Archivi per febbraio 2019

Capitolo 6

14 febbraio 2019

C’era questa signorina anziana che viveva in una specie di garage, cioè non era un garage ma un ex negozio di ferramenta in cui ora la serranda era sempre abbassata e lei viveva lì. Allora Sandro quando aveva bisogno bussava, ma mai prima delle 7 di sera, bussava e la signorina apriva e diceva “si accomodi”. Sandro entrava, e dopo cinque minuti usciva. Con 50-70 euro in meno, dipende dalle volte, ma più contento, perché così diceva “stasera ho un po’ di fumo”. Giorgio si mordeva il labbro però poi cambiava discorso. “Facciamo la pasta col tonno?”. Sandro si soffermava un paio di secondi, per capire il collegamento. “Va bene, però la faccio io”.

A casa c’erano le scarpe e le buste dell’acqua, appena entrati. Giorgio prendeva l’acqua e la portava nel ripostiglio, poi col piede spostava le scarpe più nell’angolo e metteva le chiavi e il portafogli sul tavolino, e accendeva la luce. Sandro intanto già era in camera col suo piccolo trofeo, tutto eccitato. Allora Giorgio approfittava per fare la pipì, e se era arrabbiato chiudeva la porta, ma di solito no. Quando Sandro sentiva la pipì toccare l’acqua ad alta voce dall’altra stanza diceva “ora vengo io a cucinare!” e questo bastava a Giorgio per non essere arrabbiato con lui, e si costringeva a rispondere “va bene, io intanto sistemo un po’!”. Poi si lavava le mani, e Sandro passava davanti alla porta per andare in cucina. A Giorgio piaceva quando vedeva che si era già tolto scarpe e calzini, perché voleva dire che non aveva più intenzione di uscire.

Sandro stava in cucina, si sentiva dalle pentole, dall’accendigas, dal metallo della scatoletta di tonno, e Giorgio stava in camera, a salvare il salvabile: qualche vecchio biglietto del tram, un post-it caduto a terra, il posacenere, i calzini uno qua e l’altro non si sa. La sedia della scrivania usata come cestino di biancheria, il computer acceso in perenne download. “Questo si può buttare?” Giorgio era comparso sulla soglia della cucina. “Cosa?” Sandro aveva gli occhi sui fornelli. “Questo. Si può buttare?”. Sandro si spostò sull’altra gamba per girarsi. “Sì sì, butta.” Si scansava un po’ per fargli aprire la pattumiera. “Scusa. Lo sai che sono disordinato. Fatti dare un bacio”. Giorgio chiudeva gli occhi, e poi cambiava discorso. “Quanto limone ci hai messo?”

C’era un telefilm di poliziotti, a Sandro piaceva un sacco. Giorgio sapeva già dopo cinque minuti il colpevole, ma stava zitto lo stesso. Si alzava sempre lui a prendere la birra, perché Sandro se la scordava. L’acqua la metteva a tavola, i coltelli pure, e anche il pane. I tovaglioli c’erano, e le forchette e i bicchieri. Si scordava solo la birra. Giorgio quindi diceva: “vuoi la birra?” e Sandro rispondeva “se la vuoi pure tu sì”, senza staccare gli occhi dal telefilm. Così Giorgio ne prendeva una sola, ma Sandro non si accorgeva mai che era una sola, e non due. Diceva “che cazzata” rivolgendosi al poliziotto in tv, e beveva un sorso. Poi staccava un braccio dal tavolo, appoggiando il gomito sullo schienale. Giorgio capiva che Sandro aveva finito di mangiare. Qualche volta allora gli diceva “ti faccio un massaggio”, ma non sempre, solo qualche volta. Sandro rispondeva “piccolo piccolo”, perché in realtà lo voleva grande grande, ma non gli piaceva farlo lui a Giorgio, e così dicendo “piccolo piccolo” si sentiva in qualche modo di ricambiare lo stesso.

Quando partivano i titoli di coda Sandro era pronto per rilassarsi come voleva lui. Andava di là e si rilassava. Giorgio apriva la finestra della cucina e chiudeva la porta del soggiorno, poi lavava i piatti. Li lavava piano piano, con due passate di detersivo, così si rilassava pure lui perché Sandro ne avrebbe avuto per un po’. Giorgio non sapeva bene cosa pensare delle serate in cui il suo innamorato fumava. Da una parte gli dava fastidio la puzza, e anche l’idea, e si preoccupava molto per tutti i soldi buttati; dall’altra, quando Sandro era fatto era affettuoso il doppio e si confidava di più. Gli diceva tutto, e lo stringeva forte pure quando faceva caldo. E poi, magari questa sarebbe stata l’ultima volta, chissà.

Sandro stava sul letto, una coscia fuori una coscia dentro le lenzuola. Adesso aveva in mano una sigaretta, però spenta. Giorgio spense le luci e gli disse che la pasta col tonno era proprio buona. E Sandro sorrise un sacco, ma proprio un sacco e disse: “vieni qua”.

Capitolo 5

4 febbraio 2019

Sandro spense la terza, no, la quarta sigaretta della serata. Faceva una specie di coroncina nel posacenere, poi quando uno dei mozziconi cadeva nel centro lui spingeva gli altri e si accendeva una nuova sigaretta. Aveva sempre un pacchetto a portata di mano. Giorgio si stava abituando al suo odore più velocemente di quanto gli piacesse. Aveva capito che intraprendere la crociata per farlo smettere era una battaglia persa. Sandro nemmeno si accorgeva di avere la sigaretta in mano così come uno non si accorge di avere la mano.

A baciare, Sandro era bravo, se si può dire se uno è bravo o no. I suoi baci gli piacevano per cui per lui era bravo. Gli piaceva che in genere erano a sorpresa. Se aveva voglia, Sandro lo tirava verso di sé e lo abbracciava sorridendo, poi avvicinava le labbra velocemente. Erano baci veloci però sinceri, e a Giorgio piaceva subirli, dico subirli perché lui si limitava a riceverli, non aveva modo o tempo per partecipare, ma non era un problema perché sentiva che andava bene così.

Era Giorgio che andava a casa di Sandro, il motivo sempre il fumo. La prima sera, quando ancora non sapeva delle sigarette, non l’aveva invitato a salire, ed era stato contento che Sandro nemmeno gliel’avesse chiesto. Si erano lasciati bene, con un appuntamento per due sere dopo. L’appuntamento finì con l’invito di Sandro a salire a casa sua. Quando aprì la porta a Giorgio quasi venne l’asma. Il tanfo della cenere era ovunque, e glielo disse immediatamente, ma Sandro si limitò a ridere e disse: “sì scusa lo so”. Gli era parsa una risposta così semplice da non trovare niente da ridire.

La settimana seguente le cose si erano fatte più serie perché Giorgio andò a prendere un vecchio posacenere negli scatoloni in cantina. Quando gli trovò posto lo interpretò come una prova che lui e Sandro stavano insieme. Ora doveva capire che era la stessa cosa che pensava anche Sandro, così lo invitò a casa. Sandro arrivò mezz’ora in ritardo, e senza sigaretta in mano. Restò senza fumare un quarto d’ora, poi uscì sul balconcino e se ne accese una. Disse: “mi piace casa tua, però non te la voglio appestare. Domani sera vieni da me”. Giorgio capì che erano appena diventati una coppia.

Sandro spense la sesta sigaretta e si staccò dal monitor: “Si è fatto tardi, vieni andiamo a dormire”. Giorgio era già a letto che lo aspettava. Avevano passato una bella serata ed era stanco. C’era solo un lenzuolo, faceva caldo. Poggiò lo smartphone sul comodino. “Domani che vuoi fare? prendiamo la macchina?”: Sandro non prendeva sonno se prima non faceva due chiacchiere. “Boh, se vuoi sì”. Giorgio diceva sempre boh e mai no. “Dove vuoi andare?”. Sandro si sdraiò facendo quel verso di sollievo quando ti rilassi la schiena. “In piscina?”. “Andiamo.”

Sandro mise una mano sulla pancia e l’altra la offrì a Giorgio con un cenno. “Sennò, domani vediamo. Vieni più vicino”. Giorgio appoggiò la testa al petto e Sandro piegò il braccio per accoglierlo, poi iniziò a sfiorargli la guancia con le dita, distrattamente. Sul soffitto c’erano le strisce di luce che filtrava dall’esterno. Avevano la zanzariera, per cui si respirava, ma Sandro abitava al piano terra, e si sentivano le macchine. Stavano zitti a guardare le strisce di luce per qualche secondo, poi Sandro si girò un po’ dalla parte di Giorgio. Un po’, non tanto, quanto bastava perché il suo sorriso si vedesse anche al buio. Il suo sorriso puzzava di fumo, ma era bellissimo, e voleva dire tante cose.

Capitolo 4

1 febbraio 2019

Agosto, quell’agosto, fu insopportabile. La mattina presto Giorgio usciva di casa per correre, e quella era la parte migliore, perché si poteva respirare. Il cielo era sempre sgombro di nubi e il parco quasi deserto. C’erano sempre gli stessi padroni con gli stessi cani che facevano lo stesso giro. Lui pure faceva sempre lo stesso giro. Tornava a casa per la doccia, la prima del giorno, e poi doveva solo decidere cosa fare. Hai detto niente. Una sera un amico gli mandò un messaggio così tanto per chiedere, e così tanto per chiedere chiese com’era andata la vacanza. Giorgio mentì e il collega poi disse che lo invidiava che era ancora in ferie e così Giorgio minimizzò la cosa ma poi finita la chat si sentì in dovere di essere ancora in ferie e quindi decise di uscire. C’era quel bar sempre aperto, prese la metro e andò.

Aveva scoperto che il trucco consisteva nel far finta di aspettare qualcuno, oppure di fare un cenno a qualcuno in lontananza, come per dire “sto salutando quello lì in fondo, non vedi? conosco gente”. I tavolini fuori erano occupati, anche il marciapiede, il muretto, il lampione del cestino dei rifiuti e le macchine parcheggiate. Dentro c’era una musica che non conosceva, ma che sapeva già come andava a finire. Il barista stava sciacquando un bicchiere, e quello accanto flirtava con un ragazzotto vestito di nero, con quel caldo. Disse che voleva un’acqua tonica e poi si girò appoggiandosi al bancone, accuratamente senza osservare nessuno in sala, ma con lo sguardo nel vuoto. Anzi, per fare bene la sua parte, aveva lasciato a casa gli occhiali, perché con lo sguardo miope fingere di non aver visto gli veniva spontaneo, e poteva sempre venir utile questa cosa.

Cominciò a sorseggiare la soda, che era giunto il momento di prendere posto da qualche parte. Di tutta quella gente ne conosceva di nome forse 3, però non erano di quelli che ci vai vicino per dire “ehi ciao!”. Poi un altro l’aveva visto, ma non era certo che l’altro si ricordasse di lui. Restava quindi l’unica soluzione di uscire fuori e piazzarsi in un angolo tra il lampione e l’ingresso, non troppo vicino altrimenti nessuno bada a te, non troppo lontano altrimenti sembra che stai spiando un vecchio ex. C’erano tre ragazzi intenti a parlare, ma non formavano un triangolo, piuttosto una C. Quando è così è perché qualcuno è appena andato via o sta per arrivare, e comunque la verità è che i tre si devono guardare intorno, parlano perché devono, ma non sono obbligati ad ascoltarsi. Parlano agli occhi e non alle orecchie. Giorgio si piazzò poco fuori dalla C, come una pallina che sta per essere mangiata da Pac Man, e Pac Man abboccò. Bastava che dicessero che faceva caldo, e lo dissero. Il resto fu più facile.

Federico era di corsa. Doveva andare via perché aveva un appuntamento. Ogni 5 minuti si inseriva in una pausa della conversazione per dire “devo andare”, ma ecco che Lorenzo gli rispondeva “sì dopo vado anche io” che tradotto significava “da qui non ti muovi”. Il terzo, come aveva detto che si chiamava?, si limitava a sorridere. La sua birra era finita da secoli, ma lo stesso la portava alla bocca per fare il gesto di bere l’ultimo sorso. Giorgio voleva che Federico se ne andasse, e Lorenzo pure, ma se l’altro non si decideva a dire anche lui qualcosa sarebbero rimasti in due più muti di Mary Pickford. Escogitò di finire in fretta la tonica per proporre “mi prendo qualcos’altro da bere, volete qualcosa?”. Se ne pentì subito perché rimasero zitti tipo 2 secondi, ma poi Federico rispose “no, devo andare” e Lorenzo ribadì “sì, anche io”. Il terzo invece, come diamine si chiamava?, stufo di bere l’aria nella bottiglia disse “ti accompagno io”.

Giorgio chiese una birra, che tradotto significa “quanto mi piaci marò” e il terzo ne prese una anche per sé. Fece un sorso che per poco non staccava l’etichetta dal vetro, poi lo guardò con l’occhio lucido: “allora Giorgio, di cosa hai detto che ti occupi?”. Giorgio fece vedere le zampe di gallina. “Sono in ferie fino al 18. Fino ad allora non so nemmeno come mi chiamo”. Il terzo lo guardò fisso fisso. “io mi chiamo Sandro”. Giorgio fece un sorso senza staccare gli occhi da lui. “Questo è come me. Me la devo giocare bene”.

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