Capitolo 4

1 febbraio 2019

Agosto, quell’agosto, fu insopportabile. La mattina presto Giorgio usciva di casa per correre, e quella era la parte migliore, perché si poteva respirare. Il cielo era sempre sgombro di nubi e il parco quasi deserto. C’erano sempre gli stessi padroni con gli stessi cani che facevano lo stesso giro. Lui pure faceva sempre lo stesso giro. Tornava a casa per la doccia, la prima del giorno, e poi doveva solo decidere cosa fare. Hai detto niente. Una sera un amico gli mandò un messaggio così tanto per chiedere, e così tanto per chiedere chiese com’era andata la vacanza. Giorgio mentì e il collega poi disse che lo invidiava che era ancora in ferie e così Giorgio minimizzò la cosa ma poi finita la chat si sentì in dovere di essere ancora in ferie e quindi decise di uscire. C’era quel bar sempre aperto, prese la metro e andò.

Aveva scoperto che il trucco consisteva nel far finta di aspettare qualcuno, oppure di fare un cenno a qualcuno in lontananza, come per dire “sto salutando quello lì in fondo, non vedi? conosco gente”. I tavolini fuori erano occupati, anche il marciapiede, il muretto, il lampione del cestino dei rifiuti e le macchine parcheggiate. Dentro c’era una musica che non conosceva, ma che sapeva già come andava a finire. Il barista stava sciacquando un bicchiere, e quello accanto flirtava con un ragazzotto vestito di nero, con quel caldo. Disse che voleva un’acqua tonica e poi si girò appoggiandosi al bancone, accuratamente senza osservare nessuno in sala, ma con lo sguardo nel vuoto. Anzi, per fare bene la sua parte, aveva lasciato a casa gli occhiali, perché con lo sguardo miope fingere di non aver visto gli veniva spontaneo, e poteva sempre venir utile questa cosa.

Cominciò a sorseggiare la soda, che era giunto il momento di prendere posto da qualche parte. Di tutta quella gente ne conosceva di nome forse 3, però non erano di quelli che ci vai vicino per dire “ehi ciao!”. Poi un altro l’aveva visto, ma non era certo che l’altro si ricordasse di lui. Restava quindi l’unica soluzione di uscire fuori e piazzarsi in un angolo tra il lampione e l’ingresso, non troppo vicino altrimenti nessuno bada a te, non troppo lontano altrimenti sembra che stai spiando un vecchio ex. C’erano tre ragazzi intenti a parlare, ma non formavano un triangolo, piuttosto una C. Quando è così è perché qualcuno è appena andato via o sta per arrivare, e comunque la verità è che i tre si devono guardare intorno, parlano perché devono, ma non sono obbligati ad ascoltarsi. Parlano agli occhi e non alle orecchie. Giorgio si piazzò poco fuori dalla C, come una pallina che sta per essere mangiata da Pac Man, e Pac Man abboccò. Bastava che dicessero che faceva caldo, e lo dissero. Il resto fu più facile.

Federico era di corsa. Doveva andare via perché aveva un appuntamento. Ogni 5 minuti si inseriva in una pausa della conversazione per dire “devo andare”, ma ecco che Lorenzo gli rispondeva “sì dopo vado anche io” che tradotto significava “da qui non ti muovi”. Il terzo, come aveva detto che si chiamava?, si limitava a sorridere. La sua birra era finita da secoli, ma lo stesso la portava alla bocca per fare il gesto di bere l’ultimo sorso. Giorgio voleva che Federico se ne andasse, e Lorenzo pure, ma se l’altro non si decideva a dire anche lui qualcosa sarebbero rimasti in due più muti di Mary Pickford. Escogitò di finire in fretta la tonica per proporre “mi prendo qualcos’altro da bere, volete qualcosa?”. Se ne pentì subito perché rimasero zitti tipo 2 secondi, ma poi Federico rispose “no, devo andare” e Lorenzo ribadì “sì, anche io”. Il terzo invece, come diamine si chiamava?, stufo di bere l’aria nella bottiglia disse “ti accompagno io”.

Giorgio chiese una birra, che tradotto significa “quanto mi piaci marò” e il terzo ne prese una anche per sé. Fece un sorso che per poco non staccava l’etichetta dal vetro, poi lo guardò con l’occhio lucido: “allora Giorgio, di cosa hai detto che ti occupi?”. Giorgio fece vedere le zampe di gallina. “Sono in ferie fino al 18. Fino ad allora non so nemmeno come mi chiamo”. Il terzo lo guardò fisso fisso. “io mi chiamo Sandro”. Giorgio fece un sorso senza staccare gli occhi da lui. “Questo è come me. Me la devo giocare bene”.

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