Archivi per ottobre 2010

il post al buio

27 ottobre 2010

Andò via la corrente dopo pochi minuti. Mamma si alzò dalla sua sedia per prendere la candela. Si sentì sfregare il fiammifero, poi la cera colò sul piattino e Bimbo ci mise le manine accanto. Mamma prese le castagne e ne fece rotolare 3 sul tavolo. Bimbo ne aprì una, ma non so dire se la mangiò: si vedono solo le sue manine in questa storia qua.

Mamma cominciò a cantare la canzoncina del buio, quella che ha il ritornello che fa “na na, na na, na nanana na” e si avvicinò alla candela, così che Bimbo potesse vedere meglio le sue parole. Cantava piano piano, perché non conosceva un’altra canzoncina del buio e la voleva far durare tanto, così però le veniva più triste di quello che era. Bimbo prese la seconda castagna e disse qualcosa, ma non so dire cosa: la sua voce non si sente tanto bene, in questa storia qua.

Allora Mamma finì la sua canzoncina, prese la manina di Bimbo e disse: “vieni in braccio a Mamma”. Bimbo fece il giro del tavolo e andò in braccio a Mamma, che avvicinò il piattino con la candela dalla sua parte. Purtroppo ora non si vede più neanche la manina di Bimbo, può darsi che dorme, non sono sicuro. So che Mamma cominciò a piangere zitta zitta. Perché, non è spiegato, in questa storia qua.

La terza castagna cadde a terra e rotolò da qualche parte. Mamma lo capì dal suono. Chinò la testa verso Bimbo e lo tenne stretto a sé più forte che poteva senza fargli male. Si alzò piano piano che lo voleva mettere a letto. Le faceva male il braccio perché Bimbo pesava, ma prese il piattino con la candela con l’altra mano, andò verso l’altra parete senza sollevare i piedi, per paura della castagna caduta, poi trovò il comodino, poggiò il piattino. La fiamma tremò molto, ma Bimbo dormì.

Mamma tornò a sedersi sulla sua sedia. Spostò la candela alla sua sinistra. Bimba cullava la sua bambolina coi capelli fulvi. Mamma le disse: “vedrai che fra poco torna la luce”, e Bimba annuì due volte.  Quello che Bimba disse alla sua bambolina, non è spiegato, in questa storia qua.

il post senza serratura

19 ottobre 2010

Entrò in casa alle tre di notte, dal balcone della cucina, che l’avevano lasciato aperta la porta. C’erano i piatti a tavola, due pezzi di pizza, già fredda. Il gatto osservò dal suo cuscino sul divano senza dire una parola. Sul mobile del telefono c’erano 40 euro messi dentro una bolletta piegata in due. Dal corridoio si sentiva russare qualcuno, non si arrischiò.

In cucina non c’era molto che valesse la pena prendere, la tv era ingombrante e si sarebbero svegliati. C’erano pochi ninnoli d’argento. Il gatto dormiva, ora. Prese la pizza, la piegò mezza e mezza, se la mangiò mentre guardava nelle tasche delle giacche appese all’ingresso, poi se ne tornò lentamente fuori, scivolò lungo la grondaia, poi in strada, in macchina, altrove.

La mamma pensò che i soldi li avesse presi il figlio. Non disse niente al marito e andò a pagare le bollette coi soldi della spesa. Cucinò le alici e ne diede due al gatto. Pensò che i gerani li avesse rovinati il figlio quando si era fumato la sigaretta lì fuori, la sera prima. Li sistemò. Pensò che il figlio si era alzato di notte a finirsi la pizza, tanto lo faceva sempre, e buttò i cartoni senza dire una parola.

Il figlio tornò alle due e disse che le alici non aveva voglia. La mamma non disse niente. Si alzò e ruppe due uova, per fargli una frittata. Dopo il caffè, il padre uscì a far lavare la macchina e lui approfittò: “mammà, mi servono 40 euro, che ho visto un paio di scarpe”. La mamma non disse niente. Quando il figlio scese a farsi il caffè al bar spostò il gatto dal cuscino e aprì la federa. Prese la scatoletta di cartone coi soldi dentro, contò 40 euro e aspettò che si faceva sera.

il post budino

10 ottobre 2010

Pallottola e Bollino rotolarono giù dalla collina veloci veloci piegando l’erbetta rugiadosa e strappando piccoli petali profumati dalle primule più timide. I conigli li guardavano stupiti nascosti dai cespugli più riparati e gli uccellini si appollaiavano ai rametti più bassi cantando deliziati dal fresco venticello e dall’odore della resina.

Pallottola lanciò un sassolino nello stagno e contò i cerchi d’acqua, mentre le ranocchie gracidarono sulle foglie più lontane e le libellule ronzarono un po’ più in là.

“Vieni Bollino! Ho fatto mille cerchi!” - urlò Pallottola.

“Arrivo subito! Guarda cosa ho trovato!” - rispose Bollino, tenendo in mano un piccolo uccellino caduto dal nido.

“Come è bello! Come lo chiamiamo?” - Pallottola era entusiasta.

“Chiamiamolo Cippolo, perché ha detto cip!” - Bollino era molto protettivo.

“No no, chiamiamolo Pistipòpils!” - “Sì! Pistipòpils!”.

Pallottola corse subito a prendere un liscio vermiciattolo sotto la pietra dell’alberello e imboccò Pistipòpils. L’uccellino disse “cip!” mentre Bollino lo accarezzava. “Guarda, mangia!”

Allora Pallottola diede a Pistipòpils altri 3 vermetti, ma poi sotto la pietra non ce ne erano più. Così disse a Bollino che dovevano tornare a casa, e Bollino disse: “Lasciamo Pistipòpils qui nel nostro nascondiglio segreto, così domani torniamo e gli diamo da mangiare”. Pallottola pensò che era veramente una buona idea così disse: “sì!”.

Tolsero i rametti secchi, le foglie giganti, l’asse di legno e il sasso gigante, e misero Pistipòpils nella loro buca segreta insieme alle pietruzze colorate, alle uova biancolatte e alle noci magiche. Poi ricoprirono la buca con l’asse, la camuffarono con i rametti secchi, le foglie giganti e la tennero ferma col sasso gigante.

Pistipòpils disse: “cip!”, ma Bollino e Pallottola non sentirono niente. Così Pistipòpils disse più forte che poteva: “cip!”.

il post in andante moderato

7 ottobre 2010

L’ultimo sorso, poi si alzarono. Quello alto lasciò i soldi sotto il posacenere. “Offro io, non c’è problema”. “Scusami, ma ho perso il portafogli, sicuro sarà in macchina”. “Tranquillo, per una pizza.” “Sentiamoci” “Ti chiamo io”.  Ognuno se ne andò per conto suo senza dire una parola di più.

Nella casa al secondo piano Laura si sentiva ancora male. Spostò la tendina intanto che l’acqua bolliva, aveva già messo la camomilla nella tazza. Guardare la gente per strada l’aiutava a distrarsi un minuto. Erano già le due e un quarto. Le venne in mente quando si comprò quella camicetta e sorrise con mezza bocca.

Mimmo era tornato dal lavoro manco un’ora fa. Ancora non riusciva a prendere sonno e si era affacciato al balcone. A quell’ora il vento sul palazzo era freddo e faceva venire le lacrime agli occhi. Per strada c’era uno che si stava allacciando la scarpa ma dal quarto piano a stento si capiva.

Andrea se ne stava sotto le coperte e mandava sms a qualcuno. E poi questo qualcuno rispondeva e Andrea guardava il soffitto a occhi chiusi. I rumori della strada lì accanto erano di compagnia almeno quanto lo squillo del messaggino.

Sofia si svegliò per la tachicardia. Si mise a piangere girata dall’altro lato, sennò il marito se ne accorgeva. Sentì uno che gridava e manco ci fece caso lì per lì. Poi lo sentì un’altra volta e si alzò per guardare chi era. C’era un tipo accasciato a terra, un piano più sotto.

Andrea era corso in strada così come stava, non appena aveva sentito l’urlo. Ci aveva messo due secondi a capire che era una cosa seria. L’uomo a terra aveva perso i sensi. Andrea si girò verso il palazzo, c’era la luce accesa al secondo piano e una ragazza dietro una tendina. Le disse: “chiama l’ambulanza!”. Laura pigliò subito il telefono.

Il marito di Sofia si era svegliato. “Sofia vieni a dormire”. Sofia girò la testa verso il letto disse sì poi rimase dietro la finestra.

Mimmo buttò il mozzicone spingendolo col medio dal pollice e se ne entrò in casa. Il calore gli fece venire i brividi dietro il collo.

Andrea stava seduto sul marciapiede con la testa di quell’uomo sulla coscia. Dal locale uscì una coppietta e fece finta di non capire. Laura scese pure lei. L’uomo manco respirava. Rimasero per strada senza dire una parola. Si erano accese altre luci anche da altri palazzi.

Quando arrivò l’ambulanza l’uomo era morto già.

Sofia se ne andò in cucina, si sedette a capotavola e si mise a piangere con la luce spenta. Laura si bevve la camomilla che era diventata fredda. Andrea trovò un sms sul cellulare, lo lesse, lo guardò, lo rilesse, si girò dall’altro lato e poi si mise le scarpe, prese la macchina, andò all’ospedale. C’era questo morto e la puzza di disinfettante. Non sapevano come si chiamava, dissero ad Andrea, era senza documenti.

Un tizio alto entrò in casa e si tolse subito le scarpe. Posò le chiavi sul tavolino e se ne andò in bagno senza manco accendere la luce. Finì la doccia e andò a prendersi qualcosa dal frigo. Sul divanetto della cucina c’era un portafogli. L’aveva veramente perso, allora. C’erano 70 euro freschi di bancomat, due o tre tessere, qualche monetina. Sulla foto della patente era venuto bene.

Peccato aver già cancellato il suo numero di telefono.

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