Archivi per settembre 2010

il post che germoglia

27 settembre 2010

Il dottore disse che non c’era problema, era una cosa che facevano ogni giorno ormai, perciò il vecchio si lasciò infilare il trapano nel cranio, gli diedero una mentina, così non sentiva dolore. L’infermiera gli teneva il collo. Quando il dottore ebbe finito prese un sacchetto e ci infilò tutte le idee che aveva preso dal cervello. Disse “seppelliscile nel vaso dei gerani, non mettere troppa acqua e mangia un’altra mentina”. Lui annuì, si alzò, si mise un cerotto in testa e tornò a casa.

Il sacchetto delle idee era bello gonfio e colorato. Per strada la gente volava veloce come al solito, ma col cerotto in testa era costretto a camminare. A quel tempo l’inverno durava 3 anni e per non sentire freddo dovevi farti il trapianto di cuore, ma così poi perdevi i ricordi dei vecchi amori. Lui usava ancora le coperte, come tutti i vecchi, e si trovava bene lo stesso.

Il tizio che gli rubò il sacchetto aveva i denti bianchi. Il vecchio se l’aspettava, d’altra parte non si può andare più veloce di chi vola. Così restò per due mesi alla fermata dell’aereo e ne vide volare tanti. Mangiava le nuvole più basse e dormiva sui gradini dei giardinetti pubblici, perché lì era proibito toccare la gente.

Una mattina si alzò e tornò a casa, perché si era finalmente ricordato dov’era. I gerani erano tutti morti e c’era la polvere sul frigorifero. Si mise a letto fino al giorno del suo compleanno, poi andò dal dottore a farsi prendere un altro sacchetto di idee.

Il dottore si stupì di ritrovarlo lì col cervello gonfio dopo solo pochi mesi, ma visto che era il suo dovere gli fece lo stesso un buco dall’altro lato e siccome il vecchio dormiva pensò di fare una cosa buona e gli cambiò il cuore. Quando il vecchio si svegliò aveva i muscoli nuovi e pieni d’energia e riuscì a volare anche col cerotto in testa. Volò di corsa a casa e seppellì le idee nel vaso più bello, versò dell’acqua e poi si mise a sedere, ripensando ai vecchi tempi.

Solo allora si accorse di avere un cuore nuovo, e pianse fino a Natale. Poi, una notte, prese il vaso pieno di germogli e andò ai giardinetti. Piantò tutto lì e accarezzò le foglie per l’ultima volta, poi prese il primo aereo che passava. Giunse in una città dove non c’erano autostrade, scelse la prima camera e iniziò a dormire con tutte le sue forze, fino a che non arrivò la primavera, che si diceva sarebbe durata 1000 anni.

il post del capitolo 3

24 settembre 2010

Aveva appena smesso di piovere, che ricominciò a piovere. Volevo attraversare, ma le macchine andavano troppo veloci, le strisce non c’erano da nessuna parte e i fari mi accecavano. Approfittai di un secondo che non si vedeva nessuno passare e mi ritrovai nell’androne di un palazzo. C’era una portineria piccola con i vetri tra gli assi di legno. Il citofono nero e i pulsanti squadrati. Davanti all’ascensore un paio di targhe di dottori e di una non so quale sas. Il pavimento era a quadrati di marmo.

Scese un uomo sui 50, la barba corta, i capelli marroni. Si stava fumando una sigaretta con un occhio chiuso. Non mi guardò neanche e si chiuse il portone alle spalle. Poi la luce si spense e andai in cerca del pulsantino arancione per riaccenderla. Al buio i miei vestiti puzzavano d’acqua. Uscii per vedere a che punto era la notte, avevo il telefono scarico e non sapevo neanche l’ora. Me ne andai dal lato dove pensavo di arrivare più vicino in centro. Mi ero perso, pioveva, non potevo telefonare nessuno ed era notte. Non sarebbe servito a niente neanche piangere. All’angolo c’era un ragazzo affacciato a una finestra. Era in canottiera e fumava. Prese il mozzicone e lo lanciò spingendolo dal pollice col medio, lo mandò a sbattere contro la ruota di una macchina e cadde sul marciapiede. Passai lì sotto e il ragazzo rientrò in casa. Sentii abbassare le persiane mentre giravo nel vicoletto.

Al mio amico avevo fatto a tempo a dire che avevo sbagliato fermata prima che si scaricasse il telefono. Forse, guardando gli orari dei treni avrebbe capito dov’ero e mi sarebbe venuto a prendere. Forse era meglio tornare in stazione, mi avrebbe trovato facilmente lì. Così tornai sui miei passi. Attraversai la strada e tornai in quel desolato giardinetto pubblico. L’altalena sotto la pioggia mi dava i brividi. C’erano le palazzine accatastate e spente, le uniche luci quelle gialle dei lampioni ingolfati di insetti. L’acqua mi era entrata nelle scarpe perciò era inutile correre. Tornai nel sottopassaggio.

Il tunnel era una cosa schifosa ma lì sotto non pioveva. Le piastrelle piene di graffiti, qualche cartellone rovinato dagli imbecilli e due poveri cristi buttati per terra a dormire, le cosce accavallate, un braccio sotto la testa, l’altro lungo i fianchi a trattenere i fogli di giornale. Mi salì l’adrenalina e mi fece strizzare il culo. Al binario si udiva il suono di una specie di campana. C’era una torrefazione lì davanti, e una casa con una veranda. Una bagnarola era appesa a un chiodo. Passò uno a dirmi che doveva chiudere la stazione, che si erano fatte le 2. Dovevo uscire fuori. C’era una cabina telefonica a 100 metri, dopo l’incrocio.

Così uscii e andai fino alla cabina che mi aveva detto, ma era fuori servizio. Stavolta avevo più motivi per piangere. Quando tornai alla stazione cominciavo ad avere freddo per i vestiti zuppi. Me ne andai a sedere su una panchina più distante, ma che aveva la visuale sgombra dalle auto parcheggiate. Pigliai il cellulare e lo accesi, a volte quando lo lasci spento un po’ si ripiglia un poco di carica. Mi arrivarono 3 chiamate non risposte e poi si spense un’altra volta. Almeno sapevo che il mio amico mi cercava. Così rimasi sulla panchina fino a quando non finì di piovere.

Nessuna macchina veniva dalla mia parte, e se è per questo, neanche l’alba si faceva viva.

il post nascosto dalla Luna

17 settembre 2010

Si erano fatte le 5 e l’alba era insipida e sciacqua. Le curve della tangenziale andavano a sbattere sui balconi dei prefabbricati con le lenzuola stese ad asciugare, c’erano poche luci accese e manco una macchina. Mi prudeva il ginocchio ma non osavo abbassarmi per paura che mi venisse il mal d’auto. Era stata una serata schifosa.

Nessuno di noi due parlava. La radio l’avevamo spenta e se fosse stato possibile scendere dalla macchina senza salutare l’avrei fatto. Si fermò al solito posto due vicoli prima e a quel punto qualcosa dovevamo pure dire. Io non volevo parlare. Lui non avrebbe parlato.

Così feci come sempre, ruppi il ghiaccio parlando tra me e me.”queste zanzare, mi prude il ginocchio”"mettici il ghiaccio”"sì appena salgo. staranno ancora a dormire secondo me”"eh sono le 5 e mezza, abbiamo fatto tardi”"sì”"come rimaniamo?”"non lo so”"ti passo a prendere domani sera verso le 10″”e passa”Così me ne scesi.

C’erano i cani che mi vennero ad annusare. Sopra stavano tutti a dormire, mi tolsi la maglietta e andai in bagno un secondo. Avevo una faccia. Pigliai il succo di frutta dal frigo e rimasi qualche secondo affacciato alla finestra. Stava ancora là sotto fermo con la macchina.

Mi venne nella pancia la voglia di scendere perché secondo me avevo sbagliato a capire. Faceva caldo, pure senza maglietta ci avrei messo dieci secondi, però ci pensai ancora un momento, che secondo me non avevo sbagliato a capire. La macchina si mise in moto.

In camera mia c’era già il sole dalle persiane. Mi segava la coscia metà gialla e metà buia. Presi il cellulare in mano e gli scrissi l’sms che stavo per scendere, poi presi sonno. Quando mi svegliai erano già le 2. Trovai il telefono scarico e in casa non c’era nessuno. Presi la sim e la buttai nella spazzatura. Era il giorno del trasloco, e per le 10 stavo già affacciato a un’altra finestra.

il post dedicato a blazar

6 settembre 2010

Blazar è morto quasi due anni fa.

Io ero amico suo e lui era amico mio anche se non ci siamo mai incontrati, ma che c’entra, non c’entra niente. Chattavamo spesso e di cose sceme e ridicole, altre volte di cose tristi, che la sua malattia non gli dava altra possibilità che parlare di quello.

A lui piacevano i culi delle ragazze, il judo, il cinema, il tumblr. Si divertiva molto col tumblr e così per qualche ora al giorno si distraeva. Io di judo non ci capivo niente ma mi fece vedere i filmini suoi quando faceva l’istruttore. Aveva l’amarezza che sapeva che mai più avrebbe potuto fare judo. Di culi manco capivo niente ma lo stavo a sentire volentieri. Lui sapeva bene che non avrebbe mai più potuto fare l’amore.

A un certo punto poi non si vide più online. Non me ne accorsi neanche, fu Dario che mi disse ma sai cosa è successo a Michele? Così mi attivai e riuscii a parlare con la mamma, seppi che era agli sgoccioli e non voleva sentire nessun amico, quelli che conosceva veramente figuriamoci quelli che ci chattava solo. Penso che fosse perché non voleva sentirsi dire addio.

Gli ultimi giorni chiedeva di morire perché i dolori erano insostenibili, arrivò a Natale e un paio di giorni dopo finì lì. Io a lui ogni tanto ci penso. Ci penso perché è ingiusto che noi uomini abbiamo una memoria così deficiente, che ci scordiamo di chi non vediamo davanti agli occhi dopo manco un paio di mesi. Invece io ogni tanto lo penso e lo voglio scrivere perché che diamine mi ci ero affezionato e non voglio che la mia memoria mi tradisca. Me lo voglio ricordare, ve lo dovete ricordare, era uno di noi ed è morto.

Il suo tumblr è ancora qui.  Niente, ho finito, Michele lo sa che gliel’avevo promesso perciò ecco fatto.

il post che il titolo fu cancellato

4 settembre 2010

C’era una volta un cagnolino color crema che la mamma lo prese per la collottola e lo pulì per bene. Il cagnolino non abbaiava però subito capì che la pipì non si faceva sul divano, così un giorno una signora se lo comprò e gli insegnò un sacco di cose nuove. Gli diede una ciotola celeste, gli comprava i croccantini e gli spiegò che quando diceva “seduto” lui doveva rimanere lì immobile per farle fare bella figura con le cognate.

Un giorno poi la signora fece un figlio e il cagnolino se lo andò a leccare perché vedeva che tutti gli davano i baci a quel bambino, solo che forse sbagliò qualcosa, perché un giorno lo presero e lo portarono con la macchina fino a un posto dove non c’era nessuno. Il cagnolino scese ad annusare quelle due piante ma poi si girò e non trovò più la macchina.

Bau? Bau?

Il post del capitolo 2

3 settembre 2010

Quei cretini lasciarono i piatti di plastica sulla sabbia, i cornicioni della pizza, la parte verde delle angurie e i mozziconi di sigaretta, tanto al buio si vedevano solo le onde del mare e i fari delle macchine, tanto baciavano con gli occhi chiusi e tanto era finita la vacanza, per cui.

Quando cominciò ad alzarsi un poco di vento le onde secondo me facevano un rumore diverso, come se si fossero stancate. La spuma poi friccicava i piedi, era il segnale che l’alba poteva arrivare da un momento all’altro. Non so chi aveva portato le coperte. All’inizio mi era parsa una cosa inutile, tanto si sarebbero bagnate, però poi le avevamo usate, che faceva freddo. C’era uno che dormiva con la birra in mano. Gli usciva la bava di bocca.

I miei amici non si vedevano più da un paio d’ore. Come al solito mi avevano lasciato da solo a metà serata, e non me ne potevo andare neanche, che stavo in macchina con loro. Così dovevo solo dormire oppure aspettare, e io non riuscivo a dormire davanti a chi non conoscevo. Gli altri mi ignoravano, ero come un ombrellone, o uno scoglio, o un cestino dell’immondizia. Una venne a offrirmi una sigaretta, ma siccome dissi che non fumavo alzò le spalle e se ne andò così come era venuta. Quando si misero in cerchio a cantare quelle stupide canzoni un ciccione coi piedi piatti si sedette dandomi le spalle e praticamente fu come quando l’oculista ti mette le lenti con quel coso nero di plastica.

Non che a me importasse cantare, in fondo poche cose mi erano più insopportabili del cantare alle tre di notte, con la puzza del fumo in bocca, i semini del cocomero tra i polpacci e le sdraio appiccicose di birra. Me ne volevo tornare a casa, a casa mia, ma quei due non si vedevano più da un paio d’ore. Sarebbero tornati, già mi immaginavo, dopo l’alba, dicendo dai sbrigati è tardi ho sonno e altre minchiate, per poi lasciarmi in piazza, così mi sarei dovuto fare pure un tratto a piedi.

Con la scusa di fare la pipì salii al lido. C’era un tipo con tre capelli per lato che stava dormendo su una di quelle panche di legno dove le mamme ci poggiano le borse di vimini con le rose sgargianti attaccate sopra. Aveva le mani a x sul petto e una ciabatta penzolava dal piede chissà da quante ore. Sopra di lui il poster con la serata mashup della tale discoteca, una ringhiera piccola con due gerani viola. Qualcuno aveva lasciato il bicchierino di plastica del caffè con dentro il salviettino appallottolato.

Me ne uscii, che non ne potevo più. La gente coi tacchi alle 4 di notte. La gente con le maniche, con i pantaloni attillati, quell’altra si tirava giù la gonna che le faceva difetto sul culo. Lì di fronte al secondo piano un tipo si era acceso la luce e se ne andava al bagno sbadigliando. Tre tamarri passavano con la musica che usciva dai finestrini e le mani che battevano sugli sportelli.

Dove me ne potevo andare. Avevo sonno, avevo odio, avevo rabbia, avevo delusione, avevo risentimento, avevo invidia, avevo paura, avevo bisogno. Attraversai. C’era il negozio di scarpe e la farmacia. Erano chiusi tutti e due a quell’ora. Mi avviai verso dove avevamo messo la macchina, caso mai quei due avessero pensato di cercarmi. Ma erano troppo strafatti per ricostruire i miei spostamenti e comunque non ci sarebbero arrivati neanche sobri. Così tornai al lido. La ciabatta penzolava.

Tre di loro dormivano a due passi dal falò, gli altri non si vedevano mica. Non vedevo perché dovessi finire la notte lì pure io, così me ne tornai di nuovo al lido. A fare avanti e dietro il tempo passava, e io mi tenevo sveglio. Se qualcuno mi avesse osservato avrebbe pensato che avevo una destinazione in mente e ci avrei fatto la figura di chi sapeva il fatto suo. Era secondario che in realtà nessuno manco mi notava. Avevano anche spento i flipper, per dire. Tornai alla macchina che forse la porta dietro era aperta. Per strada c’era meno rumore e meno luce e anche meno moscerini a ronzare attorno ai lampioni. Le luci delle case erano spente e i neon dei negozi mi davano i brividi. La macchina era lì dove doveva essere e aveva tutte le porte chiuse.

Così tornai al lido un’altra volta, che dovevo fare.

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