Archivi per la categoria 'Arrivi e partenze'.

il post nuvoloso

2 Maggio 2010

C’erano troppi gradini, però c’era il mare in fondo. Non fosse stato per il mare, non sarei mai passato di là. La strada era vuota, strano, in una metropoli una strada vuota, anche di sabato, in pieno centro, davanti al mare, coi negozi aperti, col rumore delle macchine, le palme e il vento, vuota.

Mi fermavo sempre all’angolo, il sole in faccia, per decidere cosa fare. Dovevo entrare in quel palazzo col ginkgo nel giardino ma non avevo voglia quasi mai. Volevo proseguire e restare a guardare il mare. Quando c’è il vento è ancora più bello perché il vento ti fa volar via i pensieri prima che ti restino troppo a lungo in mente. Così, non so com’è che ci riuscii, eppure feci così, ci andai.

Guardavo più lontano che potevo. Del rumore delle macchine non me ne importava niente. Lasciai a terra il mio zainetto e poggiai le mani sul muro pieno di licheni. Volevo proprio che il palmo delle mano lo sentisse bene prima di chiudere gli occhi. Dietro di me, palazzi altissimi pieni di finestre e di tende. Davanti a me, niente.

Lasciai passare tutte le nuvole.

Quando mi voltai, vidi gente per la strada. Seduti sulle panchine, di corsa con le loro auto, sorridenti al bar, in piedi alla fermata, trasognati sui marciapiedi, davanti ai negozi, fuori dai portoni, sui balconi, dietro le tendine, sui gradini. Sul lungomare, nessuno.

Mi son lasciato le onde alle spalle e non so se ho fatto bene.

solo un altro post

20 Aprile 2010

Quando vado al parco faccio sempre lo stesso giro. Scendo dal lato sinistro del ponte perché così guardo l’acqua che arriva, non quella che va. E l’acqua che arriva la vedi da lontano, mentre quella che va cambia ogni secondo. Così non so. Poi attraverso il marciapiede e mi viene in mente quando facevo quella stradina per andare all’anagrafe i tempi in cui dovevo cambiare residenza. C’era uno che faceva i tatuaggi.

Poi entro nel parco e c’è sempre qualcuno che invece esce. E’ incredibile. C’era una pianta con le foglie di bronzo ed era bellissima e poi non so dove sia ora, ma mi rifiuto di credere che l’abbiano fatta fuori perché era bellissima, ripeto. Così scendo verso quella specie di grande incrocio e potrei andare a destra ma non voglio perché ci andavo quando ero iscritto a lettere e me lo ricorda e non voglio. Potrei andare a sinistra ma non voglio perché di là non c’è il sole e so che sono venuto al parco perché c’è il sole. Così vado avanti. Prima ci andavo in bicicletta. Come sono nostalgico eppure potrei comprarla una nuova solo che la dovrei parcheggiare dove ci sono le puttane. E non voglio.

E quando vado avanti ci sono i vecchi sulle panchine che parlano eccetto quando si fermano a guardarmi passare, perché io passo come se avessi un posto dove arrivare mentre invece non devo andare da nessuna parte. Solo, non riesco a camminare lento perché mi sembra che così si fa quando non si pensa a niente e si passa il tempo mentre invece io mi illudo che se torno a casa prima poi è meglio. Allora cammino veloce e i vecchi mi guardano, credo, perché potrei sbagliarmi su questa cosa. Ma ci sono delle panchine di marmo dove non mi sono mai seduto perché sono lì in mezzo e si siedono solo i bambini.

Più avanti c’è il chiosco dei gelati. Io non ci vado mai. Ci andai qualche volta. Ora non ci vado e non mi ricordo come lo fa il gelato, che poi non importa perché il gelato migliore lo fa sempre quello dove ti porta l’amico con cui ci vai, eccetto che poi quando vai con un altro amico allora il gelato migliore lo fa quell’altro. Io sono un tipo insicuro così sono sempre quello che lo portano e mai quello che dice quale gelato andare. Però a me piace quello che fa quella gelateria che sta vicino all’ospedale. L’ospedale non c’entra col gelato, è solo che è lì vicino.

Poi arrivo alla vasca con le papere di legambiente e con l’isoletta di robinson crusoe. Lì c’è sempre qualche bimbo che si sporge troppo e la mamma lo chiama. Penso che la gente ha i figli, mentre io no. Però loro dicono che uno non può sapere quello che si prova a essere padre o madre, ma non tengono tanto in considerazione il fatto che non sanno quello che si prova a non poter essere tanto facilmente padre. Non che potrei mantenerlo un figlio. Ho 38 anni e ancora sono in mano a una graduatoria. Allora giro a sinistra, che mi sembra più damina del settecento.

E faccio il giro tutto intorno, che se esco da lì c’è il chiosco che odora di cipolle e poi la strada che facevo quand’ero felicemente infelice, così faccio il giro tutt’intorno e poi torno indietro per il viale largo dove c’è il teatro. Perché lì ci sono i gatti. Oh sono 4, forse 5 anni che dico che prendo un gatto che prendo un gatto e poi non lo prendo. Allora temo che non lo prenderò mai perché è nell’indecisione che vivo sospeso. Guardo i gatti e mi avvicino e poi me ne vado perché loro sono così e io pure. Così c’è la pianta malata e poi dove abitava quella mia amica.

Torno sul viale che quando sono entrato non ho voluto prendere e c’è sempre qualcuno che fa il giocoliere o che prova qualche cosa orientale che tanto fa bene allo spirito e al benessere ma che io non potrò fare mai perché mi vergogno di stare a piedi nudi davanti alla gente. Allora poi risalgo sulla salita e sono quello che esce quando qualcuno entra. Prendo il marciapiede di destra e poi me ne torno a casa. Questo, non oggi. D’estate. Mi fa stare bene, quella mezz’ora. Così intanto penso a un sacco di cose improbabili.

Adesso per esempio ho scritto queste cose. Ma lo so che sto scrivendo tanti post uno dietro l’altro. Quando uno ne scrive uno a settimana quell’uno è bello. Invece quando uno ne scrive cinque di fila il primo è bello il secondo è carino il terzo non c’è male il quarto ok abbiamo capito e il quinto no ora basta. Così è, dai.

Allora poi mi viene in mente quando prendevo la bici e frenavo davanti al lattaio. Che io dicevo sempre ma come è possibile che esiste il lattaio. E poi attraversavo e passavo davanti a quell’altro parco.  Così il semaforo diventava verde e io spingevo sui pedali.

il post della chiusura dei cancelli

18 Aprile 2010

Eppure era così: la folla andava più veloce di me e io andavo più lento della folla.

Sembravano non capire che la metropolitana passava ogni 4 minuti e che 4 minuti sono pochi. Sembrava che per loro invece fosse importante passare i cancelli comunque. Per primi, non so, per dire che erano stati più veloci. Per far vedere che potevano.

Non c’era un motivo per correre verso i cancelli quando i cancelli erano chiusi. Però correvano tutti. Giungevano primi e attendevano più a lungo. Poi gli addetti li facevano passare e loro si affrettavano a prendere il proprio posto dietro la striscia gialla. La metro arrivava e risucchiava la gente. Gli addetti chiudevano i cancelli.

A me non me ne fregava niente di trovare i cancelli aperti o i cancelli chiusi. Dove arrivavo arrivavo. Se erano aperti passavo, se erano chiusi aspettavo. E siccome la folla correva erano gli altri che passavano, così gli addetti mi chiudevano i cancelli davanti, quando mi mancavano pochi passi.

Io aspettavo 4 minuti. Tanto che cambia.

il post dell’apertura dei cancelli

18 Aprile 2010

Tutto quello che mi ricordo sono i miei passi sull’asfalto, il semaforo giallo e le scritte sul muretto. Mi svegliavo prima che finisse la notte, ogni notte. Mi vestivo senza accendere le luci e poi uscivo per strada, nel silenzio e nel freddo. Andavo dove mi portava il caso.

Se la foglia cade dal marciapiede giro a destra. Se si spegne la luce da quella casa vado dritto. Se passa un camion giro a sinistra.

Tutto quello che importava erano i miei passi sull’asfalto, i gatti che si nascondevano sotto le automobili e l’ombra di una mamma che cullava il neonato dietro le tendine. Il freddo mi gelava il naso e mi faceva venire le lacrime agli occhi, così potevo piangere senza avere un motivo per farlo. Eppure giungevo sempre allo stesso punto, forse per caso, forse non so.

Sono di nuovo qui. Il camion non passa mai, la foglia non cade mai, la luce non si spegne mai.

Aprivano i cancelli del sottopassaggio. L’uomo in tuta districava la catena del lucchetto e poi si sentiva il rumore del ferro. La grata ondeggiava nel vuoto e finiva a sbattere sulle pareti consumate. Lui mi guardava come se io fossi un povero Cristo. Io scendevo le scale sentendomi gli occhi addosso e poi attraversavo il sottopassaggio. Puzzava di urina.

Dall’altra parte era tutto uguale. Solo, ora era l’alba, perciò me ne tornavo a casa.

il post infame

8 Febbraio 2010

Sei un deficiente. Hai investito il cane in autostrada e non ti sei accorto neanche del rumore delle vertebre rotte? Dove stavi andando?  Alla solita discoteca tutta luccicosa per restare ore e ore con la Ceres in mano mentre la camicia bianca abbaglia qualche provincialotta giunta all’ora dei saldi? Ah mi immagino la scena. Lei arriva al banco in cerca di un Mojito come diavolo si scrive,  poi tu le dici qualcosa di vagamente seducente e la tizia ti presenta l’amica puttanella. Ce l’hanno tutte l’amica puttanella. Anche le amiche puttanelle ne hanno una, pensa un po’.

Ma dico io neanche te ne accorgi che hai scamazzato un cane in autostrada? Dove cazzo guardi mentre guidi? Forse hai pensato che è stato cretino lui ad attraversare, forse stavi con gli occhi socchiusi per goderti l’ultimo tiro della tua Camel Light? E cambiati quelle scarpe che ce l’hai da due anni. No, non ti portano fortuna. La prima volta che le hai messe poi Monia ti ha fatto un pompino ma dopo le hai indossate altre, quante?, 70 volte? In cosa dovrebbero essere fortunate?

Frena, dico io, frena. E’ lì, lo vedi, c’è bisogno di andare a 150, devi andare al solito posto. Non ti stufi di andare lì? Ci sono i tuoi amici bla bla ah sì capirai begli amici, capirai. Un sms , la telefonata, lo spritz, sì sì come no ci vediamo, mi faresti un favore, non posso la bimba ha la febbre, begli amici. Begli amici veramente. E non dire che sei stanco per il lavoro. Passi la mattina a craccare i facebook dei colleghi per vedere se hanno messo la foto della moglie con le tette di fuori. Bello. Che stanchezza. Ma dico io ti pare, ora sì ammetto che se tu sei così idiota forse non ci arrivi, ma ti pare che uno ha la moglie troia e se ne vanta in facebook?

Non ci posso credere l’hai ammazzato il cane e non te ne sei neanche accorto. Poi magari ti prendi un cucciolo e lo chiami Briciola. Che nome da froci porca miseria. Ah sì è uno sharpey come diamine si scrive. Coglione andavano di moda 10 anni fa. Possibile che non ci arrivi? E no, i polsini a metà avanbraccio non sono sexy perché sai che c’è di nuovo, sei identico a quello e quell’altro e quell’altro ancora. Mettiti il maglioncino blu sulle spalle, mi raccomando. Ah non ti scordare di farti una sega su Belèn. Ammazzi un cane e non te ne accorgi. Come puoi?

Porca miseria perché perdo tempo a parlare di te? Chi diamine sei per entrare qui dentro?

il post pieno di pioggia

19 Novembre 2009

Sapeva abbracciare.

Era bello seguire le gocce di pioggia sul finestrino mentre le dita sue sfioravano le dita mie. Almeno, fino al cambio di marcia. Era bello anche quando non pioveva. Però pioveva sempre.

 

Almeno, nei miei sogni.

il post che non inizia e che non finisce

22 Marzo 2009

e dopo l’albero un prato verdissimo coi bimbi a fare la fila sullo scivolo e le mamme sedute sulla panchina con scritto alice96, l’acqua trasparente sulle foglie morte che galleggiano in mezzo ai riflessi di un sole ancora troppo basso, i cani, i cani e i vecchi, la ruggine sul cancello e un’auto parcheggiata troppo in là, all’ombra di un palazzo di travertino con una vecchia affacciata al balcone, il cortile vuoto e le luci accese sul tavolo apparecchiato per uno, senza tende, senza tende, senza tende e un tasto sul citofono,

il sole negli occhi che il giallo pulsa nell’odore del kebab, canzoni straniere di voci i cui nomi non sai scrivere senza errori, il gatto osserva il pomeriggio, la donna stacca le mollette di plastica dai fili di plastica, rosse le mollette e bianco il filo, un pigiama, le biciclette accatastate, puzza d’olio, il campanello del coiffeur, male nel petto e mani sulle cosce distese, lenzuola sudate si sentono  si aprono crepe sul soffitto e le mosche ed un moscone, l’acqua nei tubi ancora l’acqua,

la polvere dei raggi di luce e le mollette del bucato nella solitudine del momento in cui il caffé esce dalla moka da uno e le finestre poi continui il racconto solo nella mente perché volevo scrivere solo  per sapere che avrei scritto e ora lo so

il post di poche parole

13 Febbraio 2009

E’ che certe volte mi pare bellissimo stare a guardare la luce sull’asfalto.

L’autobus mi trasporta anche se io resto immobile con la testa al finestrino, vedo la gente scorrere, le auto, i negozi, i balconi. Qualcuno sale, qualcuno scende, per ora io resto.

E’ che non puoi sentire la mancanza di chi ancora non hai mai conosciuto.

Mi resta il fotogramma delle mie scarpe sulle foglie secche, l’ombra dei rami sul marciapiedi, la mia amica che mi aspetta dall’altro lato della strada. Un bel respiro, ed i pensieri svaniscono come bolla, davanti a questo sole che non scalda.

il post della ragazza incastrata nel 7

4 Febbraio 2009

Giunti al Policlinico, l’autobus si è svuotato.

Siamo rimasti noi 4 sfigati sissini, una vecchia che sgranocchiava i cantuccini, il sosia dell’Indiano Joe e il conducente (tra l’altro quest’ultimo uguale a quello dei Red Hot Chili Peppers). La sosta è stata più lunga del solito perché doveva scendere un signore che andava così lento che se guardate bene è ancora lì che attraversa la strada. Uno di quelli che parla sempre del governo.

Poi l’autobus si è rimesso in moto ma abbiamo sentito un ragazzo che urlava “ferma! ferma!” e poi “Sboing! Sboing! Sqlang! Sqlang!” [che rumore fa la mano sui vetri dell’autobus? cercasi onomatopea]. Così noi 4 abbiamo interrotto le nostre chiacchiere sulla sfigatezza del precariato e ci siamo voltati verso il “ferma! ferma!” anzi era piuttosto un “FERMA! FERMA!”, l’autobus era in curva e si è fermato, ma non capivamo perché, e manco il conducente, che infatti ha ingranato e proseguito per altri 10 metri.

A questo punto abbiamo sentito un “COGLIONE! FERMA!!!” e persino la vecchia ha riposto il cantuccino, per dire. L’Indiano Joe si è accorto di qualcosa ed ha esclamato: “c’è una ragazza incastrata nella porta!”.

Allora 4+2+1 paia di occhi si sono voltati verso la porta in fondo all’autobus per vedere il fotogramma più grottesco del 2009 senza dubbio alcuno: una bottiglia di acqua lilia sorretta da una mano con le unghie smaltate color mogano incastrata nel mezzo della porta. Fuori dalla porta, la proprietaria dell’acqua: una ragazza dai capelli crespi intenta a ridere istericamente.

L’autista è andato alla porta e - qui scatta la fase sorprendente - ha aperto un pochino  pochino, giusto per ricacciare la mano fuori (+ acqua lilia); poi ha gridato “sei una cretina, deficiente!” ed è tornato alla guida. Noi guardavamo con la faccia così.

La ragazza invece se la rideva come se fosse una cosa buffa, infatti mentre il sette proseguiva la sua corsa noi ci siamo guardati indietro per vedere che succedeva e niente, c’era lei che si beveva la sua acqua lilia come se niente fosse. Tutti abbiamo pensato che il RedHotChiliPepper fosse un razzista solo perché la ragazza incastrata aveva lo smalto color mogano, così l’Indiano Joe ha chiesto: “perché non l’ha fatta salire? poteva farsi male e l’ha pure sgridata?” e lui ha risposto “ha infilato la mano a porta già chiusa, pensava di aprirla lo stesso, c’ha provato”.

Poi siamo arrivati al campus, e pioveva.

il post in cui racconto una cosa magica che mi capitò

31 Gennaio 2009

Una volta io avevo una gatta, ma non era mia, solo che per me era mia. Questa gatta mi piaceva assai, di carattere dico, ma era un po’ cretina come gatta perché tentava il suicidio saltando dal terzo piano almeno una volta al mese, però a me piaceva anche perché dal veterinario non la portavo io.

Un giorno la gatta che non era mia diventò ufficialmente la mia ex-nongatta e così io ci rimasi male come quando tu stai cantando e s’inceppa il cd oppure come quando una persona su cui vuoi fare colpo ti dice che “sei una brava persona” oppure come quando vai al cinema a guardare Thelma & Louise e la gente dello spettacolo prima uscendo dice “alla fine muoiono!”, insomma ci rimasi male così.

Così io ero sconsolato come vi ho detto, senza lavoro per di più, ma questo non fa ridere, e così mi venne l’ansia e pensavo solo a cose struggenti e deprimenti come gli episodi di ER oppure non so quando si rompono gli occhiali oppure non so quando la gomma per cancellare ti va a cadere sotto il frigorifero. Allora uscii di casa (e questo già è magico) e andai al parco, ma faceva un freddo! un freddo! che di bocca mi uscivano le nuvolette già sotto forma di marmo di carrara, per dire.

Insomma al parco io ero sconsolato ma ad un certo punto arrivò un gatto arancione tipo Garfield, ma a me Garfield non fa ridere, era solo per farvi capire, sia chiaro, non vi distraete, e il gatto arancione mi venne a fare le fusa sulla gamba sinistra. Penso sinistra, ora non mi ricordo. Così io pensai “che bello questo gatto se non fossi così sconsolato me lo porterei a casa” e così il gatto fece meow, e mi suonò il cellulare (cosa già magica) e mi diedero una supplenza.

Conciossiacosaché io vi racconto questa cosa perché sono passati già 2 anni e io da allora penso proprio che i gatti sono esseri magici e fatati e veggenti e anche se vogliamo un po’ bastardi ma non è questo il punto io quello che dovevo dire l’ho detto, poi pensateci voi se vi interessava o no, ma se è no, non me lo dite.

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