Capitolo 3

29 gennaio 2019

“Dunque, le magliette ci sono, gli slip anche, i pantaloncini nuovi, le scarpe eccole, il caricabatteria l’ho preso, la roba da bagno sta là, sì basta dai insomma c’è tutto. La valigia è a posto”. Un’ultima occhiata alla stanza: l’ultimo atto della sua vacanza. Quando la porta dell’albergo gli si chiuse alle spalle, Giorgio era già con la testa a Milano. La pelle abbronzata gli diceva: “vacanza”; la maglietta vivace gli diceva “vacanza”; la gente assonnata nell’autobus gli diceva “vacanza”, ma non appena apparve la stazione col suo tabellone degli orari, l’edicola che vendeva le daygum, il chiosco dei panini da 4,50, era già tutto alle spalle. “Arrivo a casa, mi spoglio, mi faccio la doccia, mi metto nel letto, e poi domani ci penso”.

Il treno doveva partire alle 11. Il suo posto era quello dalla parte opposta del WC, lo sceglieva sempre così, perché altrimenti la gente che passava gli faceva aprire le porte in continuazione. Finestrino, con un solo posto accanto e nessuno di fronte. Trovò la solita rivista delle Frecce, la spostò sull’altro posto, poi sistemò la valigia e si mise a sedere. Accanto a lui per fortuna nessuno con il panino al salame, nessuno che parlava allo smartphone con tutta la rubrica, nessuna famiglia coi bimbi piccoli, e nessun super manager che doveva organizzarsi la settimana. Era fortunato, appoggiò la testa al finestrino e spense il cervello.

A Roma salì una ragazza di quelle che si siedono con le gambe incrociate tipo Buddha. Aveva un tatuaggio con un angelo rosa e le ali bianchissime, poi una specie di sole e qualche cosa indecifrabile sul polso. I capelli come un fumetto, Giorgio avrebbe scommesso tutto che questa ora tirava fuori il pc e si metteva a lavorare. Nemmeno lasciata la stazione, ecco che questa ragazza tira fuori il mac e inizia a scrivere qualcosa, ma poi le si accende lo smartphone e parte il balletto del whatzapp. Giorgio fece finta di guardare le sue notifiche. L’ultima risaliva alla sera prima, era la wind che gli ricordava che doveva pagare il mensile.

Quando passò il controllore, la penultima lettera della ragazza era la G, mentre la sua era la Q. Praticamente Giorgio si rese conto che aveva sempre la Q oppure la U. Che lettere sfigate. Mai una volta che avesse una M o una I, no: la Q. Comunque sia questa ragazza non era noiosa, si faceva i fatti suoi lei e le sue gambe a Buddha. Un finestrino più avanti c’era un anziano signore che dormiva, e sua moglie leggeva uno di quei libri con un titolo a caratteri cubitali sovrapposto a una bella donna e sullo sfondo un tramonto e una palma. Quelle cose in cui lei è insoddisfatta perché il marito la trascura e quando sente un nodulo al seno decide di fuggire col vecchio amore delle superiori ritrovando quindi se stessa in mezzo all’oceano. Con le lacrime agli occhi dirà addio al vecchio amore scoprendo che ciò che conta è solo lei stessa e trova la forza di lasciare il marito e iniziare una nuova vita in una nuova città, sola ma con un nuovo taglio di capelli.

“Mamma mia, meno male che siamo a Milano, che non ho marito, che non ci sono palme, e che ho i capelli corti”. Giorgio lasciò uscire la ragazza coi tatuaggi, poi si ritrovò al binario 13. La stazione aveva più luci di un albero di Natale. Sembrava che il mare non esistesse, ma non solo a Milano: nel mondo.

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