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contiene le palle sull’albero di natale, cadute

18 dicembre 2012

Peppino si arrampicò sulla sua scaletta a pioli mettendo sempre primo il piede destro sul piolo più alto, e siccome erano sette pioli, quando aveva alzato già sei volte la coscia guardò giù per vedere se caso mai cadeva. Vide Enzina con la busta della spesa e la 500 gialla. La prima palla era verde e le palle verde si mimetizzano: era l’ideale per cominciare. Peppino faceva l’albero il giorno dell’Immacolata, la mattina presto, quando il cielo era a strisce solo in un punto preciso, quello più freddo ma più colorato. Lo scatolone stava dentro al deposito, accanto alla vasca dell’acqua. Quella chiave la usava solo lui, due volte l’anno, all’Immacolata e alla Befana.

Dopo due palle verdi ne uscì una rossa rotonda e una gialla oro. Gli aghi profumavano e si azzeccavano alle mani. Peppino salutò Mariuccia che si guardava gli spicci nel borsellino e scese di uno scalino per sistemare la fila di lampadine. L’albero era cresciuto dall’anno passato. Con queste palle non si sarebbe riempito e sarebbe sembrato più spoglio. Poi di quelle bianche a spuma una si era rotta. Si aprì il garage della Signora Stefanina, che fece dietromarcia a due centimetri dalla scala, sgommò per andare a lavorare e Peppino riprese fiato, poi piazzò un paio di angeli, e i fili argentati.

All’Immacolata lavoravano solo le infermiere, e i negozi. E pure Peppino. Gli angioletti ridevano, uno aveva una spaccatura sull’ala destra. Peppino ci piazzò la palla blu e una lampadina sopra, poi scese un secondo a vedere se l’effetto era troppo pacchiano. Gli aghi di pino erano caduti attorno alla scaletta come un piccolo recinto verde e marrone. Peppino si andò a mettere vicino all’ingresso. Da lì le lucine lampeggiavano come si deve. Visto che si era fatto orario, citofonò al maresciallo e poi sistemò l’androne del dentista, quindi tornò all’albero, prese la scatola di cartone e spostò la scala dall’altra parte, dal lato del salice piangente.

Vittorio e Riccardo avevano cominciato a fare i palleggi. Il super santos ogni tanto andava a sbattere vicino alle ringhiere del primo piano. Graziella e Mariangela stavano saltando a un piede solo con una pietra in mezzo a tanti quadrati numerati. Peppino prese i fili dorati e circondò il pino a metà altezza. Gli angioletti rimasero quasi soffocati, ma le luci acquistarono un bagliore più intenso. I cipressi profumavano e la fontanella faceva il suo dovere senza stancarsi. Entrò il carretto del pane, due vecchie scesero a tastare le palatelle.

Peppino aveva quasi finito e si erano fatte le 10 e mezza. Rimanevano due palle a intaglio, due trasparenti con i pupazzi di neve disegnati e qualche bluettone. Se le metteva troppo sotto, i bambini le avrebbero toccate e le avrebbero rotte; se le metteva troppo sopra sarebbe sembrata la festa di Piedigrotta. Forse, spostando il filo argentato tutto si sarebbe risolto. Salì due scalini e sfrattò gli angioletti mettendoli a guardia dell’oleandro. Le palle a intaglio si bevevano la luce rossa della serie di lampadine. Enzina usciva per andare a trovare sua sorella che abitava in piazza, si era portata una busta con una confezione di zucchero e caffè, si capiva dalla carta della torrefazione. Il super santos di Riccardo andò a sbattere contro la cinquecento gialla, senza ammaccarla. Graziella dal rumore inciampò e la pietra uscì fuori dal numero 4, perse il turno e si incazzò. Peppino scese dalla scala per minacciare i ragazzi che se toccavano l’albero gli avrebbe schiattato il pallone, e quelli se ne scapparono nel cortiletto piccolo.

Da quel lato l’albero sembrava fatto e finito. Peppino gli piaceva a lui pure. Tolse la scala e se la mise sotto il braccio, con quell’altro prese lo scatolone e andò al deposito. Lo spinse dentro col piede e chiuse la porta con il chiavino doppio. La scaletta finì vicino ai bidoni, dove sempre stava. Le palle trasparenti si fecero Natale dentro allo scatolone, mentre il pino cresceva un altro poco. Le luci lampeggiarono giorno e notte e si vedevano da tutte le finestre e da tutti gli oleandri. La mattina la Signora Stefanina sgommava sugli aghi verdi e marroni caduti ai piedi degli angioletti e li sparpagliava, poi Peppino passava con la scopa e ripuliva.

Non cadde nessuna palla, perché Peppino non si è fatto influenzare dal titolo. E comunque Graziella vinse lo stesso.

contiene solo le cosce, e qualche bugia

18 aprile 2012

Nunzia si era messa in testa che Tommasino le faceva le corna, e così chiamò la sorella al telefono disse Imma senti ma sai se Tommasino ha chiuso l’officina affacciati un secondo al balcone per piacere. Imma si girò col collo per vedere se riusciva a buttare l’occhio da dietro la tavola poi disse Nunzia sto dando la bottiglietta di latte alla criatura aspetta un secondo chiamo Geppino, aspetta un secondo. Nunzia mentre aspettava un secondo si teneva mantenuta la cornetta con la spalla mentre con le mani sciacquava i piatti sotto l’acqua tiepida. Imma chiamò il figlio ad alta voce urlando Geppino bello a mamma affacciati un secondo llà fuori vedi se zio Tommasino sta ancora nell’officina o se ha chiuso. Geppino uccise un attimo il boss del secondo livello poi posò il joystick e andò a vedere e c’era una macchina scassata fuori all’officina e zio Tommasino stava con la testa sotto e le cosce di fuori mentre uno si fumava la sigaretta sul marciapiede. Entrò dentro e disse sì sì sta aperta l’officina, lo zio sta aggiustando una macchina.

Nunzia sentì già da sola la risposta così disse ah assafaamaronna Imma senti una cosa il dottore domani sta di mattina o di pomeriggio, e Imma rispose che stava di mattina, e poi il figlio fece il ruttino. Allora Nunzia finì di asciugare la casseruola e andò lì fuori a stendere i panni. La signora del palazzo di fronte stava affacciata che spezzava i gerani e fece buonasera con la testa. Nunzia fece cadere una cannuccia nel cortile dove i ragazzini stavano giocando a pallone, riconobbe il figlio dell’infermiera e da sopra il balcone urlò a Giannino se le saliva un secondo la cannuccia che era caduta. Giannino aveva segnato solo due gol e si fece le scale fino al terzo piano, in cambio di un grazie assai e una manciata di confetti con le mandorle. Poi Nunzia andò un secondo di là a sistemare i maglioni nell’armadio e prese la criaturella che si era svegliata. Cambiando il pannolino le venne la lampadina in testa che si era scordata l’orologio a casa di Imma ieri pomeriggio.

Prese il telefono e chiamò Imma uè Imma l’orologio mio sta da te? Quand’è che me lo sono tolto non mi ricordo? Imma si girò col collo verso il mobiletto all’ingresso disse sì sì sta qua te lo sei levato ieri per farmi vedere che tenevi l’irritazione sotto. Poi la criatura si è messa a piangere ce lo siamo scordati. Abbi pazienza Imma dicci a Geppino che lo porta a Tommasino giù all’officina, sennò finisce che non ci vediamo fino a domenica senza orologio come faccio. Imma allora chiamò a Geppino Geppì! Geppì! porta l’orologio che sta sopra il mobiletto a zio Tommasino, dicci che la zia se l’è scordato a casa. Geppino stava finendo il secondo giro ancora in pole position, posò il joystick e scese con l’orologio in mano.

Sulle scale ci stavano Michele e Angioletto che facevano lo scivolo sul corrimano. Geppino fece un mezzo scivolo e poi uscì dal portoncino e prese il marciapiede fino al bar. Stavano i tavolini vuoti e il barista da dietro al bancone guardava lì fuori le macchine che passavano. Geppino attraversò e andò all’officina. Lo zio stava ancora sotto la macchina. Geppino entrò nell’officina e si mise a guardare le chiavi inglesi appese per grandezza sopra al tavolino, con la lucetta gialla e il blocchetto per scrivere i numeri di telefono. C’era l’odore dei copertoni e di olio, però non c’era male. Geppino chiamò lo zio per dire che stava lì, ma lo zio non rispose. Allora Geppino si accucciò sotto alla macchina per farsi vedere faccia a faccia, e si rese conto che quello era Stefanino, quello che dava una mano in officina. Stefanì lo zio dove sta?

Stefanino rullò fuori e disse no tuo zio non ci sta è andato a fare un servizio, mò torna perché? E Geppino disse dell’orologio, così Stefanino glielo fece mettere nel cassetto delle fatture. Lo zio Tommasino poi il pomeriggio tornò dal suo servizio e trovò l’orologio della moglie nel cassetto, Stefanino spiegò che era passato il nipote. Quando Geppino tornò a casa Imma gli chiese se aveva portato l’orologio allo zio e lui rispose di sì e se ne andò in cameretta a sparare a un po’ di carri armati. Pensò che era meglio non dire alla mamma che aveva visto le cosce di Stefanino sotto la macchina, invece che quelle dello zio, che sennò quella si incazzava con lui. Sparò a un sacco di carri armati e pure ai soldati, ma senza mettere il record. Nunzia fu contenta di riavere l’orologio la sera stessa, e scolò i maccheroni mentre Tommasino era fresco di doccia, se li mangiarono tutti e due, e la criatura rimase a dormire senza mai svegliarsi, tutto il tempo.

contiene fino al giorno 8

5 marzo 2012

In effetti erano già passati tre giorni e non era successo niente di niente di quello che aveva previsto. Non aveva avuto voglia di chiamare, né il telefono era squillato. Certo, aveva pensato di staccarlo ma poi si era detto se lo faccio nessuno mi può rintracciare (nella mente lui non usava i congiuntivi e non badava ai verbi) così pensò ora lo lascio così com’è e se squilla squilla. Però il telefono non squillava e intanto lui aveva altro da fare, e questo per tre giorni, uno, due e tre,

anche se nel giorno 3 poi lo chiamò una tipa che vendeva tappeti e che si era mostrata interessata al fatto che lui non volesse tappeti, aveva detto una cosa tipo buongiorno la chiamo per conto della nonsocosa per comunicarle che c’è un’offerta che non può perdere per un tappeto di qualità e quando era arrivata all’incirca a “…eto di qua…” lui aveva detto che no scusi ma i tappeti niente grazie e la signorina aveva detto ma davvero? con tre punti interrogativi e provava a non mollare l’osso senonché lui riattaccò che doveva girare la pasta sul fuoco.

Il giorno 4 fu abbastanza anonimo, una volta prese il cellulare in mano per rileggere i vecchi messaggi, in cui c’erano un po’ troppi punti e virgola a fare l’occhiolino e così si sentì stupido perché troppi occhiolini non sono un flirt, non sono una complicità ma sono tipo quelle foto delle labbra socchiuse con la fragola in mezzo e il rossetto sfolgorante. Non era stagione di fragole, ma almeno nessuno tentò di vendere qualche confezione da 12 di vini bianchi.

Il giorno 5, e a questo punto avete capito che ogni paragrafo è un giorno, il giorno 5 era per fortuna sabato e il sabato se ne andava in palestra giusto perché ormai la tessera ce l’aveva. Il tizio che sollevava il triplo dei suoi pesi non c’era e forse era già andato via. Si rese conto che trovava rassicurazione a vedere il tizio allo stesso momento, non riuscendo a capire il motivo di questa cosa. Così intanto che sudava la mente si impuntò sul fatto che andare in palestra senza il tizio che solleva i pesi lì davanti non era la stessa cosa. Non appena il tizio entrò ecco che uno gli disse ciao Max e da tizio diventò Max. Non era la stessa cosa sudare davanti a Max che davanti “al tizio”. Improvvisamente decise che dopotutto non gliene fregava niente.

Il giorno 6 si era scordato che il telefono non aveva dato segnali. In realtà ora non aveva più nessuna speranza e manco ci restava male di non avere più nessuna speranza. Così il telefono squillò e lui pensò di non rispondere. Poi però squillò una seconda e una terza volta(quella suoneria maledetta ora ne era certo l’avrebbe cambiata), e insomma alla quarta volta disse ohi ciao, con il punto esclamativo, ma uno abbastanza piccolo. Quello di là disse la cosa più odiosa da dire e cioè non ti sei fatto più sentire, e quindi non occorre che io vi dica che esito ebbe la conversazione. Però voi dal titolo sapete che i giorni sono 8. Visto che il clou sarebbe stata questa telefonata, e che la telefonata di fatto è stata una schifezza, senza esitazione passerei a dirvi cosa accadde il giorno 7.

Il giorno 7 cancellò tutti i numeri di telefono odiosi dalla rubrica. Non sembrava, ma ce ne stavano parecchi di numeri odiosi. Certi, in effetti, più che odiosi ormai inutili. C’era il numero dell’antennista che venne a mettere la parabolica quando abitava nell’altro quartino. C’era il numero della cugina di Mimmo che una volta Mimmo disse chiama sul cellulare di mia cugina intanto che il mio l’ho perso, c’era il numero dei taxi di Milano quella volta che era andato a Milano e aveva memorizzato il numero di taxi, e perciò cancellò tutti i numeri odiosi.

Il giorno 8 il telefono squillò di un numero SCONOSCIUTO. Quand’è così, uno risponde e basta, anche se è il giorno 8 e anche se può essere che sia un numero odioso ormai cancellato. Disse pronto e quell’altro disse “ti volevo chiedere scusa”. Io nella mia mente lo so cosa rispose, però d’altra parte il racconto è finito, perché il titolo parla chiarissimo, e quindi pure senza leggere il tabulato secondo me possiamo mettere il punto qui: .

contiene milioni, miliardi, triliardi di fiori bellissimi

19 gennaio 2012

La panchina era piena di sole e il legno scottava. Il vecchio chiuse gli occhi e riposò. Gli alberi nel calore del mezzogiorno fluttuarono come steli di erbetta fresca ai bordi di un ruscello, gli insetti intonarono la loro serenata ai piccoli fiori socchiusi, ai piccoli fiori timidi e ai piccoli fiori pieni del profumo dei sogni che non si sono ancora avverati. Il vecchio riposò mentre il cielo sopra di lui diventava un mare calmo e profondo mille kilometri e forse diecimila. Sentì il calore tra le rughe del volto, il sudore sul collo, il richiamo dei grilli, il fruscio dei cespugli. Sorrise e dormì sulle assi calde e segnate dai nomi di cento e più innamorati. Fluttuò tra gli alberi e insieme a loro, e andò via.

Vide i campi squadrati con le righe che affondavano nel terreno, i segni delle strade ferire l’armonia dei solchi, vide i binari sottili come graffi di carta e piccoli pozzi solitari e dimenticati, vide rocce pallide e alberi morti, macchie buie e fiumi fangosi, vide case, altre case, tetti, altri tetti, e vide prati con piccole margherite, sfrontati papaveri, cardi ai bordi dei marciapiedi e delicate malve. Ricordò le scarpe dei giorni di festa, la moneta nascosta sotto il sasso, il suono delle campane e l’odore della nonna. Si avvicinò alle margherite e ne raccolse una, strappandone un petalo meccanicamente.

Il sole era più vicino, più in alto, era solo per lui. Splendeva sulla piccola margherita rendendola brillante come oro fuso. Strappò il secondo petalo e si alzò il vento. Gli alberi, feriti, ulularono su di lui, facendolo rabbrividire. Una goccia di sudore gli cadde dalla fronte. Il vecchio aprì gli occhi da dentro le palpebre. Macchie rosse pulsavano su uno sfondo nero, diventarono color fuoco, poi arancioni. Piccoli raggi scuri lottavano per farsi strada al centro e una fiamma incandescente mandava le sue vampate verso l’esterno. Sparirono le margherite, le case, i tetti e i piccoli pozzi solitari. Aprì gli occhi.

Due innamorati erano sdraiati sull’erba e prendevano il sole tenendosi per mano, senza stringersi le mani. Le mosche ronzavano accanto ai loro indumenti. Una mamma sfogliava una rivista mentre la bimba faceva un piccolo mazzetto di fiorellini gialli. Due ragazzi si bagnavano i polsi alla fontanella e dietro gli alberi, in lontananza, una donna stendeva le lenzuola al balcone. Il vecchio sì alzò lentamente, e lentamente si incamminò verso casa. Nessuno badò a lui, nessuno gli rivolse la parola, nessuno si sarebbe ricordato di lui. Entrò in casa, e si chiuse la porta alle spalle.

Contiene la tendina a fiori, ma non pacchiana, e Mimmo

14 dicembre 2011

Mimmo gli cadono le cose da mano ogni mattina appena si sveglia. Lui lo sa, però lo stesso piglia i calzini da terra, gli cadono, se li mette e poi si alza. Se ne va di là ad accendere i fornelli con la macchinetta già fatta la sera prima, apre la finestra e si accende la sigaretta che l’aria gelata gli entra tra i peli del petto. Il bicchierino gli cade da mano e lui lo piglia, vede se si è scardato, lo rimette a posto e si beve una macchinetta intera, senza zucchero. Poi se ne va a preparare, e non si sono ancora fatte le 6.

Attraversa il vialone che il cielo è ancora più nero che celeste, e fa un cenno allo spazzino che soffia le foglie con il tubo pieno d’aria. La signora con le stampelle sta dietro alla tendina a fiori, che guarda per strada se qualcuno passa, e Mimmo è sempre lui che passa alle 6. La signora lo guarda con la stessa faccia del giorno prima, e con la stessa faccia del giorno dopo. Il primo pullman si ferma al primo semaforo senza nessuno dentro. L’autista c’ha gli occhi concentrati e il pizzetto che gli sta a crescere un’altra volta.

Mimmo gli piace sempre assai quando passa vicino alle villette. La gente lì dentro dorme fino a tardi, e rimangono solo i cani a girare in cerchio in mezzo ai cortili di marmi e di piante rachitiche. Uno c’ha il muso tra le sbarre del cancello e aspetta tutto il giorno. Lo guarda aprendo le narici e scodinzolando lento lento, senza speranza.

Ormai Mimmo ha preso calore, e comincia a correre. Lo deve fare, o sennò gli scoppia il cuore in mille pezzi. Le scarpe sono quelle buone, la tuta è quella buona, i guanti sono quelli buoni. Sono le cosce, che non sono più quelle buone. Corre lo stesso e non guarda in faccia a nessuno. Se gli escono le lacrime agli occhi dà la colpa al freddo. L’aria si congela davanti al naso e lui corre davanti a quell’altra aria. Il cielo è più celeste che nero quando ha finito il giro intero.

Respira forte Mimmo, e cammina piano, che la giornata è lunga assai. Tutto quello che deve fare è campare fino a domani, e se Dio vuole correre un altro giro, per la stessa strada, davanti alle stesse facce, con le stesse cosce, gli stessi pensieri, ma senza stampelle. Raccoglie i guanti che gli sono caduti a terra e se ne torna a casa: per lui è già sera.

contiene un panorama dietro un vetro

29 settembre 2011

Si erano fatte le otto e avevamo preso posto in auto. Mi ero seduto dietro il conducente e accanto a me avevo una sconosciuta che leggeva un libro. L’auto era di quelle nuove, completamente trasparente dall’interno verso l’esterno, in modo che lo sguardo potesse andare al cielo o ai palazzi; i sedili erano poltrone comode nelle quali affondare per la durata del viaggio; il volante era un pulsante da premere e da guidare con la forza del pensiero. Strane luci lampeggiavano là dove un tempo si trovavano le marce o il cruscotto.

Era la prima volta che viaggiavo in quest’auto, ma mi avevano tutti detto che era un bel viaggiare. La sconosciuta sfogliava le sue pagine e non le rivolsi mai la parola, raramente lo sguardo. Il cielo era privo di nuvole ma recava i segni del passaggio di qualche aereo molto in quota. La nostra destinazione fu raggiunta nel mezzo delle chiacchiere che facevamo con l’uomo anziano seduto avanti. Era salito dopo pochi kilometri e aveva molte osservazioni interessanti da fare su queste nuove tecnologie.

L’auto si fermò accanto a un palazzo di cemento di recente tinteggiato di un’ocra intensa. Il cancello aveva riflessi dorati e i balconi erano disposti con regolarità e simmetria fino al sesto piano. In alto c’era un piccolo giardino. Ci trovavamo in una strada in leggera salita, era una traversa del lungomare, che però a quell’ora era deserto, cosa che non mancammo di notare con un certo straniamento.

Il conducente e il vecchio uscirono dall’auto lasciandomi solo con la donna intenta a leggere. Avrei avuto voglia di sgranchirmi le gambe ma non osavo venir meno all’invito di non uscire, per quanto non capivo il motivo di tale raccomandazione. Così mi puntellai con i polsi sul soffice sedile cercando di protendermi in avanti, per guardare da vicino la postazione di guida. Avevo allungato anche un braccio per aprire lo sportello anteriore e far passare l’aria, ma non c’era un gran bisogno perché all’interno avevamo comunque ogni comodità.

A un tratto le lucine lampeggiarono all’unisono e l’auto si mise in moto. Ci vollero alcuni secondi per capire che stava per muoversi, ma all’indietro. Io non avevo toccato proprio nulla, e non sapevo cosa fare per arrestare il movimento del veicolo. Mi convinsi che era dovuto alla portiera aperta, così la chiusi e tornai al mio posto sperando in un ripristino delle condizioni iniziali, ma una scossa di terrore si impadronì di me quando vidi che il panorama che avevo davanti agli occhi non era più quello di un placido lungomare, bensì di una strada polverosa che non aveva mai fine.

L’auto scivolò inesorabile all’indietro. Provai a premere pulsanti, per cercare quello che doveva corrispondere al freno a mano, perché mi dicevo certo che doveva pur esistere. La donna accanto a me aveva riposto il libro ma non faceva niente ugualmente, mi osservava con disapprovazione. L’auto schivò ogni altra auto. Pareva muoversi secondo la propria volontà: quando stava per urtare un mezzo in sosta rallentava fino a frenare, poi quel mezzo spariva e l’auto retrocedeva ancora più velocemente. Così ci rinunciai. I bottoni, le istruzioni, il panorama, non me ne importava più niente.

Quando l’auto si trovò a pochi metri dalla piazza che affacciava sullo strapiombo pensai che sarebbe stata una brutta morte, ma non ebbi paura, ero solo rassegnato. La donna mi guardò e solo allora parlò, ma non trascrivo ciò che disse, perché il ricordo mi causa un gran dolore. A quel punto la corsa si interruppe in una piccola rientranza con una tettoia di bambù e sabbia per terra. Scesi dall’auto perché non mi sembrava più il caso di obbedire agli ordini, e mi affacciai sul muretto di pietra scottato dal sole per osservare il mare piatto e pieno di riflessi. Decisi di restare lì tutto il tempo necessario, e fu necessario molto tempo.

Contiene ciò che accade all’uomo vintage

17 settembre 2011

L’uomo vintage ha scelto un cono non pretenzioso ai digeribili frutti di bosco e albicocca comunicandolo al gelataio con voce sicura. Facendo due passi verso la cassa ha sfilato con gesto misurato il portafogli dalla tasca della giacca doppiopetto di squisita fattura e ha estratto una ordinata mazzetta di banconote da 5 euro, riponendone una sul lucido vetro del banco, perfettamente dispiegata.

Il gelataio ha collocato il cono nel portaconi e l’uomo vintage ha preso le due monete di resto con la mano sinistra, il cono con la mano destra. Ha augurato la buona giornata al gelataio accompagnando le parole a un impercettibile inchino del busto, è uscito dal negozio e si è fermato ad ammirare la piazza vuota di gente ma non di storia, i ciottoli multicolori, il sole sul marmo rosa del placido monumento e ha appoggiato il piede destro sul primo gradino della simbolica costruzione, con un gesto calcolato ma del tutto naturale.

Il lucido di scarpe ha assorbito il raggio di sole con avidità, la calza di cotone d’un discreto grigio si è appena intravista, il medesimo delle diagonali della regimental dal nodo perfetto. L’uomo vintage ha lasciato cadere il braccio destro lungo i fianchi, le dita della mano unite come nelle foto dei governanti del G8. Senza strafare, ha consumato il suo gelato fino al bordo del cono, indi si è delicatamente sbarazzato del cono senza mai toccare il cestino dei rifiuti e si è deterso la fronte dal sudore, dacché il sole non cessava di mostrare la sua presenza.

Poco più avanti, i tavolini del bar fornivano un riparo grazie a una tettoia di giunchi. Immobili icone sacre spiavano i passanti dalla vetrina a cui sono eternamente destinate. Un turista tedesco ha letto il nome della via sulla lapide di marmo, poi ha abbassato il capo per trovare la corrispondenza sulla cartina. L’uomo vintage è entrato nel bar con una mano in tasca. Ha fatto un cenno di saluto con l’altra e si è recato senz’altro indugio al banco su cui giaceva il quotidiano locale. Non ha avuto problemi ad aprire il giornale senza incastrarsi con la catenella a cui è legato.

Il barista ha portato un bicchiere pieno a metà con un bicchiere d’acqua e alcune bollicine e l’uomo vintage l’ha ringraziato usando le parole più appropriate, esattamente al rintocco della campana.

Il pesce più magico del fiumastro splendidoso

13 giugno 2011

Una bella mattina Cirifuzzola andò a giocare sulla riva del fiumastro splendidoso e fece tante corse sul terreno soffice. Corse più veloce degli insetti pungentissimi e i suoi capelli volavano più vellutati dei petali più fiorellosi e delle farfallozzole più variopinte.

Cirifuzzola era felice perché il sole le scaldava il nasino e sentiva tutti gli odori più vivaci a pochi passi dallo sciaf sciaf celeste. Corse così assai che si stancò, e si sdraiò accanto a una piantina delicata, a due salti di distanza dalle piccole ondicelle spumeggianti.

I ramoscelli galleggiavano come tante barchette volanti e le nuvolonze erano gonfie come ovatta morbida morbida. Piccole apuzze ronzavano danzando nel silenzio del sonnellino di Cirifuzzola, che sognò di nuotare fino al mare come il più magico di tutti i pesci del fiumastro splendidoso.

Poi il sole si fece piccolo piccolo e Cirifuzzola rabbrividì svegliandosi. Si stiracchiò con mille ossa e sbadiglio con gli occhi pieni di lacrimottole. Fece un saltello piccolo e poi uno grande e infine scalò i gradini di pietra che portavano al ponte. Da lassù i riflessi dell’acqua erano mille più di mille e le apuzze sembravano piccole come le lucine degli occhi chiusi. Il mare non si vedeva, però Cirifuzzola lo sapeva, che il mare c’era.

Tornò a casa che aveva tanta fame, e tanta voglia di raccontare il suo sogno a qualcuno. Così corse subito dalla mammina, che era bella come cento orchidee e aveva le manine cicciotte. La mammina si abbassò e disse con voce squillante: “Cirifuzzola hai fatto il tuo pisolino? Sei una cagnolina pigronissima tu?”. Cirifuzzola scondinzolò così tanto che la mammina la prese in braccio e la coccolò assai molto. “Adesso ti porto a fare pipì”.

Mammina prese un guinzaglione arancione e lo mise al collo di Cirifuzzola, scesero mille scalini di pietra e trottarono in strada, sui lastroni squadrati di grigio, tra i macchinoni sonnecchianti e tra i bidoni puzzolenti. Mammina strattonò Cirifuzzola e disse: “Domani ti porto al parco, te lo prometto. Ma oggi mi fanno male le ossa.  Domani ti porto a fare una bella passeggiata al parco”.

Cirifuzzola fece una pipì lunga lunga all’angolo del palazzone gigantissimo. Mammina rise con i denti fracidi. “Cirifuzzola che hai fatto, un fiume? Eheh. Un altro poco e arriva dritto dritto al mare. Torniamo a casa, fai la brava!”. Cirifuzzola scodinzolò abbastanza e tornò a casa con mammina. Si accucciò accanto a lei e ascoltò le storie che mammina le raccontava, fino a che non si chiusero gli occhioni neri neri, un’altra volta.

Stavano sbocciando le roselline

9 aprile 2011

Poi uscì di corsa per strada e urlava, urlava. Le fiamme dietro la schiena cadevano pezzi di stoffa, si accartocciavano sull’asfalto e poi diventavano nere mentre che urlava, il fumo, la carne e il fuoco. Finì ginocchia a terra, si chinò davanti, crollò di lato e morì supina. L’aria era bollente e la piccirella dormiva nella culla.

La trovarono perché la sentirono. Portarono una coperta marrone e rimasero in tre ad aspettare. Uno staccava le foglie delle ortensie e poi si annusava le dita, uno guardava negli occhi la gente affacciata al balcone e poi quell’altra di là, poi quell’altra di là. L’altro guardava la coperta marrone e non diceva una parola.

Dalle scale si vedeva il braccio che usciva. Mimmo disse a Tommasino: “chi è?”, e Tommasino disse: “la pazza”. Mimmo sputò nel vaso di gerani della signora di sotto. “E come è morta?”. Tommasino si alzò sulle punte per vedere se aveva centrato il vaso. “Boh. E’ morta”. Mimmo parve soddisfatto della risposta. “Andiamo ad acchiappare le lucertole”.

La signora del secondo piano aveva davanti agli occhi le urla. Le vedeva nelle orecchie. Di fronte c’era la tendina della cucina della morta. Aveva appeso i pomodori a seccare fuori al balcone, e sulle funi stavano ad asciugare le tovaglie e gli asciugamani. Vicino alla ringhiera stavano sbocciando le roselline.

La puzza si tolse e la coperta pure. L’infermiera doveva pigliare servizio e prese la Cinquecento, fece manovra e girò di là. Rimasero due pezzi di stoffa a girare sotto le ruote. Venne sera pure quella sera e Graziella spezzò i plasmon nel latte e mise a dormire la bambina. Disse al fratello che sul manifesto dovevano scrivere: “tragicamente, è mancata all’affetto dei suoi cari” senza mettere i nomi dei parenti. E lui disse: “stamattina si è messa a pulire la vasca del bagno, di prima mattina”.

Però non tanto

27 marzo 2011

Quando la signorina Gemma si buttò dal quarto piano i bambini stavano giocando a nascondino dietro il cortiletto piccolo. Fabio si era nascosto dietro la cinquecento gialla, Peppe si era scelto il cespuglio accanto al salice, quello vicino alla fontanella, e Raffaella stava dritta dritta dietro il pilastro del garage numero 23. Sentirono plof, sì, però nessuno si mosse, che Vincenzo ancora contava fino a 31.

Il parrucchiere aveva lasciato le finestre aperte che sennò con tutti e 4 i caschi si moriva dal caldo. Marisa stava leggendo l’oroscopo e diceva “Leone: l’estate sarà piena di sorprese”. La dottoressa dormiva col giornale aperto sul fotoromanzo. Il plof lo sentì solo la sciampista, però girò solo la testa che non poteva lasciare Luisella coi capelli bagnati.

Carletto stava litigando col fratello, che gli aveva strappato la pagina di Topolino e lo chiamava quattrocchi. La mamma disse “statevi zittiii” che non riusciva a dire due parole al telefono e se non faceva un tiro la sigaretta le sarebbe caduta pure sulla moquette. Intanto che qualcosa faceva plof lei si segnò il numero del falegname sulla lavagnetta a muro. Il pennarello già non scriveva più.

Franca e Salvatore si stavano baciando davanti ai gerani. La zia era andata un secondo di fronte che la vedova chiesto se per favore l’aiutava a piegare le lenzuola fresche lavate. Sentirono plof che Salvatore aveva messo la mano sulle tette e Franca gliela spostava, però non tanto.

Vincenzo contò fino a 31 e con la coda dell’occhio aveva già visto dove si era nascosta Raffaella, così fece una corsa e disse “1 2 3 Raffaella dietro al muro!”. Raffaella disse “non vale imbrogli!” e intanto che nessuno lo pensava Peppe corse da dietro il cespuglio per andare nell’androne dell’altra scala. Senonché la signorina Gemma era lì che aveva il balcone. Peppe urlò così assai che pure la dottoressa si svegliò da sotto il casco. Salvatore aprì gli occhi e si sporse dal balconcino, disse “entra dentro non vedere”, ma Franca si affacciò pure lei.

Salvatore scese le scale subito e bussò il dottore al primo piano. La gente già era scesa e Peppe si era pisciato sotto. La vedova staccò la spina dal ferro da stiro. Marisa arrivò con tutti i bigodini, uno cadde per terra e rimase accanto alle scarpe della signorina Gemma.  Il dottore disse: “è morta”.

Carletto stava leggendo che Rockerduck aveva vinto una gara contro Zio Paperone. Si era strappata la pagina con la pubblicità della Big Babol. Arrivarono a prendere la signorina Gemma e poi il portiere del palazzo passò il secchio d’acqua per terra. Fabio andò a casa e disse che a nascondino aveva vinto lui.

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