Archivi per giugno 2010

il post in preda al dubbio

28 giugno 2010

Me lo porto o no il computer in vacanza? Hmm no, sennò non stacco. Hmm sì, sennò che faccio? Hmm no no, sennò non stacchi Adamo, non te lo portare. Hmm sì portatelo lo usi per guardarti i film.Hmm no, dammi retta no che ti fa bene stare 10 giorni senza. Hmm lascia perdere portatelo tanto lì non hai internet è come una tv scusa. Hmm no, scusa prima del 1993 come facevi scusa? Hmm beh e allora chi ha l’iphone non se lo porta al mare?Hmm no Adamo no cazzo non portartelo poi scusa rischi solo che sia un peso inutile metti che ti diverti devi lo stesso tenere a bada il portatile? Hmm vabbé ma se te lo porti vuoi mettere quelle due orette mentre tutti dormono e ti fai il tuo giretto online?Hmm vabbé ci rinuncio fai come ti pare. Hmm vabbé dai forse hai ragione tu ora ci penso.

il post all’infinito come tanto va di moda

26 giugno 2010

Svegliarsi presto. Pensare che è meglio un sabato oggi che una domenica domani. Continuare a scrivere solo all’infinito per sentirsi molto fighi e poetici. Piadina. Scrivere un solo vocabolo per dare enfasi e sentirsi fighi e poetici. Il sole, la gente, ricordi, un bimbo. Scrivere un elenco di cose apparentemente fighe e poetiche. Rendersi conto di fare solo la figura di Mami o Toro Seduto e smetterla altro che figata poetica.

il post un po’storto

24 giugno 2010

Io a un certo punto avevo 2 anni e mi venne la febbre e così quando la febbre passò mi vennero gli occhi storti che e mi fecero mettere gli occhiali marroni che tanto all’epoca si usavano le maglie a quadri. Così papà mi portava da un oculista che era proprio per i bambini strabici come me e quello aveva una segretaria con le unghie rosse che stava dietro una scrivania enorme e le tende a losanghe verdi e viola.

La segretaria diceva prego e noi entravamo lì dove il dottore mi faceva leggere la E la C la O e poi quelle U aperte sopra o sotto o a destra o sinistra. Mi metteva il dito davanti agli occhi e diceva segui il dito e io poi tornavo a casa e dopo qualche giorno veniva uno che vendeva gli occhiali in una valigetta e ce ne erano tanti e io sceglievo quelli blu oppure quelli blu.

Così in tutte le foto di bimbo ho sempre gli occhiali eccetto quando li ho tolti perché stavo a mare, in quel caso ho un occhio chiuso, perché così metto a fuoco meglio. A un certo punto poi avevo 15 anni e l’oculista disse non hai più bisogno degli occhiali per lo strabismo così io me li tolsi tanto pensai finalmente adesso non li devo mettere più. Però poi ebbi il mio primo computer.

Allora io quando mi guardo allo specchio certe volte se sono stanco mi viene ancora lo strabismo, oppure quando corro, oppure quando ho il mal di testa, oppure chissà in quali altre situazioni che però chi mi vede non me lo dice perché pensa che sennò mi offendo e quindi non lo potrò mai scoprire e comunque quando c’è il sole io chiudo sempre un occhio e non ci sono metafore in questo post mi potete credere.

Insomma prima che mi viene il mal di testa la verità è che la nuova commessa della panetteria che è strabica e ha gli occhialoni marroni e a me fa un sacco di tenerezza, così come mi fanno tenerezza tutte le persone strabiche buone, mentre quelle cattive no, e specialmente i bambini perché quelli sono amici di altri bambini che li sfottono. Poi alla fine forse un giorno vi spiego come si fa a capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi ma adesso non ho voglia.

il post che, insomma

19 giugno 2010

Insomma qualche povero Cristo aveva perso il mazzetto di chiavi in mezzo alla strada,  tre chiavi comunissime appese a un portachiavi di gomma verde cupo a forma di indicazione su google maps e le aveva perse su un marciapiedi anonimo, accanto a un portone marrone col citofono odioso con sopra scritto i numeri e non i cognomi. Non c’erano negozi nelle vicinanze, solo portoni marroni, muri grigiastri e file di finestre chiuse. Una via di quelle che se diventa scavo di Pompei i turisti ci si siedono sopra e si mangiano il panino col salame. L’unica cosa che Schliemann avrebbe messo nel museo sarebbero state le chiavi insignificanti di qualcuno che forse se le sarebbe venute a prendere fra cinque minuti. Erano chiavi di un maschio quelle lì.

Insomma io le volevo prendere, però che me ne facevo, così attraversai e me ne andai in stazione. In edicola c’era la solita gente che comprava i biglietti del tram, i quotidiani e qualche rivista scema. Solo i turisti guardavano l’espositore con le cartoline, che poi sono il posto in cui tutti abbiamo imparato a mettere per la prima volta il punto esclamativo. Per i turisti anche la chiesa più scema vale un rullino. Il maschio interpreta la cartina mentre intanto a intuito la femmina lì accanto fa col dito così per indicare la direzione in cui bisognerà andare. I turisti sono turisti solo se in coppia. Altrimenti sono delusioni amorose.

Insomma in treno avevo il tarlo delle chiavi. Prenderle non avrebbe avuto senso, tanto mica potevo aprire tutte le porte e poi se l’avessi fatto che figura ci avrei fatto. Portarle all’ufficio oggetti smarriti l’avevo visto fare solo da Qui Quo Qua e sinceramente se io perdessi le chiavi non le andrei a cercare a quell’ufficio lì. Poi l’idea delle chiavi non mi faceva concentrare su quello è successo quello ha detto quello ha fatto che c’era scritto sul giornale, così tanto valeva guardare i tralicci dal finestrino. Non sia mai ci vedi spuntare qualcosa di interessante.

Insomma mi ero allacciato le scarpe troppo strette, mi faceva male il collo del piede. Erano ancora nuove però al lavoro me l’avevano invidiate e mi avevano sorriso di più. Non me l’immaginavo da solo, era vero. Addirittura dico la verità mi avevano detto “ah! ti saranno costate una fortuna!” e io avevo pensato “morite” e mi avevano detto “ti paghiamo troppo eheh” e io avevo pensato “morite subito” ma avevo detto “eheh non sono niente di che ho trovato una buona occasione”. Mi sentii diplomatico e andai alla scrivania sennò il mio Gantt si offendeva.

Insomma poi finii salutai uscii metropolitanai edicolai trenai e tornai nella via anonima e schifosa dove tutto è grigio e dove il grigio è tutto. Le chiavi non c’erano. Era ovvio, ma ci rimasi male lo stesso, le avevo viste, dovevano lasciarmele, mi spettavano, la gente non capisce, la gente è crudele, pensai. Me ne tornai a casa chiedendomi chi fosse quel povero Cristo, se davvero poi era tornato a riprendersele, pensai che in fondo non me ne fregava niente quand’ecco che mi chiamano dall’ufficio e allora io pensai “no che vogliono a quest’ora lasciatemi in pace sto tornando a casa Cristo!” ma dissi “pronto?” e quella mi disse “Adamo sono tue le chiavi sulla scrivania? E’ un portachiavi celeste, ci sono tre chiavi” e io mi misi le mani in tasca e pensai “muoio” però dissi “sì sì sono le mie grazie mille! vado da un amico stasera, a domani” e poi chiesi all’albergo lì vicino se avevano una stanza per quella sera.

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