Archivi per maggio 2010

il post del campo di fragole

9 maggio 2010

Non era ancora l’alba quando ci mettemmo in viaggio. Avevo i brividi perché l’aria era fresca e avevo le maniche corte, così passai buoni dieci minuti a strofinarmi i gomiti. Ero seduto accanto come al solito, ma era presto e nessuno aveva voglia di parlare molto. Non avevamo fatto colazione, a parte un caffè sciacquo bevuto di corsa, così lui decise di fermarsi all’autogrill, il primo che trovammo.

Parcheggiò vicino alle scale, poi andò in bagno intanto che io percorrevo il labirinto. Mi raggiunse che ero già a metà strada tra i salami e il parmigiano. Prendemmo poche cose, giusto i wafer e qualche bibita, poi la colazione in silenzio, eccetto per il rumore dei cucchiaini sui piattini. Avevo preso il cappuccino come al solito, lui finì la brioche in due morsi.

Gli piaceva far benzina. Quando uscimmo dall’autogrill ormai il cielo si era schiarito. Vedevamo le campagne ai bordi dell’autostrada e il solito paesaggio che ben conosce chi parte o chi torna. Le colline, le stradine, meno 40 km, meno 38 meno 36. Fu lui il primo a rompere il silenzio. Disse che voleva andare al mare.

Io tenevo sempre lo sguardo davanti a me sennò mi veniva il mal d’auto, però allungai la mano per toccare la sua che era sul cambio delle marce, così facemmo pace. Allora prese la prima uscita e curvò che dovetti tenermi per non dar di stomaco. Strisciò il casello e poi andò dritto. Non chiesi niente perché non valeva la pena. Quel posto era desolato. Un paesello. Disse che potevamo stare lì, fare due passi e magari prendere un motel.

Sinceramente non sapevo dove avrebbe mai potuto trovare un motel in quel posto però quando faceva di queste sparate era meglio assecondarlo e poi in fondo mi piacevano, che fosse stato per me avrei programmato tutto. Così arrivammo alla piazzetta coi mattoni colorati e la torre dell’orologio. Si vedeva un bel panorama, che era su una specie di collinetta. Mi lasciò un secondo al muretto intanto che andava a chiedere dal tabaccaio.

Quando tornò era tutto elettrizzato. Disse dai andiamo e mi portò per una stradina dove c’era un mercatino. Comprò quegli occhiali da sole a poco prezzo. Tanto li perdeva sempre. Poi tornammo in macchina per fare un tratto e si fermò dove gli avevano detto. Era un posto sperduto. Sentivo le vacche e le galline. Ci fecero accomodare intanto che andavano a chiamare la signora, avevano una specie di aia con un recinto piccolissimo e foglie di tabacco. I cani dormivano tra il sole e l’ombra.

Salimmo le scale per entrare nella nostra stanza. Il letto aveva le lenzuola fresche e ruvide, il comò aveva uno specchio ovale e l’armadio non puzzava. La finestra dava su un campetto di fragole. Così lui scese e chiese se potevamo entrarci. La signora disse che sì, se proprio volevamo, purché non facessimo danni. Ci chiese che volevamo mangiare e lui disse quello che c’è sicuramente è buono. Io avevo preso l’altra maglietta che ci stavo più caldo.

Le fragole avevano un odore delicato. Non le avevo mai viste crescere, lì tutte belle in fila. Lui non era tipo da gesti d’affetto plateali, io nemmeno. Stavamo vicini e camminavamo un po’. La signora puliva i vetri e da dietro le tende intanto che c’era ci dava un occhio. Non si sentiva nemmeno un rumore, eccetto il cane, che abbaiava non so a cosa.

In camera lui si accese la sigaretta intanto che parlavamo un poco. Beh, più che altro lui parlava io sentivo. Diceva di suo fratello, poi del suo collega e poi che voleva andare al mare perché il mare lo tranquillizzava. Disse anche che lo sapeva che a me non piaceva ma che sarebbe stata solo una settimana, poi avremmo visto tutti i musei di questo mondo. Così io gli credevo sempre, finché poi non si addormentava.

Quando arrivammo a casa era così tardi. Facevo uno sbadiglio dopo l’altro e dovevo graffiarmi la fronte per rimanere sveglio. Mi tolsi le scarpe che era l’ultimo sforzo che potevo fare. Crollai dopo pochi secondi e non sognai niente. La mattina dopo avevo il mal di testa. Lui già era uscito perché doveva lavorare, per fortuna io ero ancora in ferie. Rimasi mezz’ora sul mio lato del letto finché poi l’occhio non mi fece meno male, poi mi girai di là e vidi un mazzetto piccolo con una fragolina, sul cuscino.

il post della bocciofila

5 maggio 2010

Io veramente quando avevo 20 anni mica me li godevo quegli anni lì. Tanto per cominciare andava di moda Fiorello. Così un giorno timbrai il biglietto e mi misi sul treno e arrivai in stazione, presi la metro e poi entrai in libreria. Aveva addirittura le porte che si aprivano quando tu metti la mano davanti.

Così salii al piano di sopra e cominciai a girare per gli scaffali di tutti i reparti, perché tanto mi capitava solo ogni tanto di andarci e volevo fare le cose per bene. Il legno era scuro e i volumi azzeccati azzeccati. I commessi non mi notavano proprio e questo devo dire era il motivo per cui andavo proprio in quella libreria lì. Mettevo apposta il maglione blu, così ero anonimo. Poi io prendevo un libro di qua e uno di là e andavo in quell’altro reparto.

Tanto, io già lo sapevo che per ultimo avrei lasciato quello che più mi interessava, così me lo godevo di più il mio giretto. Allora poi sentivo che già era troppo tempo che stavo in libreria e cominciavo a non godermela più perché pensavo che i commessi dentro di sé mi sgridavano e poi vedevo la gente entrare scegliere e pagare e quindi ero sicuro che nessuno andava in libreria a passare il pomeriggio perciò mi spicciavo e assumevo l’aria di chi deve fare un acquisto da 100 libri e dunque è giustificato. Però io non me li potevo comprare i libri, mi piaceva solo tenerli in mano, così potevo fantasticare che erano miei e intanto maturavo dentro di me la scelta di quale prendere tra tutti. Era la parte più bella, se proprio lo devo dire.

Quando avevo deciso rifacevo a ritroso il percorso rimettendo a posto i libri negli scaffali e poi andavo al mio reparto preferito e in fretta e furia sceglievo qualcosa senza essere troppo convinto, andavo alla cassa e poi me ne uscivo sempre contento per il giretto e scontento perché il libro era uno solo e non era quell’altro. Comunque, per strada, camminando un po’, mentre la busta di plastica faceva rumore sulla coscia, mi rendevo conto che quella sera avrei avuto una novità tra le mani e questo mi consolava. Almeno era già sera.

Così prendevo il treno e sfogliavo le pagine senza leggere niente, per prolungare l’attesa. Il bello era quando mi regalavano qualche catalogo, perché era come se li avessi tutti tutti anche se non ne avevo nessuno. Sfogliavo i cataloghi come la cosa più meravigliosa e desideravo di leggere tutti i libri di tutti gli autori di tutte le epoche. Il treno poi arrivava e io tornavo a casa, dove avevo sempre 20 anni come tre ore prima, e non era cambiato proprio niente.

il post possibile ma improbabile

4 maggio 2010

Stamattina non trovavo le chiavi dell’auto, perché ieri sera tornando dai miei ero stanco e non le avevo messe al loro solito posto. Ogni tanto lo faccio, lo sai, poi però il mattino dopo mi scordo lo stesso dove sono. Così mi sono innervosito e non riuscivo a farmi il nodo alla cravatta, quella che mi avevi regalato tu lo scorso inverno, non so se ti ricordi quale dico, quella scura.

Allora ho cominciato ad agitarmi e mi son messo a fare una serie di addominali, così scaricavo la tensione. Non ho più quel risentimento al polpaccio e forse domani vado a correre. Ti faccio sapere. Poi sono andato a lavorare e ho trovato subito parcheggio. Devo portare la macchina a pulire che è il caso, ormai. Mi hanno dato un sacco di pratiche da sbrigare. Da quando mi sono assunto quegli impegni di cui ti dicevo lavoro il doppio però non mi pesa tanto.

Ho finito che erano già le 4, avrò mangiato un panino in due minuti. Non volevo subito tornare a casa, così ho lasciato l’auto al parcheggio e sono andato in centro che avevo appuntamento con Giorgia, non so se te la ricordi, te l’avevo presentata quando andammo a cena per i 40 anni di Max. Lo so che tu t’incazzi perché dici che non riesco mai a leggerli tutti, però ho comprato 5-6 libri. A casa avevo da fare un sacco di lavoro però sinceramente ho lasciato perdere.

La pizza mi è venuta meravigliosa. Ormai, al quarto tentativo posso dire che ho imparato bene. Te la faccio così la puoi assaggiare quando torni. Veramente poi avevo il cinema, ma ho rinunciato perché son passati due colleghi miei e tra una chiacchiera e l’altra si son fatte le 10.

Senti ma quand’è che ci rivediamo? Lo sai che Skype non è la stessa cosa. Se vuoi questo weekend ce ne andiamo al mare e chi s’è visto s’è visto. Non mi sono scordato che domenica fanno già 4 anni. Pare ieri, è vero? Senti, comprati in fretta il cellulare nuovo e rimettiti il fisso che a me a scrivere le mail non mi fa bene. Son tre giorni mi son già stufato.

A proposito, sono andato a casa tua stasera, la posta niente di che una cosa dalla banca, solite cose. La gatta sta bene, quanto mangia madonna, ha finito tutte le crocchette. Ti ho cambiato l’etichetta del campanello, te l’avevo già detto che lo facevo, che quella di prima si era tutta sbiadita. Solo che invece di A. Lanna ti ho scritto tutto il nome per intero, mica ti rompe? Ci sentiamo domani e vatti a comprare sto cazzo di telefono che non ne posso mica più.

il post nuvoloso

2 maggio 2010

C’erano troppi gradini, però c’era il mare in fondo. Non fosse stato per il mare, non sarei mai passato di là. La strada era vuota, strano, in una metropoli una strada vuota, anche di sabato, in pieno centro, davanti al mare, coi negozi aperti, col rumore delle macchine, le palme e il vento, vuota.

Mi fermavo sempre all’angolo, il sole in faccia, per decidere cosa fare. Dovevo entrare in quel palazzo col ginkgo nel giardino ma non avevo voglia quasi mai. Volevo proseguire e restare a guardare il mare. Quando c’è il vento è ancora più bello perché il vento ti fa volar via i pensieri prima che ti restino troppo a lungo in mente. Così, non so com’è che ci riuscii, eppure feci così, ci andai.

Guardavo più lontano che potevo. Del rumore delle macchine non me ne importava niente. Lasciai a terra il mio zainetto e poggiai le mani sul muro pieno di licheni. Volevo proprio che il palmo delle mano lo sentisse bene prima di chiudere gli occhi. Dietro di me, palazzi altissimi pieni di finestre e di tende. Davanti a me, niente.

Lasciai passare tutte le nuvole.

Quando mi voltai, vidi gente per la strada. Seduti sulle panchine, di corsa con le loro auto, sorridenti al bar, in piedi alla fermata, trasognati sui marciapiedi, davanti ai negozi, fuori dai portoni, sui balconi, dietro le tendine, sui gradini. Sul lungomare, nessuno.

Mi son lasciato le onde alle spalle e non so se ho fatto bene.

Bad Behavior has blocked 154 access attempts in the last 7 days.

Chiudi
Invia e-mail
Usiamo i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione nel nostro sito web.
Ok