiare col suo abbaino, così l’ho salutata “ciao” - “buon-giooorno!” (lei saluta così dice sempre buon-giooorno) e sono andato a scuola. Neanche il tempo di fare metà vicoletto che ho sentito urlare così mi sono girato e c’era Jackie sul tetto che salutava come Mike Bongiorno nello spot di Grappa Bocchino Sigillo Nero però non diceva “sempre più in alto!” ma “aiuto!”, anzi “aiuto! aiuto!”

Così ho capito che la povera Jackie si era chiusa il botolone alle spalle ed era rimasta sul soppalco, condannata a vagare per l’eternità come i fantasmi di The Others a meno che non decidesse di scalare il tetto, come del resto ha fatto. Allora sono tornato indietro e ho aperto il botolone (si apre con un uncino e poi fai così e tiri giù le scale poi fai così e le piazzi sul gradino in modo che si reggano bene però Jackie non aveva controllato così quando è salita patatapunf le scale si sono accartocciate a fisarmonica e il botolone si è chiuso come la scatola di Jumanji).

Jackie è anche arrossita quando l’ho salvata dalla sorte orribile però secondo me ora che ha scoperto la privacy del sottotetto potrebbe anche mostrarla a qualche cliente, e il sottotetto confina con la crepa che ho in testa. Comunque, per completezza d’informazione, a scuola avevo 5 ore, la signora che pulisce le scale ha saltato il turno, e agli scavi di Pompei c’è da sudare meno che con Jacqueline, detta Jackie, la mia vicina. 

il post di Mohammed nel bidone

6 maggio 2009

Una sera presi la metro e andai a casa di un mio amico. Era mio amico, penso. Lui mi raccontò di quella volta che gli scarafaggi avevano invaso il lavandino e poi si cambiò e aveva un quadro di Rothko sul letto. Poi uscimmo a bere qualcosa e mi raccontò di quella volta che era rimasto a dormire in ufficio e la mattina lo sgridarono perché aveva la camicia non stirata. Mi misi a ridere anche, penso. 

Poi lui andò di là e io invece di qua e c’era una via stretta con le macchine parcheggiate accanto a un cancello da dove sbucavano gli oleandri, c’era una ferramenta e poi all’angolo c’erano le gambe di un uomo che si sbattevano come Cassio e Bruto dentro a Lucifero, solo che non c’era Dante ma un bidone della Caritas, quelli gialli per metterci i vestiti vecchi.

Le gambe gridavano aiuto aiuto ma io all’inizio pensavo che forse nella birra c’era qualche acido così stavo per far finta di niente ma le gambe gridavano aiuto! aiuto! stavolta col punto esclamativo e allora mi dovetti fermare per forza. Così, si aprì il cancello dell’oleandro e uscì un vecchio con un porro sulla guancia e la testa di quelle che tremano sempre verso il basso come quando uno dice “sì sì” e il vecchio guardò le gambe che scalciavano e disse “veh!”. Io annuii, penso.

Allora andai accanto al bidone della Caritas e mantenni le cosce che gridavano. Quello si riuscì a puntellare e il congegno che fa inserire i vestiti usati lo rigettò sulla strada sano e salvo ma con la faccia rossa rossa e un pezzo di tulle in testa. Il vecchio disse “veh Mohammed che lavoro”. Mohammed disse “sono rimasto incastrato”. Io dissi “eheh”, penso.

Mohammed poi prese per terra due maglioni rigettati insieme a lui e salì sulla bicicletta. Una celeste con l’adesivo della Juve sul campanello. Il vecchio si chinò lentamente come un bradisismo, raccolse un panno da cucina e lo buttò nel coso giallo della Caritas. Io svoltai l’angolo e mi misi a pensare a qualche altra cosa. Al quadro di Rothko, penso.

il post in cui tutto svanisce

4 maggio 2009

Passò il camion del latte. La saracinesca annunciò l’alba prima del sole. 

La prima cosa che vidi furono i vestiti appoggiati alla sedia, la cravatta che si agitava lievemente all’entrare del venticello del mattino. C’era il posacenere carico di mozziconi, lo schermo in standby: l’aveva lasciato acceso anche stavolta. Mi alzai a fatica, misi i calzini e andai in bagno. La biancheria era ancora bagnata.

Passò il treno delle 6 e trentacinque. La strada era ancora vuota, si udiva il rumore della caldaia.

C’era la crosta sui piatti: aveva scordato di metterli in ammollo col detersivo. Il caffè stava per finire, ed era solo giovedì, l’indomani non ne avremmo avuto a colazione. Calpestai il solito mozzicone di sigaretta a terra e sul tavolo ancora i bicchierini del liquore, lì dove li avevamo lasciati. L’orologio, sulla porta: tornai a letto.

Non si era mosso, dormiva ancora, respirando a fatica, il copriletto solo all’altezza del petto, la maglietta bianca e la piega sul cuscino. Non osai fissarlo: temevo che si sarebbe svegliato. Restai a guardare l’ora proiettata sul soffitto. Odiavo quella radiosveglia. Poi il sole entrò dai buchi nelle persiane, ci illuminò i piedi sotto le lenzuola. Aspettai che si facessero le 7 per toccargli la spalla: “sono le 7″.

“Sì, solo 5 minuti”. Diceva sempre così. “Faccio il caffè”, era la mia battuta.

“No lo faccio io non ti preoccupare”, mentiva. “Tranquillo, resta pure a letto, tanto il tempo c’è”, a voce più alta. 

Gli portai il caffè ma era già andato in bagno, come al solito. A guardarla ora la stanza faceva schifo, puzzava. Aprii le persiane e restai a godermi l’aria fresca, gli occhi chiusi, finché non sentii il rumore della tazzina sul tavolo.  Mi voltai e vidi che sorrideva. L’alba svanì, come al solito.

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