Archivi per la categoria 'Racconti'.

contiene milioni, miliardi, triliardi di fiori bellissimi

19 Gennaio 2012

La panchina era piena di sole e il legno scottava. Il vecchio chiuse gli occhi e riposò. Gli alberi nel calore del mezzogiorno fluttuarono come steli di erbetta fresca ai bordi di un ruscello, gli insetti intonarono la loro serenata ai piccoli fiori socchiusi, ai piccoli fiori timidi e ai piccoli fiori pieni del profumo dei sogni che non si sono ancora avverati. Il vecchio riposò mentre il cielo sopra di lui diventava un mare calmo e profondo mille kilometri e forse diecimila. Sentì il calore tra le rughe del volto, il sudore sul collo, il richiamo dei grilli, il fruscio dei cespugli. Sorrise e dormì sulle assi calde e segnate dai nomi di cento e più innamorati. Fluttuò tra gli alberi e insieme a loro, e andò via.

Vide i campi squadrati con le righe che affondavano nel terreno, i segni delle strade ferire l’armonia dei solchi, vide i binari sottili come graffi di carta e piccoli pozzi solitari e dimenticati, vide rocce pallide e alberi morti, macchie buie e fiumi fangosi, vide case, altre case, tetti, altri tetti, e vide prati con piccole margherite, sfrontati papaveri, cardi ai bordi dei marciapiedi e delicate malve. Ricordò le scarpe dei giorni di festa, la moneta nascosta sotto il sasso, il suono delle campane e l’odore della nonna. Si avvicinò alle margherite e ne raccolse una, strappandone un petalo meccanicamente.

Il sole era più vicino, più in alto, era solo per lui. Splendeva sulla piccola margherita rendendola brillante come oro fuso. Strappò il secondo petalo e si alzò il vento. Gli alberi, feriti, ulularono su di lui, facendolo rabbrividire. Una goccia di sudore gli cadde dalla fronte. Il vecchio aprì gli occhi da dentro le palpebre. Macchie rosse pulsavano su uno sfondo nero, diventarono color fuoco, poi arancioni. Piccoli raggi scuri lottavano per farsi strada al centro e una fiamma incandescente mandava le sue vampate verso l’esterno. Sparirono le margherite, le case, i tetti e i piccoli pozzi solitari. Aprì gli occhi.

Due innamorati erano sdraiati sull’erba e prendevano il sole tenendosi per mano, senza stringersi le mani. Le mosche ronzavano accanto ai loro indumenti. Una mamma sfogliava una rivista mentre la bimba faceva un piccolo mazzetto di fiorellini gialli. Due ragazzi si bagnavano i polsi alla fontanella e dietro gli alberi, in lontananza, una donna stendeva le lenzuola al balcone. Il vecchio sì alzò lentamente, e lentamente si incamminò verso casa. Nessuno badò a lui, nessuno gli rivolse la parola, nessuno si sarebbe ricordato di lui. Entrò in casa, e si chiuse la porta alle spalle.

Contiene la tendina a fiori, ma non pacchiana, e Mimmo

14 Dicembre 2011

Mimmo gli cadono le cose da mano ogni mattina appena si sveglia. Lui lo sa, però lo stesso piglia i calzini da terra, gli cadono, se li mette e poi si alza. Se ne va di là ad accendere i fornelli con la macchinetta già fatta la sera prima, apre la finestra e si accende la sigaretta che l’aria gelata gli entra tra i peli del petto. Il bicchierino gli cade da mano e lui lo piglia, vede se si è scardato, lo rimette a posto e si beve una macchinetta intera, senza zucchero. Poi se ne va a preparare, e non si sono ancora fatte le 6.

Attraversa il vialone che il cielo è ancora più nero che celeste, e fa un cenno allo spazzino che soffia le foglie con il tubo pieno d’aria. La signora con le stampelle sta dietro alla tendina a fiori, che guarda per strada se qualcuno passa, e Mimmo è sempre lui che passa alle 6. La signora lo guarda con la stessa faccia del giorno prima, e con la stessa faccia del giorno dopo. Il primo pullman si ferma al primo semaforo senza nessuno dentro. L’autista c’ha gli occhi concentrati e il pizzetto che gli sta a crescere un’altra volta.

Mimmo gli piace sempre assai quando passa vicino alle villette. La gente lì dentro dorme fino a tardi, e rimangono solo i cani a girare in cerchio in mezzo ai cortili di marmi e di piante rachitiche. Uno c’ha il muso tra le sbarre del cancello e aspetta tutto il giorno. Lo guarda aprendo le narici e scodinzolando lento lento, senza speranza.

Ormai Mimmo ha preso calore, e comincia a correre. Lo deve fare, o sennò gli scoppia il cuore in mille pezzi. Le scarpe sono quelle buone, la tuta è quella buona, i guanti sono quelli buoni. Sono le cosce, che non sono più quelle buone. Corre lo stesso e non guarda in faccia a nessuno. Se gli escono le lacrime agli occhi dà la colpa al freddo. L’aria si congela davanti al naso e lui corre davanti a quell’altra aria. Il cielo è più celeste che nero quando ha finito il giro intero.

Respira forte Mimmo, e cammina piano, che la giornata è lunga assai. Tutto quello che deve fare è campare fino a domani, e se Dio vuole correre un altro giro, per la stessa strada, davanti alle stesse facce, con le stesse cosce, gli stessi pensieri, ma senza stampelle. Raccoglie i guanti che gli sono caduti a terra e se ne torna a casa: per lui è già sera.

contiene un panorama dietro un vetro

29 Settembre 2011

Si erano fatte le otto e avevamo preso posto in auto. Mi ero seduto dietro il conducente e accanto a me avevo una sconosciuta che leggeva un libro. L’auto era di quelle nuove, completamente trasparente dall’interno verso l’esterno, in modo che lo sguardo potesse andare al cielo o ai palazzi; i sedili erano poltrone comode nelle quali affondare per la durata del viaggio; il volante era un pulsante da premere e da guidare con la forza del pensiero. Strane luci lampeggiavano là dove un tempo si trovavano le marce o il cruscotto.

Era la prima volta che viaggiavo in quest’auto, ma mi avevano tutti detto che era un bel viaggiare. La sconosciuta sfogliava le sue pagine e non le rivolsi mai la parola, raramente lo sguardo. Il cielo era privo di nuvole ma recava i segni del passaggio di qualche aereo molto in quota. La nostra destinazione fu raggiunta nel mezzo delle chiacchiere che facevamo con l’uomo anziano seduto avanti. Era salito dopo pochi kilometri e aveva molte osservazioni interessanti da fare su queste nuove tecnologie.

L’auto si fermò accanto a un palazzo di cemento di recente tinteggiato di un’ocra intensa. Il cancello aveva riflessi dorati e i balconi erano disposti con regolarità e simmetria fino al sesto piano. In alto c’era un piccolo giardino. Ci trovavamo in una strada in leggera salita, era una traversa del lungomare, che però a quell’ora era deserto, cosa che non mancammo di notare con un certo straniamento.

Il conducente e il vecchio uscirono dall’auto lasciandomi solo con la donna intenta a leggere. Avrei avuto voglia di sgranchirmi le gambe ma non osavo venir meno all’invito di non uscire, per quanto non capivo il motivo di tale raccomandazione. Così mi puntellai con i polsi sul soffice sedile cercando di protendermi in avanti, per guardare da vicino la postazione di guida. Avevo allungato anche un braccio per aprire lo sportello anteriore e far passare l’aria, ma non c’era un gran bisogno perché all’interno avevamo comunque ogni comodità.

A un tratto le lucine lampeggiarono all’unisono e l’auto si mise in moto. Ci vollero alcuni secondi per capire che stava per muoversi, ma all’indietro. Io non avevo toccato proprio nulla, e non sapevo cosa fare per arrestare il movimento del veicolo. Mi convinsi che era dovuto alla portiera aperta, così la chiusi e tornai al mio posto sperando in un ripristino delle condizioni iniziali, ma una scossa di terrore si impadronì di me quando vidi che il panorama che avevo davanti agli occhi non era più quello di un placido lungomare, bensì di una strada polverosa che non aveva mai fine.

L’auto scivolò inesorabile all’indietro. Provai a premere pulsanti, per cercare quello che doveva corrispondere al freno a mano, perché mi dicevo certo che doveva pur esistere. La donna accanto a me aveva riposto il libro ma non faceva niente ugualmente, mi osservava con disapprovazione. L’auto schivò ogni altra auto. Pareva muoversi secondo la propria volontà: quando stava per urtare un mezzo in sosta rallentava fino a frenare, poi quel mezzo spariva e l’auto retrocedeva ancora più velocemente. Così ci rinunciai. I bottoni, le istruzioni, il panorama, non me ne importava più niente.

Quando l’auto si trovò a pochi metri dalla piazza che affacciava sullo strapiombo pensai che sarebbe stata una brutta morte, ma non ebbi paura, ero solo rassegnato. La donna mi guardò e solo allora parlò, ma non trascrivo ciò che disse, perché il ricordo mi causa un gran dolore. A quel punto la corsa si interruppe in una piccola rientranza con una tettoia di bambù e sabbia per terra. Scesi dall’auto perché non mi sembrava più il caso di obbedire agli ordini, e mi affacciai sul muretto di pietra scottato dal sole per osservare il mare piatto e pieno di riflessi. Decisi di restare lì tutto il tempo necessario, e fu necessario molto tempo.

Contiene ciò che accade all’uomo vintage

17 Settembre 2011

L’uomo vintage ha scelto un cono non pretenzioso ai digeribili frutti di bosco e albicocca comunicandolo al gelataio con voce sicura. Facendo due passi verso la cassa ha sfilato con gesto misurato il portafogli dalla tasca della giacca doppiopetto di squisita fattura e ha estratto una ordinata mazzetta di banconote da 5 euro, riponendone una sul lucido vetro del banco, perfettamente dispiegata.

Il gelataio ha collocato il cono nel portaconi e l’uomo vintage ha preso le due monete di resto con la mano sinistra, il cono con la mano destra. Ha augurato la buona giornata al gelataio accompagnando le parole a un impercettibile inchino del busto, è uscito dal negozio e si è fermato ad ammirare la piazza vuota di gente ma non di storia, i ciottoli multicolori, il sole sul marmo rosa del placido monumento e ha appoggiato il piede destro sul primo gradino della simbolica costruzione, con un gesto calcolato ma del tutto naturale.

Il lucido di scarpe ha assorbito il raggio di sole con avidità, la calza di cotone d’un discreto grigio si è appena intravista, il medesimo delle diagonali della regimental dal nodo perfetto. L’uomo vintage ha lasciato cadere il braccio destro lungo i fianchi, le dita della mano unite come nelle foto dei governanti del G8. Senza strafare, ha consumato il suo gelato fino al bordo del cono, indi si è delicatamente sbarazzato del cono senza mai toccare il cestino dei rifiuti e si è deterso la fronte dal sudore, dacché il sole non cessava di mostrare la sua presenza.

Poco più avanti, i tavolini del bar fornivano un riparo grazie a una tettoia di giunchi. Immobili icone sacre spiavano i passanti dalla vetrina a cui sono eternamente destinate. Un turista tedesco ha letto il nome della via sulla lapide di marmo, poi ha abbassato il capo per trovare la corrispondenza sulla cartina. L’uomo vintage è entrato nel bar con una mano in tasca. Ha fatto un cenno di saluto con l’altra e si è recato senz’altro indugio al banco su cui giaceva il quotidiano locale. Non ha avuto problemi ad aprire il giornale senza incastrarsi con la catenella a cui è legato.

Il barista ha portato un bicchiere pieno a metà con un bicchiere d’acqua e alcune bollicine e l’uomo vintage l’ha ringraziato usando le parole più appropriate, esattamente al rintocco della campana.

Il pesce più magico del fiumastro splendidoso

13 Giugno 2011

Una bella mattina Cirifuzzola andò a giocare sulla riva del fiumastro splendidoso e fece tante corse sul terreno soffice. Corse più veloce degli insetti pungentissimi e i suoi capelli volavano più vellutati dei petali più fiorellosi e delle farfallozzole più variopinte.

Cirifuzzola era felice perché il sole le scaldava il nasino e sentiva tutti gli odori più vivaci a pochi passi dallo sciaf sciaf celeste. Corse così assai che si stancò, e si sdraiò accanto a una piantina delicata, a due salti di distanza dalle piccole ondicelle spumeggianti.

I ramoscelli galleggiavano come tante barchette volanti e le nuvolonze erano gonfie come ovatta morbida morbida. Piccole apuzze ronzavano danzando nel silenzio del sonnellino di Cirifuzzola, che sognò di nuotare fino al mare come il più magico di tutti i pesci del fiumastro splendidoso.

Poi il sole si fece piccolo piccolo e Cirifuzzola rabbrividì svegliandosi. Si stiracchiò con mille ossa e sbadiglio con gli occhi pieni di lacrimottole. Fece un saltello piccolo e poi uno grande e infine scalò i gradini di pietra che portavano al ponte. Da lassù i riflessi dell’acqua erano mille più di mille e le apuzze sembravano piccole come le lucine degli occhi chiusi. Il mare non si vedeva, però Cirifuzzola lo sapeva, che il mare c’era.

Tornò a casa che aveva tanta fame, e tanta voglia di raccontare il suo sogno a qualcuno. Così corse subito dalla mammina, che era bella come cento orchidee e aveva le manine cicciotte. La mammina si abbassò e disse con voce squillante: “Cirifuzzola hai fatto il tuo pisolino? Sei una cagnolina pigronissima tu?”. Cirifuzzola scondinzolò così tanto che la mammina la prese in braccio e la coccolò assai molto. “Adesso ti porto a fare pipì”.

Mammina prese un guinzaglione arancione e lo mise al collo di Cirifuzzola, scesero mille scalini di pietra e trottarono in strada, sui lastroni squadrati di grigio, tra i macchinoni sonnecchianti e tra i bidoni puzzolenti. Mammina strattonò Cirifuzzola e disse: “Domani ti porto al parco, te lo prometto. Ma oggi mi fanno male le ossa.  Domani ti porto a fare una bella passeggiata al parco”.

Cirifuzzola fece una pipì lunga lunga all’angolo del palazzone gigantissimo. Mammina rise con i denti fracidi. “Cirifuzzola che hai fatto, un fiume? Eheh. Un altro poco e arriva dritto dritto al mare. Torniamo a casa, fai la brava!”. Cirifuzzola scodinzolò abbastanza e tornò a casa con mammina. Si accucciò accanto a lei e ascoltò le storie che mammina le raccontava, fino a che non si chiusero gli occhioni neri neri, un’altra volta.

Stavano sbocciando le roselline

9 Aprile 2011

Poi uscì di corsa per strada e urlava, urlava. Le fiamme dietro la schiena cadevano pezzi di stoffa, si accartocciavano sull’asfalto e poi diventavano nere mentre che urlava, il fumo, la carne e il fuoco. Finì ginocchia a terra, si chinò davanti, crollò di lato e morì supina. L’aria era bollente e la piccirella dormiva nella culla.

La trovarono perché la sentirono. Portarono una coperta marrone e rimasero in tre ad aspettare. Uno staccava le foglie delle ortensie e poi si annusava le dita, uno guardava negli occhi la gente affacciata al balcone e poi quell’altra di là, poi quell’altra di là. L’altro guardava la coperta marrone e non diceva una parola.

Dalle scale si vedeva il braccio che usciva. Mimmo disse a Tommasino: “chi è?”, e Tommasino disse: “la pazza”. Mimmo sputò nel vaso di gerani della signora di sotto. “E come è morta?”. Tommasino si alzò sulle punte per vedere se aveva centrato il vaso. “Boh. E’ morta”. Mimmo parve soddisfatto della risposta. “Andiamo ad acchiappare le lucertole”.

La signora del secondo piano aveva davanti agli occhi le urla. Le vedeva nelle orecchie. Di fronte c’era la tendina della cucina della morta. Aveva appeso i pomodori a seccare fuori al balcone, e sulle funi stavano ad asciugare le tovaglie e gli asciugamani. Vicino alla ringhiera stavano sbocciando le roselline.

La puzza si tolse e la coperta pure. L’infermiera doveva pigliare servizio e prese la Cinquecento, fece manovra e girò di là. Rimasero due pezzi di stoffa a girare sotto le ruote. Venne sera pure quella sera e Graziella spezzò i plasmon nel latte e mise a dormire la bambina. Disse al fratello che sul manifesto dovevano scrivere: “tragicamente, è mancata all’affetto dei suoi cari” senza mettere i nomi dei parenti. E lui disse: “stamattina si è messa a pulire la vasca del bagno, di prima mattina”.

Però non tanto

27 Marzo 2011

Quando la signorina Gemma si buttò dal quarto piano i bambini stavano giocando a nascondino dietro il cortiletto piccolo. Fabio si era nascosto dietro la cinquecento gialla, Peppe si era scelto il cespuglio accanto al salice, quello vicino alla fontanella, e Raffaella stava dritta dritta dietro il pilastro del garage numero 23. Sentirono plof, sì, però nessuno si mosse, che Vincenzo ancora contava fino a 31.

Il parrucchiere aveva lasciato le finestre aperte che sennò con tutti e 4 i caschi si moriva dal caldo. Marisa stava leggendo l’oroscopo e diceva “Leone: l’estate sarà piena di sorprese”. La dottoressa dormiva col giornale aperto sul fotoromanzo. Il plof lo sentì solo la sciampista, però girò solo la testa che non poteva lasciare Luisella coi capelli bagnati.

Carletto stava litigando col fratello, che gli aveva strappato la pagina di Topolino e lo chiamava quattrocchi. La mamma disse “statevi zittiii” che non riusciva a dire due parole al telefono e se non faceva un tiro la sigaretta le sarebbe caduta pure sulla moquette. Intanto che qualcosa faceva plof lei si segnò il numero del falegname sulla lavagnetta a muro. Il pennarello già non scriveva più.

Franca e Salvatore si stavano baciando davanti ai gerani. La zia era andata un secondo di fronte che la vedova chiesto se per favore l’aiutava a piegare le lenzuola fresche lavate. Sentirono plof che Salvatore aveva messo la mano sulle tette e Franca gliela spostava, però non tanto.

Vincenzo contò fino a 31 e con la coda dell’occhio aveva già visto dove si era nascosta Raffaella, così fece una corsa e disse “1 2 3 Raffaella dietro al muro!”. Raffaella disse “non vale imbrogli!” e intanto che nessuno lo pensava Peppe corse da dietro il cespuglio per andare nell’androne dell’altra scala. Senonché la signorina Gemma era lì che aveva il balcone. Peppe urlò così assai che pure la dottoressa si svegliò da sotto il casco. Salvatore aprì gli occhi e si sporse dal balconcino, disse “entra dentro non vedere”, ma Franca si affacciò pure lei.

Salvatore scese le scale subito e bussò il dottore al primo piano. La gente già era scesa e Peppe si era pisciato sotto. La vedova staccò la spina dal ferro da stiro. Marisa arrivò con tutti i bigodini, uno cadde per terra e rimase accanto alle scarpe della signorina Gemma.  Il dottore disse: “è morta”.

Carletto stava leggendo che Rockerduck aveva vinto una gara contro Zio Paperone. Si era strappata la pagina con la pubblicità della Big Babol. Arrivarono a prendere la signorina Gemma e poi il portiere del palazzo passò il secchio d’acqua per terra. Fabio andò a casa e disse che a nascondino aveva vinto lui.

il post di chi non sa nuotare

5 Novembre 2010

Avevo comprato i jeans nuovi e mi andavano giusti giusti. In stazione c’erano un sacco di polacchi, il pullman li aveva scaricati a mezzogiorno, i maschi fumavano appoggiati ai pilastri, le ragazze chiacchieravano in cerchi da 3. Mi era venuto a prendere con la vespa, quando mi vide arrivare sorrise subito, perciò pensai che i jeans mi stavano bene, e sorrisi pure io. Mi diede il suo casco e così salii dietro, ingranò e imboccò piazza Garibaldi.

Lo tenevo abbracciato poco poco, perché mi scocciava che pensava che ero un tipo azzeccoso. Col casco non sentivo quello che mi diceva, ma penso che non diceva niente, cioè qualcosa così, tanto per dire, che poi andava bene lo stesso. Piazza Garibaldi era così piena di macchine. Prese il rettifilo che mi dovetti tenere meglio. La gente era troppa per strada.

Signore con le borse dei negozi, marocchini a vendere le cinte, i ragazzi con lo zainetto, la vecchia con le varici, il tizio che fuma, il poliziotto, un sacco di gente. Mi voltai con la faccia sulle sue spalle, che sentivo che aveva un odore troppo buono. Mi innamorai stando dietro alla vespa solo a guardargli il collo. Arrivammo ai Quattro Palazzi e prese per via Duomo, mi venne quella cosa nella pancia a fare insieme a lui la strada che invece facevo a piedi la mattina per andare all’università.

Entrò in Spaccanapoli che non si camminava veloce, perché la gente non si spostava. Così però lo sentivo quando parlava. “ci andiamo a prendere una pizzetta o un gelato che dici?” “boh come vuoi tu” “posiamo la vespa poi andiamo a prenderci due paste” “sì va bene”. Posò la vespa a San Domenico Maggiore e ce la facemmo a piedi. Aveva una t-shirt bianca e le braccia, quando scesi dalla vespa, ce le aveva gelate, le sfiorai.

“Entriamo qui a Santa Chiara, così stiamo un po’ tranquilli che dici?” “Sì sì, entriamo”. Io dicevo sempre sì, per me era uguale. Pure nel parcheggio di via Medina o nel Museo di Capodimonte, chi se ne fregava, bastava che stavamo vicini. Così entrammo nel cortile e ci mettemmo a sedere fuori dal chiostro. Il muretto era alto e facevo penzolare i piedi come i bambini. Lui si mise a ridere.

Mi parlava di un sacco di cose. Io rispondevo e annuivo e sorridevo, penso che bastava così.  Allora poi ci facemmo a piedi Gesù Nuovo e scendemmo per la Posta fino a Via Roma. Ci mangiammo due paste e parlammo di cose così, quelle che capitavano. Fu niente che ci trovammo davanti al mare. “Voglio stare sempre in una città di mare, lo sai?” “Perché?” “Guardalo. ” Lo guardai. Era il mare. Per me era solo il mare. Il mare.

il post al buio

27 Ottobre 2010

Andò via la corrente dopo pochi minuti. Mamma si alzò dalla sua sedia per prendere la candela. Si sentì sfregare il fiammifero, poi la cera colò sul piattino e Bimbo ci mise le manine accanto. Mamma prese le castagne e ne fece rotolare 3 sul tavolo. Bimbo ne aprì una, ma non so dire se la mangiò: si vedono solo le sue manine in questa storia qua.

Mamma cominciò a cantare la canzoncina del buio, quella che ha il ritornello che fa “na na, na na, na nanana na” e si avvicinò alla candela, così che Bimbo potesse vedere meglio le sue parole. Cantava piano piano, perché non conosceva un’altra canzoncina del buio e la voleva far durare tanto, così però le veniva più triste di quello che era. Bimbo prese la seconda castagna e disse qualcosa, ma non so dire cosa: la sua voce non si sente tanto bene, in questa storia qua.

Allora Mamma finì la sua canzoncina, prese la manina di Bimbo e disse: “vieni in braccio a Mamma”. Bimbo fece il giro del tavolo e andò in braccio a Mamma, che avvicinò il piattino con la candela dalla sua parte. Purtroppo ora non si vede più neanche la manina di Bimbo, può darsi che dorme, non sono sicuro. So che Mamma cominciò a piangere zitta zitta. Perché, non è spiegato, in questa storia qua.

La terza castagna cadde a terra e rotolò da qualche parte. Mamma lo capì dal suono. Chinò la testa verso Bimbo e lo tenne stretto a sé più forte che poteva senza fargli male. Si alzò piano piano che lo voleva mettere a letto. Le faceva male il braccio perché Bimbo pesava, ma prese il piattino con la candela con l’altra mano, andò verso l’altra parete senza sollevare i piedi, per paura della castagna caduta, poi trovò il comodino, poggiò il piattino. La fiamma tremò molto, ma Bimbo dormì.

Mamma tornò a sedersi sulla sua sedia. Spostò la candela alla sua sinistra. Bimba cullava la sua bambolina coi capelli fulvi. Mamma le disse: “vedrai che fra poco torna la luce”, e Bimba annuì due volte.  Quello che Bimba disse alla sua bambolina, non è spiegato, in questa storia qua.

il post senza serratura

19 Ottobre 2010

Entrò in casa alle tre di notte, dal balcone della cucina, che l’avevano lasciato aperta la porta. C’erano i piatti a tavola, due pezzi di pizza, già fredda. Il gatto osservò dal suo cuscino sul divano senza dire una parola. Sul mobile del telefono c’erano 40 euro messi dentro una bolletta piegata in due. Dal corridoio si sentiva russare qualcuno, non si arrischiò.

In cucina non c’era molto che valesse la pena prendere, la tv era ingombrante e si sarebbero svegliati. C’erano pochi ninnoli d’argento. Il gatto dormiva, ora. Prese la pizza, la piegò mezza e mezza, se la mangiò mentre guardava nelle tasche delle giacche appese all’ingresso, poi se ne tornò lentamente fuori, scivolò lungo la grondaia, poi in strada, in macchina, altrove.

La mamma pensò che i soldi li avesse presi il figlio. Non disse niente al marito e andò a pagare le bollette coi soldi della spesa. Cucinò le alici e ne diede due al gatto. Pensò che i gerani li avesse rovinati il figlio quando si era fumato la sigaretta lì fuori, la sera prima. Li sistemò. Pensò che il figlio si era alzato di notte a finirsi la pizza, tanto lo faceva sempre, e buttò i cartoni senza dire una parola.

Il figlio tornò alle due e disse che le alici non aveva voglia. La mamma non disse niente. Si alzò e ruppe due uova, per fargli una frittata. Dopo il caffè, il padre uscì a far lavare la macchina e lui approfittò: “mammà, mi servono 40 euro, che ho visto un paio di scarpe”. La mamma non disse niente. Quando il figlio scese a farsi il caffè al bar spostò il gatto dal cuscino e aprì la federa. Prese la scatoletta di cartone coi soldi dentro, contò 40 euro e aspettò che si faceva sera.

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