Archivi per marzo 2010

il post privo di talento e di metafore

25 marzo 2010

Tagliarono i rami dell’albero prima che facesse sera. Prima che venisse a piovere. L’albero non disse neanche una parola. Il gatto osservò tutto senza alcun interesse. L’uomo dal gessato grigio parcheggiò perfettamente.

Venne a piovere. Il gatto fece tre balzi prima di sparire. Chiusero la porta e accesero la luce in camera. La mamma stendeva la pasta. L’uomo dal gessato grigio uscì dal portone e attraversò la strada in fretta. L’albero non disse neanche una parola.

La pioggia cessò e lasciò l’asfalto bagnato. Venne sera come ogni sera. La luce si spense dietro tutte le finestre. Il parcheggio restò vuoto con le sue strisce bianche. L’albero disse miao.

il post dove tutto cade e nulla accade

23 marzo 2010

Mi cade il cucchiaino appena sveglio, che ancora i movimenti non sono precisi. Cade un calzino dallo stendibiancheria. Cade il libro che avevo messo troppo fuori e non me ne ero accorto.

Cade la bottiglia di plastica dallo scatolone dei rifiuti, perché era troppo pieno e cade la mela dal tavolo, che ho voluto fare una piramide troppo grossa. Cade una foglia.

Cade la presina da forno che il gancio è piccolo per tenerne tre e cade la linea mentre sono al telefono. Cade l’usb dal portachiavi e cade il calfort che è sulla lavatrice quando va in centrifuga. Cadono gli auricolari mentre bevo il tè e cade il biscotto nel tè. Cade una briciola a terra.

 

il post del lettone che diventò lettino

21 marzo 2010

Io avevo un letto che ci dormivo sopra in diagonale, e mi abbracciavo il cuscino. Poi mi giravo nel sonno e trovavo l’altro cuscino ed era fresco e me l’abbracciavo e mi mettevo in diagonale ma di così. Era morbido, cioè le lenzuola, e io guardavo in alto il soffitto oppure di lato il muro e dormivo.

Poi il letto la casa era piccola il letto poi un giorno morì.

Così presi il divano letto che stava di là lo portai di qua e dissi poi mi compro il letto grande. Così una sera, la prima sera, giuro la prima, è questa la cosa brutta, la prima sera io non dormii in diagonale perché ora il letto era piccolo anche se però ora avevo un comodino, che sarebbe uno sgabello di vimini, che sopra ci va la bottiglia di acqua, i telecomandi, il cellulare e i libri. E gli occhiali e la matita.

Così dormivo lo stesso anche se non in diagonale, però se dovevo fare l’amore sul lettone era più comodo del lettino e così decisi che avrei comprato il lettone, oppure, visto che non potevo comprare il lettone, potevo sempre non fare più l’amore. E alla fine intanto che ci pensavo venne a piovere.

Poi non pioveva più. Allora io dormivo nel lettino piccolo e mi abbracciavo il cuscino e quando nel letto mi giravo non trovavo proprio niente, eccetto il cuscino che girava con me. Poi vabbè sto parlando all’imperfetto perché così sembra una cosa vecchia, però è anche stasera così. Dunque non c’è il lieto fine,  al massimo c’è il comodino.

il post trovato per caso

19 marzo 2010

Spostarono le tende per guardare i fuochi d’artificio ai lati dell’autostrada. Le auto passavano solo ogni tanto. Qualcuno festeggiava il capodanno al km 125. I fuochi rossi erano gonfi, i fuochi verdi erano veloci, i fuochi gialli lassù in alto. I bimbi erano deliziati. Si appannarono i vetri. La nonna dormiva sul divano, il gatto dormiva sul divano, lo zio dormiva sul divano.

Il piede sull’acceleratore. Altri 30km e poi a casa. Surgelati, forse un pezzo di torta, la doccia calda e tanto sonno. 31, 1 o 2 che importa. Tanto lei non c’è più. La gente è affacciata alla finestra per vedere i fuochi d’artificio. Le luci calde e il luccichio dell’albero di Natale. Chissà che hanno mangiato. Altri 25km, poi a casa. Ma sì, lo stappo lo spumante, lo stappo lo stesso.

Se ne doveva andare per forza. Le bimbe, quanto avrebbero voluto vedere più spesso il papà. Le aveva cresciute da sola, aveva aspettato a lungo e più a lungo. E poi ancora da capo. Aveva preparato un sacco di cene e buttato un sacco di cene. Raccontava la favoletta alle bimbe prima di dormire. Poi era andata via, ci era riuscita.

La principessa aveva i capelli più lunghi dell’arcobaleno. Li pettinava con un pettine di cristallo e cantava una canzone che faceva commuovere gli animali del bosco. Un giorno giunse un temporale buio e spaventoso e la principessa fece cadere il pettine di cristallo, che si ruppe in mille milioni di pezzi. La pioggia portò i pezzi di cristallo nel mare e sparirono per sempre.

“E’ già arrivata mezzanotte?”. Sì, nonna, è già arrivata mezzanotte.

il post della pallina di mimosa alla più cessa

8 marzo 2010

In classe mia eravamo 3 maschi e mezzo. Devo spiegarvi il mezzo? No. E poi c’erano 25 femmine. I maschi se la facevano con le più puttanelle, io invece con le più cesse. In realtà essere cessa significava solo “non essere puttanella”, ma voi lo sapete che gli adolescenti hanno un cervello deforme e quindi è inutile che ti metti a spiegare a un adolescente come stanno le cose. In più, hanno i brufoli.

Così quando era l’8 marzo non si entrava in classe perché era una festa importantissima e molto sentita da noi tutti perché veramente ci tenevamo nel profondo del nostro cuore e con tutta la nostra vasta cultura a festeggiare le donne dell’universo intiero che tanti lutti addusse agli Achei. In pratica, c’era interrogazione di latino perciò ogni occasione era quella buona per far festa.

Nel campetto vicino casa (parliamo del 1987 perciò sarebbe un po’ come l’albero degli zoccoli) c’era una mimosa ma che dico enorme, diciamo leggendaria, con più mimose che un albero di mandarini! Insomma veramente gialla come il sole sui disegni dell’asilo. Essendo noi maschi il nostro compito era distruggere la mimosa per portare rami vaporosi in giro per le amene strade cittadine, vantandoci del nostro sesso e facendone medievale omaggio alle ragazze nostre compagne.

I miei tre amici, ma che dico amici, compagni di classe portavano i loro turgidi virgulti alle più bonazze. Andava un po’ a misura di tette. Se avevi la quinta ricevevi un ramo intero, se portavi la seconda un ramoscello mezzo moscio. Se eri racchia allora uh! ho finito le mimose! Tanta crudeltà è utile nella vita e poi si sa che gli adolescenti sono fatti per essere stronzi.

La racchia di cui non farò il nome in modo che nessuna lurker possa mai nei secoli pensare di essere lei medesima (e comunque le ragazze non si sentono mai racchie quindi non c’è pericolo) ricevette in regalo dal più perfido dei co-maschi una pallina di mimosa. Una sola. Nella sua mente era uno sfregio che l’avrebbe reso strafigo agli occhi dei compagni, ma la racchia, poveraccia, ci rimase una vera merda.

Il mio animo sensibile era combattuto. Se io regalavo alla racchia una mimosa come si deve i 3 co-maschi mi avrebbero preso in giro, la racchia avrebbe pensato a una carità e si sarebbe vieppiù incazzata e le altre ragazze mi avrebbero guardato come guardi chi ti stringe la mano dopo che si è messo le dita nel naso. Cosa potevo fare? Inoltre, io il latino l’avevo studiato, mannaggiammè che non ero entrato in classe.

Le co-ragazze puttanelle risolsero a modo loro. Presero i gonfi doni degli spasimanti e li scaraventarono nel più schifoso bidone dell’immondizia dell’angolo, accanto a “Bar Gino” e a “Pentol” (la e era caduta dall’insegna). Tennero per sè soltanto 1 pallina di mimosa e non rivolsero la parola a nessuno dei 3,5 co-maschi di classe. Io venni catalogato negli imbecilli fino a Pasqua, ma almeno così i co-imbecilli mi permisero di andare a giocare a bigliardino con loro, che era una cosa considerata molto truce. Poi me ne tornai a casa, e comunque odiavo fare assenza a scuola, odiavo rompere i rami di mimosa, odiavo le puttanelle e odiavo giocare a bigliardino. E valere solo mezzo voto.

il post del loft sulla collina che affaccia sotto la collina

7 marzo 2010

Questo qui aveva i capelli neri a forma di Jackson Five. Dice che faceva il giornalista e che era ancora vergine. Dice che aveva 30 anni e che era stato con 3 ragazze. Dice che guadagnava bene e che aveva una grande casa. Allora io entrai in macchina e nella macchina c’erano tutte le carte sparse sul cruscotto. Tipo quelle macchine che l’agente dell’FBI trova il dente sotto il pedale e da lì capisce che l’assassino la sera prima aveva letto Diva&Donna rubato dal tavolino di vimini della sala d’attesa dell’oculista.

(ora passiamo al tempo presente, io per grazia di Dio non sono uno scrittore così non devo badare alla consecutio e tutte quelle cose da Oscar Mondadori)

Mi dice non farci caso la macchina è un po’ in disordine. (+10 punti per la sincerità). Mi dice ti sta bene quella camicia ti va se andiamo direttamente a casa mia? (+5 punti per la lode sfacciata -10 perché era la prima camicia che mi vedi indossare come fai a dire che un’altra non mi sta meglio e poi -10 perché hai i capelli a forma di Jackson Five). Io dico ok e così scaliamo le più remote vette dell’antica Partenope, fino ad arrivare in alto dove da lontano c’è il quadretto con quei 3 pini secchi secchi e il Vesuvio sul mare tranquillo e il cielo celeste che ispira tanto sentimento.

Entriamo nel cortile della palazzina pittata di Rosso Pompeiano e con una manovra perfetta parcheggia tra i bidoni di spazzatura e il super santos di un drappello di bambini. Uno dice “uè!” e lui risponde “uè Mimmo” (+3 punti). Il panorama è mozzafiato. Nel senso che la puzza di smog che viene dalla strada mi fa mancare l’aria. Così entriamo in casa dice io vivo in un loft, dobbiamo scendere al piano di sotto. Io dico Ah.

Scendiamo e apre e entriamo ed ecco il loft. Praticamente il retro della ferramenta “autoricambi Pezzullo” gestita da Don Tonino o’ 15-18 e Assuntina a’ bizzoca. (se esistete veramente e googlando capitate qui sappiate che io vi ho appena inventati dunque non so che esistete veramente ma se esistete veramente beh allora cambiate insegna e comunque il retro della vostra ferramente è uguale a quel loft non so che farci). Io mi accomodo su un giaciglio di fresco pulito e Jackson mi versa un delizioso bitter la cui formula chimica è “acqua 99,9%, essenza di bitter sfiatato 0,001%, immaginazione 0,099%”. (-15 punti per il loft, -10 per l’intruglio, -15 per il panorama (il culo di Mimmo sul marciapiede mentre chiacchiera con gli amichetti a distanza di pochi centimetri dalla grata che costituisce la “finestra” del loft).

Jackson si siede e inizia a sedurmi. Questa parte è bellissima. Mi parla di come non sia mai andato a letto con un ragazzo perché ancora non sa se gli piacciono i ragazzi. Io dico “ti piace la figa?” e lui “no” e allora novello Freud ecco che gli risparmo anni e anni di psicanalisi. Lui dice “allora dici che dovrei provare?” e io dico “non so, vedi tu”. Il grande stratagemma funziona e così Jackson spegne le luci (-20 punti perché mi trovo in un tugurio, +10 perché non si vedono i capelli a Jackson Five, +10 perché le sorprese sono graaaandi veramente, -25 perché in fretta finiscono, -15 perché no non ti scuso per essere stato “un tantino veloce”, +2 perché hai acceso la luce, -80 perché Mimmo saluta con la mano così dalla grata, lassù).

La tendina della doccia è con Minnie e Topolino (+10). Dice che l’ha trovata così (-10). Dice che gli daranno il tg in una rete locale e che grazie a me ha capito di essere gay (-40). Dice che se voglio domani sera possiamo mangiare una pizza insieme (0). Io dico sì volentieri ti chiamo! Lui dice ok! Così prendo il treno, mi siedo accanto al finestrino, c’è uno coi capelli a forma di KarateKid (-20punti) che vuole leggere un secondo il mio giornale.

Faccio un rapido calcolo siamo a -200, direi che anche per i miei sfigatostandard siamo bassini così mi arriva un sms lo leggo c’è scritto “mi sono accorto ora che sono stato un po’ imbranato: non ti ho chiesto se ti era piaciuto”.

Totale -400 punti.

Decido di buttare la scheda sim giusto al centro del vulcano di Mordor per sicurezza a pochi centimetri da Gollum se possibile. Il tipo di fronte mi restituisce il giornale dicendo: il convertitore euro-lire se lo possono infilare nel culo per quanto mi riguarda. (+30 punti)

il post acustico

6 marzo 2010

Tutto rimane sempre là dove l’ho lasciato, ma per quanto io possa facilmente trovarlo non faccio altro che perder tempo nel cercare.

il post in cui svelo nuovamente il finale di Lost

5 marzo 2010

Riepiloghiamo: Lost è quella serie televisiva in cui un bimbo uccide gli uccelli con la forza del pensiero, i fari abusivi sono costruiti più velocemente del villaggio Coppola, Phobos e Deimos si sfracellano sulla testa di Tricia Tanaka e mentre certe persone risorgono dalla morte altre muoiono per un po’ di sangue dal naso. In questa pacifica isoletta, a suo tempo abitata da Cheope Chefren e Micerino,  l’arcangelo Gabriele litiga con il suo grande amico del cuore Lucifero mentre sta passando la zattera di Medusa e così Lucifero anziché godersi la tintarella decide di vendicarsi, ma con calma, dopo solo 200 anni impossessandosi del corpo di un ex spacciatore di marjuana scelto per le sue doti da Rambo 3, coltivate nei metallici open space di tutta Tallahasse.

Questa serie televisiva è molto omogenea. Per esempio nella prima stagione siamo tutti rimasti coinvolti nell’apprendere di nuovi rimedi per l’asma, abbiamo cantato a squarciagola successi da HitParade dei DriveShaft, abbiamo capito che ci sono pazzoidi francesi che vivono da sole 16 anni e per passare il tempo non è che vadano in giro a scoprire almeno 1 delle 500 basi Dharma sparse per l’isola. Tutte cose veramente necessarie. Chiunque avrebbe capito da questi indizi che Gesù di Nazareth e Davide e Golia affittano la stazione Cigno in multiproprietà.

Nella seconda serie però le cose cambiano, perché adesso è il momento di concentrarsi sulle cose che veramente contano, come non so, restare 107 minuti seduti al computer in attesa che arrivi il minuto 108 per digitare una serie di numeri? oppure, non so, seguire le vicende di Miami Vice e di un ex assassino con i versetti della bibbia scritti sul bastone di Mosè? Ah no, questa serie, la seconda, è veramente veramente importante, perché è qui che assistiamo alla love story tra il dentista e la consulente moribonda. Che però non muore, perché muore solo chi ha il contratto in scadenza. Sempre però per i poteri dell’isola. Dimenticavo Waaaaaaalt.

Nella terza serie, ambientata nello zoo di Napoli, il personaggio principale è il personaggio principale della serie. Di quella serie che finisce però quando si scopre che il personaggio principale non serve a niente. Se non avete capito di cosa sto parlando è perché non avete ancora scoperto l’intima relazione tra l’orologio di Jin e la mossa Commado di Sayid, tra i raggi laser supersegreti il cui codice di disattivazione è custodito da un uomo senza un occhio ma con 3 vite, che conosce come comunicare con Orione ma poi gioca agli scacchi sul commodore64. Bella serie. Specialmente il triangolo amoroso, il sestuplo gioco di Juliet, la mela del direttore delle Ali della Libertà e il camioncino pieno di birre non sfiatate. Oh Clementine.

La quarta serie, molto conseguentemente, è ambientata nel castello di Harry Potter e sul trenino di Jurassic Park. Tutte le persone con superpoteri, chessò per esempio predire il futuro, sono quelli che servono a niente. Ricordiamo qui che i madrelingua coreani possono parlare inglese fluente in soli 100 giorni. The others are on the table. Adoro questa serie televisiva. E’ la cosa più realistica dai tempi di Uccelli di Rovo. Non che le serie tv debbano essere per forza realistiche, basti pensare che mi piacciono anche i gialli, come House, oppure le serie per femminucce, come Grey’s Anatomy.

Ma torniamo alla quinta serie. Dicevamo che noi ora viviamo nel 2010 però attenzione: nostro cugino potrebbe essere qui già dal 2024 e quando ci dice “vieni al compleanno della zia?” intende “nel 1993 facesti cadere un bicchiere causando la rottura dei rapporti diplomatici tra Madagascar e Lituania sicché ora devo pregare la Vergine Maria che invii sulla terra uno a scelta tra San Rocco, il profeta Isaia e Harrison Ford così che quando morirai per la quarta volta nel 2021 potrai finalmente reincarnarti in ciò che tu adesso sei, sfigato cugino del 2010″.

Chiarita la quinta serie eccoci alla sesta, che poi sarebbe l’ultima! Ma sorpresa delle sorprese, non è l’ultima. La settima serie in realtà è la prima serie di Alias. L’ottava serie è la quinta serie di 24 e la nona serie è la seconda serie dei Visitors. Infatti Juliet non è morta ma alle prese con le lucertole.

Vi devo svelare il finale, giusto. All’ultima puntata Bernard si mette al pianoforte custodito nel cottage privato di Jakob mai finora scoperto da nessuno e Rose intona un gospel innalzando inni di gioia al Signore Iddio Misericordioso. Tutte le statuine della Madonna risorgono dalle acque del mare e formano i componenti di uno scudo di bontà che si va a piazzare sul torace di Santo Gesù Shepard, il quale, morta Kate in sacrificio estremo per il suo amore, respingerà i vani attacchi degli All Blacks capitanati da ciò che un tempo fu Locke. E come quando Goldrake per 18 minuti è quasi morto e Vega ride per la sua vittoria fino a che poi al minuto 19 il bene trionfa con quell’arma che, idiota, potevi anche usare per prima, così SuperJack lancerà all’ultima puntata il tatuaggio fotonico distruggendo il male per l’eternità dei secoli.

Ma dal profondo degli abissi, lì, tra l’alluce di una statua gigantesca e un’altalena dove giace una paleontologa dai capelli rossi qualcosa si muove. Le alghe si spostano, i pesci scappano, la sabbia vola via e due corpi dagli occhi come diamanti si rivolgono alla telecamera. Nikkie e Paulo redivivi ci guardano minacciosi.  Il cerchio si chiude. Intendo, il cerchio alla testa.

il post scritto dalla mia sedia

4 marzo 2010

Caro diario ciao sono sempre io, Sedya e oggi ho avuto una giornata faticosa. Lo so che non è ancora finita ma aspetta prima di dire, d’altra parte tu sei solo un diario e ora sto scrivendo io, stai zitto per favore.

Ho dormito fino alle 9 e faceva anche freddo. Uomo mi ha messo storta così ho tutto il lato destro rattrappito. Poi Uomo ha cominciato a lavorare. Mette sempre il culo davanti davanti, è idiota. Poi è uscito e mi ha lasciata da sola con il bracciolo di destra sotto a Scrivanya. Quella figa di legno mi ha graffiato. Poi Uomo è tornato e ha messo il culo giusto in centro e si è anche ricordato dello schienale.

Lo deve usare sennò mi consumo prima. Ma Uomo è deficiente. Diario, zitto, non ho finito. Uomo è rimasto col culo piantato lì 5-6 ore di fila. Ogni tanto girava a destra e sinistra come fanno gli Uomo Bimbi. Non è che si sia mai seduto un Uomo Bimbo, io da quando sono nata lavoro solo con questo qui, ma lo so perché quand’ero polimero in fabbrica si era sparsa la voce. E’ un mese che non mi dà la crema per le rughe. Ho la pelle sotto le ginocchia tutta raggrinzita. Uomo è deficiente.

Devo dire però che ieri Uomo mi ha tolto la polvere dalle ruote e all’attaccatura del bracciolo. Adesso se ne è andato, secondo me mi posso riposare. Mi ha lasciata storta, come sempre. La sai, diario, la sai una cosa bella? C’è il sole per un paio d’ore su tutto lo schienale questi giorni qua. Quand’ero ancora negli scatoloni faceva un freddo incredibile. Però io non mi lamento. Ci sono le mie 4 cugine che lavorano al tavolo della cucina. Erano belle da giovani, una si mantiene ancora, le altre nessuna se le piglia più.

Io vado a dormire, diario. Ma tu come stai? Ho saputo che Uomo ti usa per scrivere solo cose deficienti è vera questa cosa?

il post di Imma o’ scarrafone e Giggino o’ cazzone

2 marzo 2010

Imma, diciamolo, era racchia. Non è che io ne capissi molto di culo o di cosce, però il problema erano quei capelli a veliero e la barba. Sì sì ho capito povera ragazza, però Gesù aveva proprio la barba e l’endocrinologia era già stata inventata nel 1987. Imma era anche cretina. Andava dai ragazzi a mostrare le tette in cambio di una strusciata sulla patta dei jeans.

Pare che le tette le avesse non c’è male. Lo so perché in classe con me c’erano Valerio 2 litri, Mario solitario e Massimo 10 secondi e loro parlavano sempre di queste cose. Io non so come mi chiamavano ma non voglio tirare a indovinare. Insomma circolava voce che Imma si fosse fatta quello di 4B alla festa di Giulia. Pare che nel buio la barba non tanto desse fastidio, e poi non doveva mica baciare.

Quella mattina Imma aveva lo zaino dell’invicta così pieno di libri e vocabolari che pareva sul punto di partire soldato. I capelli, sempre a veliero. Allora fece una corsa con le mani sul petto a tener fermo lo zainone e patapumfete! inciampò sull’astuccio della solita sguaiata di Lina, così cadde a terra prima con la coscia destra, una specie di rallentatore, poi la sinistra la caduta da moviola proprio, e cadendo si girò a panza all’insù. Così rimase come uno scarafone quando lo giri sotto sopra, le braccia e le cosce che si muovevano e lo zainone pesante che le impediva di rivoltarsi. I capelli a coccinella.

Povera Imma. Noi a ridere.

Allora Giggino di terzaC passava lì davanti e non sapeva che Imma era racchia, cioè lo sapeva ma da lì non si vedeva che era lei. Così si fece avanti e l’aiutò a alzarsi. Noi a ridere, ma anche alla seconda ora. Anche alla terza. Giggino era un metro e novanta ed era stato bocciato 2 volte. Era imbecille però faceva il rappresentante d’istituto e pigliava a cazzotti i ragazzi cretini. Dice che la sorella la sfottevano perché aveva i denti rotti e così lui non sopportava queste cose. Allora disse non la sfottete più, ricchioni! Allora tutti si mortificarono e Imma entrò sotto la protezione di Giggino e cominciammo a sfottere Angela, che balbettava. Però non era racchia, anzi.

Che poi il soprannome di Giggino non ve l’ho spiegato come mai, ma penso che secondo me si capisce.

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