Archivi per gennaio 2010

il post della porta chiusa

29 gennaio 2010

Nel mio sogno ero ospite in questa casa bellissima e pulita e non ero l’unico ospite. Ero ospite ma ero lasciato lì. La gente parlava e rideva di cose cretine e io ero seduto dove mi avevano fatto sedere e non ridevo e non parlavo e nessuno mi guardava.

Poi gli ospiti se ne andarono nell’altra stanza e se ne andarono tutti con loro e nessuno badò a me, non mi dissero vieni anche tu, non mi dissero niente, io restai lì nella cucina pulitissima, il legno lucido, il sole dalle finestre, il lavello d’acciaio e il pavimento splendido. Aprii la porta dove erano andati tutti, ma non feci rumore. Così c’era un corridoio di quelli bianchi, lindi, dritti, dove non ti puoi perdere perché puoi solo andare verso l’altra porta, ma quella porta era chiusa a chiave. E la porta dietro di me non c’era mai stata.

Così restai intrappolato nel corridoio e desiderai di svegliarmi. Ma nel mio sogno io soffrivo come quando guardi con quegli occhi qualcuno che non ti guarda per niente, e quel qualcuno sorride e parla e ti ignora. Non è un paragone, è proprio quel tipo di sofferenza lì. Nel mio sogno io vedevo i volti dei volti che non voglio più rivedere e avevano tutti la stessa faccia. Io ero lì, costretto a sognare i miei sogni svaniti.

Ma senza chiavi la porta non si aprì e non mi curai neanche di bussare, perché avevo paura che non mi aprissero o forse perché non ero sicuro di volere che mi aprissero. Volevo chiudere gli occhi e concentrarmi, per svegliarmi. Così scelsi di restare lì ad aspettare che il sogno finisse, come del resto sempre faccio, anche da sveglio. Per cui quando mi sono svegliato è svanito tutto, eccetto la solitudine.

il post della barchetta parcheggiata lì

22 gennaio 2010

A dire il vero faceva freddo. Certo che il maglioncino ci voleva, aveva ragione mamma. La sabbia poi, sì, romantico, però se poi uno calpestava un verme? Col buio, mica te ne saresti accorto? E un vetro? E un bicchiere di carta? O le alghe? che schifo le alghe, sotto ai piedi. Ma lui aveva detto a piedi nudi, dai corriamo fino alla barchetta, ti va, io avevo detto sì certo che mi va e poi il lido di sera era così romantico. L’ho già detto, romantico. Ma è per fissare il concetto.  Poi era anche giugno, meglio ancora.

Certo che il maglioncino potevo prendere anche quello rosa, tanto, che fa. Lui non sentiva freddo. Dice che non sente mai freddo. Come fa. Il tempo di correre alla barchetta che già era lì. Io ero ancora alla fila 14. Che fila patetica. Quella, la mattina, c’era il tipo con gli slip neri. Ne-ri! Penso che abbiano inventato la tv a colori proprio per impedire alla gente di mettere i costumini neri. La DDR, magari. Io non è che lo guardo, la mattina, ma lui sta lì impalato. Il tempo di finire il cruciverba ed è ancora lì. Odio il sole.

La sabbia poi, sì sì romantico ma le meduse morte? Non è che fosse un lido sporco ma la notte è notte. Lui si era seduto sullo scafo celeste, i polpacci che rimbalzavano tra la striscia bianca e quella celeste e i piedi uno di quà e uno di là. Poggiava coi gomiti e guardava le onde. Erano sempre le stesse però lui le guardava. Mi dice, ci sei?, sei lentissimo!, però per scherzare e io dico ecco ecco arrivo aspetta. Arrivo. Un faro di un’auto mi andò negli occhi. Penso che ci fosse una tipa che mangiava popcorn lì sul lungomare, che guardava me. O lui.

Col buio, mica me ne accorgevo poi tanto. Avevo i brividi alle cosce, quelli che fai brrr. Perché lo fai, lo fai, fai brr. Allora mi andai a sedere vicino a lui. Subito mi mise il braccio sulla spalla. Aveva l’odore più bello di quello del mare, e mi scuoteva come un pupazzetto. Allora? facciamo il bagno, che dici? Io morivo di freddo, dissi no no fa freddo, lui mi fa ma che dici l’acqua è calda sono le 11 vuoi che non sia calda? dai. E poi una pausa. Dai.

Restiamo ancora un po’ qui a guardare le onde, è bello, gli dico. Ma lui mi sorride e dice che il bagno lo va a fare. Fa un balzo, si toglie la maglia, si gira, mi dice ti aspetto eh, corre, si tuffa, nuota. Il mare calmo. Vieni, è caldissima.  Ho troppo freddo. Arrivo subito, dico. Se vado, ho freddo, se non vado, non sarò andato. Mi tolgo la maglia, scendo dalla barchetta e la barchetta fa clonk alzandosi un po’ da terra. Dico, allora vengo? Ma lui non mi aspetta. Torna su. Fa niente, dai, lo faremo un’altra volta. Hai freddo? Sì ho freddo. Allora ti riporto a casa.

Ok.

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