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il post che il tempo all’improvviso venne a piovere

11 dicembre 2009

Pensavo che ingrasso in fretta. Sarà per i dolci. A invecchiare, ci metto più tempo. Invecchio solo di un anno ogni anno.

C’era il sole e poi è venuto a piovere, così. Come in quelle isole dei telefilm, che quando piove qualcuno piange o svela i suoi segreti o litiga o viene ferito o viene lasciato o tradisce o muore. Io ho visto cadere la pioggia per un po’, poi sono tornato alla mia sedia.

E’ lì dove io passo il tempo, senza piangere o svelare segreti, o litigare o tradire o soffrire o fuggire o urlare. Io aspetto che finisce di piovere per pulirmi le scarpe sporche di fango, che per morire va bene anche il sole, è uguale.

I dolci non hanno colpa però. Non c’entrano niente, è che un momento fa c’era il sole e adesso piove, e io questa cosa non la posso sopportare.

il post della visita all’acciaieria

23 novembre 2009

C’erano moltissimi fiori e l’odore della stanza era veramente dolciastro. Mi pareva incredibile che potesse aver comprato altre due dozzine di rose rosse, però lei continuava a recidere gambi e a disporre i fiori nei mattoncini di spugna. Non c’era mai un limite alla quantità di fiori che poteva avere in casa.

Per pranzo ancora il tacchino. Ieri le alici, prima ancora la ricotta. Domani forse il merluzzo, non so.

C’era sempre silenzio alle tre del pomeriggio, ma una sola persona dormiva. Gli altri aspettavano, così, come posso dire, aspettavano e basta. E’ da allora che amo il suono della macchinetta del caffé. Sentire la tv a una sola tacca di volume, questo voglio spiegarvi io.

Sui pavimenti ci potevi mangiare, eppure chissà perché non erano mai troppo puliti. Non sopporto la gente che è maniaca del pulito. Non serve a niente. Cristo Santo, e l’odore del brandy nel mobile del liquore. A che serve avere il liquore in una casa di astemi? Prima, assicuratevi di avere degli amici a cui offrirlo.

Ma come parlo, ma come penso. E l’acciaieria non c’entra niente, però come titolo mi piaceva.

il post della gente che ride per strada

18 novembre 2009

Praticamente quando un amico ti telefona che sei per strada e poi finisce la chiamata e tu riattacchi facci caso che dopo resti col sorriso per 4-5 secondi, anche se ormai non stai parlando più, così, perché quando uno saluta gli amici al telefono sorride, sennò l’intonazione non viene bene e insomma anche gli altri fanno così, tutti, perciò quando vedi qualcuno che per strada ride da solo non è cretino, forse ha appena finito di parlare con l’amico al telefono, questo volevo dire.

il post lunghissimo che guai a chi lo legge evitate ve lo dico

7 agosto 2009

La mia camera dava sul sole. Io mi sdraiavo a terra, per leggere, immerso nella luce. In quei momenti per me esisteva solo il mio fumetto e l’attesa di un altro pomeriggio piacevole. Fantasticavo, inventavo mondi sconosciuti con regole straordinarie e giornate lunghissime; mondi in cui saltavo 10 metri e possedevo tutti i numeri di Topolino; mondi in cui i personaggi dei cartoni animati si conoscevano tutti ed erano amici dei miei amici; mondi in cui il sole era enorme, arancione e potevi guardarlo senza accecarti.

Mi affacciavo al balcone. Prendevo i rametti del cipresso e mi annusavo le dita dall’odore di resina. Calpestavo la piastrella un po’ smossa per sentire il rumore di terracotta e contavo le auto parcheggiate in cortile. Poi andavo nell’angolo più nascosto e pensavo a eroi giganteschi che mi regalavano stanze piene di libri; pensavo a medaglie d’oro appese al mio petto; pensavo a guardare la terra dallo spazio con un sorriso piccolo.

Si facevano le 4, e dicevo a mamma che scendevo a giocare.  Volevo essere il primo a scendere perché così non mi sarei perso neanche un pezzo, e perché così mi sarei sentito meno a disagio. Anche cinque minuti di ritardo mi facevano sentire ignorato, facevo fatica a salutare tutti e i giochi mi parevano anche più brutti. E mentre aspettavo che gli altri giungessero in cortile pensavo a tornei fantastici di giochi inesauribili; a migliaia di lucertole dalle code indistruttibili; a frisbee che potevano essere lanciati nel cielo più lontano e dietro le nuvole.

Poi giocavamo a nascondino e c’era sempre un posto più bello in cui nascondersi, uno che ancora non l’avevo mai trovato. Ma era sempre occupato da qualcuno. E detestavo quando qualcuno imbrogliava o contava fino a 28 e non a 30, oppure quando saltava qualche numero. Non sopportavo essere scoperto per primo perché mi sentivo preso in giro da tutti e non sopportavo che la portineria fosse così lontana, perché avrei voluto correre così veloce da nascondermi lì dietro. E quando ero immobile sotto le scale, o quando trattenevo il respiro dietro la siepe pensavo a nascondigli segreti dove nessuno poteva mai trovarti; nascondigli in cui diventavi invisibile fino all’eternità dei secoli e dei millenni; nascondigli in cui trovavi messaggi segreti di popoli lontani centinaia di generazioni dimenticate.

E la sera guardavamo la tv tutti nella stessa stanza, con la luce accesa e il latte sul fuoco. E dalla porta le altre stanze erano buie e lontane, e dalla finestra le altre luci erano solitarie e fredde. Mamma fumava la sua sigaretta sulla sedia di vimini e papà sedeva su quella accanto. E mentre cominciava la sigla del programma pensavo a un miliardo di lire per comprare un frigorifero pieno di gelati; un flipper colorato con duemila palline; una giostra permanente con tantissimi giochi spettacolari.

Tantissimi ne volevo.

La mia camera dava sulla campagna. Il neon era sempre acceso e per strada c’era solo la lenta crescita delle infestanti. La radio dopo le 3, a bassa voce. Mio fratello intento a studiare, lo vedevo sempre di profilo, e se non studiava parlava al telefono. Io aprivo il mio cassetto perché era come una magia che mi permettava di non pensare a niente. Poi si chiudeva la porta di casa e alzavamo il volume dell’audio. E quando pensavo odiavo pensare.

Mi affacciavo al balcone. Orribile il colore della ringhiera, e calda. I gerani crescevano a gruppetti, fuori i randagi annusavano l’aria. Poca gente poteva vedermi e io guardavo il campo di patate contandone i solchi fino a dove arrivavano gli occhi. Ogni tanto passava una macchina e io pensavo a un temporale che distruggesse tutte le auto dell’universo; a un vento che ripulisse tutte le strade dalla sporcizia;a un fulmine che mi colpisse rendendomi invulnerabile fino alla seconda morte.

Si facevano le 4, e prendevo un frutto dal vassoio. Il divano a fiori e le tende bianchissime. Il suono della radio, mio fratello  che parlava al telefono e mia sorella in camera sua. I soprammobili nell’interparete. L’odore del legno e dei confetti, del brandy e dell’argento ossidato. Guardavo dalla vetrina un mondo immobile e perfetto fatto di oggetti senza vita e pensavo a un luogo in cui nessuno conosceva il mio nome; in cui nessuno conosceva i miei pensieri; in cui nessuno conosceva i pensieri di nessuno che conoscesse il mio nome.Mangiavo un confetto sperando sempre che fosse al cioccolato e non alla mandorla, ma sapevo che erano solo alla mandorla.

Poi giocavamo a nascondino il mio cane ed io. Lei dormiva tutto il giorno ma se la chiamavi ti guardava sperando in un biscotto o in una passeggiata. E se la portavo giù in cortile la vedevo infelice e anche se era solo un cane pensavo che mi potesse capire più di chiunque altro, perché io la capivo. E la vedevo  bere l’acqua e desideravo che vivesse più a lungo di me; desideravo che vivesse più a lungo di me; desideravo che vivesse almeno un giorno più a lungo di me.

E la sera guardavamo la tv distesi a letto, mio fratello ed io. Io parlavo e lui non riusciva a vedere la tv. E io parlavo e dicevo penso sempre le stesse cose. Poi finivo di parlare quando lui già stava a dormire, e rimanevo a guardare i disegni della persiana sul soffitto. E continuavo a parlare da solo, nella mia mente. E speravo di sognare di essere un grande tennista; un essere che non invecchiava mai nato all’alba dei tempi; un albero millenario nel posto più luminoso del creato.

E ogni giorno mi svegliavo ugualmente.

La mia camera dà su questo schermo. Quando il sole entra di lato sul davanzale alzo gli occhi a guardare la croce sul campanile che spunta dai tetti. Mi chiedo chi l’abbia messa lassù in alto e che cosa avrà mai pensato in quel momento. Forse pioveva o c’era il sole come oggi. Forse da qui la vedo piccola ma da vicino è molto grande, o forse non è che un pezzo di ferro su cui a volte si poggiano i piccioni.

Mi affaccio alla finestra, che il balcone non ce l’ho. C’è un lampione e qualche auto. Carte ai bordi del marciapiede. Il muro del palazzo di fronte è rovinato e le finestre andrebbero pulite. Si vede che è agosto perché c’è un odore di quiete e di estate nell’aria. Le auto non si fermano, la gente non alza gli occhi e mi nota. Fa troppo caldo per pensare ai rimpianti più dolorosi. Forse più tardi.

E si fanno le 4 e mi chiedo di questa giornata. La schiena, le ginocchia. La voglia di scrivere e la paura che vince e se perde io non lo so. Le crepe sul muro, le seguo fino alla fine, fino al pavimento. Le foglie che il vento muove.

E poi gioco a nascondino con me stesso.

La sera guardo la tv e passa la luna sul mio rettangolo di cielo. Mi accorgo che ho rimandato a domani, ma la mattina mi sveglio lo stesso con la speranza di un sole infuocato e una luna bianchissima e voglio vivere ancora mille anni, e ne sono pure pochi.

il mistero della pugnalata sotto la scapola

9 luglio 2009

Il mio organismo è imperfetto e questo va detto. per cause sconosciute alla medicina moderna è incapace di restare 18 ore seduto davanti al pc, è incapace di nutrirsi solo di pizza, è incapace di curarsi senza farmaci, è incapace di correre come Bolt senza allenamento ed è incapace di dormire storto senza diventare le tre sorelle di MacBeth.

Così mi devo costringere a fare cose massacranti come andare a fare la spesa all’angolo, a piedi!, oppure cucinarmi la pasta e fagioli, oppure dormire dritto come il sacerdote Imhotep, sgranchirmi ogni tanto come la gatta Petronilla e alzare le buste della spesa come la pubblicità del Voltaren. Sono sacrifici.

Dicono che l’età non c’entra perché a 37 anni si è giovanissimi: ah sì?

e allora se sono giovanissimo perché in autobus le vecchie mi cedono il posto?

se sono giovanissimo perché i ragazzi mi danno del lei?

se sono giovanissimo perché ho quest’orribile ciocca alla Malgioglio?

se sono giovanissimo perché mi crescono i peli nelle orecchie?

se sono giovanissimo perché ho ancora in casa un gettone telefonico?

Ecco.

Allora dicevo che non si può dormire in santa pace con il braccio sinistro sotto al costato la coscia destra piegata col piede fuori la schiena storta e il collo di là, non si può perché poi, perché poi, la mattina ti svegli con il fuoco sotto al capezzolo, un macigno sul petto e una fitta atroce sotto la scapola. Mi dicono che l’infarto colpisce gli anziani obesi fumatori e io non sono fumatore nè obeso e forse neanche anziano, dunque dovrei esultare, ma allora chi è che mi ha pugnalato stanotte? Ho anche troppa barba per essere la principessa sul pisello, e poi lei non so se usava l’eminflex. Di piselli neanche l’ombra.

Se respiro come nelle Halls Mentoliptus sento le costole che fanno crack come quando spezzi gli spaghetti, se sto dritto come il busto di Marco Aurelio sento le vertebre che tremano come i pilastri delle torri gemelle, se sto sdraiato come Laura Palmer sento che arrivano le telecamere di Porta a Porta, insomma è un casino.

Secondo me meglio non pensarci. Forse mi farebbe bene un’intera anguria mangiata col cucchiaio, una fetta di pane con tre strati di nutella e un trancio gigantesco di pizza coi pomodorini freschi. E soprattutto una damigiana di valeriana perché ho un’ansia che a furia di rosicchiarmi le unghie sono arrivato già alle falangi. (quest’ultimo paragrafo ignoratelo perché sennò sembra tutto triste ma io lo volevo scrivere voi però ignoratelo e comunque ora che mi sono sfogato non è che va meglio perché sarebbe una fesseria però non è che vada male, intendiamoci uno deve anche esagerare le cose altrimenti che deve scrivere sennò, dico bene)

il post del bordo della fontana

27 giugno 2009

Penso che fossero anatre, non saprei. Una era la mamma e due i figli, o le figlie, non saprei. La mamma pareva sicura di sè. Nuotava verso l’altra sponda lasciandosi una scia a forma di v, bellissima. Andò dritta nel riflesso del noce, dove non si vedevano luccicare i granelli di sole.

Aveva cominciato a muoversi l’aria, un venticello insistente e fresco che era bello più per il rumore delle foglie sul selciato che per il formicolio sulle braccia. A quell’ora c’era sempre il vento. Pensavo che forse sarebbe stato bello salire sull’albero e restare appollaiato sul ramo, a guardare la ghiaia e le coccinelle e le noci e i granelli di sole e la gente.

Da piccolo mi ero arrampicato su un lampione. Una bimba gridò che potevo prendere la scossa e non mi arrampicai più su nessun albero. Penso che è strano che da casa mia si vede la croce di un campanile.

I bimbi danno sempre le briciole alle anatre nel laghetto. Le mamme gridano sempre di non sporgersi troppo. I cartelli dicono sempre di non dar da mangiare agli animali. I bimbi dicono sempre “uh mamma! guarda!”. I vecchi occupano sempre la panchina più bella.

Il vento si era trascinato il buio. La statua nascosta dalle siepi. Pareva ancora più notte di mezzanotte. Provai fastidio per i due seduti ai tavolini coi cocktail ancora pieni. Provai, provavo, provo, non ci capisco più niente. Il vento, penso.

Da piccolo giocavo a restare in bilico sul bordo della fontana. Non sono mai caduto, e ora me ne dispiaccio.

il post in cui bisogna prendere un bel respiro

11 giugno 2009

Se non fosse che sei così lontano penso proprio che verrei a salutarti almeno per vedere che faccia fai quando mi vedi arrivare ma tanto non lo farò perché non potrei resistere a scoprire che mi guardi come se guardassi uno che passa per strada con la sua maglietta stirata e se ne va a lavorare senza tanta voglia in un ufficio in cui il pesce rosso gira un altro giro nella sua boccia incrostata di calcare senza neanche sapere il nome che gli hanno messo, in attesa che dall’alto della prigione piovano briciole di sopravvivenza, in alto, in alto come gocce di pioggia da un cielo senza nuvole, quelle sulle quali a volte m’immagino di stare rilassato per vedere i fiumi scorrere, perché è sui fiumi che vorrei stare, guardarli, aspettare e sdraiarmi ad occhi chiusi fino a che nell’interno delle palpebre non ci sono più le macchie dorate ma solo un buio che rallenta il battito del cuore fino a che non senti più niente, soltanto l’erba che ti solletica i polpacci e ti viene da sorridere pensando che forse non c’è nient’altro che ti serve a parte un altro giorno, almeno un altro giorno.

 

 

il post adatto ad un target di sfigati

24 febbraio 2009

Il box di accettazione è meglio nascosto del bunker dove conservano l’atomica in Iran, tant’è vero che per accedervi devi fare un corridoio largo come l’aereoporto di Capodichino, poi scendere di un piano, aprire una porta senza maniglia e salire di un piano. Quando ti trovi davanti a 10 vecchie con il cappotto del ‘57 sei arrivato. L’impiegata è solerte, ha anche un cactus morto sulla scrivania.

L’infermiera del prelievo è alta un metro e 25. Gran cosa le zeppe. Fosse per lei, ho idea che i prelievi li farebbe con l’idrovora. Mi fa: bevi? io dico no, fumi? io dico no, caffè? io dico no, dice metti il braccio lì, io metto il braccio e manco faccio in tempo a voltare la testa che mi ritrovo un cerotto sulla vena. Mi fa: paga il ticket e torna. Io ubbidisco e penso Gesù meno male che è uno e 25 sennò questa faceva riaprire Dakau.

La macchinetta del ticket è rotta. Non so perché parlo al presente, sarà la cervicale che non so più usare la consecutio temporum. Dicevo, la macchinetta del ticket è rotta, bisogna pagare alla cassa, ma questa parte è brutta da descrivere, al massimo potrei dire che l’impiegato è identico a LordVoldermort, ma non farebbe ridere, così evito e passo direttamente alla sala d’attesa della gastroscopia. Il tempo di sedermi e sento “blaaaaaaarghh, brooooooooat, voooooooooooearhehr, ahhhhhhhhhhhhhherrr” e una cosa così, e la vecchia con la figlia obesa dice “cielo!” e il vecchio col figlio a punta dice “vè che lavoro” e io penso “mò son cazzi”, sicché poi mi chiamano “Lanna?” e io entro.

Il dottore è immobile. L’infermiera è una cosa verde provvista di crocs. Lo studente ha uno sguardo misto tra “perdonami ti prego” e “eheh ecco la mia cavia”. Mi ritrovo la gola gonfia come le labbra di Marina Doria, mi stendono sul lettino con una tecnica che Walker Texas Ranger ora ci fa un episodio e poi il dottore si materializza, caccia una proboscide di 2 metri, nera e dura ed io penso: “dove non ha potuto la seduzione potrà l’esofagite”. Poi la proboscide esplora le mie mucose.

Cose che ho visualizzato durante questo minuto:

  • il mostro di alien che esce dalla pancia di quell’attore;
  • il mostro di alien che fa con la bocca così dopo essere uscito dalla pancia di quell’attore lì;
  • il mostro di alien che guarda le mutandine di Sigourney Weaver, solo che in questo caso guarda i boxer del dottore mentre ripone la proboscide nera;
  • il mostro di alien che mangia lo studente e gli schizzi di sangue finiscono sui miei occhiali.

Devo dire che è stato piacevole il momento in cui ho sputato qualcosa a pH 1 e poi m’è rimasto un retrogusto di banana. Il dottore ha detto: “età?” e io “37 quasi”. L’infermiera ha detto: “fra un’ora l’anestesia si toglie”; lo studente ha detto: “sì, si toglie”; io ho detto: “arrived…buona giornata”.

Poi sono andato a casa e ho fatto questo questo e quest’altro ancora e poi ho pensato che il dottore a modo suo, sul referto, ha scritto che sono bello dentro.

il post in cui vado a dormire e fa freddo

29 dicembre 2008

Sì vabbé non è il freddo gelido di Novosibirsk* oppure dell’ultimo pezzettino del fiordifragola però se tu respiri e fai “aah” l’aria si condensa in quella nuvoletta coreografica e perciò fa freddo. Così, in casa, il mio abbigliamento tipico è questo (segue punto elenco):

  • tuta che fu grigia, ora grigio sbiadito;
  • pantalone di tuta con enorme macchia gialla dovuta alla curcuma;
  • calzini di spugna bianchi (non devo sedurre nessuno);
  • enormi peluchepantofolone di imbarazzante concezione;
  • maglione extralarge di color ruggine;
  • sciarpa all’occasione.

Il riscaldamento è a palla, che a casa mia significa 19 gradi (io gli articoli sul risparmio energetico li leggo) ma anche così basta aprire le finestre per far uscire l’odore di qualche puzzetta che improvvisamente penetra un’arietta gelata come l’azoto liquido e la mano sul mouse diventa fredda come il latte inacidito.

Il momento clou è quando bisogna andare a letto. Per qualche curiosa legge della termodinamica le lenzuola sono il posto più congelato in cui non è il caso di conservare i 4saltinpadella ed i 5 secondi in cui il corpo cede kilowattora di calore al gelido sudario sono l’esperienza più diciamo così frizzante che si possa desiderare in assenza di scaldasonno (o amante).

Non esageriamo ora non vivo in una base antartica. Però la mia tisana bollente intanto che arriva dalla tazza alla scrivania lascia una scia come la stella cometa. Ho già scritto che con questo freddo prima di fare pipì bisogna fare stretching? Ho il sospetto di essere così ripetitivo, parlo del freddo e poi del caldo e poi della pioggia e poi della neve… scriverò l’inno all’isobara, un giorno.

L’imbarazzo mi colga al pensiero che questo potrebbe essere anche l’ultimo mio post del 2008. Rabbrividisco, ma tutto può essere.

*e quando mai mi capita di usare questa parola in vita mia?

il post in cui quest’anno ho fatto questo e quest’altro

11 dicembre 2008

Certo certo, è così,  mancano ancora 20 giorni alla fine dell’anno per cui tecnicamente non è mica finito, però io lo scrivo lo stesso adesso, che ho voglia, e quindi direi di partire dal mese di

Gennaio 

nel quale il prof con la canottiera spessa quanto una putrella è andato avanti a fare la ruota mentre io mi mettevo buono buono a realizzare i miei cruciverba (dopotutto per 5 anni sono stato un enigmista e tra parentesi non sono bartezzaghi ma neanche una casella nera di bartezzaghi). Va detto che l’odiosa prof di Chimica ci ha messo l’esame il giorno 4, in cui è venuto a nevicare. Suppongo sia stata maledetta in molti dialetti. Vi parlerei della mia vita sessuale ma preferisco che ridiate dopo per cui

Febbraio

in questo mese così vilipeso (alzi la mano chi pensa che sia il mese più bello dell’anno… nessuno? ecco appunto) in questo mese così vilipeso dicevo ho iniziato a usare tantissimo il mio amato Tumblr. ci metterei un link ma mi stufo, tanto è facile si chiama adamo.tumblr.com (opps!). Beh all’epoca ero famoso e popolare come un diserbante, amato come un servizio di posate, richiesto come un bollettino meteorologico. Quel mese lì, forse, feci sesso persino due volte, e senza mani!

Marzo

dura la vita di noi specializzandi SSIS. ci tocca sostenere esami con prof che sono così all’avanguardia che persino il Caro Leader si interessa a loro. Certo noi diamo del nostro meglio, specialmente nella parte in cui sbirciamo il foglietto della ragazza al primo banco. Marzo è un mese meraviglioso anche perché a me le bollette arrivano nei mesi pari. Sul versante sentimentale, devo segnalarlo per completezza d’informazione, c’è da dire che forse è meglio se passiamo ad

Aprile

Il 4 aprile ho compiuto 36 anni. E’ stato un giorno memorabile. Ho infatti capito che metterei la firma sotto il foglio che mi promette di viverne altrettanti. Peccato che questo foglio non sia mai circolato da queste parti. E’ stato un giorno memorabile veramente, tant’è vero che è successo che… sì insomma che… beh: ah sì! sono andato…hmm. Boh.

Maggio

è il mese in cui sboccia la primavera e quindi la gente comincia a metter le cosce di fuori inondando l’aria di delicati effluvi. è il mese in cui ogni incontro può essere quello giusto e se non ricordo male quando sono andato dal medico per la cura per la colite c’erano 3 vecchie in gran forma. Wow. Questo mese qui fu orrendo perché fui licenziato dalla casa editrice di cruciverba ma vabbè amen questo mese qui fu bello perché mi misi in testa di fare l’iniziativa dell’avatar manga ed ebbe così successo ma così successo che ancora oggi la gente mi guarda per strada e mi dice: “hai la zip aperta, cretino”. Io la tengo aperta per scaramanzia ma la gente non capisce.

Giugno

So bene che vi stufate di leggere 12 mesi, perciò questo ve lo risparmio.

Luglio & Agosto

Come ogni rivista che si rispetti c’è sempre un numero doppio col maxi poster centrale, chessò come quello dei denti cariati che vedete dal dentista oppure con quelle modelle coi capelli tagliati con il goniometro che trovate dal parrucchiere (orrende ma che ci vuole a cambiare poster? sono due puntine diamine le shampiste mettetele a lavorare!). Dicevamo del paginone centrale, beh in questi mesi che ho fatto? Probabilmente ho sfoderato tutte le mie tecniche di seduzione e complice la stagione dei monsoni sono riuscito a passare qualche mezz’ora in dolce compagnia. Non ricordo se fosse cart d’or oppure il barattolino sammontana.  Dimenticavo di dire che la mia occupazione preferita è stata quella di ammazzare il tempo col mio blog dei giochi, che non citerò per pudore ma se volete farlo voi allora se non ve lo ricordate si chiama timewaster.it quello lì esatto quello lì.

Settembre

A capodanno siamo sempre pieni di buoni propositi e di pillole per la gastrite. Beh, non tutti. Gran bel mese, settembre. Iniziano tutti i reality show e così uno sa per quale motivo spende i soldi del canone, per dire.  Poi si è sposata mia sorella e sono tornato per farle da testimone. E’ stato il mio atto sociale più spregiudicato e mi merito almeno 3 anni di puro autismo in cambio. Ormai poi a settembre il mio friendfeed era già popolare come un circolo di bingo e tutti mi amavano e mi adoravano come dama Galadriel anche se a me il bianco non dona granché…

Ottobre

Questo mese qui ho iniziato il tirocinio a scuola, gran cosa veramente. Dopo millenni ma che dico millenni dopo 14 mesi di inattività forzata causa fetenti graduatorie ho rimesso piede a scuola e mi sono sentito come Anna dei Capelli Rossi quando fa la torta alla moglie del reverendo.  So che ci vorrebbe un particolare piccante sulla mia vita sentimentale ma non temete, ve lo fornirò senz’altro entro il 2020.

Novembre

Ah beh novembre, beh novembre è insomma come dire, beh è così recente che non mi pare il caso insomma.

il mese di Dicembre non lo posso ancora scrivere ma devo scrivere 12 titoli perché la mia mente è ossessiva capitemi

e infatti in questo mese io di solito faccio il resoconto dell’anno e perciò anche quest’anno è stato bellissimo ed entusiasmante come una puntata di Walker Texas Ranger e sono anche dimagrito molto e infatti consiglio proprio a tutti l’esofagite da reflusso: fa miracoli, vi mette in forma in sole 6 settimane! ah e poi anche se mi lamento non temete a me non me ne frega niente se non ho una vita sentimentale perché San Valentino l’ho sempre odiato e poi non so scegliere i calzini da regalare a Natale, perciò un pensiero in meno! Che cazzo dico.

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