Capitolo 8

23 febbraio 2019

“Quando dobbiamo andare?”

“Domenica prossima”

“Domenica?”

“Sì, domenica prossima, perché?” - Giorgio sembrava sinceramente stupito.

“Perché domenica mi voglio riposare, lo sai, mi piace starmene senza far niente, se devo venire dai tuoi invece mi devo vestire, mi devo lisciare e poi non posso fumare… non possiamo fare quell’altra domenica?”

“Sarebbe la stessa cosa no? E poi si tratta solo del pranzo, vedrai che per le 4 stiamo a casa, non perdi mica tutto il giorno”

“Uff, vabbé se ci tieni così tanto…”

“Non è che ci tengo così tanto, però pensavo che tu ci tenessi a conoscere i miei”.

“Sì sì, però non subito, nel senso… ci conosciamo da pochi mesi”

“E quindi?”

Sandro ora era nelle sabbie mobili. Quando uno fa questa domanda non ritiene esatta nessuna risposta.

“No, volevo dire che i tuoi non si aspettano che mi porti a casa così presto, così si immaginano chissà cosa e finisce che ti faccio fare brutta figura”.

Giorgio non rispose, stava processando quest’affermazione. Sandro aggiunse qualcosa.

“Cioé io voglio venire perché lo sai che ci tengo, però mi vergogno. In queste situazioni dico solo cazzate, poi lo sai che non sono un fotmodello, e poi comunque non so come comportarmi. E non voglio rispondere alle domande sulla mia famiglia, lo sai.”

“Sì, ma i miei non ti faranno domande, li conosco e non ti faranno domande. Parleranno del cibo e del tempo e del lavoro, e poi finiranno per litigare tra loro, sono certo. E poi ci sono i bambini e vedrai che attireranno loro l’attenzione.”

“Ma dobbiamo andarci tutte le domeniche?” Sandro aveva ceduto e ora stava contrattando.

“No, che stai dicendo”

“Io però dai miei non ti porto”

“Lo so! uff, me l’hai già detto! non fa nien-te.”

“Invece sì, fa, perché se vedo i tuoi poi sono io in difetto se tu non vedi i miei”

“E vabbé allora fammeli vedere così ci togliamo il pensiero”

“Figurati”

Restarono qualche secondo in silenzio. Sandro si accese una sigaretta, e Giorgio si appoggiò alle ginocchia per alzarsi dal divano. Stava per andare di là, ma arrivato alla porta gli sembrò brutto, perché sentiva che il discorso non era finito, nel senso, non era finito bene. Non voleva restare col broncio perché si sentiva a disagio, ma conosceva Sandro. Non avrebbe detto una parola fino all’ultima boccata e se se ne andava di là non avrebbero parlato fino a sera. Non voleva. Fece finta di raccogliere qualcosa a terra vicino alla porta, poi tornò sui suoi passi. Stavolta si sedette un po’ più vicino a Sandro, quel tanto che bastava. Sandro non scansò le cosce, buon segno.

“Abbiamo litigato?”

Sandro sorrise con gli occhi e soffiò una nuvoletta di fumo. “No. Sono io che ho le paranoie”

“E io sono pesante, lo so”

“Mh. Infatti non ti posso sopportare”. Sandro gli diede col piede un colpetto alla spalla.

“Sono offeso. Vado a fare il caffé”. Giorgio sorrise per dare il senso alle sue parole, si alzò e lasciò la stanza. Sentì che era tutto risolto.

Sandro lanciò il mozzicone per aria. Con gli occhi chiusi sentì quell’impercettibile suono che fece la sigaretta quando toccò terra, da qualche parte. Gonfiò le guance per sbruffare verso il soffitto, poi ci ripensò senza pensarci: riaprì gli occhi e mandò fuori l’aria a pezzetti, facendo traballare le labbra con tre prr prr prr. Inclinò la testa verso la finestra. Entrava l’aria fresca, che muoveva la tenda. L’ideale, per accendersi una nuova sigaretta.

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