Al rallentatore

5 novembre 2006

La tazzina del caffè trasuda una macchia circolare sul tavolo, sembra l’orbita di un pianeta per cui la lascio stare al suo posto per un po’, affascinato. Mi piace vedere lo zucchero che si rattrappisce nella tazza, e mi piace il rumore che fa il barattolo del caffè quando lo ripongo nello scaffale.

Fa freddo, me ne accorgo perchè al risveglio mi scopro a pezzi, prima le spalle poi il torace poi le gambe, e la pelle mi segnala coi brividi che ora è. Ho l’abitudine di dormire in boxer e t-shirt, il pigiama non lo uso spesso, perchè se nel sonno mi giro mi si incastra dappertutto ma in particolare dapperpropriolì…

Una cosa bella del vivere da solo è che le cose restano al posto in cui le ho lasciate. E’ come vivere in una scenografia teatrale, come in un quadro nel quale io sono l’unico che si muove. Le pieghe sul divano, quella foglia caduta che ho scordato di raccogliere, l’ammasso di riviste sullo scaffale, i fili del pc, la tenda scostata, tutto è immobile ed in attesa. A parte le lancette dell’orologio, a parte gli insetti e a parte le foglie che seguono il sole, casa mia “sta”.

Sono uscito a fare una passeggiata nel freddo, poco fa, mi piace udire i miei passi sulla strada ancora inviolata dalle auto, ed è bello percepire il passaggio del sabato sera che è appena trascorso, come se la sua ombra fosse rimasta ancora impressa sull’asfalto. Non sono mai solo, altre persone amano questa quiete e questo momento, questo sole sghembo, l’odore dei bar e del risveglio, questa solitudine che non pesa.

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