Archivi per agosto 2009

il post della vasca dei pesci rossi. di colore giallo.

31 agosto 2009

Ehi! c’è cibo! - Dove?

Di là, di là! - Uh! Nuotiamo!

Che buono! - Sì!

Ehi! - Cosa c’è ora?

E ora che facciamo fino a domani? - Nuotiamo?

Nuotiamo

il post dell’eterno tramonto

22 agosto 2009

Alzarono gli occhi, e non trovarono il cielo.

Il primo giorno pensarono a un maleficio, poi cominciarono a sacrificare i cani e  scavarono una fossa larga cento piedi. Le donne si graffiarono le guance e gli uomini andarono nella grotta delle ossa. Tornarono senza risposte e i bambini cominciarono a piangere.

Il secondo giorno bruciarono mille girasoli sulla spiaggia delle onde silenziose e le vecchie si sciolsero i capelli bianchi. Le donne si graffiarono i polsi e gli uomini urlarono una notte intera alla luna insanguinata. I bimbi non succhiavano più il latte dalle mammelle e l’alba accecò gli occhi di tutti.

Il terzo giorno non ci fu mai.

il post lunghissimo che guai a chi lo legge evitate ve lo dico

7 agosto 2009

La mia camera dava sul sole. Io mi sdraiavo a terra, per leggere, immerso nella luce. In quei momenti per me esisteva solo il mio fumetto e l’attesa di un altro pomeriggio piacevole. Fantasticavo, inventavo mondi sconosciuti con regole straordinarie e giornate lunghissime; mondi in cui saltavo 10 metri e possedevo tutti i numeri di Topolino; mondi in cui i personaggi dei cartoni animati si conoscevano tutti ed erano amici dei miei amici; mondi in cui il sole era enorme, arancione e potevi guardarlo senza accecarti.

Mi affacciavo al balcone. Prendevo i rametti del cipresso e mi annusavo le dita dall’odore di resina. Calpestavo la piastrella un po’ smossa per sentire il rumore di terracotta e contavo le auto parcheggiate in cortile. Poi andavo nell’angolo più nascosto e pensavo a eroi giganteschi che mi regalavano stanze piene di libri; pensavo a medaglie d’oro appese al mio petto; pensavo a guardare la terra dallo spazio con un sorriso piccolo.

Si facevano le 4, e dicevo a mamma che scendevo a giocare.  Volevo essere il primo a scendere perché così non mi sarei perso neanche un pezzo, e perché così mi sarei sentito meno a disagio. Anche cinque minuti di ritardo mi facevano sentire ignorato, facevo fatica a salutare tutti e i giochi mi parevano anche più brutti. E mentre aspettavo che gli altri giungessero in cortile pensavo a tornei fantastici di giochi inesauribili; a migliaia di lucertole dalle code indistruttibili; a frisbee che potevano essere lanciati nel cielo più lontano e dietro le nuvole.

Poi giocavamo a nascondino e c’era sempre un posto più bello in cui nascondersi, uno che ancora non l’avevo mai trovato. Ma era sempre occupato da qualcuno. E detestavo quando qualcuno imbrogliava o contava fino a 28 e non a 30, oppure quando saltava qualche numero. Non sopportavo essere scoperto per primo perché mi sentivo preso in giro da tutti e non sopportavo che la portineria fosse così lontana, perché avrei voluto correre così veloce da nascondermi lì dietro. E quando ero immobile sotto le scale, o quando trattenevo il respiro dietro la siepe pensavo a nascondigli segreti dove nessuno poteva mai trovarti; nascondigli in cui diventavi invisibile fino all’eternità dei secoli e dei millenni; nascondigli in cui trovavi messaggi segreti di popoli lontani centinaia di generazioni dimenticate.

E la sera guardavamo la tv tutti nella stessa stanza, con la luce accesa e il latte sul fuoco. E dalla porta le altre stanze erano buie e lontane, e dalla finestra le altre luci erano solitarie e fredde. Mamma fumava la sua sigaretta sulla sedia di vimini e papà sedeva su quella accanto. E mentre cominciava la sigla del programma pensavo a un miliardo di lire per comprare un frigorifero pieno di gelati; un flipper colorato con duemila palline; una giostra permanente con tantissimi giochi spettacolari.

Tantissimi ne volevo.

La mia camera dava sulla campagna. Il neon era sempre acceso e per strada c’era solo la lenta crescita delle infestanti. La radio dopo le 3, a bassa voce. Mio fratello intento a studiare, lo vedevo sempre di profilo, e se non studiava parlava al telefono. Io aprivo il mio cassetto perché era come una magia che mi permettava di non pensare a niente. Poi si chiudeva la porta di casa e alzavamo il volume dell’audio. E quando pensavo odiavo pensare.

Mi affacciavo al balcone. Orribile il colore della ringhiera, e calda. I gerani crescevano a gruppetti, fuori i randagi annusavano l’aria. Poca gente poteva vedermi e io guardavo il campo di patate contandone i solchi fino a dove arrivavano gli occhi. Ogni tanto passava una macchina e io pensavo a un temporale che distruggesse tutte le auto dell’universo; a un vento che ripulisse tutte le strade dalla sporcizia;a un fulmine che mi colpisse rendendomi invulnerabile fino alla seconda morte.

Si facevano le 4, e prendevo un frutto dal vassoio. Il divano a fiori e le tende bianchissime. Il suono della radio, mio fratello  che parlava al telefono e mia sorella in camera sua. I soprammobili nell’interparete. L’odore del legno e dei confetti, del brandy e dell’argento ossidato. Guardavo dalla vetrina un mondo immobile e perfetto fatto di oggetti senza vita e pensavo a un luogo in cui nessuno conosceva il mio nome; in cui nessuno conosceva i miei pensieri; in cui nessuno conosceva i pensieri di nessuno che conoscesse il mio nome.Mangiavo un confetto sperando sempre che fosse al cioccolato e non alla mandorla, ma sapevo che erano solo alla mandorla.

Poi giocavamo a nascondino il mio cane ed io. Lei dormiva tutto il giorno ma se la chiamavi ti guardava sperando in un biscotto o in una passeggiata. E se la portavo giù in cortile la vedevo infelice e anche se era solo un cane pensavo che mi potesse capire più di chiunque altro, perché io la capivo. E la vedevo  bere l’acqua e desideravo che vivesse più a lungo di me; desideravo che vivesse più a lungo di me; desideravo che vivesse almeno un giorno più a lungo di me.

E la sera guardavamo la tv distesi a letto, mio fratello ed io. Io parlavo e lui non riusciva a vedere la tv. E io parlavo e dicevo penso sempre le stesse cose. Poi finivo di parlare quando lui già stava a dormire, e rimanevo a guardare i disegni della persiana sul soffitto. E continuavo a parlare da solo, nella mia mente. E speravo di sognare di essere un grande tennista; un essere che non invecchiava mai nato all’alba dei tempi; un albero millenario nel posto più luminoso del creato.

E ogni giorno mi svegliavo ugualmente.

La mia camera dà su questo schermo. Quando il sole entra di lato sul davanzale alzo gli occhi a guardare la croce sul campanile che spunta dai tetti. Mi chiedo chi l’abbia messa lassù in alto e che cosa avrà mai pensato in quel momento. Forse pioveva o c’era il sole come oggi. Forse da qui la vedo piccola ma da vicino è molto grande, o forse non è che un pezzo di ferro su cui a volte si poggiano i piccioni.

Mi affaccio alla finestra, che il balcone non ce l’ho. C’è un lampione e qualche auto. Carte ai bordi del marciapiede. Il muro del palazzo di fronte è rovinato e le finestre andrebbero pulite. Si vede che è agosto perché c’è un odore di quiete e di estate nell’aria. Le auto non si fermano, la gente non alza gli occhi e mi nota. Fa troppo caldo per pensare ai rimpianti più dolorosi. Forse più tardi.

E si fanno le 4 e mi chiedo di questa giornata. La schiena, le ginocchia. La voglia di scrivere e la paura che vince e se perde io non lo so. Le crepe sul muro, le seguo fino alla fine, fino al pavimento. Le foglie che il vento muove.

E poi gioco a nascondino con me stesso.

La sera guardo la tv e passa la luna sul mio rettangolo di cielo. Mi accorgo che ho rimandato a domani, ma la mattina mi sveglio lo stesso con la speranza di un sole infuocato e una luna bianchissima e voglio vivere ancora mille anni, e ne sono pure pochi.

La regola dell’amico non sbaglia mai

3 agosto 2009

Il mio amato googleassegno è giunto nella sua cornicetta verdolina accolto da un mare di “ooooooh”. Indossate le cityscarpe e la citycamicia sono andato in banca a versare il frutto del mio ingegno. Due i cassieri: un megagalattico strafigo e una lesbica anni ‘80. Vi lascio indovinare quale dei due mi è toccato in sorte.

La lesbica indossava una parure minimal color lapislazzuli la cui più piccola pietra ricopre il Molise intero. Le unghie smaltate cobalto e uno strato di trucco denso come la crosta oceanica non devono essere sottovalutate. La commessa odia gli assegni della citybank, ha detto.

Pochi minuti dopo, alle poste, inviavo per raccomandata il mio ricorso al presidente illustrissimo ed eccellentissimo per una manovra di massa anti decreto Gelmini. In più, ahimè, c’era un improvvido ticket recapitatomi dopo #4 mesi, retaggio di un antico mal di schiena curato con 2 iniezioni al prontosoccorso una domenica d’inizio primavera. Un pezzettone del googleassegno bruciato così.

La fase numero tre era la più appassionante. Il mio amato pacco dagli USA è stato recapitato due volte: la prima, mentre ero a correre; la seconda, mentre il citofono era rotto. Dopo un’estenuante trattativa col solerte call center di PosteItaliane (solo 14 minuti d’attesa) ho deciso di andare a raccogliere il pacco al deposito dell’SDA, che a occhio e croce è collocato più o meno in culo al mondo.

L’unica possibilità era il taxi e ne ho scelto uno con un giovine le cui orecchie erano camuffate da campionario di piercing. La sua coda di cavallo stile Fiorello dava alla vettura un tocco di vivace folclore. Euro 7 e 10 di sgommate.

L’addetto dell’SDA mi ha guardato con un’aria affranta alla Maria Maddalena. Nella sua voce più macha possibile mi ha chiesto i documenti e poi mi ha lanciato un’occhiata che non passerebbe al checkin dell’aereoporto. Quand’è andato a prendere il pacco giuro sul numero 4 che sculettava. La nostra storia d’amore si è infranta al pagamento delle spese doganali, 35,09 euro che hanno ammazzato il mio googleassegno.

Ho prenotato il taxi Como16 sotto l’occhiata languida dell’Sda, intento a digitare un codice di tremila cifre al ritmo di due dito indice al minuto. Per ingannare il tempo mi son messo a leggere le fatture buttate nel raccoglitore della carta. Il nuovo tassista, l’orso Yoghi, ascoltava a voce enorme un’attualissima This is the rhythm of the night, una delle canzoni che più odio di sempre.

Ovviamente, quando mi ha chiesto: “le dà fastidio la musica?”, ho risposto no no. L’acuto più martellante è coinciso con la curva dell’Euro Torri. Terminata l’esibizione la radio ha proposto un’evocativa “Scat Man”, per poi esibirsi nell’agghiacciante “La regola dell’amico” degli 883. E’ stato lì che l’auto avanti a noi ha tamponato quell’altra, in pieno traffico. L’orso Yoghi si è lanciato in una manovra di disimpegno per la quale ha perso 2 litri di liquidi corporei. Io guardavo dal finestrino una vetrina di un pellicciaio evocando San Gaetano protettore dei disoccupati.

Il contatore è salito a 12euro. Giunti all’angolo di casa, il mio portafogli si è spalancato sul nulla. “aspetti qui per favore salgo a prendere i soldi”. Sono un essere previdente. Nel mio salvadanaio ci sono i soldini per i regali di Natale, in pezzi da 1 euro. Ne ho contati 12 e ho rifatto le scale, dando estremo saluto al frutto del mio ingegno.

Il prossimo googleassegno lo immergo nell’acqua di Lourdes.

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