Archivi per la categoria 'Arrivi e partenze'.

contiene una lettera, ma non dell’alfabeto

19 novembre 2013

Se mi ricordo come si fa ad avere un blog. Prima penso una cosa e poi apro questa pagina. Rimugino e penso: “ho voglia?”. Sono mesi e mesi e mesi che la risposta è no. Ma se mi ricordo come si fa, quando la risposta è sì allora scrivo il primo titolo che mi viene in mente. Il primo che mi viene in mente, quello deve essere.

E ora il titolo l’ho scritto, e quando l’ho scritto per me è come di piombo e di marmo e di dieci comandamenti e quello è. Perciò questa deve essere una lettera. Perché quando io scrivo io decido solo il titolo, poi è il titolo che decide per me e poi tutto diventa facile facile. Non so a chi la scrivo questa lettera. Le lettere si scrivono a penna sulle righe del quaderno dei grandi, almeno di quarta elementare. Perciò per prima cosa mi devo immaginare le righe.

Se la scrivo a una persona, quella poi la legge, se non è morta. In tutti e due i casi non mi conviene. Se la scrivo a me stesso io non la leggo mai, anzi la straccio. Allora forse ho sbagliato titolo, oppure l’ho azzeccato così assai che già solo il titolo esaurisce il contenuto del titolo. E se così è allora questa non è una lettera e posso smettere di immaginare le righe.

Se mi ricordo come si fa quando sto per finire il post devo scrivere qualcosa che dia senso a tutto il resto. La verità però è che il senso sta solo nell’avere avuto voglia di scrivere qualcosa, perché il senso per me oggi è nelle dita sui tasti. Anche una frase come asghqwhnn aatghw99sa adgtwleova avrebbe avuto senso. Soprattutto se fossi stato un gatto, suppongo. Non sono così fortunato da essere un gatto, ma ho ancora un’altra monetina.

Contiene tre foglie, un libro, dei gomiti

9 marzo 2012

C’erano 1 2 3 foglie sull’albero e basta. Non si capiva come mai non fossero cadute, perché era certo che non potessero essere cresciute da sole dopo che tutte le altre erano cadute. Una due e tre su tre rami lontani, col venticello fresco che le sbatteva da tutte le parti senza riuscire a strapparle. Era una cosa che poteva rimanere a guardare anche per ore, perché nel caso in cui poi una delle tre foglie fosse caduta quel momento non se lo voleva perdere.

Certo, magari poi cadeva proprio mentre tornava a casa oppure durante la notte, o forse non sarebbe caduta nessuna foglia e sarebbe rimasto lì a guardarle tutte e tre con gli occhi sbarrati per non perdersi nessun momento. Quando era entrato nel parco quell’albero non si vedeva, dal cancello cioè, non si vedeva da lì, bisognava scendere, fare due passi e poi sedersi su quella panchina. Allora si vedeva e si vedevano le tre foglie. Aveva scelto la panchina oppure aveva scelto l’albero per lui?

Queste domande fanno solo male.

La gente passava per il viale senza notare nessuna foglia e nessun albero e certamente senza notare lui. Loro passavano e basta, non veloci come il venticello ma freddi ugualmente, come il vento. L’erba sul prato si era piegata solo un po’, con una sfumatura più chiara a chiazze o più scura per chi l’avesse vista dall’altro lato. Ma quel qualcuno non avrebbe visto le tre foglie ed erano quelle che restavano lì senza cadere da chissà quanti giorni.

Si grattò i gomiti, come per far affiorare pensieri nascosti. Un gatto scelse un punto del muretto con tutti i mattoni sgretolati e balzò diritto nella griglia che separava il parco dalla strada. 1 2 3, il vento e gli occhi fissi, poi si alzò e se ne andò dall’altra parte, sentendo le foglie dietro di lui come telecamere. Non se ne sarebbe liberato, a meno che non si fosse arrampicato sull’albero per strapparle. Pensava a quelle tre mentre ne calpestava altre mille. Mille foglie grandi e ingiallite, spappolate tra la ghiaia e i passi della gente, ma 1000 foglie vicine e non tre foglie sole, non 1 2 3.

Prese la via di casa e chiuse la porta, di casa, con le tre foglie davanti agli occhi. Non riuscì a dormire, non riuscì a mangiare, non riuscì a lavorare, ma la notte passò lo stesso e si addormentò all’alba, sfinito, con gli occhi secchi e il cuore che batteva dall’ansia. Era arrivato il sabato già per molti altri. Si alzò e per fortuna le tre foglie erano sparite dai suoi occhi.

Andò al parco per accertarsi che non fossero più lì e quasi pianse quando non le trovò più, di gioia forse, di dolore forse, di emozione senz’altro. I rami erano rimasti soli e non si vedeva più il vento attraversarli. A terra c’erano 1000 foglie, ma un paio erano ancora intatte. Ne raccolse una che sembrava come nuova, si convinse che fosse una di quelle tre e la portò a casa, la mise in un libro, e la dimenticò in tutti i modi in cui poteva dimenticarla.

Poi passarono gli anni e svuotarono la casa e la libreria. Le cose vecchie finirono dove qualcuno poteva guardarle, o forse comprarle. Qualcuno lesse il libro e trovò la foglia. La lasciò marcire tra pagina 39 e 40 per altri cento anni.

Le altre 2 foglie scomparvero in quella notte, in quegli occhi e in quell’alba, su quella ghiaia e sotto quei piedi, in quel punto che non si vede dal cancello e che non sai che esiste a meno che non ti siedi su quella panchina.

contiene un accenno a un cenno

17 gennaio 2012

E dunque si voltò più con gli occhi che con la testa, sorrise dall’interno delle guance e poi aprì il portoncino di casa, lasciando che svanisse anche questa possibilità. Faceva freddo fuori, faceva freddo in casa. Dalla finestra si vedevano passare le auto in processione, e il semaforo che ripeteva la stessa litania. Sul divano c’erano i tre cuscini colorati, un semaforo pure quello, che indicava sempre il rosso.

Quell’altro aggiustò lo specchietto retrovisore, mise in moto e poi partì più lento che riusciva. Fermo all’incrocio, dallo specchietto vide accendersi una luce giallina dietro una tenda, dietro una finestra. Una sagoma apparve, scomparì. Al verde svoltò a sinistra, la sera era fredda, l’auto pure fredda. Fece il viale più veloce che riusciva, prese la curva con rabbia, si fermò per lasciar passare una vecchia col cane.

La vecchia aveva chiamato il cane Charlie. Charlie preferiva il muretto della villa coi glicini, la vecchia doveva invece attraversare. La conosceva il meccanico e quindi la salutò, la conosceva il materassaio e quindi la salutò, la conosceva il falegname e quindi la salutò. Charlie scodinzolava piano. La vecchia strinse il pugno dentro il guanto, prese il guinzaglio con l’altra mano, sorrise a Charlie e sorrise al falegname.

In bottega entrò la signora che aveva chiesto quelle due cornici. Aveva una strana fantasia a fiori sui vestiti, come forse negli anni ‘40. I suoi gioielli erano squadrati e d’oro giallo, come forse negli anni ‘80. Il sorriso era triste, con la bocca all’ingiù. Guardò le cornici, le erano piaciute. Erano belle, le erano piaciute. Le avrebbe messe in sala, e avrebbe comprato un vaso nuovo. Uscì dalla bottega col suo sorriso all’ingiù, l’anello al medio brillò per un momento come fosse in pieno sole. Tornò a casa contenta.

contiene un barista, ma non è lui il protagonista

30 novembre 2011

Sinceramente non lo so se passarono 90 anni o 120, perché questo nessuno me l’ha detto. So solo che quando il vecchio si alzò dal letto, disse che si sentiva benissimo e che voleva tornare a casa. La dottoressa non credeva a una sola parola dell’infermiera e disse che questi scherzi alle 3 di notte l’avrebbe fatta licenziare, ma l’infermiera disse che sarebbe stata licenziata lei se non l’avesse creduta e così la dottoressa aprì la porta della stanza 26 e il vecchio era lì affacciato alla finestra che guardava il parcheggio dell’ospedale con le macchine una accanto all’altra, le bianche spiccavano in mezzo al buio, insieme ai moschini sul lampione.

La dottoressa voleva fare i suoi controlli, ma il vecchio disse che avrebbe volentieri fatto due passi nel cortile, anche subito, perché non vedeva la luce della notte da 80 anni, o forse 115. Ma questo non l’ho capito bene. Scese le scale con il piede destro davanti e arrivò nel cortile, con l’ambulanza parcheggiata, il segnale che diceva “terapia intensiva” e un’aiuola con i ciuffi gialli che spuntavano dalla terra bagnata, che era venuto a piovere tutto il giorno.

Il vecchio andò dal lato opposto al segnale, e si fece tutto il vialone. Passò una sola macchina e per un secondo i fari gli fecero infiammare le pupille. Alla fine del vialone c’era l’indicazione per l’uscita, e il vecchio aveva le cosce che scattavano come a 15 anni, quando avevano fatto a gara a chi arrivava prima sotto casa di Marina. Per strada c’erano un sacco di luci bianche e colorate. Nel chioschetto c’era appesa una ragazza che diceva che il 15 dicembre bevevano tutti gratis. Il vecchio aveva gli occhi lucidi come quella volta che gli sbagliarono cocktail, e Marina si era messa a ridere sputando il suo sul tavolino.

La chiesetta suonò 4 volte la campana. Il vecchio riconobbe la strada e iniziò a correre piano piano, col cuore che sbatteva mille volte. Più correva e più si sentiva bene. Stringeva i pugni così forte che le unghie scavavano i segni nei palmi. Attraversò la piazza senza macchine che gli sembrava di volare, e gli scesero le lacrime agli occhi per la contentezza. C’erano gli stessi palazzi e le stesse piante, gli stessi portoni, e forse la stessa gente dietro alle finestre. Quando arrivò sotto casa, rideva e piangeva: sul citofono c’era scritto il nome suo e quello di Marina.

Bussò piano piano, poi più forte, e fece due passi indietro alzando la testa al secondo piano. Marina chiese chi è dal citofono, e lui urlò il nome, allora Marina si affacciò al balcone e lo vide che era lui e rimase con gli occhi di fuori e le mani sulla faccia. Lo chiamò col punto interrogativo e lui rideva e piangeva mille volte. Salì le scale a quattro a quattro e la trovò sulla soglia con le braccia davanti al corpo, che lo volevano abbracciare. “Marina! Sono tornato! Sono tornato a casa! Sono tornato a casa! Sono tornato a casa!”

Non so cosa rispose Marina, perché non me l’hanno mai detto, e perché non me lo so neanche immaginare.

contiene odori ma niente basilico

20 novembre 2011

Allora io mi andai a sedere e vicino a me c’era un vecchio che puzzava di armadio. La ragazza di fronte si era messa la frutta fresca sotto al naso e la sniffava con gli occhi al cielo, col libro si sventolava per passare l’aria impestata al tizio con il word acceso su una carta intestata. Lo scompartimento era pieno come Gallipoli a Ferragosto, e se pure pensavi di cambiare posto neanche in piedi te la potevi fare, perché i tedeschi avevano riempito di zaini il corridoio e uno si era pure tolti i sandali. Quando il capotreno fischiò, la ragazza fece un sospiro complice e io la volevo pure prendere in simpatia, ma stava leggendo Baricco, e così decisi di non darle confidenza.

Arrivati a Lambrate i tedeschi si guardarono in giro per capire in quale scorcio d’Italia si trovavano. Videro solo gente sudata e palazzi verdi. Nessuno si alzò dal suo posto e così rimasero a custodia dei propri zaini, con i peli biondi delle cosce che parevano piste d’atterraggio per zanzare. Il vecchio si raschiò la gola e la ragazza prese Baricco e se lo mise davanti agli occhi per attutire il colpo. Il tizio col word digitava coi due indici battendo la barra spaziatrice come una sentenza della corte di cassazione. Il vecchio si sistemò il pantalone e rimase con i palmi delle mani poggiati sulle due ginocchia, tipo la Sfinge. Io sedevo in italic con la testa nel corridoio, pregando che il tedescotto non sterzasse a destra bruscamente.

Rogoredo invece era tutta giallina e il sole martellava. C’era una, un paio di tedeschi più in là, che parlava al telefono con il fidanzato e diceva: “ma sì ma sì”. Poi si sistemava la ciocca dietro il padiglione auricolare e diceva “ma sì ma sì”. Il vecchio con un po’ di fortuna forse sarebbe morto prima di arrivare a Lodi, e l’avremmo buttato dal finestrino. Sotto sotto il tizio del word poteva anche avere braccia muscolose, e la ragazza coi pezzi di mela non aspettava altro. Un tedesco si era seduto su una pila di sacchi a pelo e tra i suoi occhi e i miei occhi pareva l’annunciazione del Beato Angelico.

Quando il treno arrivò a Lodi era finita tutta la frutta, e pure tutte le tic-tac. Il word aveva chiuso i segreti nella valigetta e sfogliava delle fotocopie con aria saputa. Il vecchio teneva le mani sulle cosce e la faccia rivolta al finestrino, da dove si vedeva solo campagna e i tralicci dell’enel. Qualcuno scese, per grazia di Dio, così un paio di tedeschi presero posto. Non salì nemmeno un cinese nello scompartimento, e dietro di noi avevano aperto i finestrini per cambiare l’aria. Passò il controllore e timbrò tutti i biglietti. Secondo me neanche guardava il timbro, lui cliccava e basta. I tedeschi prendevano il passaggio del controllore con aria assai solenne, e mentre quello faceva i buchi loro stringevano il culo sperando di essere in regola. Quando lui poi passava oltre con un grazie loro facevano un cenno con la testa, poi si rilassavano e si accasciavano sugli zaini o sui seggiolini. Il vecchio cacciò il biglietto dalla tasca insieme all’odore della solfatara di Pozzuoli.

A Piacenza la ragazza aveva preso in odio pure Baricco. Aveva adocchiato un posto dall’altra parte, dove se ne era sceso un ragazzetto dalle braccia lunghe. Sicuramente sarebbe stato meglio di quella fogna del vecchio, se non fosse che i due mustafà avevano incrociato i piedi nell’incavo tra le poltroncine formando una croce di sant’Andrea noncuranti del tedesco con gli occhiali. Con un po’ di fortuna però sarebbero scese anche quelle tre cretine che ridevano da Casalpusterlengo, e lì era rimasto solo il ciccione col Diabolik. Seguendo i spostamenti dei suoi occhi, avevo capito che la salvezza era a portata di mano, e quando la ragazza si alzò in piedi tenni le mani in tensione sui braccioli, pronto a seguirla. I tedeschi superstiti erano stati più agili, tuttavia, e si erano impadroniti dei posti delle tre cretine con una veemenza che non ammetteva repliche. Sgombrato il corridoio dagli zaini più mastodontici, ora nello scompartimento si sentiva solo di tanto in tanto: “ma sì ma sì”.

Fiorenzuola arrivò che la nostra resistenza era al limite. Avevo sniffato tutta la colla del Focus Extra e sapevo a memoria quanti giornali impilati ci vogliono per arrivare fino alla Luna, quand’ecco che il word si alzò e scese dal treno, liberando il posto di fronte al vecchio. La sorpresa fu enorme, anche perché ora il vecchio si sentì legittimato a sgranchirsi le gambe. La ragazza di fronte a me aveva retto fino ad allora, ma il colpo fu troppo, e le sue labbra articolarono un flebile “aiuto” che mi stampò il sorriso sul volto. Posò Baricco sul sediolino e alzandosi mi disse: “mi guarda la borsa per favore? vado un attimo in cerca del bagno”. Io accennai che sì l’avrei fatto, e sgranchii le mie cosce, i peli castani, non biondi.

A Fidenza la ragazza tornò a prendere i suoi oggetti personali e se ne andò. La vidi con la coda dell’occhio sedersi in fondo alla carrozza, lontano dall’inferno olfattivo. In effetti ora i posti c’erano e potevo salvarmi a mia volta. Un po’ mi dispiaceva separarmi dai tedesconi, ma decisi che dovevo a me stesso almeno dieci minuti di tregua, perciò mi scelsi un posto in finestrino, dove in diagonale c’era uno di quelli con la camicia bianca che ti recita la Bibbia a memoria. L’aria si era un po’ rinfrescata, e quando il treno ripartì mi venne pure voglia di chiudere gli occhi cinque minuti, ma ormai ero quasi arrivato, e mi limitai a guardare i campi coltivati e le macchine che scaricavano fuori dai casolari.

Arrivai a Parma pure quella volta lì. Il giornale lo dimenticai volutamente sul treno, volevo le mani libere, per una volta che viaggiavo senza niente. I tedeschi proseguivano, facile che andavano a prendere la coincidenza a Bologna. La ragazza con Baricco si era appisolata con la testa a pochi centimetri da una pratica donna con un completino a fiori che spuntava checklist con aria consapevole. Aveva un deodorante delicato. Dal binario 2 il convoglio ripartì con tutti i suoi zaini e i suoi sandali e io buttai i biglietti nel cestino, per farmela poi a piedi a casa. Mi chiamò mio fratello per sapere se ero già arrivato e senza volere gli risposi “ma sì ma sì”.

Contiene un fatto di poco conto

16 settembre 2011

Un giorno stavo per i fatti miei al semaforo che aspettavo il verde, ma sinceramente il verde non usciva mai. La gente si era accumulata che quasi ti urtava con le borse e con gli zainetti, poi non sapevi dove guardare perché di là c’era solo un incrocio orribile, di là c’era un vialone con le macchine di corsa e di fronte c’erano i capelli di una tizia con una vetta storta sulla spalla destra.

In tutto ciò faceva un caldo della Madonna e c’era una cretina che lasciava squillare il telefono nella borsa senza rispondere, forse riconoscendo dall’orribile suoneria qualcuno che le avrebbe rotto i coglioni. Penso che quando uscì il verde fu una liberazione come quando la folla trattiene il fiato e poi il giudice di linea chiama “out!” dopo un lungo scambio sul 15-40 e Nadal si porta in vantaggio di un break su Federer nella finale di Wimbledon.

Mentre attraversavo la tizia coi capelli si spostò a trottare più a sinistra e da dietro è spuntato un sole dritto negli occhiali e un uomo calvo e abbronzato con la faccia sintonizzata sull’espressione di chi vuole prendere questione. In mezzo alle strisce mi ha fatto “che cazzo guardi?” e non ho avuto neanche il tempo di realizzare che ce l’aveva con me che già io ero di là e lui dall’altro lato.

Ecco io sono un po’ lento a rispondere a queste cose, ma visto che ho un blog, dove si presume uno ci scrive tutte le cose più emozionanti che gli accadono, dopo circa 2 anni nei quali in effetti suppongo mi siano capitate anche altre cose, indubbiamente di minor conto, vorrei dirgli che finalmente so la risposta alla sua domanda e se non è troppo tardi gliela riferirei, ma penso che chi mi legge la potrà immaginare da sé.

Pare che io non abbia prontezza di spirito su queste faccende, ma di memoria non difetto e la pazienza non mi manca, in più ho anche un blog, anche se lo ammetto, un tempo lo usavo di più, ma con l’appunto mentale di comprarmi un paio di occhiali da sole considero finalmente e felicemente chiusa questa faccenda.

il post nuvoloso

2 maggio 2010

C’erano troppi gradini, però c’era il mare in fondo. Non fosse stato per il mare, non sarei mai passato di là. La strada era vuota, strano, in una metropoli una strada vuota, anche di sabato, in pieno centro, davanti al mare, coi negozi aperti, col rumore delle macchine, le palme e il vento, vuota.

Mi fermavo sempre all’angolo, il sole in faccia, per decidere cosa fare. Dovevo entrare in quel palazzo col ginkgo nel giardino ma non avevo voglia quasi mai. Volevo proseguire e restare a guardare il mare. Quando c’è il vento è ancora più bello perché il vento ti fa volar via i pensieri prima che ti restino troppo a lungo in mente. Così, non so com’è che ci riuscii, eppure feci così, ci andai.

Guardavo più lontano che potevo. Del rumore delle macchine non me ne importava niente. Lasciai a terra il mio zainetto e poggiai le mani sul muro pieno di licheni. Volevo proprio che il palmo delle mano lo sentisse bene prima di chiudere gli occhi. Dietro di me, palazzi altissimi pieni di finestre e di tende. Davanti a me, niente.

Lasciai passare tutte le nuvole.

Quando mi voltai, vidi gente per la strada. Seduti sulle panchine, di corsa con le loro auto, sorridenti al bar, in piedi alla fermata, trasognati sui marciapiedi, davanti ai negozi, fuori dai portoni, sui balconi, dietro le tendine, sui gradini. Sul lungomare, nessuno.

Mi son lasciato le onde alle spalle e non so se ho fatto bene.

solo un altro post

20 aprile 2010

Quando vado al parco faccio sempre lo stesso giro. Scendo dal lato sinistro del ponte perché così guardo l’acqua che arriva, non quella che va. E l’acqua che arriva la vedi da lontano, mentre quella che va cambia ogni secondo. Così non so. Poi attraverso il marciapiede e mi viene in mente quando facevo quella stradina per andare all’anagrafe i tempi in cui dovevo cambiare residenza. C’era uno che faceva i tatuaggi.

Poi entro nel parco e c’è sempre qualcuno che invece esce. E’ incredibile. C’era una pianta con le foglie di bronzo ed era bellissima e poi non so dove sia ora, ma mi rifiuto di credere che l’abbiano fatta fuori perché era bellissima, ripeto. Così scendo verso quella specie di grande incrocio e potrei andare a destra ma non voglio perché ci andavo quando ero iscritto a lettere e me lo ricorda e non voglio. Potrei andare a sinistra ma non voglio perché di là non c’è il sole e so che sono venuto al parco perché c’è il sole. Così vado avanti. Prima ci andavo in bicicletta. Come sono nostalgico eppure potrei comprarla una nuova solo che la dovrei parcheggiare dove ci sono le puttane. E non voglio.

E quando vado avanti ci sono i vecchi sulle panchine che parlano eccetto quando si fermano a guardarmi passare, perché io passo come se avessi un posto dove arrivare mentre invece non devo andare da nessuna parte. Solo, non riesco a camminare lento perché mi sembra che così si fa quando non si pensa a niente e si passa il tempo mentre invece io mi illudo che se torno a casa prima poi è meglio. Allora cammino veloce e i vecchi mi guardano, credo, perché potrei sbagliarmi su questa cosa. Ma ci sono delle panchine di marmo dove non mi sono mai seduto perché sono lì in mezzo e si siedono solo i bambini.

Più avanti c’è il chiosco dei gelati. Io non ci vado mai. Ci andai qualche volta. Ora non ci vado e non mi ricordo come lo fa il gelato, che poi non importa perché il gelato migliore lo fa sempre quello dove ti porta l’amico con cui ci vai, eccetto che poi quando vai con un altro amico allora il gelato migliore lo fa quell’altro. Io sono un tipo insicuro così sono sempre quello che lo portano e mai quello che dice quale gelato andare. Però a me piace quello che fa quella gelateria che sta vicino all’ospedale. L’ospedale non c’entra col gelato, è solo che è lì vicino.

Poi arrivo alla vasca con le papere di legambiente e con l’isoletta di robinson crusoe. Lì c’è sempre qualche bimbo che si sporge troppo e la mamma lo chiama. Penso che la gente ha i figli, mentre io no. Però loro dicono che uno non può sapere quello che si prova a essere padre o madre, ma non tengono tanto in considerazione il fatto che non sanno quello che si prova a non poter essere tanto facilmente padre. Non che potrei mantenerlo un figlio. Ho 38 anni e ancora sono in mano a una graduatoria. Allora giro a sinistra, che mi sembra più damina del settecento.

E faccio il giro tutto intorno, che se esco da lì c’è il chiosco che odora di cipolle e poi la strada che facevo quand’ero felicemente infelice, così faccio il giro tutt’intorno e poi torno indietro per il viale largo dove c’è il teatro. Perché lì ci sono i gatti. Oh sono 4, forse 5 anni che dico che prendo un gatto che prendo un gatto e poi non lo prendo. Allora temo che non lo prenderò mai perché è nell’indecisione che vivo sospeso. Guardo i gatti e mi avvicino e poi me ne vado perché loro sono così e io pure. Così c’è la pianta malata e poi dove abitava quella mia amica.

Torno sul viale che quando sono entrato non ho voluto prendere e c’è sempre qualcuno che fa il giocoliere o che prova qualche cosa orientale che tanto fa bene allo spirito e al benessere ma che io non potrò fare mai perché mi vergogno di stare a piedi nudi davanti alla gente. Allora poi risalgo sulla salita e sono quello che esce quando qualcuno entra. Prendo il marciapiede di destra e poi me ne torno a casa. Questo, non oggi. D’estate. Mi fa stare bene, quella mezz’ora. Così intanto penso a un sacco di cose improbabili.

Adesso per esempio ho scritto queste cose. Ma lo so che sto scrivendo tanti post uno dietro l’altro. Quando uno ne scrive uno a settimana quell’uno è bello. Invece quando uno ne scrive cinque di fila il primo è bello il secondo è carino il terzo non c’è male il quarto ok abbiamo capito e il quinto no ora basta. Così è, dai.

Allora poi mi viene in mente quando prendevo la bici e frenavo davanti al lattaio. Che io dicevo sempre ma come è possibile che esiste il lattaio. E poi attraversavo e passavo davanti a quell’altro parco.  Così il semaforo diventava verde e io spingevo sui pedali.

il post della chiusura dei cancelli

18 aprile 2010

Eppure era così: la folla andava più veloce di me e io andavo più lento della folla.

Sembravano non capire che la metropolitana passava ogni 4 minuti e che 4 minuti sono pochi. Sembrava che per loro invece fosse importante passare i cancelli comunque. Per primi, non so, per dire che erano stati più veloci. Per far vedere che potevano.

Non c’era un motivo per correre verso i cancelli quando i cancelli erano chiusi. Però correvano tutti. Giungevano primi e attendevano più a lungo. Poi gli addetti li facevano passare e loro si affrettavano a prendere il proprio posto dietro la striscia gialla. La metro arrivava e risucchiava la gente. Gli addetti chiudevano i cancelli.

A me non me ne fregava niente di trovare i cancelli aperti o i cancelli chiusi. Dove arrivavo arrivavo. Se erano aperti passavo, se erano chiusi aspettavo. E siccome la folla correva erano gli altri che passavano, così gli addetti mi chiudevano i cancelli davanti, quando mi mancavano pochi passi.

Io aspettavo 4 minuti. Tanto che cambia.

il post dell’apertura dei cancelli

18 aprile 2010

Tutto quello che mi ricordo sono i miei passi sull’asfalto, il semaforo giallo e le scritte sul muretto. Mi svegliavo prima che finisse la notte, ogni notte. Mi vestivo senza accendere le luci e poi uscivo per strada, nel silenzio e nel freddo. Andavo dove mi portava il caso.

Se la foglia cade dal marciapiede giro a destra. Se si spegne la luce da quella casa vado dritto. Se passa un camion giro a sinistra.

Tutto quello che importava erano i miei passi sull’asfalto, i gatti che si nascondevano sotto le automobili e l’ombra di una mamma che cullava il neonato dietro le tendine. Il freddo mi gelava il naso e mi faceva venire le lacrime agli occhi, così potevo piangere senza avere un motivo per farlo. Eppure giungevo sempre allo stesso punto, forse per caso, forse non so.

Sono di nuovo qui. Il camion non passa mai, la foglia non cade mai, la luce non si spegne mai.

Aprivano i cancelli del sottopassaggio. L’uomo in tuta districava la catena del lucchetto e poi si sentiva il rumore del ferro. La grata ondeggiava nel vuoto e finiva a sbattere sulle pareti consumate. Lui mi guardava come se io fossi un povero Cristo. Io scendevo le scale sentendomi gli occhi addosso e poi attraversavo il sottopassaggio. Puzzava di urina.

Dall’altra parte era tutto uguale. Solo, ora era l’alba, perciò me ne tornavo a casa.

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