Archivi per dicembre 2009

il post che in realtà non dovrei neanche scrivere

11 dicembre 2009

Non dovrei scrivere quando sono dell’umore così, perché poi magari arriva quell’uno che dopo 2 giorni commenta cercando di farmi cambiare umore e allora intanto avevo già cambiato umore e a leggere il commento ritorno dell’umore che mi vuole far cambiare.

Comunque in realtà poi ho scritto un coso lungo quanto i libri sacri dell’induismo ma poi ho commesso il fatal error di rileggerli perché nello scrivere intanto avevo sputato il veleno e dopo mi sentivo meglio e così rileggendoli mi sono dato del cretino da solo e essendo debole come il polso di Oetzi allora non ho pubblicato quel potenziale nuovo Seneca che è in me, ho cancellato tutto però intanto avevo già intenzione di scrivere un post e oramai lo dovevo fare e così ho cancellato tutto tranne il primo paragrafo e poi ho combattuto con la mia mente pop e credetemi, sono stato sconfitto.

il post che il tempo all’improvviso venne a piovere

11 dicembre 2009

Pensavo che ingrasso in fretta. Sarà per i dolci. A invecchiare, ci metto più tempo. Invecchio solo di un anno ogni anno.

C’era il sole e poi è venuto a piovere, così. Come in quelle isole dei telefilm, che quando piove qualcuno piange o svela i suoi segreti o litiga o viene ferito o viene lasciato o tradisce o muore. Io ho visto cadere la pioggia per un po’, poi sono tornato alla mia sedia.

E’ lì dove io passo il tempo, senza piangere o svelare segreti, o litigare o tradire o soffrire o fuggire o urlare. Io aspetto che finisce di piovere per pulirmi le scarpe sporche di fango, che per morire va bene anche il sole, è uguale.

I dolci non hanno colpa però. Non c’entrano niente, è che un momento fa c’era il sole e adesso piove, e io questa cosa non la posso sopportare.

il post che per trovare un titolo ho dovuto a lungo penare

10 dicembre 2009

C’era una volta una graziosa mosca con le ali luccicanti.

La mosca trovò una briciola di biscotto e volò per gustarla con le sue zampine pelose. Sul tavolo c’era una bimba che disegnava una casetta col tetto di tegole verdi e l’alberello dai frutti rossi e gonfi. La mosca guardò di là, guardò di qua e poi si sedette a tavola.

Quando il sole fece un passetto piccolo verso il mezzogiorno venne a salutare la bimba dai fulvi capelli e le mandò un raggio caldo caldo sulla scatola dei pastelli. La bimba scelse un rosa carico e cominciò a colorare le pareti della sua casetta. Diede un altro morso al suo biscotto al burro e poi si alzò dalla sedia per tornare un momento in camera sua, che la mamma la chiamava.

La mosca guardò di là, guardò di qua e poi volò nel raggio di sole fino al vetro della finestra. E rimase lì a scaldarsi il ventre. La bimba tornò e strappò un altro foglio. Cominciò a disegnare un monte aguzzo e il sole che compariva nella valle a V. Il cielo era alto e blu, sgombro di nubi. Prese un altro biscotto dal vassoio. La mosca volò sul davanzale, dove non c’era niente.

Guardò di là, guardò di qua e poi cominciò a pulirsi le ali luccicanti. La bimba fece vedere il suo bel disegno alla mamma e la mamma disse che era molto grazioso. Lasciò i pastelli sul tavolo e tornò in camera, lasciando due briciole di biscotto accanto ai colori. La mamma preparò il caffé. Poi suonarono alla porta.

il post di cosa faccio in doccia (American Beauty non c’entra)

2 dicembre 2009

Dunque io ho la doccia che è bianca con le piastrelle color piastrelle da bagno. La tendina è celeste ed è sempre quella dal 1999 perciò fra poco avrà le prime mestruazioni e le dovrò tagliare i capelli scalati, che così non va più bene. Il tappetino della doccia non ce l’ho perché quel rumore che fa la plastica quando ci va l’acqua sotto:

“cioff scioff”

quello, non mi piaceva, inoltre poi per pulirlo ci volevano ore e ore e ore e io l’ho tolto. Inoltre, non scivolo.

Quando io apro la maniglia della doccia non sono un vero macho che si butta sotto il getto noncurante del gelido assalto dell’acqua, tanto mica sono in palestra che non devo fare figuracce, no sono da solo a casa per cui anche se mi tiro i piedi oppure entro piano piano un gomito alla volta chi vuoi che poi lo va a raccontare alla moglie? Nessuno. Per cui, ecco, forse non dovrei dirlo, facciamo così, facciamo che entro in doccia gelida in un solo scatto, ok? Facciamo finta che è così.

Poi a questo punto ormai sono dentro per cui prendo la spugnetta e prendo il doccia schiuma e comincio a sfregare come se fossi la lampada di Aladino. Non ho mai capito questo accanimento contro la cute.

Pausa.

Vabbè dicevo che comincio a lavarmi per benino. Adesso il punto è questo: ma chi ha messo in giro la voce scema che sotto la doccia uno canta le canzoni? Chi? Chi? A me viene in mente piuttosto “uff ho finito le clementine” “domani non ho mica voglia di andare in posta” “da dove è uscito quel neo?” “brr caldaia maledetta”, mica mi vengono in mente le classifiche iTunes?

Adesso lo so già che al 100% esce uno che commenta “ti sbagli io sotto la doccia canto gne gne”: bravo! applauso! bravo! però pazienza amen, e poi se canto mi va l’acqua nelle narici.

Poi la parte bella è quando l’acqua calda è sul collo, così io mi sento rilassato. A quel punto la tendina si azzecca al culo. Non so perché. Intendiamoci, sotto la doccia è FATALE FARSI VENIRE IN MENTE PSYCHO. L’ho scritto maiuscolo perché è un dogma e nessuno può dire che non è vero. Però se venisse l’assassino morirebbe soffocato dai vapori che io tengo l’acqua a palla e bollente come il Flegetonte. Perciò sono al sicuro.

In doccia poi è brutto quando devi deciderti, vorrai mica far diventare Parma come il Darfur?, quando devi uscire. Io tengo l’accappatoio vicino vicino, perché sennò mi viene lo spiffero di freddo e poi ho il torcicollo fino a febbraio. Allora poi mi asciugo e mentre mi asciugo so con certezza al 100% che se deve passare il corriere passa in quei momenti lì. Non quando sono in doccia, che non sentirei la bussata, ma quando lo posso sentire, che è più da sfigati.

Poi la gente sui cataloghi del postalmarket in accappatoio è sempre così sexy. Io invece ho una panza. Per fortuna c’è il vapore sullo specchio, così faccio finta di niente.

il post liberatorio

1 dicembre 2009

Così continuai a camminare fino a quando non vidi la merceria. Ogni tanto mamma mi ci mandava a comprare il cotone. La strada aveva una specie di dosso e io ero molto piccolo. Non sapevo bene se fosse la direzione giusta. Avevo la mia tuta nera con la riga bianca. Mi ero perso. Odiavo andare al tennis. Non ero capace, il maestro rideva e i bimbi erano veloci. In più, loro le racchette le portavano da casa mentre io dovevo prendere una in quei mucchi enormi. I grandi correvano più veloci di me e puzzava di gomma e di terra battuta. Papà non poteva neanche venire a guardarmi e c’era una luce arancione nell’aria. Non colpivo mai il muro. Le baracche sul campo erano fatte di lastre d’alluminio, mi pareva, e i vecchi sedevano su sedie di paglia. Mi ero perso e quando superai il dosso già piangevo. Così continuai a camminare fino a quando non vidi la merceria. Poi svoltai a sinistra e ritornai a casa.

Qualche volta, la domenica, entravamo in quella strana via. Finiva, ma non finiva. C’era un’officina di camion sotto al ponte della sopraelevata. O era solo un ponte. Papà penso che ci teneva per mano. Quell’officina era rossa e marrone ed era alla fine della strada e al buio, e sopra passavano le macchine. Poi salivamo delle scale strette e di lato si sentivano le auto correre, però c’era silenzio in quella casa di quelle scale di quella via. Allora facevamo silenzio perché era come essere furtivi. Papà apriva il cancelletto verde di ferro e salivamo altri gradini. Poi la magia, eravamo sul ponte. Ci faceva guardare la via che avevamo fatto dall’alto, e si vedevano le palme del giardino della villa, e i camion erano piccoli. E la strada era in discesa finché non arrivavamo alla statua coi manifesti elettorali sul basamento. Dovevamo camminare assai, ma solo perché i nostri passi erano piccoli.

Poi c’era quel tipo con il cane. Avevamo molta paura di quel cane. Quando la strada stava per finire i palazzi diventavano sempre più scuri e sempre più rotti. Lì ci viveva un uomo e forse una donna. Viveva in un posto in cui prima c’era gente. Adesso c’era un vecchio seduto sempre allo stesso posto e dentro una casa di tufo c’era un letto e qualche pentola. Noi camminavamo più lenti che le più lente lumache. Il cane era sotto quel portico che pareva la stalla. Dovevamo passare davanti a lui se volevamo uscire dall’altro lato. E dovevamo anche aprire la porta. Però era buio anche se era giorno e avevamo paura. Solo che volevamo anche uscire dall’altro lato, perché così era meglio. Qualche volta il cane abbaiava, così urlavamo e correvamo anche se non dovevamo correre. Alcuni correvano di più. Poi chiudevamo la porta e riprendevamo fiato. E anche quella era domenica.

Una sera poi mi misi a guardare il palazzo. C’era un giardino, di quelli di periferia, con le aiuole e lo scivolo giallo, i giochi per i bambini. Il treno fermava lì, sotto il tunnel. Tu uscivi dal tunnel e ti ritrovavi in periferia. C’era sempre qualcuno che fumava con la scarpa appoggiata al muro e la bottiglia in mano. La sera lì era marrone, perché l’aria si mischiava coi lampioni e con la paura e la luce veniva fuori la luce cupa e di paura. Mi ero perso. Pensai che forse l’uscita era dall’altro lato del tunnel, ma non volevo ripercorrerlo. Avevo freddo e i passi lì sotto suonavano cupi, in più era sera e avevo quella cosa in gola di quando non vedi l’ora di rivedere la persona che vuoi rivedere e non sai se è così anche per lui. Così non tornai sui miei passi e guardai le luci delle stanze di un palazzo di gente che viveva lì. Svoltai dove sentivo le macchine. Poi si scaricò anche il cellulare e mi ritrovai che non sapevo più dove andare. Neanche era la mia città. Però non potevo piangere questa volta, e così provai solo a ragionare. “Se lo conosco bene allora penserà così, farà così, lo troverò lì”. E così fu. E quella notte fu la notte in cui pensai che si potevano accendere mille luci gialle. Lo pensai veramente tanto.

Una sera mi misi a letto, a leggere. Mancò la luce e non avevo finito ancora il primo capitolo, così il libro lo buttai e non mi ricordo neanche più il titolo.

C’era la neve e io avevo anche gli scarponi. Così girai per le strade e non capivo perché la gente si rintanasse in casa. E siccome non avevo nessuno a cui tirare le palle di neve allora passavo coi guanti la neve sulle automobili, poi facevo finta di buttarla così sul prato ma dentro di me mi immaginavo la scena che ero contento e che giocavo. Tanto nessuno mi vedeva e se mi vedeva da dietro a qualche tendina allora forse manteneva il segreto lo stesso, tutti ce l’hanno i segreti e quando uno si affaccia che c’è la neve ma non scende allora è lì che guarda e vorrebbe fare quello che fai tu e se vede che non lo fai dentro di sè lo capisce e poi sposta la tenda e ritorna a fare quello che sta facendo in casa sua, e di questo segreto rimangono solo le impronte dei tuoi scarponi sulla neve.

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