Archivi per la categoria 'Cronache di Parmia'.

contiene una pazza a piede libero

21 settembre 2011

Potete anche non crederci ma tanto è la verità, e pertanto è incredibile.

Una signora vestita di beige con una borsa di pelle bianca e gli occhiali da sole belli grossi ha chiuso il portoncino, ha attraversato, aperto lo sportello della jeep e intanto che sistemava la borsa sul sedile laterale ha tenuto la porta aperta.

Dall’angolo a dieci metri, come in una vignetta della settimana enigmistica del ladro col martello in attesa di un passante, è spuntata una ragazza dai capelli lunghi spazzolati ore e ore, i jeans scoloriti e gli artigli affilatissimi. La ragazza ha fatto uno scatto da finale olimpica, ha preso per un braccio la donna in jeep e ha urlato “mentecatta! che cazzo ti credi di fare che entri nella mia macchina! sei una stronza!”.

Mentecatta io l’ho sentito dire penso zero volte nella mia vita. Perciò mi sono affacciato subito e ho assistito alla scena. A parte lo scatto felino, che è fiction, del resto sono testimone oculare. “Esci da qui! Esci!”. La donna, presumibilmente una madre sventurata, è uscita gridando più a bassa voce possibile: “zitta! zitta!”.

“Non rompere i coglioni esciiiiiiii”. (Penso anche qualche altra i)

La donna è uscita, ha circumnavigato l’auto da poppa ed è rientrata a sedersi a destra. “Siediti sbrigati, ho fretta, mentecatta!” (Di nuovo mentecatta. La miglior difesa è l’attacco).

Uno sportello di sinistra si è chiuso come un trailer di film d’azione che finisce sul più bello. La mamma ha urlato da dentro l’auto, stavolta ad alta voce: “ma dove vuoi andare non puoi guidare in queste condizioni!”. La figlia ha sgommato. C’era Santa Manina di servizio, e Bolso Perenne stava salendo le buste dell’acqua. Ci siamo incrociati gli sguardi come un triangolo delle Bermuda nel quale è affondato ogni nostro interrogativo. Terrò d’occhio la Gazzetta di Parmia.

Contiene ciò che accade all’uomo vintage

17 settembre 2011

L’uomo vintage ha scelto un cono non pretenzioso ai digeribili frutti di bosco e albicocca comunicandolo al gelataio con voce sicura. Facendo due passi verso la cassa ha sfilato con gesto misurato il portafogli dalla tasca della giacca doppiopetto di squisita fattura e ha estratto una ordinata mazzetta di banconote da 5 euro, riponendone una sul lucido vetro del banco, perfettamente dispiegata.

Il gelataio ha collocato il cono nel portaconi e l’uomo vintage ha preso le due monete di resto con la mano sinistra, il cono con la mano destra. Ha augurato la buona giornata al gelataio accompagnando le parole a un impercettibile inchino del busto, è uscito dal negozio e si è fermato ad ammirare la piazza vuota di gente ma non di storia, i ciottoli multicolori, il sole sul marmo rosa del placido monumento e ha appoggiato il piede destro sul primo gradino della simbolica costruzione, con un gesto calcolato ma del tutto naturale.

Il lucido di scarpe ha assorbito il raggio di sole con avidità, la calza di cotone d’un discreto grigio si è appena intravista, il medesimo delle diagonali della regimental dal nodo perfetto. L’uomo vintage ha lasciato cadere il braccio destro lungo i fianchi, le dita della mano unite come nelle foto dei governanti del G8. Senza strafare, ha consumato il suo gelato fino al bordo del cono, indi si è delicatamente sbarazzato del cono senza mai toccare il cestino dei rifiuti e si è deterso la fronte dal sudore, dacché il sole non cessava di mostrare la sua presenza.

Poco più avanti, i tavolini del bar fornivano un riparo grazie a una tettoia di giunchi. Immobili icone sacre spiavano i passanti dalla vetrina a cui sono eternamente destinate. Un turista tedesco ha letto il nome della via sulla lapide di marmo, poi ha abbassato il capo per trovare la corrispondenza sulla cartina. L’uomo vintage è entrato nel bar con una mano in tasca. Ha fatto un cenno di saluto con l’altra e si è recato senz’altro indugio al banco su cui giaceva il quotidiano locale. Non ha avuto problemi ad aprire il giornale senza incastrarsi con la catenella a cui è legato.

Il barista ha portato un bicchiere pieno a metà con un bicchiere d’acqua e alcune bollicine e l’uomo vintage l’ha ringraziato usando le parole più appropriate, esattamente al rintocco della campana.

Cronache di Parmia - si alzò la polvere

14 aprile 2011

Ormai erano passati tre giorni senza manco una telefonata, e non l’aveva mai messo in carica, per miracolo che non si era scaricato. Ora però se ne doveva uscire per forza, che apriva il negozio, e non se lo poteva portare, perciò lo lasciò lì, accanto al portaritratti con la sorella dentro, chiuse a chiave e se ne scese in ascensore, con la schiena allo specchio. Faceva assai freddo per essere estate quello sì, ma di prima mattina certe volte così succedeva e per fortuna il cielo era uno splendore, capace che domani se ne poteva andare al mare un’altra volta. Nella posta c’era solo una cosa della banca, forse l’estratto conto. Dal vetro si leggeva appena appena il cognome.

Fuori, nel cortile, c’era la signora Aida che parcheggiava la bicicletta nella prima rastrelliera, stava già facendo il terzo tentativo. Era già assai alla sua età che riusciva ancora a salirci sopra, però. Il mese prima era svenuta per il calore e così era venuto il figlio piccolo a passare una mezza giornata con lei e si era portato pure la valigetta coi cacciavite, si vede per mettere a posto il ventilatore. Quando poi c’era stato l’acquazzone l’altro giorno il sellino della bici si era macchiato perché nessuno ci poteva mettere la plastica sopra. La signora Aida era andata a comprare la frutta prima che si facevano le nove, perché a quell’ora già non poteva più uscire di casa, così diceva la televisione. Dalla busta di plastica si vedevano due pomodori per l’insalata e forse dall’odore aveva comprato pure le pesche.

La ferramenta ancora non aveva aperto. C’aveva una specie di insegna a forma di chiave che doveva essere blu ma col tempo si era scolorita e sembrava più viola. D’autunno con la lucetta gialla non c’era male. Il negozio aveva pure una vetrinetta che però nessuno mai ci guardava, perché c’era un camioncino parcheggiato davanti tutto il giorno. Maddalena si affacciò al balcone per stendere i panni, era nel lato del palazzo, sopra il negozio. Da lì forse si vedeva fino al semaforo e uno poteva contare le macchine fino a 100, se voleva. Appese per ultime un paio di magliette e se ne tornò dentro lasciando aperta la porta.

La figlia del dentista aveva fatto la femmina. Il fiocco nascita svolazzava davanti al citofono ormai da tre giorni. Dice che al parto se l’era vista brutta lei e la bambina pure. Quel condominio era sfortunato, l’anno passato l’ultimo figlio dei pakistani era andato a finire sotto una macchina e l’avevano tenuto in ospedale tre settimane. Ogni tanto andava ancora a fare gli accertamenti. Però avevano messo un ficus nuovo nell’androne, senza togliere la carta crespa dal vaso.

Al semaforo era arrivato per prima l’8. L’autista teneva il gomito fuori dal finestrino e c’erano solo due vecchi seduti uno dietro l’altro. Le strisce pedonali si erano scancellate quasi. La barista stava pulendo il tavolino con una pezza. D’estate si volevano sedere tutti là fuori e lei doveva fare avanti e indietro, che oggi il figlio aveva l’esame all’università. Aveva già una ragazza che veniva ogni tanto quando serviva, ma stamattina aveva chiamato che faceva tardi, e ancora non si era vista. Il figlio ancora non era andato fuori corso, ma tanto le rette gliele pagava il padre, almeno quelle, le pagava veramente.

Si era alzata la polvere improvvisamente. Non si poteva respirare. Stavano aggiustando la strada sul viale e si erano messi già di prima mattina a faticare con le loro divise arancioni. Le scarpe erano diventate subito una schifezza. Nino l’avrebbe richiamato senz’altro, porca miseria. Il giornalaio gli fece uno sguardo di comprensione. Erano due giorni che non si fermava nessuno in quel casino, e non parliamo del rumore.

Nino era arrivato neanche dieci secondi prima, c’erano ancora i pacchi a terra.

“Che hai fatto alle scarpe, sei andato a zappare stamattina?”

“Stanno facendo la strada qui vicino”

“Sì ma fai schifo così, vattele a cambiare”

“Non ce l’ho qua un altro paio, che ne sapevo”

“E va a casa, tanto che ci vuole, cinque minuti, i pacchi li metto a posto io basta che ti rendi presentabile Cristo Santo”

“Vado e torno”

Fanculo Nino e le sue scarpe. Ahmed stava bagnando la strada e Salvo si stava sistemando quei cosi alle orecchie, che dovevano iniziare a darci dentro. Passò di corsa davanti al bar, c’erano due tipi che aspettavano il caffè al tavolino. Uno giocava a spostare il posacenere di vetro, quell’altro guardava di là. Dal semaforo si vedeva un balconcino coi panni stesi ad asciugare. C’era un albero davanti, vallo a capire che albero era. La chiave entrò nel portoncino al secondo colpo, salì a piedi tre gradini per volta, fino al terzo piano. Il cellulare squillava.

Entrò che gli sbatteva forte il petto, fece una via dritta fino in camera e schiacciò il verde senza neanche leggere: “pronto!”

“Ah finalmente quanto ci metti a rispondere? Ha squillato 15 volte!”

“Nino”

“Sì, sono io senti prima di tornare ti volevo dire passa a ritirare il materiale da Tommaso, gli ho detto che mezz’ora stai lì. Tanto oggi non viene nessuno, ce la faccio pure io solo”

“Sì”

“Ma hai capito?”

“Sì sì”

Si tolse le scarpe premendo i talloni con l’altro piede e guardò il registro delle ultime chiamate. Poi aprì l’armadio e quand’ebbe finito, senza dire una parola, tornò a chiudersi la porta alle sue spalle. La donna delle pulizie si fermò un secondo per farlo passare, poi strizzò il mocio.

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