Archivi per febbraio 2019

Capitolo 9

26 febbraio 2019

A quell’ora al bar c’era sempre molta gente, in gran parte signore di mezza età, sarte, che lavoravano nella fabbrica a due passi, e che si facevano due chiacchiere tra amiche. Il bar era di strada per il suo ufficio e Sandro ci andava spesso la mattina. C’erano tre baristi, a rotazione, quel giorno il ragazzo con gli occhi all’ingiù. Sandro salutava sempre con un cenno e poi si piazzava con un gomito sul banco e incrociava le gambe per guardare i tavolini. Le sarte non badavano mai a lui. In fondo alla sala c’era un tavolino davanti alla vetrinetta, con un tizio allo smartphone. Sandro ordinò un caffé lungo e un cornetto con crema, cosa che comunque il barista con gli occhi all’ingiù gia sapeva.

Il barista mormorò che cominciava a far freddo e Sandro annuì tre volte con convinzione, addentando il cornetto. Il barista aveva finito gli argomenti e tirò fuori i bicchieri appena puliti. Si erano fatte le 8 meno un quarto. Entrò una ragazza bassina, vestita bene, con le scarpe lucidissime, gli occhiali, la bocca socchiusa, come se non respirasse bene. “Sandro! non ci vediamo da una vita!”. Lo salutò prima di ordinare. “Che piacere!”

Sandro se la ricordava bene perché si erano frequentati per un paio di mesi un cinque o sei anni prima, ma tra loro non aveva funzionato. Non si ricordava perché non avesse funzionato, sembrava una vita fa. Si chiamava Ilaria.

“Ciao! ti trovo bene!”. Tolse il gomito dal bancone: “Ti stanno bene questi occhiali”

“Grazie, purtroppo senza questi divento mezza cieca”. Ilaria era simpatica, questo se lo ricordava. Non se la tirava.

“Come mai da queste parti? Non lavori più dalle parti di Porta Romana?”

“Eh sì ma tanto tempo fa… lasciamo perdere va, poi ci siamo trasferiti a Corvetto, poi in sintesi sono finita in un’azienda a Bicocca, e sono tipo tre settimane che ogni tanto mi mandano qui nel palazzo di fronte perché abbiamo una cosa in ballo. Però non ti ho mai visto al bar finora”.

“Di solito vengo più tardi. Oggi ho fatto prima. Ti posso offrire io la colazione?”

“No, no lascia perdere va, ognuno si paga il suo”. Ilaria non era formale, ma a Sandro andava bene. Chissà come mai non aveva funzionato. Gli stava simpatica, ed era carina.

“Qualche volta possiamo vederci a pranzo”. Gli era sfuggito, l’aveva detto senza pensare. Sandro voleva rimangiarsi le parole. Gli era sfuggito. “Anche se immagino che per pranzo sei già in ufficio, dicevo per dire”. Ilaria masticava fissando il barista. “Se vuoi, ovviamente”. Di male in peggio, non riusciva a tacere. Ilaria gli venne in soccorso.

“Sì certo, poi ci organizziamo”. Pagò i 2 euro e 50. “Corro, mi ha fatto piacere rivederti!”. Il barista piegò gli angoli della bocca. Sandrò lasciò i suoi soldi sul banco e fece un cenno di saluto. Una sarta che parlava spagnolo disse una cosa ad alta voce e le compagne si misero a ridere. Sandro si accese una sigaretta appena fuori sul marciapiede, e gli suonò il whatzapp.

Sicuramente era Giorgio.

Sandro decise di far finta di non aver sentito e aspirò rumorosamente. Poi si pentì di aver fatto finta di non aver sentito, stava pensando ancora a Ilaria, ma sapeva che il messaggio era di Giorgio, così guardo, ed era Giorgio. Fissò le spunte blu e lo status online. Bastava che rispondesse ripetendo le parole di Giorgio, ma non ne aveva voglia.

Se avesse toccato la tastiera Giorgio avrebbe letto “sta scrivendo…” e avrebbe dovuto finire di scrivere. Era come se si fissassero negli occhi: “online” contro “online”. Sandro doveva rispondere subito, ma non gli veniva. Aspirò rumorosamente e buttò la sigaretta nemmeno a due terzi. Il gesto gli schiarì le idee, per cui toccò la tastiera, ma Giorgio non era più online.

Ultimo accesso oggi alle 7:53.

Capitolo 8

23 febbraio 2019

“Quando dobbiamo andare?”

“Domenica prossima”

“Domenica?”

“Sì, domenica prossima, perché?” - Giorgio sembrava sinceramente stupito.

“Perché domenica mi voglio riposare, lo sai, mi piace starmene senza far niente, se devo venire dai tuoi invece mi devo vestire, mi devo lisciare e poi non posso fumare… non possiamo fare quell’altra domenica?”

“Sarebbe la stessa cosa no? E poi si tratta solo del pranzo, vedrai che per le 4 stiamo a casa, non perdi mica tutto il giorno”

“Uff, vabbé se ci tieni così tanto…”

“Non è che ci tengo così tanto, però pensavo che tu ci tenessi a conoscere i miei”.

“Sì sì, però non subito, nel senso… ci conosciamo da pochi mesi”

“E quindi?”

Sandro ora era nelle sabbie mobili. Quando uno fa questa domanda non ritiene esatta nessuna risposta.

“No, volevo dire che i tuoi non si aspettano che mi porti a casa così presto, così si immaginano chissà cosa e finisce che ti faccio fare brutta figura”.

Giorgio non rispose, stava processando quest’affermazione. Sandro aggiunse qualcosa.

“Cioé io voglio venire perché lo sai che ci tengo, però mi vergogno. In queste situazioni dico solo cazzate, poi lo sai che non sono un fotmodello, e poi comunque non so come comportarmi. E non voglio rispondere alle domande sulla mia famiglia, lo sai.”

“Sì, ma i miei non ti faranno domande, li conosco e non ti faranno domande. Parleranno del cibo e del tempo e del lavoro, e poi finiranno per litigare tra loro, sono certo. E poi ci sono i bambini e vedrai che attireranno loro l’attenzione.”

“Ma dobbiamo andarci tutte le domeniche?” Sandro aveva ceduto e ora stava contrattando.

“No, che stai dicendo”

“Io però dai miei non ti porto”

“Lo so! uff, me l’hai già detto! non fa nien-te.”

“Invece sì, fa, perché se vedo i tuoi poi sono io in difetto se tu non vedi i miei”

“E vabbé allora fammeli vedere così ci togliamo il pensiero”

“Figurati”

Restarono qualche secondo in silenzio. Sandro si accese una sigaretta, e Giorgio si appoggiò alle ginocchia per alzarsi dal divano. Stava per andare di là, ma arrivato alla porta gli sembrò brutto, perché sentiva che il discorso non era finito, nel senso, non era finito bene. Non voleva restare col broncio perché si sentiva a disagio, ma conosceva Sandro. Non avrebbe detto una parola fino all’ultima boccata e se se ne andava di là non avrebbero parlato fino a sera. Non voleva. Fece finta di raccogliere qualcosa a terra vicino alla porta, poi tornò sui suoi passi. Stavolta si sedette un po’ più vicino a Sandro, quel tanto che bastava. Sandro non scansò le cosce, buon segno.

“Abbiamo litigato?”

Sandro sorrise con gli occhi e soffiò una nuvoletta di fumo. “No. Sono io che ho le paranoie”

“E io sono pesante, lo so”

“Mh. Infatti non ti posso sopportare”. Sandro gli diede col piede un colpetto alla spalla.

“Sono offeso. Vado a fare il caffé”. Giorgio sorrise per dare il senso alle sue parole, si alzò e lasciò la stanza. Sentì che era tutto risolto.

Sandro lanciò il mozzicone per aria. Con gli occhi chiusi sentì quell’impercettibile suono che fece la sigaretta quando toccò terra, da qualche parte. Gonfiò le guance per sbruffare verso il soffitto, poi ci ripensò senza pensarci: riaprì gli occhi e mandò fuori l’aria a pezzetti, facendo traballare le labbra con tre prr prr prr. Inclinò la testa verso la finestra. Entrava l’aria fresca, che muoveva la tenda. L’ideale, per accendersi una nuova sigaretta.

Capitolo 7

19 febbraio 2019

Sandro aveva scritto due righe per dire che tardava a causa del lavoro. Aveva aggiunto le lacrimucce, ben due, e il cuoricino. Giorgio aveva risposto con tre lacrimucce e due cuoricini e aveva inoltre aggiunto che avrebbe approfittato per mettere ordine in camera, al che Sandro aveva risposto con l’ok e con le facce che si rotolano dal ridere, aggiungendo un buona fortuna, un nuovo cuoricino e poi era passato offline.

Di fortuna Giorgio ne avrebbe avuto ben bisogno, perché non sapeva da dove cominciare, perciò decise di farsi strada poco a poco, partendo dalla porta. Qualcosa avrebbe comunque risolto. Sulla maniglia della porta era appeso un borsone della palestra. Col tempo le viti della maniglia si erano allentate e ora non chiudeva più bene, ma non c’era mai bisogno di tenere la porta chiusa. Il borsone conteneva soprattutto bustine di crackers, fazzolettini di carta e probabilmente dei calzini. Giorgio aveva a portata di mano un sacchetto dell’indifferenziato e cominciò a riempirlo. Dietro la porta c’era la scaletta di legno, un valigione con la zip aperta e due o tre buste dell’esselunga vuote. La scaletta finì in ripostiglio, il valigione in armadio, le buste furono accartocciate.

Davanti all’armadio c’era una sedia completamente sommersa da pantaloni, qualche camicia, biancheria. La sedia ostruiva una porta ma lasciava libera l’altra, che si apriva sul caos. Alcune grucce sostenevano due-tre camicie, altre penzolavano vuote. I pantaloni erano sparsi sul ripiano, e si intravedevano scatole di scarpe senza scarpe, e scatole di scarpe con dentro rotoli di nastro adesivo e cavi elettrici. Davanti allo specchio dell’anta interna c’erano dei magneti con vecchi biglietti del cinema e uno scontrino sbiadito. Sul ripiano superiore, quello in cui era finito il valigione, c’erano delle coperte e un vestito buono che usciva per metà dalla busta di plastica. Solo per liberare la sedia e piegare la biancheria Giorgio impiegò un quarto d’ora, e a quel punto sotto la sedia trovò la paletta piccola della polvere, un accendino grigio e due biglietti della metro, uno usato.

Il comodino dal lato dell’armadio aveva due cassetti rotti e uno normale. In quello normale, cioé il più in basso, c’erano dei cerotti, due scatole di farmaci in cui le pasticche erano state prese a caso, in modo che uno dei due blister ne avesse solo tre e l’altro sei o sette.  Poi c’era della cenere di sigaretta, qualche sigaretta, alcuni accendini, due biglietti della metro, uno usato, forbici, un caricabatteria e un paio di mutande, che sembravano pulite. Nel cassetto di mezzo c’erano dei vecchi libri, ma il cassetto cedeva per cui aprendolo il libro che stava in alto si strappava un po’ e poi faticava a rientrare. Giorgio li tolse da lì per metterli in libreria. Le tre sigarette che comparvero sul fondo erano schiacciate. C’era anche un accendino verde chiaro, una busta di plastica e una tronchesina, un pacchetto di crackers e il tappo di una bottiglia di acqua. Nel cassetto superiore c’era un paio di occhiali da sole e poi il contenitore di tali occhiali, quindi un accendino rosso, due biglietti usati della metro e un pacchetto di fumo, poi un pacchetto di sigarette vuoto, un paio di sigarette, del nastro adesivo e due cannucce, degli elastici e la tessera dell’esselunga, la tessera di una libreria e la scheda elettorale. Il cassetto avrebbe avuto la maniglia, ma ora era senza, per cui non andava mai chiuso, affinché si potesse aprire facendo pressione con le dita nello spazio vuoto.

Giorgio era esausto, perché era solo a un terzo del lavoro, e solo in quella stanza. Un’occhiata al resto gli fece capire che avrebbe avuto bisogno di tutta la serata, anzi forse la nottata, per ottenere un qualche risultato. Comunque, sentì i passi di Sandro e la chiave nella toppa e si girò a guardarlo entrare come avrebbe fatto un gatto appena svegliato, da lontano, muovendo solo gli occhi. Sandro si tolse una scarpa puntando il tallone sull’altro piede, poi l’altra finì a un metro di distanza. Lasciò chiavi e portafogli sul mobiletto e guardò Giorgio. Andò subito da lui per abbracciarlo forte, poi si accese una sigaretta e lasciò l’accendino sulla sedia ormai sgombra, disse che aveva una fame incredibile e prese la via del bagno. Allora Giorgio andò in cucina per accendere il gas.

Entrando in cucina, Sandro non fece rumore, perché era a piedi nudi. Lo abbracciò da dietro e gli chiese se aveva sistemato tutto tutto. Giorgio rispose che aveva trovato solo cinque accendini, chissà dove stavano gli altri dieci, e Sandro si fece una risata senza sentirsi in colpa. Allora Giorgio gli diede il fumo “ho trovato anche questa, tieni”, e Sandro disse “uh” e se ne andò di là a fumare.

Quella sera parlarono del deposito di Zio Paperone, di quale attrice si fosse fatta più plastiche e della sfiga di nascere il 29 febbraio. Giorgio prese sonno per primo, per cui non si accorse del tappo dell’acqua che rotolò sotto ai calzini accanto al letto. Sandro voleva fare lo sforzo di raccoglierlo e allungò il braccio, ma le luci erano già spente, e sotto le mani trovò un accendino. Al buio, sembrava nero, poi non sapeva dove appoggiarlo e lo fece rotolare sotto il letto, da qualche parte. Si girò dal lato di Giorgio e cominciò a russare.

Capitolo 6

14 febbraio 2019

C’era questa signorina anziana che viveva in una specie di garage, cioè non era un garage ma un ex negozio di ferramenta in cui ora la serranda era sempre abbassata e lei viveva lì. Allora Sandro quando aveva bisogno bussava, ma mai prima delle 7 di sera, bussava e la signorina apriva e diceva “si accomodi”. Sandro entrava, e dopo cinque minuti usciva. Con 50-70 euro in meno, dipende dalle volte, ma più contento, perché così diceva “stasera ho un po’ di fumo”. Giorgio si mordeva il labbro però poi cambiava discorso. “Facciamo la pasta col tonno?”. Sandro si soffermava un paio di secondi, per capire il collegamento. “Va bene, però la faccio io”.

A casa c’erano le scarpe e le buste dell’acqua, appena entrati. Giorgio prendeva l’acqua e la portava nel ripostiglio, poi col piede spostava le scarpe più nell’angolo e metteva le chiavi e il portafogli sul tavolino, e accendeva la luce. Sandro intanto già era in camera col suo piccolo trofeo, tutto eccitato. Allora Giorgio approfittava per fare la pipì, e se era arrabbiato chiudeva la porta, ma di solito no. Quando Sandro sentiva la pipì toccare l’acqua ad alta voce dall’altra stanza diceva “ora vengo io a cucinare!” e questo bastava a Giorgio per non essere arrabbiato con lui, e si costringeva a rispondere “va bene, io intanto sistemo un po’!”. Poi si lavava le mani, e Sandro passava davanti alla porta per andare in cucina. A Giorgio piaceva quando vedeva che si era già tolto scarpe e calzini, perché voleva dire che non aveva più intenzione di uscire.

Sandro stava in cucina, si sentiva dalle pentole, dall’accendigas, dal metallo della scatoletta di tonno, e Giorgio stava in camera, a salvare il salvabile: qualche vecchio biglietto del tram, un post-it caduto a terra, il posacenere, i calzini uno qua e l’altro non si sa. La sedia della scrivania usata come cestino di biancheria, il computer acceso in perenne download. “Questo si può buttare?” Giorgio era comparso sulla soglia della cucina. “Cosa?” Sandro aveva gli occhi sui fornelli. “Questo. Si può buttare?”. Sandro si spostò sull’altra gamba per girarsi. “Sì sì, butta.” Si scansava un po’ per fargli aprire la pattumiera. “Scusa. Lo sai che sono disordinato. Fatti dare un bacio”. Giorgio chiudeva gli occhi, e poi cambiava discorso. “Quanto limone ci hai messo?”

C’era un telefilm di poliziotti, a Sandro piaceva un sacco. Giorgio sapeva già dopo cinque minuti il colpevole, ma stava zitto lo stesso. Si alzava sempre lui a prendere la birra, perché Sandro se la scordava. L’acqua la metteva a tavola, i coltelli pure, e anche il pane. I tovaglioli c’erano, e le forchette e i bicchieri. Si scordava solo la birra. Giorgio quindi diceva: “vuoi la birra?” e Sandro rispondeva “se la vuoi pure tu sì”, senza staccare gli occhi dal telefilm. Così Giorgio ne prendeva una sola, ma Sandro non si accorgeva mai che era una sola, e non due. Diceva “che cazzata” rivolgendosi al poliziotto in tv, e beveva un sorso. Poi staccava un braccio dal tavolo, appoggiando il gomito sullo schienale. Giorgio capiva che Sandro aveva finito di mangiare. Qualche volta allora gli diceva “ti faccio un massaggio”, ma non sempre, solo qualche volta. Sandro rispondeva “piccolo piccolo”, perché in realtà lo voleva grande grande, ma non gli piaceva farlo lui a Giorgio, e così dicendo “piccolo piccolo” si sentiva in qualche modo di ricambiare lo stesso.

Quando partivano i titoli di coda Sandro era pronto per rilassarsi come voleva lui. Andava di là e si rilassava. Giorgio apriva la finestra della cucina e chiudeva la porta del soggiorno, poi lavava i piatti. Li lavava piano piano, con due passate di detersivo, così si rilassava pure lui perché Sandro ne avrebbe avuto per un po’. Giorgio non sapeva bene cosa pensare delle serate in cui il suo innamorato fumava. Da una parte gli dava fastidio la puzza, e anche l’idea, e si preoccupava molto per tutti i soldi buttati; dall’altra, quando Sandro era fatto era affettuoso il doppio e si confidava di più. Gli diceva tutto, e lo stringeva forte pure quando faceva caldo. E poi, magari questa sarebbe stata l’ultima volta, chissà.

Sandro stava sul letto, una coscia fuori una coscia dentro le lenzuola. Adesso aveva in mano una sigaretta, però spenta. Giorgio spense le luci e gli disse che la pasta col tonno era proprio buona. E Sandro sorrise un sacco, ma proprio un sacco e disse: “vieni qua”.

Capitolo 5

4 febbraio 2019

Sandro spense la terza, no, la quarta sigaretta della serata. Faceva una specie di coroncina nel posacenere, poi quando uno dei mozziconi cadeva nel centro lui spingeva gli altri e si accendeva una nuova sigaretta. Aveva sempre un pacchetto a portata di mano. Giorgio si stava abituando al suo odore più velocemente di quanto gli piacesse. Aveva capito che intraprendere la crociata per farlo smettere era una battaglia persa. Sandro nemmeno si accorgeva di avere la sigaretta in mano così come uno non si accorge di avere la mano.

A baciare, Sandro era bravo, se si può dire se uno è bravo o no. I suoi baci gli piacevano per cui per lui era bravo. Gli piaceva che in genere erano a sorpresa. Se aveva voglia, Sandro lo tirava verso di sé e lo abbracciava sorridendo, poi avvicinava le labbra velocemente. Erano baci veloci però sinceri, e a Giorgio piaceva subirli, dico subirli perché lui si limitava a riceverli, non aveva modo o tempo per partecipare, ma non era un problema perché sentiva che andava bene così.

Era Giorgio che andava a casa di Sandro, il motivo sempre il fumo. La prima sera, quando ancora non sapeva delle sigarette, non l’aveva invitato a salire, ed era stato contento che Sandro nemmeno gliel’avesse chiesto. Si erano lasciati bene, con un appuntamento per due sere dopo. L’appuntamento finì con l’invito di Sandro a salire a casa sua. Quando aprì la porta a Giorgio quasi venne l’asma. Il tanfo della cenere era ovunque, e glielo disse immediatamente, ma Sandro si limitò a ridere e disse: “sì scusa lo so”. Gli era parsa una risposta così semplice da non trovare niente da ridire.

La settimana seguente le cose si erano fatte più serie perché Giorgio andò a prendere un vecchio posacenere negli scatoloni in cantina. Quando gli trovò posto lo interpretò come una prova che lui e Sandro stavano insieme. Ora doveva capire che era la stessa cosa che pensava anche Sandro, così lo invitò a casa. Sandro arrivò mezz’ora in ritardo, e senza sigaretta in mano. Restò senza fumare un quarto d’ora, poi uscì sul balconcino e se ne accese una. Disse: “mi piace casa tua, però non te la voglio appestare. Domani sera vieni da me”. Giorgio capì che erano appena diventati una coppia.

Sandro spense la sesta sigaretta e si staccò dal monitor: “Si è fatto tardi, vieni andiamo a dormire”. Giorgio era già a letto che lo aspettava. Avevano passato una bella serata ed era stanco. C’era solo un lenzuolo, faceva caldo. Poggiò lo smartphone sul comodino. “Domani che vuoi fare? prendiamo la macchina?”: Sandro non prendeva sonno se prima non faceva due chiacchiere. “Boh, se vuoi sì”. Giorgio diceva sempre boh e mai no. “Dove vuoi andare?”. Sandro si sdraiò facendo quel verso di sollievo quando ti rilassi la schiena. “In piscina?”. “Andiamo.”

Sandro mise una mano sulla pancia e l’altra la offrì a Giorgio con un cenno. “Sennò, domani vediamo. Vieni più vicino”. Giorgio appoggiò la testa al petto e Sandro piegò il braccio per accoglierlo, poi iniziò a sfiorargli la guancia con le dita, distrattamente. Sul soffitto c’erano le strisce di luce che filtrava dall’esterno. Avevano la zanzariera, per cui si respirava, ma Sandro abitava al piano terra, e si sentivano le macchine. Stavano zitti a guardare le strisce di luce per qualche secondo, poi Sandro si girò un po’ dalla parte di Giorgio. Un po’, non tanto, quanto bastava perché il suo sorriso si vedesse anche al buio. Il suo sorriso puzzava di fumo, ma era bellissimo, e voleva dire tante cose.

Capitolo 4

1 febbraio 2019

Agosto, quell’agosto, fu insopportabile. La mattina presto Giorgio usciva di casa per correre, e quella era la parte migliore, perché si poteva respirare. Il cielo era sempre sgombro di nubi e il parco quasi deserto. C’erano sempre gli stessi padroni con gli stessi cani che facevano lo stesso giro. Lui pure faceva sempre lo stesso giro. Tornava a casa per la doccia, la prima del giorno, e poi doveva solo decidere cosa fare. Hai detto niente. Una sera un amico gli mandò un messaggio così tanto per chiedere, e così tanto per chiedere chiese com’era andata la vacanza. Giorgio mentì e il collega poi disse che lo invidiava che era ancora in ferie e così Giorgio minimizzò la cosa ma poi finita la chat si sentì in dovere di essere ancora in ferie e quindi decise di uscire. C’era quel bar sempre aperto, prese la metro e andò.

Aveva scoperto che il trucco consisteva nel far finta di aspettare qualcuno, oppure di fare un cenno a qualcuno in lontananza, come per dire “sto salutando quello lì in fondo, non vedi? conosco gente”. I tavolini fuori erano occupati, anche il marciapiede, il muretto, il lampione del cestino dei rifiuti e le macchine parcheggiate. Dentro c’era una musica che non conosceva, ma che sapeva già come andava a finire. Il barista stava sciacquando un bicchiere, e quello accanto flirtava con un ragazzotto vestito di nero, con quel caldo. Disse che voleva un’acqua tonica e poi si girò appoggiandosi al bancone, accuratamente senza osservare nessuno in sala, ma con lo sguardo nel vuoto. Anzi, per fare bene la sua parte, aveva lasciato a casa gli occhiali, perché con lo sguardo miope fingere di non aver visto gli veniva spontaneo, e poteva sempre venir utile questa cosa.

Cominciò a sorseggiare la soda, che era giunto il momento di prendere posto da qualche parte. Di tutta quella gente ne conosceva di nome forse 3, però non erano di quelli che ci vai vicino per dire “ehi ciao!”. Poi un altro l’aveva visto, ma non era certo che l’altro si ricordasse di lui. Restava quindi l’unica soluzione di uscire fuori e piazzarsi in un angolo tra il lampione e l’ingresso, non troppo vicino altrimenti nessuno bada a te, non troppo lontano altrimenti sembra che stai spiando un vecchio ex. C’erano tre ragazzi intenti a parlare, ma non formavano un triangolo, piuttosto una C. Quando è così è perché qualcuno è appena andato via o sta per arrivare, e comunque la verità è che i tre si devono guardare intorno, parlano perché devono, ma non sono obbligati ad ascoltarsi. Parlano agli occhi e non alle orecchie. Giorgio si piazzò poco fuori dalla C, come una pallina che sta per essere mangiata da Pac Man, e Pac Man abboccò. Bastava che dicessero che faceva caldo, e lo dissero. Il resto fu più facile.

Federico era di corsa. Doveva andare via perché aveva un appuntamento. Ogni 5 minuti si inseriva in una pausa della conversazione per dire “devo andare”, ma ecco che Lorenzo gli rispondeva “sì dopo vado anche io” che tradotto significava “da qui non ti muovi”. Il terzo, come aveva detto che si chiamava?, si limitava a sorridere. La sua birra era finita da secoli, ma lo stesso la portava alla bocca per fare il gesto di bere l’ultimo sorso. Giorgio voleva che Federico se ne andasse, e Lorenzo pure, ma se l’altro non si decideva a dire anche lui qualcosa sarebbero rimasti in due più muti di Mary Pickford. Escogitò di finire in fretta la tonica per proporre “mi prendo qualcos’altro da bere, volete qualcosa?”. Se ne pentì subito perché rimasero zitti tipo 2 secondi, ma poi Federico rispose “no, devo andare” e Lorenzo ribadì “sì, anche io”. Il terzo invece, come diamine si chiamava?, stufo di bere l’aria nella bottiglia disse “ti accompagno io”.

Giorgio chiese una birra, che tradotto significa “quanto mi piaci marò” e il terzo ne prese una anche per sé. Fece un sorso che per poco non staccava l’etichetta dal vetro, poi lo guardò con l’occhio lucido: “allora Giorgio, di cosa hai detto che ti occupi?”. Giorgio fece vedere le zampe di gallina. “Sono in ferie fino al 18. Fino ad allora non so nemmeno come mi chiamo”. Il terzo lo guardò fisso fisso. “io mi chiamo Sandro”. Giorgio fece un sorso senza staccare gli occhi da lui. “Questo è come me. Me la devo giocare bene”.

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