Archivi per aprile 2011

Cronache di Parmia - si alzò la polvere

14 aprile 2011

Ormai erano passati tre giorni senza manco una telefonata, e non l’aveva mai messo in carica, per miracolo che non si era scaricato. Ora però se ne doveva uscire per forza, che apriva il negozio, e non se lo poteva portare, perciò lo lasciò lì, accanto al portaritratti con la sorella dentro, chiuse a chiave e se ne scese in ascensore, con la schiena allo specchio. Faceva assai freddo per essere estate quello sì, ma di prima mattina certe volte così succedeva e per fortuna il cielo era uno splendore, capace che domani se ne poteva andare al mare un’altra volta. Nella posta c’era solo una cosa della banca, forse l’estratto conto. Dal vetro si leggeva appena appena il cognome.

Fuori, nel cortile, c’era la signora Aida che parcheggiava la bicicletta nella prima rastrelliera, stava già facendo il terzo tentativo. Era già assai alla sua età che riusciva ancora a salirci sopra, però. Il mese prima era svenuta per il calore e così era venuto il figlio piccolo a passare una mezza giornata con lei e si era portato pure la valigetta coi cacciavite, si vede per mettere a posto il ventilatore. Quando poi c’era stato l’acquazzone l’altro giorno il sellino della bici si era macchiato perché nessuno ci poteva mettere la plastica sopra. La signora Aida era andata a comprare la frutta prima che si facevano le nove, perché a quell’ora già non poteva più uscire di casa, così diceva la televisione. Dalla busta di plastica si vedevano due pomodori per l’insalata e forse dall’odore aveva comprato pure le pesche.

La ferramenta ancora non aveva aperto. C’aveva una specie di insegna a forma di chiave che doveva essere blu ma col tempo si era scolorita e sembrava più viola. D’autunno con la lucetta gialla non c’era male. Il negozio aveva pure una vetrinetta che però nessuno mai ci guardava, perché c’era un camioncino parcheggiato davanti tutto il giorno. Maddalena si affacciò al balcone per stendere i panni, era nel lato del palazzo, sopra il negozio. Da lì forse si vedeva fino al semaforo e uno poteva contare le macchine fino a 100, se voleva. Appese per ultime un paio di magliette e se ne tornò dentro lasciando aperta la porta.

La figlia del dentista aveva fatto la femmina. Il fiocco nascita svolazzava davanti al citofono ormai da tre giorni. Dice che al parto se l’era vista brutta lei e la bambina pure. Quel condominio era sfortunato, l’anno passato l’ultimo figlio dei pakistani era andato a finire sotto una macchina e l’avevano tenuto in ospedale tre settimane. Ogni tanto andava ancora a fare gli accertamenti. Però avevano messo un ficus nuovo nell’androne, senza togliere la carta crespa dal vaso.

Al semaforo era arrivato per prima l’8. L’autista teneva il gomito fuori dal finestrino e c’erano solo due vecchi seduti uno dietro l’altro. Le strisce pedonali si erano scancellate quasi. La barista stava pulendo il tavolino con una pezza. D’estate si volevano sedere tutti là fuori e lei doveva fare avanti e indietro, che oggi il figlio aveva l’esame all’università. Aveva già una ragazza che veniva ogni tanto quando serviva, ma stamattina aveva chiamato che faceva tardi, e ancora non si era vista. Il figlio ancora non era andato fuori corso, ma tanto le rette gliele pagava il padre, almeno quelle, le pagava veramente.

Si era alzata la polvere improvvisamente. Non si poteva respirare. Stavano aggiustando la strada sul viale e si erano messi già di prima mattina a faticare con le loro divise arancioni. Le scarpe erano diventate subito una schifezza. Nino l’avrebbe richiamato senz’altro, porca miseria. Il giornalaio gli fece uno sguardo di comprensione. Erano due giorni che non si fermava nessuno in quel casino, e non parliamo del rumore.

Nino era arrivato neanche dieci secondi prima, c’erano ancora i pacchi a terra.

“Che hai fatto alle scarpe, sei andato a zappare stamattina?”

“Stanno facendo la strada qui vicino”

“Sì ma fai schifo così, vattele a cambiare”

“Non ce l’ho qua un altro paio, che ne sapevo”

“E va a casa, tanto che ci vuole, cinque minuti, i pacchi li metto a posto io basta che ti rendi presentabile Cristo Santo”

“Vado e torno”

Fanculo Nino e le sue scarpe. Ahmed stava bagnando la strada e Salvo si stava sistemando quei cosi alle orecchie, che dovevano iniziare a darci dentro. Passò di corsa davanti al bar, c’erano due tipi che aspettavano il caffè al tavolino. Uno giocava a spostare il posacenere di vetro, quell’altro guardava di là. Dal semaforo si vedeva un balconcino coi panni stesi ad asciugare. C’era un albero davanti, vallo a capire che albero era. La chiave entrò nel portoncino al secondo colpo, salì a piedi tre gradini per volta, fino al terzo piano. Il cellulare squillava.

Entrò che gli sbatteva forte il petto, fece una via dritta fino in camera e schiacciò il verde senza neanche leggere: “pronto!”

“Ah finalmente quanto ci metti a rispondere? Ha squillato 15 volte!”

“Nino”

“Sì, sono io senti prima di tornare ti volevo dire passa a ritirare il materiale da Tommaso, gli ho detto che mezz’ora stai lì. Tanto oggi non viene nessuno, ce la faccio pure io solo”

“Sì”

“Ma hai capito?”

“Sì sì”

Si tolse le scarpe premendo i talloni con l’altro piede e guardò il registro delle ultime chiamate. Poi aprì l’armadio e quand’ebbe finito, senza dire una parola, tornò a chiudersi la porta alle sue spalle. La donna delle pulizie si fermò un secondo per farlo passare, poi strizzò il mocio.

Stavano sbocciando le roselline

9 aprile 2011

Poi uscì di corsa per strada e urlava, urlava. Le fiamme dietro la schiena cadevano pezzi di stoffa, si accartocciavano sull’asfalto e poi diventavano nere mentre che urlava, il fumo, la carne e il fuoco. Finì ginocchia a terra, si chinò davanti, crollò di lato e morì supina. L’aria era bollente e la piccirella dormiva nella culla.

La trovarono perché la sentirono. Portarono una coperta marrone e rimasero in tre ad aspettare. Uno staccava le foglie delle ortensie e poi si annusava le dita, uno guardava negli occhi la gente affacciata al balcone e poi quell’altra di là, poi quell’altra di là. L’altro guardava la coperta marrone e non diceva una parola.

Dalle scale si vedeva il braccio che usciva. Mimmo disse a Tommasino: “chi è?”, e Tommasino disse: “la pazza”. Mimmo sputò nel vaso di gerani della signora di sotto. “E come è morta?”. Tommasino si alzò sulle punte per vedere se aveva centrato il vaso. “Boh. E’ morta”. Mimmo parve soddisfatto della risposta. “Andiamo ad acchiappare le lucertole”.

La signora del secondo piano aveva davanti agli occhi le urla. Le vedeva nelle orecchie. Di fronte c’era la tendina della cucina della morta. Aveva appeso i pomodori a seccare fuori al balcone, e sulle funi stavano ad asciugare le tovaglie e gli asciugamani. Vicino alla ringhiera stavano sbocciando le roselline.

La puzza si tolse e la coperta pure. L’infermiera doveva pigliare servizio e prese la Cinquecento, fece manovra e girò di là. Rimasero due pezzi di stoffa a girare sotto le ruote. Venne sera pure quella sera e Graziella spezzò i plasmon nel latte e mise a dormire la bambina. Disse al fratello che sul manifesto dovevano scrivere: “tragicamente, è mancata all’affetto dei suoi cari” senza mettere i nomi dei parenti. E lui disse: “stamattina si è messa a pulire la vasca del bagno, di prima mattina”.

Bad Behavior has blocked 232 access attempts in the last 7 days.

Chiudi
Invia e-mail
Usiamo i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione nel nostro sito web.
Ok