Archivi per giugno 2009

il post assai sfizioso e potete credermi delle buste di plastica

28 giugno 2009

La gente fa le collezioni più strane e infatti uno faceva collezione di gomme da cancellare rosa (solo rosa perché quelle bianche le usava per cancellare quelle rosa invece sporcavano il foglio e così le collezionava ma dico io che le compri a fare rosa se non le usi? ah già le collezioni) e uno invece faceva collezione di 78giri anche se non aveva il lettore del 78giri (e io mi ricordo che mia nonna ce l’aveva solo che io come cantante conoscevo solo Heater Parisi e Romina Power e quindi non ho memorizzato i titoli) e uno invece faceva collezione di lattine di coca cola (però vuote, non piene, anche se piene secondo me era più bella e una volta trovai a terra una lattina vuota e gliela regalai e lui la mise sulla piramide di altre coca cola al terzo gradino e pensai che era una figata anche se ora penso che uso troppo le parentesi).

Invece la mia amica faceva collezione di sacchetti della spesa. Non è che li collezionasse, è che non riusciva a buttarli. Aveva un blocco. Una volta che andai a casa sua a mangiare un dolce (lei faceva i dolci ma non li mangiava e così li mangiavo io ed eravamo pertanto molto amici) aveva uno sportello aperto e dentro c’erano circa un assai di buste di plastica senza respiro, così dissi “uh quante buste di plastica” e lei cedette al terzo grado e mi svelò che proprio non poteva buttarle non riusciva e neanche le usava, però.

Va da sè che dopo questo segreto eravamo pertanto molto più amici. Il giorno dopo andai a mangiare il dolce, che tra parentesi era buono, e poi sentivamo anche la musica e magari parlavamo un po’ di questa cosa o di quella cosa oppure a volte anche di quest’altra cosa. Lei era innamoratissima di un gaglioffo che non ricambiava se non quelle rare volte in cui (beh non posso dirlo è un segreto) dicevo eravamo pertanto molto amici.

Un giorno andai a casa sua a mangiare un dolce e vidi la mia amica distrutta come un sacchetto di plastica bucato. Allora dissi “uh che succede” senza punto interrogativo e lei rispose che era venuto il papà a trovarla. E quindi mentre io mangiavo il dolce (ci tengo che si capisca che lo mangiavo solo io lei lo preparava solo e pertanto eravamo molto amici) lei aprì lo sportello ed era vuoto come il mio piattino!

Vuoto!

Allora lei disse che il papà era andato a trovarla e allora aveva bisogno di un martello (perché i papà hanno bisogno dei martelli mentre le mamme del glassex) e quindi aveva aperto lo sportello e aveva fatto con gli occhi così e aveva detto che ci fai con queste buste e lei aveva detto no beh ecco no insomma non so e così il papà aveva preso le buste e le aveva buttate tutte ma proprio tutte e lei siccome era debole l’aveva lasciato fare e inoltre il papà le pagava la telecom per cui.

Allora io mangiai l’altra fetta di torta e così con la mia presenza si consolò un poco, poi sentimmo la musica e poi me ne tornai a casa mia e penso che mi misi a leggere qualcosa, perché è la cosa più probabile che potevo fare, o forse sospiravo, forse quello.

il post del bordo della fontana

27 giugno 2009

Penso che fossero anatre, non saprei. Una era la mamma e due i figli, o le figlie, non saprei. La mamma pareva sicura di sè. Nuotava verso l’altra sponda lasciandosi una scia a forma di v, bellissima. Andò dritta nel riflesso del noce, dove non si vedevano luccicare i granelli di sole.

Aveva cominciato a muoversi l’aria, un venticello insistente e fresco che era bello più per il rumore delle foglie sul selciato che per il formicolio sulle braccia. A quell’ora c’era sempre il vento. Pensavo che forse sarebbe stato bello salire sull’albero e restare appollaiato sul ramo, a guardare la ghiaia e le coccinelle e le noci e i granelli di sole e la gente.

Da piccolo mi ero arrampicato su un lampione. Una bimba gridò che potevo prendere la scossa e non mi arrampicai più su nessun albero. Penso che è strano che da casa mia si vede la croce di un campanile.

I bimbi danno sempre le briciole alle anatre nel laghetto. Le mamme gridano sempre di non sporgersi troppo. I cartelli dicono sempre di non dar da mangiare agli animali. I bimbi dicono sempre “uh mamma! guarda!”. I vecchi occupano sempre la panchina più bella.

Il vento si era trascinato il buio. La statua nascosta dalle siepi. Pareva ancora più notte di mezzanotte. Provai fastidio per i due seduti ai tavolini coi cocktail ancora pieni. Provai, provavo, provo, non ci capisco più niente. Il vento, penso.

Da piccolo giocavo a restare in bilico sul bordo della fontana. Non sono mai caduto, e ora me ne dispiaccio.

il post dietro a un vetro doppio così

26 giugno 2009

Nell’ufficio c’erano tre poltroncine rivestite con una stoffa verde scuro. Sul tavolino di vetro scuro una rivista d’auto, un posacenere. C’era una foto di un bimbo in una cornice un po’ pacchiana sul mobile basso, quello accanto alle pesanti tende bianche. Mi affacciai alla vetrata, la vista era splendida.

Il Vesuvio era coperto da un nuvolone gonfio, ma buono. L’aria era nitida. Si vedeva il mare, si vedeva tutta la città. C’era gente seduta sulle panchine, 18 piani più in basso. Lassù sembrava tutto più pulito e in ordine.

Dovevo aspettare ancora. Chissà perché toccava sempre a me aspettare, perché dovevo pagare con attese silenziose il peccato di vivere nell’attesa. Odiavo aspettare perché mi costringeva a pensare e immaginare, a fare previsione e dunque mi costringeva a sbagliare, aspettare mi condannava alla delusione.

Avevo finito il caffè e si stava già formando l’alone sul piattino. Avrei fatto meglio a mettere un po’ più di zucchero. Le nuvole si erano spostate sul monte Somma, il sole rifletteva sui vetri del palazzo di fronte macchie dorate e violente. Una finestra aperta, un uomo al computer. Entrò l’ufficiale a dirmi che dovevo aver pazienza pochi minuti. Accennai qualcosa.

In ascensore eravamo in quattro, ero l’unico senza fondina, l’unico senza gel nei capelli. Dopo il 12 si accese l’11, poi il 10 e poi il 9. Poi si accese lo 0 e uscimmo nell’afa. Fu strano vedere in faccia i vecchi seduti sulle panchine. Si annoiavano.

Indossai il mio casco e ci mettemmo in moto. Era veloce, avevo paura. Mi tenevo stretto a lui sperando che il percorso fosse il più breve possibile, e poi odiavo le curve. Col casco non sentivo una parola e la via in discesa fu terribile. Temevo di schiantarmi contro un muro. A un certo punto chiusi gli occhi e fu allora che notai che aveva l’odore del borotalco. Mi tranquillizzai.

C’era una fruttivendola con le cassette piene di pesche e di meloni. Aveva un grembiule sporco e fumava una sigaretta sulla soglia. Quando ci vide arrivare buttò il mozzicone a terra e tornò in negozio. Lui bussò a una porta ed entrammo. Era completamente buio, eccetto per una lampada gialla su un tavolo. Un ragazzo era seduto con la schiena dritta e reggeva un cellulare. Il tipo in piedi gli portò un drink, dal colore penso che fosse un Bellini.

Parlammo poco.

il greatest hits di Jackie

19 giugno 2009

Beh in cofanetto leopardato esce oggi il primo greatest hits di Jackie la Troia, la mia vicina di casa. Accanto ad ogni hit c’è il link della discussione friendfeed che ne è uscita fuori. Si apprendono un sacco di cose. Per approfondimenti i fan di Jackie possono leggere anche il post di Jackie intrappolata in soffitta (link)

  • “ci sono cose che non hanno prezzo. per tutto il resto c’è Jackie la zoccola” (link)
  • “la mia vicina di casa fa concorrenza all’ikea: tutti la possono montare a poco prezzo” (link)
  • “la puttana che lavora qui all’angolo ha appena gridato al vecchio che sfrecciava in bici che vuole 60 euro a pompino e così ho condiviso quest’ANSA”. (link)
  • “Un nuvolone odioso si aggira da queste parti e tutto a un tratto sembra di stare dietro agli occhiali di Previti. La mia vicina Jackie, l’assistente sociale per gli orfani di figa, mi ha appena chiesto il favore di prestarle l’aspirapolvere, compreso il tubo lungo: mi imbottisco di caramelle Sperlari rischiando l’obnubilazione”. (link)
  • “Col caldo di oggi la mia vicina Jackie sta facendo affari. Dovrei mollare tutto e mettermi a vendere sigarette e durex sul pianerottolo, farei i miliardi. E’ persino passato un vecchio che l’ultimo ormone l’ha consumato ai tempi di Barbara Bouchet. Chissà se arriva il pervertito con la lingerie”. (link)
  • “c’è un puttanacamp qui sotto. i maschi locali sono impegnati a sventolare bandiere gialloblù e le povere accompagnatrici pubiche sono momentaneamente disoccupate. c’è un busto di poppea su zeppe arancioni che racconta qualche storiella a volume massimo. l’amica mezza trans si aggiusta il tanga incastrato tra i pettorali di dietro” (link)
  • “oggi è passato il tipo che legge il contatore del gas, un ragazzotto cubico col pizzetto come il duca di Guisa. il mio contatore del gas è sul pianerottolo e allora Jackie sentiva armeggiare e pensava di arrotondare, così si è catapultata fuori dalla porta. Ha una vestaglia rosa scolorito coi fiorellini celeste. Mi fa:” (link)

Bonus track

  •  ”dramma della gelosia in strada. lei pantaloni rosa, scarpe bianche con la punta, coda di cavallo e accento slavo, i verbi all’infinito. lui sudista from campania (riconosco compaesanaggine) abbronzato aragosta, tshirt verde faretto. lei minaccia il suicidio perché lui è andato a letto con la sorella badante della di lui nonna” (link)

Ah, Jackie, Jackie.

il post del carro attrezzi esiste veramente

15 giugno 2009

Stamattina all’alba, mentre ero alle prese con lo stretching alla schiena (la chiamo schiena sennò si offende ma in realtà il vero nome è maledettaschiena) ho sentito il vicino tonto urlare in dialetto parmigiano. Allora ho pensato che a quest’ora che è successo questo non grida mai e così mi sono alzato e sono andato alla finestra.

Chiaramente camminavo come all’ottavo mese.

E insomma c’era il vicino tonto che voleva uscire dal portone del suo enorme giardino ma non poteva perché una specie di audi era parcheggiata proprio lì davanti. Cioè intendo dire proprio davanti. Come quando tu apri la porta e sbatti contro la porta. Alle 6 e 32 deve fare proprio male. Così il vicino tonto ha preso il telefono ed ha chiamato il carro attrezzi. Io ho preso la fetta biscottata ed ho buttato le briciole sul davanzale.

Il vicino tonto esclamava cose tipo “%6!!#çç!” così è arrivata la mamma e il papà (sono un tutt’uno perciò la concordanza non è sbagliata). La mamma è quella signora stramiliardaria che fa la pasta in casa, il papà è il signore con la vitiligine solo sulla mano destra. La mamma ha detto qualcosa del tipo “@ghyy%%” mentre il papà è stato più calmo di tutti perché si è limitato a dire “pezzo di merda”.

Il carro attrezzi è arrivato dopo una signorinella con la coda di cavallo biondiccia e un’aria sfatta. Avrà goduto a fare la multa, penso. Beh veniamo al clou, il proprietario delle maledizioni è uscito dal portone accanto (toh! quello delle prostitute!) ed è corso disperato verso la sua macchinona dicendo “un momento, eccomi! eccomi!”.

La sua messinscena non è stata tanto strappalacrime. Il vicino tonto ha detto “!!£5azz!” e la mamma ha detto “veh! !!&axx5243″. Il papà non so che ha detto perché sono andato un attimo a fare pipì. Il tè. Quando sono tornato il machoman dell’audi parlava alla vigilessa: “sono andato a trovare un’amica e, ehm, mi sono trattenuto solo un po’”. E lei “alle 6 e 30?”.

Il carro attrezzi ha sferragliato oltre l’angolo. Il vicino tonto è andato a lavorare. Papà manobianca ha sbattuto il portone. Mamma miliardaria già che c’era ha buttato l’umido. La vigilessa ha messo in moto. Il machoman è rimasto come un cretino per strada e ha alzato gli occhi al cielo. C’ero io con il tegolino in bocca. Penso che mi abbia odiato. Sarà.

il post in cui bisogna prendere un bel respiro

11 giugno 2009

Se non fosse che sei così lontano penso proprio che verrei a salutarti almeno per vedere che faccia fai quando mi vedi arrivare ma tanto non lo farò perché non potrei resistere a scoprire che mi guardi come se guardassi uno che passa per strada con la sua maglietta stirata e se ne va a lavorare senza tanta voglia in un ufficio in cui il pesce rosso gira un altro giro nella sua boccia incrostata di calcare senza neanche sapere il nome che gli hanno messo, in attesa che dall’alto della prigione piovano briciole di sopravvivenza, in alto, in alto come gocce di pioggia da un cielo senza nuvole, quelle sulle quali a volte m’immagino di stare rilassato per vedere i fiumi scorrere, perché è sui fiumi che vorrei stare, guardarli, aspettare e sdraiarmi ad occhi chiusi fino a che nell’interno delle palpebre non ci sono più le macchie dorate ma solo un buio che rallenta il battito del cuore fino a che non senti più niente, soltanto l’erba che ti solletica i polpacci e ti viene da sorridere pensando che forse non c’è nient’altro che ti serve a parte un altro giorno, almeno un altro giorno.

 

 

il post del seggio elettorale numero 10

7 giugno 2009

La mia scheda elettorale era finita a pagina 29 del libretto d’istruzioni della lavatrice, in cui c’era scritto in olandese che tasto premere per il prelavaggio. Quando l’ho trovata ho esclamato “aaah addò cazz stavi?” e sono andato a sbattere con la testa sullo scaffale, così poi ho esclamato “aaah che cazzz” e sono andato a votare con l’animo ben disposto, come Suor Luisa quando fa la fila per prendere la comunione.

Adoro la bandiera italiana all’ingresso del seggio. E’ una figata. Lì sotto c’era una ragazzina con le calze bianco latte che mangiava gli snickers. Aveva l’aria schifata. Volevo fare come Andrew Howe e rubarglieli, ma sotto la bandiera non me la sono sentita, così ho fatto prima passare la vecchia con il bastone e sono entrato nella scuola.

La vecchia è una di quelle che ha un polpaccio grande quanto un mandorlato Balocco e i capelli del colore dei travestimenti di Teo Teocoli, tuttavia il bastone era fichissimo e il pomello mi ha fatto capire che la pensione della vecchia non è neanche tanto malaccio. L’ho superata con la stellina perfida nella pupilla e mi sono recato al seggio, che poi è il 10, sennò il titolo che l’ho messo a fare.

L’affluenza alle urne è così bassa che quando sono entrato mi hanno salutato in 4 contemporaneamente. Pensavo di essere capitato in un negozio di intimissimi. E poi mi scocciava che c’era una seduta alla cattedra della 2A. Perché è là che dovevo votare. Ho dato la scheda e la tessera alla femminuccia e lei ha sentenziato “il signore può votare”. Un tempo dicevano “il ragazzo può votare”, ahimè. Il presidente di seggio stava affacciato al balcone ad ammirare il parcheggio vuoto e lo scivolo dei bimbi dell’asilo. 

Mi sono girato e c’erano 4 cabine elettorali. Sono scoppiato a ridere -quasi- perché potevo scegliere quella che volevo. Una cabina, la più sfigata, secondo me l’ultima che ci ha votato è stata la nipote di Maria Luigia. Ma dico io 4 cabine manco al lido la Sirenetta sono aperte di questi tempi! E poi il colore delle schede era raccapricciante. Una color cacca di neonato e l’altra color vomito di neonato. Ho aperto le schede con aria solenne, così, tanto per perdere tempo, poi ho pensato che loro vedevano le mie scarpe da sotto alla tendina e sono uscito. Detesto che mi guardino le scarpe da sotto alla tendina, per fortuna non è uno di quei referendum da 11 schede che devi restare dentro mezz’ora.

Ho imbucato io le schede, prima quella color vomito, mi pare. La tipa si è ripresa la matita, un’altra è andata a scrivere alla lavagna “maschi: 102″. Il presidente ha reclinato la testa e poi è entrato un vecchio. Probabile che sia ancora lì a parlare della guerra in Corea. 

C’era la bidella a pulire. L’ho salutata. Momento social.

il post del palazzo di fronte

6 giugno 2009

La signora della finestra di fronte ha i capelli come Baby Jane ed un marito sintonizzato su Rete4. Lei veste in sottoveste e lui ha i calzini grigi sotto una tshirt xxxl. Da quando hanno messo le zanzariere non vedo più la faccia di Emilio Fede ma ultimamente lei ha spostato il soprammobile e il marito ha cambiato posto alla flebo. Quando si affaccia dalla cucina fuma una sigaretta e butta la cenere sul davanzale di sotto.

Lì ci abitano tre studentesse, una si chiama Bea, una si chiama Piera e una si chiama Giacomo. Bea ha il ragazzo con le converse all star, Piera ha gli occhiali e Giacomo ha i pantaloni che iniziano dal perineo. Piera è quella che porta le pizze, non so perché ma si scorda sempre i gusti e allora chiama col cellulare dall’angolo e dice sempre “aho bea tu volevi il salamino?” e poi pausa e “ah sì sì capito capito sta calma”. Non so che studiano. 

Al piano di sotto c’è un albanese. Lo so che è albanese perché ce lo vedo bene dalla de Filippi. Vive nel 1750, in un cubicolo in cui c’è una brandina, una cucina di quelle che gli altri hanno nella quarta casa nel bungalow, un armadio come quelli che ogni tanto si vedono dietro ai bidoni dell’immondizia e poi non so, non vedo altro da qui. C’è una specie di grata che separa l’albanese dal 2009. Ogni tanto lui si beve una birra affacciato alla prigione. Dalla sua posizione vede una Punto e Jackie la puttana, il segnale “senso unico” e la crepa sul muro con accanto una pisciata di cane.

A capodanno io mi affaccio alla mia finestra per vedere i fuochi d’artificio e anche l’albanese si affaccia. Solo che lui li immagina soltanto. 

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