Archivi per aprile 2010

il post prima che si scarichi il portatile

25 aprile 2010

devo andare di fretta che ho autonomia residua 18% perciò inutile perdere tempo con la punteggiatura o altre cose formali da gente per bene sennò si scarica il portatile si spegne mi demoralizzo perdo l’ispirazione somma che neanche le damigianelle d’avignòn e poi non faccio più questo post perciò dicevo oggi sono uscito evviva a fare una passeggiata roba da vecchi e la gente diceva queste coseuna signora diceva al marito dobbiamo comprare le tendine nuove in cucina un signore diceva all’amico come centravanti fa schifo una ragazza diceva all’amica ti pare giusta questa cosa qui? una signora diceva al marito Nicola aspetta guardo questa vetrina un signore diceva alla moglie quanta gente c’è per strada una vecchia diceva alla figlia la Luisa è poi tornata? e così viacosì io sono tornato a casa e ho mangiato la pizza con la rucola la quale non è che la mangio perché va di moda o non va di moda ma la mangio perché mi ricorda un appuntamento flirtatorio che ho avuto secoli fa quando ancora Michael Keaton faceva film o la Cucinotta era sex symbol e quell’appuntamento fu bello anzi bellissimo perché quando tornai a casa avevo un sacco di speranze così mi piace la rucola da allora e se è per questo mi piace anche bere il succo di frutta ace perché quando lo bevo mi ricordo un periodo in cui ma ecco parlo come i vecchi mi ricordo mi ricordo mi ricordo eccetto che i vecchi hanno la pensione i nipoti gli acciacchi mentre io che sono un tipo avanti coi tempi ho nel frattempo già gli acciacchi ben 30 anni prima del previsto perciò posso essere ben soddisfattonon vi posso dare torto se questo post non vi piacerà neanche a me piacerebbe mi farebbe venire l’ansia e poi la parte finale e più bella piena di battute neanche c’è perché la batteria si scarica praticamente adesso

solo un altro post

20 aprile 2010

Quando vado al parco faccio sempre lo stesso giro. Scendo dal lato sinistro del ponte perché così guardo l’acqua che arriva, non quella che va. E l’acqua che arriva la vedi da lontano, mentre quella che va cambia ogni secondo. Così non so. Poi attraverso il marciapiede e mi viene in mente quando facevo quella stradina per andare all’anagrafe i tempi in cui dovevo cambiare residenza. C’era uno che faceva i tatuaggi.

Poi entro nel parco e c’è sempre qualcuno che invece esce. E’ incredibile. C’era una pianta con le foglie di bronzo ed era bellissima e poi non so dove sia ora, ma mi rifiuto di credere che l’abbiano fatta fuori perché era bellissima, ripeto. Così scendo verso quella specie di grande incrocio e potrei andare a destra ma non voglio perché ci andavo quando ero iscritto a lettere e me lo ricorda e non voglio. Potrei andare a sinistra ma non voglio perché di là non c’è il sole e so che sono venuto al parco perché c’è il sole. Così vado avanti. Prima ci andavo in bicicletta. Come sono nostalgico eppure potrei comprarla una nuova solo che la dovrei parcheggiare dove ci sono le puttane. E non voglio.

E quando vado avanti ci sono i vecchi sulle panchine che parlano eccetto quando si fermano a guardarmi passare, perché io passo come se avessi un posto dove arrivare mentre invece non devo andare da nessuna parte. Solo, non riesco a camminare lento perché mi sembra che così si fa quando non si pensa a niente e si passa il tempo mentre invece io mi illudo che se torno a casa prima poi è meglio. Allora cammino veloce e i vecchi mi guardano, credo, perché potrei sbagliarmi su questa cosa. Ma ci sono delle panchine di marmo dove non mi sono mai seduto perché sono lì in mezzo e si siedono solo i bambini.

Più avanti c’è il chiosco dei gelati. Io non ci vado mai. Ci andai qualche volta. Ora non ci vado e non mi ricordo come lo fa il gelato, che poi non importa perché il gelato migliore lo fa sempre quello dove ti porta l’amico con cui ci vai, eccetto che poi quando vai con un altro amico allora il gelato migliore lo fa quell’altro. Io sono un tipo insicuro così sono sempre quello che lo portano e mai quello che dice quale gelato andare. Però a me piace quello che fa quella gelateria che sta vicino all’ospedale. L’ospedale non c’entra col gelato, è solo che è lì vicino.

Poi arrivo alla vasca con le papere di legambiente e con l’isoletta di robinson crusoe. Lì c’è sempre qualche bimbo che si sporge troppo e la mamma lo chiama. Penso che la gente ha i figli, mentre io no. Però loro dicono che uno non può sapere quello che si prova a essere padre o madre, ma non tengono tanto in considerazione il fatto che non sanno quello che si prova a non poter essere tanto facilmente padre. Non che potrei mantenerlo un figlio. Ho 38 anni e ancora sono in mano a una graduatoria. Allora giro a sinistra, che mi sembra più damina del settecento.

E faccio il giro tutto intorno, che se esco da lì c’è il chiosco che odora di cipolle e poi la strada che facevo quand’ero felicemente infelice, così faccio il giro tutt’intorno e poi torno indietro per il viale largo dove c’è il teatro. Perché lì ci sono i gatti. Oh sono 4, forse 5 anni che dico che prendo un gatto che prendo un gatto e poi non lo prendo. Allora temo che non lo prenderò mai perché è nell’indecisione che vivo sospeso. Guardo i gatti e mi avvicino e poi me ne vado perché loro sono così e io pure. Così c’è la pianta malata e poi dove abitava quella mia amica.

Torno sul viale che quando sono entrato non ho voluto prendere e c’è sempre qualcuno che fa il giocoliere o che prova qualche cosa orientale che tanto fa bene allo spirito e al benessere ma che io non potrò fare mai perché mi vergogno di stare a piedi nudi davanti alla gente. Allora poi risalgo sulla salita e sono quello che esce quando qualcuno entra. Prendo il marciapiede di destra e poi me ne torno a casa. Questo, non oggi. D’estate. Mi fa stare bene, quella mezz’ora. Così intanto penso a un sacco di cose improbabili.

Adesso per esempio ho scritto queste cose. Ma lo so che sto scrivendo tanti post uno dietro l’altro. Quando uno ne scrive uno a settimana quell’uno è bello. Invece quando uno ne scrive cinque di fila il primo è bello il secondo è carino il terzo non c’è male il quarto ok abbiamo capito e il quinto no ora basta. Così è, dai.

Allora poi mi viene in mente quando prendevo la bici e frenavo davanti al lattaio. Che io dicevo sempre ma come è possibile che esiste il lattaio. E poi attraversavo e passavo davanti a quell’altro parco.  Così il semaforo diventava verde e io spingevo sui pedali.

il post con una grande regia

20 aprile 2010

Si vedono solo due nidi ma ce ne sono sicuramente di più. Saranno giorni che il rastrello è poggiato a quel vaso enorme di terracotta. I pesci rossi salgono a galla un po’ più spesso e i gerani sono gonfi e pendono verso il basso.

C’è il cartello affittasi monolocale che è piazzato troppo in alto e nella vetrina del gioielliere abbondano gli anelli di oro giallo grandi come uova bio.  La telecamera lampeggia e i militari se la suonano e se la cantano.

Quella vespa insiste che vuole abitare tra i miei infissi. Si è accumulata polvere sulla cornice e sarà ora che butti quelle mele troppo mature. Pare che faccia un po’ più caldo e che ciò debba far piacere a un sacco di persone, perché l’inverno è lungo e la primavera è assai più colorata. I miei jeans sono sempre dello stesso colore.

Non ho sete. Mi pare logico che per scrivere questo non so che scrivere eppure se scrivo è perché vorrei scrivere qualcosa, ma cosa non so. Forse quello che ho scritto, ma se così è allora perché? Che c’è da dire quando non c’è niente da dire? Sarà forse che c’è chi legge ciò che non ho scritto, ed è questa speranza che mi motiva o sarà forse che questo niente è comunque pieno di colori e se riesco a scriverli non me li scordo più. Sarà che oggi è oggi. Non lo so, non mi importa, che mi importa, che importa.

il post in cui gli eventi precipitano

19 aprile 2010

Il sole non scaldava più di tanto perciò tornai a casa presto dalla passeggiata. Avevo male a un polpaccio, il destro, e pensai di comprare un paio di scarpe nuove. Poi mi venne in mente che non avevo soldi così accesi la tv e rimasi a guardare quello che c’era, un vecchio telefilm lento e col doppiaggio da soap opera.

Non avevo fame né voglia di prepararmi qualcosa. In frigo c’era forse qualche uova, ma avevo scordato di comprare il pane, allora tanto valeva mangiare i biscotti. Si erano fatte già le sei ed era quel periodo dell’anno in cui il tramonto è più ricco di malinconia che di speranza. Un periodo che dura tutto l’anno.

Così cominciai a riordinare i libri per colore ma la polvere mi fece venire l’asma e andai in bagno a prendere l’inalatore. Avevo scordato la sciarpa in ammollo nel lavandino dalla mattina. L’acqua s’era ritirata e la sciarpa era circondata da piccole bollicine rosa, il colore dell’ammorbidente. Avevo le dita delle mani congelate.

Misi ad asciugare la sciarpa e finii tutti i biscotti. Erano ancora le 7, presto per andare a dormire, tardi per iniziare a far qualcosa. Così decisi di riordinare i libri per collana. A un certo punto mi stufai e andai a dormire. Tanto, era buio.

Sognai di camminare per la vecchia strada dove un tempo c’era lo scarico della fogna, dopo il traliccio e prima del ponte della tangenziale. La cagna nera aveva sgravato e quattro cuccioli succhiavano il latte tra i cespugli dietro il campo a maggese. Sotto i piloni del ponte c’erano vecchie carcasse di frigoriferi e un casco nero con una fiamma arancione. Il vento prese a soffiare più forte e misi le mani in tasca, poi me ne tornai verso casa.

La cagna cominciò a guaire, finché poi non la sentii più.

il post della chiusura dei cancelli

18 aprile 2010

Eppure era così: la folla andava più veloce di me e io andavo più lento della folla.

Sembravano non capire che la metropolitana passava ogni 4 minuti e che 4 minuti sono pochi. Sembrava che per loro invece fosse importante passare i cancelli comunque. Per primi, non so, per dire che erano stati più veloci. Per far vedere che potevano.

Non c’era un motivo per correre verso i cancelli quando i cancelli erano chiusi. Però correvano tutti. Giungevano primi e attendevano più a lungo. Poi gli addetti li facevano passare e loro si affrettavano a prendere il proprio posto dietro la striscia gialla. La metro arrivava e risucchiava la gente. Gli addetti chiudevano i cancelli.

A me non me ne fregava niente di trovare i cancelli aperti o i cancelli chiusi. Dove arrivavo arrivavo. Se erano aperti passavo, se erano chiusi aspettavo. E siccome la folla correva erano gli altri che passavano, così gli addetti mi chiudevano i cancelli davanti, quando mi mancavano pochi passi.

Io aspettavo 4 minuti. Tanto che cambia.

il post dell’apertura dei cancelli

18 aprile 2010

Tutto quello che mi ricordo sono i miei passi sull’asfalto, il semaforo giallo e le scritte sul muretto. Mi svegliavo prima che finisse la notte, ogni notte. Mi vestivo senza accendere le luci e poi uscivo per strada, nel silenzio e nel freddo. Andavo dove mi portava il caso.

Se la foglia cade dal marciapiede giro a destra. Se si spegne la luce da quella casa vado dritto. Se passa un camion giro a sinistra.

Tutto quello che importava erano i miei passi sull’asfalto, i gatti che si nascondevano sotto le automobili e l’ombra di una mamma che cullava il neonato dietro le tendine. Il freddo mi gelava il naso e mi faceva venire le lacrime agli occhi, così potevo piangere senza avere un motivo per farlo. Eppure giungevo sempre allo stesso punto, forse per caso, forse non so.

Sono di nuovo qui. Il camion non passa mai, la foglia non cade mai, la luce non si spegne mai.

Aprivano i cancelli del sottopassaggio. L’uomo in tuta districava la catena del lucchetto e poi si sentiva il rumore del ferro. La grata ondeggiava nel vuoto e finiva a sbattere sulle pareti consumate. Lui mi guardava come se io fossi un povero Cristo. Io scendevo le scale sentendomi gli occhi addosso e poi attraversavo il sottopassaggio. Puzzava di urina.

Dall’altra parte era tutto uguale. Solo, ora era l’alba, perciò me ne tornavo a casa.

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