Archivi per settembre 2011

contiene un panorama dietro un vetro

29 settembre 2011

Si erano fatte le otto e avevamo preso posto in auto. Mi ero seduto dietro il conducente e accanto a me avevo una sconosciuta che leggeva un libro. L’auto era di quelle nuove, completamente trasparente dall’interno verso l’esterno, in modo che lo sguardo potesse andare al cielo o ai palazzi; i sedili erano poltrone comode nelle quali affondare per la durata del viaggio; il volante era un pulsante da premere e da guidare con la forza del pensiero. Strane luci lampeggiavano là dove un tempo si trovavano le marce o il cruscotto.

Era la prima volta che viaggiavo in quest’auto, ma mi avevano tutti detto che era un bel viaggiare. La sconosciuta sfogliava le sue pagine e non le rivolsi mai la parola, raramente lo sguardo. Il cielo era privo di nuvole ma recava i segni del passaggio di qualche aereo molto in quota. La nostra destinazione fu raggiunta nel mezzo delle chiacchiere che facevamo con l’uomo anziano seduto avanti. Era salito dopo pochi kilometri e aveva molte osservazioni interessanti da fare su queste nuove tecnologie.

L’auto si fermò accanto a un palazzo di cemento di recente tinteggiato di un’ocra intensa. Il cancello aveva riflessi dorati e i balconi erano disposti con regolarità e simmetria fino al sesto piano. In alto c’era un piccolo giardino. Ci trovavamo in una strada in leggera salita, era una traversa del lungomare, che però a quell’ora era deserto, cosa che non mancammo di notare con un certo straniamento.

Il conducente e il vecchio uscirono dall’auto lasciandomi solo con la donna intenta a leggere. Avrei avuto voglia di sgranchirmi le gambe ma non osavo venir meno all’invito di non uscire, per quanto non capivo il motivo di tale raccomandazione. Così mi puntellai con i polsi sul soffice sedile cercando di protendermi in avanti, per guardare da vicino la postazione di guida. Avevo allungato anche un braccio per aprire lo sportello anteriore e far passare l’aria, ma non c’era un gran bisogno perché all’interno avevamo comunque ogni comodità.

A un tratto le lucine lampeggiarono all’unisono e l’auto si mise in moto. Ci vollero alcuni secondi per capire che stava per muoversi, ma all’indietro. Io non avevo toccato proprio nulla, e non sapevo cosa fare per arrestare il movimento del veicolo. Mi convinsi che era dovuto alla portiera aperta, così la chiusi e tornai al mio posto sperando in un ripristino delle condizioni iniziali, ma una scossa di terrore si impadronì di me quando vidi che il panorama che avevo davanti agli occhi non era più quello di un placido lungomare, bensì di una strada polverosa che non aveva mai fine.

L’auto scivolò inesorabile all’indietro. Provai a premere pulsanti, per cercare quello che doveva corrispondere al freno a mano, perché mi dicevo certo che doveva pur esistere. La donna accanto a me aveva riposto il libro ma non faceva niente ugualmente, mi osservava con disapprovazione. L’auto schivò ogni altra auto. Pareva muoversi secondo la propria volontà: quando stava per urtare un mezzo in sosta rallentava fino a frenare, poi quel mezzo spariva e l’auto retrocedeva ancora più velocemente. Così ci rinunciai. I bottoni, le istruzioni, il panorama, non me ne importava più niente.

Quando l’auto si trovò a pochi metri dalla piazza che affacciava sullo strapiombo pensai che sarebbe stata una brutta morte, ma non ebbi paura, ero solo rassegnato. La donna mi guardò e solo allora parlò, ma non trascrivo ciò che disse, perché il ricordo mi causa un gran dolore. A quel punto la corsa si interruppe in una piccola rientranza con una tettoia di bambù e sabbia per terra. Scesi dall’auto perché non mi sembrava più il caso di obbedire agli ordini, e mi affacciai sul muretto di pietra scottato dal sole per osservare il mare piatto e pieno di riflessi. Decisi di restare lì tutto il tempo necessario, e fu necessario molto tempo.

contiene una pazza a piede libero

21 settembre 2011

Potete anche non crederci ma tanto è la verità, e pertanto è incredibile.

Una signora vestita di beige con una borsa di pelle bianca e gli occhiali da sole belli grossi ha chiuso il portoncino, ha attraversato, aperto lo sportello della jeep e intanto che sistemava la borsa sul sedile laterale ha tenuto la porta aperta.

Dall’angolo a dieci metri, come in una vignetta della settimana enigmistica del ladro col martello in attesa di un passante, è spuntata una ragazza dai capelli lunghi spazzolati ore e ore, i jeans scoloriti e gli artigli affilatissimi. La ragazza ha fatto uno scatto da finale olimpica, ha preso per un braccio la donna in jeep e ha urlato “mentecatta! che cazzo ti credi di fare che entri nella mia macchina! sei una stronza!”.

Mentecatta io l’ho sentito dire penso zero volte nella mia vita. Perciò mi sono affacciato subito e ho assistito alla scena. A parte lo scatto felino, che è fiction, del resto sono testimone oculare. “Esci da qui! Esci!”. La donna, presumibilmente una madre sventurata, è uscita gridando più a bassa voce possibile: “zitta! zitta!”.

“Non rompere i coglioni esciiiiiiii”. (Penso anche qualche altra i)

La donna è uscita, ha circumnavigato l’auto da poppa ed è rientrata a sedersi a destra. “Siediti sbrigati, ho fretta, mentecatta!” (Di nuovo mentecatta. La miglior difesa è l’attacco).

Uno sportello di sinistra si è chiuso come un trailer di film d’azione che finisce sul più bello. La mamma ha urlato da dentro l’auto, stavolta ad alta voce: “ma dove vuoi andare non puoi guidare in queste condizioni!”. La figlia ha sgommato. C’era Santa Manina di servizio, e Bolso Perenne stava salendo le buste dell’acqua. Ci siamo incrociati gli sguardi come un triangolo delle Bermuda nel quale è affondato ogni nostro interrogativo. Terrò d’occhio la Gazzetta di Parmia.

Contiene ciò che accade all’uomo vintage

17 settembre 2011

L’uomo vintage ha scelto un cono non pretenzioso ai digeribili frutti di bosco e albicocca comunicandolo al gelataio con voce sicura. Facendo due passi verso la cassa ha sfilato con gesto misurato il portafogli dalla tasca della giacca doppiopetto di squisita fattura e ha estratto una ordinata mazzetta di banconote da 5 euro, riponendone una sul lucido vetro del banco, perfettamente dispiegata.

Il gelataio ha collocato il cono nel portaconi e l’uomo vintage ha preso le due monete di resto con la mano sinistra, il cono con la mano destra. Ha augurato la buona giornata al gelataio accompagnando le parole a un impercettibile inchino del busto, è uscito dal negozio e si è fermato ad ammirare la piazza vuota di gente ma non di storia, i ciottoli multicolori, il sole sul marmo rosa del placido monumento e ha appoggiato il piede destro sul primo gradino della simbolica costruzione, con un gesto calcolato ma del tutto naturale.

Il lucido di scarpe ha assorbito il raggio di sole con avidità, la calza di cotone d’un discreto grigio si è appena intravista, il medesimo delle diagonali della regimental dal nodo perfetto. L’uomo vintage ha lasciato cadere il braccio destro lungo i fianchi, le dita della mano unite come nelle foto dei governanti del G8. Senza strafare, ha consumato il suo gelato fino al bordo del cono, indi si è delicatamente sbarazzato del cono senza mai toccare il cestino dei rifiuti e si è deterso la fronte dal sudore, dacché il sole non cessava di mostrare la sua presenza.

Poco più avanti, i tavolini del bar fornivano un riparo grazie a una tettoia di giunchi. Immobili icone sacre spiavano i passanti dalla vetrina a cui sono eternamente destinate. Un turista tedesco ha letto il nome della via sulla lapide di marmo, poi ha abbassato il capo per trovare la corrispondenza sulla cartina. L’uomo vintage è entrato nel bar con una mano in tasca. Ha fatto un cenno di saluto con l’altra e si è recato senz’altro indugio al banco su cui giaceva il quotidiano locale. Non ha avuto problemi ad aprire il giornale senza incastrarsi con la catenella a cui è legato.

Il barista ha portato un bicchiere pieno a metà con un bicchiere d’acqua e alcune bollicine e l’uomo vintage l’ha ringraziato usando le parole più appropriate, esattamente al rintocco della campana.

Contiene un fatto di poco conto

16 settembre 2011

Un giorno stavo per i fatti miei al semaforo che aspettavo il verde, ma sinceramente il verde non usciva mai. La gente si era accumulata che quasi ti urtava con le borse e con gli zainetti, poi non sapevi dove guardare perché di là c’era solo un incrocio orribile, di là c’era un vialone con le macchine di corsa e di fronte c’erano i capelli di una tizia con una vetta storta sulla spalla destra.

In tutto ciò faceva un caldo della Madonna e c’era una cretina che lasciava squillare il telefono nella borsa senza rispondere, forse riconoscendo dall’orribile suoneria qualcuno che le avrebbe rotto i coglioni. Penso che quando uscì il verde fu una liberazione come quando la folla trattiene il fiato e poi il giudice di linea chiama “out!” dopo un lungo scambio sul 15-40 e Nadal si porta in vantaggio di un break su Federer nella finale di Wimbledon.

Mentre attraversavo la tizia coi capelli si spostò a trottare più a sinistra e da dietro è spuntato un sole dritto negli occhiali e un uomo calvo e abbronzato con la faccia sintonizzata sull’espressione di chi vuole prendere questione. In mezzo alle strisce mi ha fatto “che cazzo guardi?” e non ho avuto neanche il tempo di realizzare che ce l’aveva con me che già io ero di là e lui dall’altro lato.

Ecco io sono un po’ lento a rispondere a queste cose, ma visto che ho un blog, dove si presume uno ci scrive tutte le cose più emozionanti che gli accadono, dopo circa 2 anni nei quali in effetti suppongo mi siano capitate anche altre cose, indubbiamente di minor conto, vorrei dirgli che finalmente so la risposta alla sua domanda e se non è troppo tardi gliela riferirei, ma penso che chi mi legge la potrà immaginare da sé.

Pare che io non abbia prontezza di spirito su queste faccende, ma di memoria non difetto e la pazienza non mi manca, in più ho anche un blog, anche se lo ammetto, un tempo lo usavo di più, ma con l’appunto mentale di comprarmi un paio di occhiali da sole considero finalmente e felicemente chiusa questa faccenda.

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