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Contiene il volume 1 e 2 ma non il 3

1 ottobre 2011

C’è un mercatino che si tiene il giovedì sotto i portici dell’ospedale vecchio. Ci sono gli stessi identici espositori da anni e anni, ormai sono più vecchi loro che la merce che espongono. Si tratta delle solite cose: vecchi merletti, pezzi di stoffa, carabattole in legno o ferro battuto, antichi gingilli e cartoline d’epoca. Grammofoni, libretti d’opera, bomboniere e una quantità spropositata di libri, per lo più degli anni ‘60-’70.

Se ci passo davanti butto anche un occhio, ma difficile che ci trovo qualcosa di mio gusto, perché non restano che gli instant books di 30 anni fa, sfilze di Harmony, saggi che il tempo ha invecchiato e trilioni di gialli o urania. Quei rari tascabili di collane ancora oggi vive sono solo i testimoni di scelte sbagliate, libri che nel giro di pochi anni non facevano più gola a nessuno. Chissà in quale bancarella andrà a finire il mio ebook un giorno, penso, ma ad ogni modo di tanto tanto trovo qualcosa che mi interessa e che non esito ad acquistare.

L’altra volta c’era un’esposizione nuova, nel senso che avevano svuotato una cantina e avevano dunque libri freschi freschi di vecchiaia. C’era una collana d’arte, non i soliti maestri del colore spessi un millimetro e lunghi 2 metri, un’altra, e poi c’erano dei volumi rilegati sulla storia di non so quale grande personaggio. Una signora li ha notati e si è precipitata a chiedere il prezzo. Il commerciante, avendo ben letto il guizzo negli occhi della donna, ha sparato un prezzo da Sotheby’s, ma la donna non si è fatta impressionare dal momento che per lei quei volumi avevano un chiaro significato affettivo. Purtroppo la collezione era incompleta perché mancava parte dell’opera, così la signora l’ha ordinata, chiedendo con molta educazione se glielo terrebbe da parte quando arriva il terzo volume.

Il commerciante, che non fa che svuotare cantine di gente morta o quasi, non è che abbia molto controllo sui libri che gli riuscirà di proporre la prossima settimana o il prossimo mese. Fosse stato un giallo mondadori o un oscar scrittori del novecento, certo qualcuno in settimana ci resta secco che ha quei libri in casa. Probabile che morirà un vecchio con le antologie degli anni ‘40, o un’anziana maestrina che conservava storie con illustrazioni a colori. Ma prevedere che qualcuno abbia in casa il volume 3 di tale collezione, un po’ difficile.

Così, la cliente si è vista dire che sì, gliel’avrebbe tenuto da parte, ma certamente non per giovedì prossimo, ed è rimasta delusa davvero tanto. Con il volume 1 e 2  in mano si è allontanata scendendo i gradini del marciapiede con incredibile cautela e si diretta alla fermata dell’autobus per due terzi felice e per un terzo delusa. Ora io non è che voglio invitare chi ha un volume 3 in cantina a rimetterci le penne, solo dico fate attenzione a completare le collezioni perché altrimenti questo è il danno che procurate alla gente. Prima di morire, fate un bell’inventario dei libri, che non si sa mai.

il post di quella brutta vespa che deve morire

29 agosto 2010

Le vespe siccome sono allergico significa che mi scatta la scarica di adrenalina che mi arriva fino alla testa mi fa fare brr e poi devo fare la pipì.

Allora c’è una che ha deciso che deve abitare nella mia caldaia, si vede che i tubi sono caldi e lei non so vuole farci il suo bel nido così poi i figlioletti possono svolazzare nel più bel tepore mai visto.

Perciò io ho preso il glassex e l’ho uccisa di blu.

Poi è passata mezz’ora e stavo mettendo lo stucco dentro a quella crepa di là, perché la vespa mi ha fatto venire in mente la mosca, la mosca il ragno, il ragno lo scarafaggio, lo scarafaggio mi ha fatto fare brr un’altra volta che quell’amico mio una volta se li trovò in casa e così per precauzione non sia mai ho detto visto che il silicone ce l’ho ora mi trovo e faccio un giro di spifferi e poi lo stucco pure e allora usiamolo.

Però intanto che facevo tutte queste cose da fascicolo 4 di “costruisci il tuo modellino della sedia rotta della cameriera della Regina Vittoria” la centrifuga ha fatto cadere le pasticche del detersivo per terra, e una si è scamazzata in quattro parti. Ora, la parte più bella di fare la lavatrice è quando prendo la pasticca e fa plop nella vaschetta, perciò quella rotta ormai non faceva più plop e l’ho buttata.

E mentre buttavo, mentre buttavo, perché tutto eheh tutto ha un suo scopo preciso, mentre buttavo è entrata una vespa da fuori e si è fatta un giretto per casa tanto per vedere come ci si campa. Allora io ho pensato “puozz esser accìs” e ho preso il panno da cucina e l’ho rincorsa con una ciabatta sì e una no, che l’altra me l’ero tolta per grattarmi il polpaccio con l’altro piede, e tanto ho fatto che è morta pure questa.

Poi ho pensato che c’è qualche gente pucciosa che vorrebbe proteggere tutte le creature indifese come le vespe e così ho detto ora scrivo che sono allergico alle vespe così sono giustificato. Tanto questi non capiscono che ho scritto per finta.

il post dove tutto cade e nulla accade

23 marzo 2010

Mi cade il cucchiaino appena sveglio, che ancora i movimenti non sono precisi. Cade un calzino dallo stendibiancheria. Cade il libro che avevo messo troppo fuori e non me ne ero accorto.

Cade la bottiglia di plastica dallo scatolone dei rifiuti, perché era troppo pieno e cade la mela dal tavolo, che ho voluto fare una piramide troppo grossa. Cade una foglia.

Cade la presina da forno che il gancio è piccolo per tenerne tre e cade la linea mentre sono al telefono. Cade l’usb dal portachiavi e cade il calfort che è sulla lavatrice quando va in centrifuga. Cadono gli auricolari mentre bevo il tè e cade il biscotto nel tè. Cade una briciola a terra.

 

il post del lettone che diventò lettino

21 marzo 2010

Io avevo un letto che ci dormivo sopra in diagonale, e mi abbracciavo il cuscino. Poi mi giravo nel sonno e trovavo l’altro cuscino ed era fresco e me l’abbracciavo e mi mettevo in diagonale ma di così. Era morbido, cioè le lenzuola, e io guardavo in alto il soffitto oppure di lato il muro e dormivo.

Poi il letto la casa era piccola il letto poi un giorno morì.

Così presi il divano letto che stava di là lo portai di qua e dissi poi mi compro il letto grande. Così una sera, la prima sera, giuro la prima, è questa la cosa brutta, la prima sera io non dormii in diagonale perché ora il letto era piccolo anche se però ora avevo un comodino, che sarebbe uno sgabello di vimini, che sopra ci va la bottiglia di acqua, i telecomandi, il cellulare e i libri. E gli occhiali e la matita.

Così dormivo lo stesso anche se non in diagonale, però se dovevo fare l’amore sul lettone era più comodo del lettino e così decisi che avrei comprato il lettone, oppure, visto che non potevo comprare il lettone, potevo sempre non fare più l’amore. E alla fine intanto che ci pensavo venne a piovere.

Poi non pioveva più. Allora io dormivo nel lettino piccolo e mi abbracciavo il cuscino e quando nel letto mi giravo non trovavo proprio niente, eccetto il cuscino che girava con me. Poi vabbè sto parlando all’imperfetto perché così sembra una cosa vecchia, però è anche stasera così. Dunque non c’è il lieto fine,  al massimo c’è il comodino.

il post di cosa faccio in doccia (American Beauty non c’entra)

2 dicembre 2009

Dunque io ho la doccia che è bianca con le piastrelle color piastrelle da bagno. La tendina è celeste ed è sempre quella dal 1999 perciò fra poco avrà le prime mestruazioni e le dovrò tagliare i capelli scalati, che così non va più bene. Il tappetino della doccia non ce l’ho perché quel rumore che fa la plastica quando ci va l’acqua sotto:

“cioff scioff”

quello, non mi piaceva, inoltre poi per pulirlo ci volevano ore e ore e ore e io l’ho tolto. Inoltre, non scivolo.

Quando io apro la maniglia della doccia non sono un vero macho che si butta sotto il getto noncurante del gelido assalto dell’acqua, tanto mica sono in palestra che non devo fare figuracce, no sono da solo a casa per cui anche se mi tiro i piedi oppure entro piano piano un gomito alla volta chi vuoi che poi lo va a raccontare alla moglie? Nessuno. Per cui, ecco, forse non dovrei dirlo, facciamo così, facciamo che entro in doccia gelida in un solo scatto, ok? Facciamo finta che è così.

Poi a questo punto ormai sono dentro per cui prendo la spugnetta e prendo il doccia schiuma e comincio a sfregare come se fossi la lampada di Aladino. Non ho mai capito questo accanimento contro la cute.

Pausa.

Vabbè dicevo che comincio a lavarmi per benino. Adesso il punto è questo: ma chi ha messo in giro la voce scema che sotto la doccia uno canta le canzoni? Chi? Chi? A me viene in mente piuttosto “uff ho finito le clementine” “domani non ho mica voglia di andare in posta” “da dove è uscito quel neo?” “brr caldaia maledetta”, mica mi vengono in mente le classifiche iTunes?

Adesso lo so già che al 100% esce uno che commenta “ti sbagli io sotto la doccia canto gne gne”: bravo! applauso! bravo! però pazienza amen, e poi se canto mi va l’acqua nelle narici.

Poi la parte bella è quando l’acqua calda è sul collo, così io mi sento rilassato. A quel punto la tendina si azzecca al culo. Non so perché. Intendiamoci, sotto la doccia è FATALE FARSI VENIRE IN MENTE PSYCHO. L’ho scritto maiuscolo perché è un dogma e nessuno può dire che non è vero. Però se venisse l’assassino morirebbe soffocato dai vapori che io tengo l’acqua a palla e bollente come il Flegetonte. Perciò sono al sicuro.

In doccia poi è brutto quando devi deciderti, vorrai mica far diventare Parma come il Darfur?, quando devi uscire. Io tengo l’accappatoio vicino vicino, perché sennò mi viene lo spiffero di freddo e poi ho il torcicollo fino a febbraio. Allora poi mi asciugo e mentre mi asciugo so con certezza al 100% che se deve passare il corriere passa in quei momenti lì. Non quando sono in doccia, che non sentirei la bussata, ma quando lo posso sentire, che è più da sfigati.

Poi la gente sui cataloghi del postalmarket in accappatoio è sempre così sexy. Io invece ho una panza. Per fortuna c’è il vapore sullo specchio, così faccio finta di niente.

il post del tragitto che faccio per andare a scuola

20 novembre 2009

Io scendo e chiudo il portoncino e il portoncino fa “clonk”, però non è rotto, e poi di fronte a me una troia si aggiusta la parrucca, così io faccio finta di non averla vista e giro a sinistra, dove c’è il parcheggio dei motorini. L’albanese si beve una birra dietro la tendina e sulla crepa il ragno ha ricavato un piccolo soppalco abusivo.

Poi c’è la decrepita agenzia immobiliare urania che è dove sono ambientati i fumetti di Alan Ford e all’incrocio c’è un vecchio che per fortuna non ho i raggi X altrimenti ora saprei farvi una slide sulla gonorrea e sullo scolo. La puttana dietro le luci natalizie è imbalsamata e c’è una tenda rossa come quelle che dietro c’è il nano di twin peaks. Io rabbrividisco e attraverso.

Però sono contento di andare a lavorare.

E quindi poi c’è la strada con la scuola di ballo. Secondo me ci fanno il jazzercize. C’è anche un tipo che aggiusta le macchine, si chiama Tudor, e mi fa cagare. Io attraverso sulle strisce e si vede la finestra di una vecchia che ha una credenza coi bicchieri messi in ordine e secondo me non ci ha mai bevuto nessuno lì dentro, già sento l’odore del legno e degli anni ‘50.

Questo tratto poi mi piace, perché devo attraversare e le macchine si devono fermare. Io vedo solo i fari accesi e mi sento in un telefilm americano. Però per fortuna nessuno ingrana la marcia e così non finisco in un contorno di gesso. La pista ciclabile per la classifica del sole24ore, il marciapiede, il garage, le due sorelle che guardano rai1, blockbusters.

Mi mette tristezza blockbusters. Blockbusters era bello prima. Mi mette tristezza, ci rimango una vera merda se penso a quando entravo lì a scegliere le videocassette. Poi è troppo blu, non so spiegarvi, cioè sì, ma non voglio, non ora, non in questo post, è triste, io metto la mano sulla mano arancione, il semaforo fa “clonk clock” e attraverso.

Uh, fa come il portoncino.

Poi sono sulle foglie morte, poi qui c’è sempre la nebbia. La borsa pesa, la strada è vuota, il buio è buio e la sera è sera. E io passo davanti ai tavolini vuoti di pensionati che bevono in piedi quell’altro caffè, poi entro nel cancello e faccio i gradini. Poi saluto Domenico, saluto Alham, timbro il cartellino e poi mi tolgo la sciarpa.

Sono a scuola, poi però torno.

il post piccolo piccolo

17 novembre 2009

Nel negozietto piccolo piccolo si era aperta una piccola porticina, ma l’anziana signora nella sua piccola carrozzina non riusciva a entrare ugualmente.

Allora la minuta cassiera disse ai pochi clienti: “solo un piccolissimo minutino d’accordo? servo la vecchietta che è lì fuori”.

La vecchietta disse che voleva solo una piccola confezione di latte e una pagnotta piccola, ma veramente piccola. Neanche pochissimi secondi che la signora era andata già via.

Allora una signora nella fila disse: “queste figlie che abbandonano le mamme anziane che vergogna, deve fare la spesa da sola in carrozzina?” e la cassiera rispose: “veramente la vecchietta è mia mamma”.

La signora si fece piccola piccola.

il post polaroid

16 novembre 2009

Io vedo una porta con una maniglia e un mazzetto di chiavi appese e l’ombra che galleggia. Uno specchio con 4 foto messe negli angoli in basso e davanti un vaso col potos che ha le foglie scure. Il caricabatteria, il portafogli e gli occhiali che quando esco.

Poi vedo il controllo remoto della maledetta caldaia, il citofono che non funziona, il cordless che lampeggia per una chiamata persa ma tanto sarà tele2 figurati, poi vedo un pacchetto postale che devo spedire, noia, poi la piramide di melestark e limoni, bella, la tuta, il modem che lampeggia, il libro della storia dell’arte del Seicento, questo monitor qua e questo cursore che ora che arriva alla parola fine poi io premo pubblica e così il cursore sparisce.  Parola fine.

La regola dell’amico non sbaglia mai

3 agosto 2009

Il mio amato googleassegno è giunto nella sua cornicetta verdolina accolto da un mare di “ooooooh”. Indossate le cityscarpe e la citycamicia sono andato in banca a versare il frutto del mio ingegno. Due i cassieri: un megagalattico strafigo e una lesbica anni ‘80. Vi lascio indovinare quale dei due mi è toccato in sorte.

La lesbica indossava una parure minimal color lapislazzuli la cui più piccola pietra ricopre il Molise intero. Le unghie smaltate cobalto e uno strato di trucco denso come la crosta oceanica non devono essere sottovalutate. La commessa odia gli assegni della citybank, ha detto.

Pochi minuti dopo, alle poste, inviavo per raccomandata il mio ricorso al presidente illustrissimo ed eccellentissimo per una manovra di massa anti decreto Gelmini. In più, ahimè, c’era un improvvido ticket recapitatomi dopo #4 mesi, retaggio di un antico mal di schiena curato con 2 iniezioni al prontosoccorso una domenica d’inizio primavera. Un pezzettone del googleassegno bruciato così.

La fase numero tre era la più appassionante. Il mio amato pacco dagli USA è stato recapitato due volte: la prima, mentre ero a correre; la seconda, mentre il citofono era rotto. Dopo un’estenuante trattativa col solerte call center di PosteItaliane (solo 14 minuti d’attesa) ho deciso di andare a raccogliere il pacco al deposito dell’SDA, che a occhio e croce è collocato più o meno in culo al mondo.

L’unica possibilità era il taxi e ne ho scelto uno con un giovine le cui orecchie erano camuffate da campionario di piercing. La sua coda di cavallo stile Fiorello dava alla vettura un tocco di vivace folclore. Euro 7 e 10 di sgommate.

L’addetto dell’SDA mi ha guardato con un’aria affranta alla Maria Maddalena. Nella sua voce più macha possibile mi ha chiesto i documenti e poi mi ha lanciato un’occhiata che non passerebbe al checkin dell’aereoporto. Quand’è andato a prendere il pacco giuro sul numero 4 che sculettava. La nostra storia d’amore si è infranta al pagamento delle spese doganali, 35,09 euro che hanno ammazzato il mio googleassegno.

Ho prenotato il taxi Como16 sotto l’occhiata languida dell’Sda, intento a digitare un codice di tremila cifre al ritmo di due dito indice al minuto. Per ingannare il tempo mi son messo a leggere le fatture buttate nel raccoglitore della carta. Il nuovo tassista, l’orso Yoghi, ascoltava a voce enorme un’attualissima This is the rhythm of the night, una delle canzoni che più odio di sempre.

Ovviamente, quando mi ha chiesto: “le dà fastidio la musica?”, ho risposto no no. L’acuto più martellante è coinciso con la curva dell’Euro Torri. Terminata l’esibizione la radio ha proposto un’evocativa “Scat Man”, per poi esibirsi nell’agghiacciante “La regola dell’amico” degli 883. E’ stato lì che l’auto avanti a noi ha tamponato quell’altra, in pieno traffico. L’orso Yoghi si è lanciato in una manovra di disimpegno per la quale ha perso 2 litri di liquidi corporei. Io guardavo dal finestrino una vetrina di un pellicciaio evocando San Gaetano protettore dei disoccupati.

Il contatore è salito a 12euro. Giunti all’angolo di casa, il mio portafogli si è spalancato sul nulla. “aspetti qui per favore salgo a prendere i soldi”. Sono un essere previdente. Nel mio salvadanaio ci sono i soldini per i regali di Natale, in pezzi da 1 euro. Ne ho contati 12 e ho rifatto le scale, dando estremo saluto al frutto del mio ingegno.

Il prossimo googleassegno lo immergo nell’acqua di Lourdes.

il post del carro attrezzi esiste veramente

15 giugno 2009

Stamattina all’alba, mentre ero alle prese con lo stretching alla schiena (la chiamo schiena sennò si offende ma in realtà il vero nome è maledettaschiena) ho sentito il vicino tonto urlare in dialetto parmigiano. Allora ho pensato che a quest’ora che è successo questo non grida mai e così mi sono alzato e sono andato alla finestra.

Chiaramente camminavo come all’ottavo mese.

E insomma c’era il vicino tonto che voleva uscire dal portone del suo enorme giardino ma non poteva perché una specie di audi era parcheggiata proprio lì davanti. Cioè intendo dire proprio davanti. Come quando tu apri la porta e sbatti contro la porta. Alle 6 e 32 deve fare proprio male. Così il vicino tonto ha preso il telefono ed ha chiamato il carro attrezzi. Io ho preso la fetta biscottata ed ho buttato le briciole sul davanzale.

Il vicino tonto esclamava cose tipo “%6!!#çç!” così è arrivata la mamma e il papà (sono un tutt’uno perciò la concordanza non è sbagliata). La mamma è quella signora stramiliardaria che fa la pasta in casa, il papà è il signore con la vitiligine solo sulla mano destra. La mamma ha detto qualcosa del tipo “@ghyy%%” mentre il papà è stato più calmo di tutti perché si è limitato a dire “pezzo di merda”.

Il carro attrezzi è arrivato dopo una signorinella con la coda di cavallo biondiccia e un’aria sfatta. Avrà goduto a fare la multa, penso. Beh veniamo al clou, il proprietario delle maledizioni è uscito dal portone accanto (toh! quello delle prostitute!) ed è corso disperato verso la sua macchinona dicendo “un momento, eccomi! eccomi!”.

La sua messinscena non è stata tanto strappalacrime. Il vicino tonto ha detto “!!£5azz!” e la mamma ha detto “veh! !!&axx5243″. Il papà non so che ha detto perché sono andato un attimo a fare pipì. Il tè. Quando sono tornato il machoman dell’audi parlava alla vigilessa: “sono andato a trovare un’amica e, ehm, mi sono trattenuto solo un po’”. E lei “alle 6 e 30?”.

Il carro attrezzi ha sferragliato oltre l’angolo. Il vicino tonto è andato a lavorare. Papà manobianca ha sbattuto il portone. Mamma miliardaria già che c’era ha buttato l’umido. La vigilessa ha messo in moto. Il machoman è rimasto come un cretino per strada e ha alzato gli occhi al cielo. C’ero io con il tegolino in bocca. Penso che mi abbia odiato. Sarà.

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