Archivi per novembre 2010

il post del completerremoto

23 novembre 2010

Se io mi ricordo una cosa di 30 anni fa allora vuol dire che nei miei ricordi già c’è il passato remoto e questo se ci pensate può succedere solo ai vecchi. Certo certo.

Andiamo con ordine e metodo e giudizio. Quando venne il terremoto io la mattina ero sul Vesuvio coi lupetti. Ero felice perché avevo avuto il totem! Una soddisfazione come l’assolo di Glee. Era domenica  e venne pure a nevicare, e io non l’avevo mai vista la neve, inoltre i cani abbaiavano e c’era un’atmosfera raggelante. Solo che a quell’epoca ancora non avevo letto tanti libri perciò il finale ancora mi faceva fare la faccia sorpresa così: “!”.

Poi mamma preparò la torta di carote e vennero gli zii e i cugini a casa (sì è già fatta sera, questa storia è veloce) e loro parlavano e noi giocavamo. In realtà avevo inventato un gioco nuovo e giocavamo a quello, in mezzo al corridoio. Non faccio che inventare giochi, qualcuno se ne è accorto?

Così sentimmo quel rumore spaventoso e si spense la luce e i palazzi dalla finestra andavano di qua e di là. I grandi si alzarono di corsa e presero i piccoli che trovavano, andammo sulle scale e c’erano decine di grandi e di piccoli, che scendevano le scale. Mamma mi teneva per mano, scendecorrevamo nel buio. Gustavo Dorè.

Nel cortile eravamo in 100. Tutto il condominio era lì al freddo ma le case stavano in piedi, belle le crepe. I clacson lì fuori e poi scese la nebbia, faceva freddo. Mamma svenne, un signore prese una tv portatile nel garage e lì vedemmo che era successo. I telegiornali dell’epoca non erano così luccicanti. Allora papà salì in casa a vedere che era successo, anche se fu temerario, dopotutto poteva cadergli addosso. Gli zii andarono via in macchina. Niente cadde addosso a papà, però i libri erano caduti dagli scaffali e si erano rotti i lampadari.

Il rumore era stato terribile, ve lo dico. Così mi ritrovai in macchina, poi nel traffico, 0 all’ora, c’era tutto il paese in macchina, nella nebbia, poi dalla zia, quella che abitava in periferia, in campagna.

Quella sera ci toccava il lettone della zia, a me e ai miei fratelli. Prima di dormire inventai un gioco, che era quello di creare una storia con i personaggi dei cartoni animati. Giocammo.

il post di chi non sa nuotare

5 novembre 2010

Avevo comprato i jeans nuovi e mi andavano giusti giusti. In stazione c’erano un sacco di polacchi, il pullman li aveva scaricati a mezzogiorno, i maschi fumavano appoggiati ai pilastri, le ragazze chiacchieravano in cerchi da 3. Mi era venuto a prendere con la vespa, quando mi vide arrivare sorrise subito, perciò pensai che i jeans mi stavano bene, e sorrisi pure io. Mi diede il suo casco e così salii dietro, ingranò e imboccò piazza Garibaldi.

Lo tenevo abbracciato poco poco, perché mi scocciava che pensava che ero un tipo azzeccoso. Col casco non sentivo quello che mi diceva, ma penso che non diceva niente, cioè qualcosa così, tanto per dire, che poi andava bene lo stesso. Piazza Garibaldi era così piena di macchine. Prese il rettifilo che mi dovetti tenere meglio. La gente era troppa per strada.

Signore con le borse dei negozi, marocchini a vendere le cinte, i ragazzi con lo zainetto, la vecchia con le varici, il tizio che fuma, il poliziotto, un sacco di gente. Mi voltai con la faccia sulle sue spalle, che sentivo che aveva un odore troppo buono. Mi innamorai stando dietro alla vespa solo a guardargli il collo. Arrivammo ai Quattro Palazzi e prese per via Duomo, mi venne quella cosa nella pancia a fare insieme a lui la strada che invece facevo a piedi la mattina per andare all’università.

Entrò in Spaccanapoli che non si camminava veloce, perché la gente non si spostava. Così però lo sentivo quando parlava. “ci andiamo a prendere una pizzetta o un gelato che dici?” “boh come vuoi tu” “posiamo la vespa poi andiamo a prenderci due paste” “sì va bene”. Posò la vespa a San Domenico Maggiore e ce la facemmo a piedi. Aveva una t-shirt bianca e le braccia, quando scesi dalla vespa, ce le aveva gelate, le sfiorai.

“Entriamo qui a Santa Chiara, così stiamo un po’ tranquilli che dici?” “Sì sì, entriamo”. Io dicevo sempre sì, per me era uguale. Pure nel parcheggio di via Medina o nel Museo di Capodimonte, chi se ne fregava, bastava che stavamo vicini. Così entrammo nel cortile e ci mettemmo a sedere fuori dal chiostro. Il muretto era alto e facevo penzolare i piedi come i bambini. Lui si mise a ridere.

Mi parlava di un sacco di cose. Io rispondevo e annuivo e sorridevo, penso che bastava così.  Allora poi ci facemmo a piedi Gesù Nuovo e scendemmo per la Posta fino a Via Roma. Ci mangiammo due paste e parlammo di cose così, quelle che capitavano. Fu niente che ci trovammo davanti al mare. “Voglio stare sempre in una città di mare, lo sai?” “Perché?” “Guardalo. ” Lo guardai. Era il mare. Per me era solo il mare. Il mare.

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