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Il post della piscina d’aria

28 Agosto 2010

L’asfalto finiva in prossimità dell’ultima casa, una villetta con le pareti tinte di giallo e con tutte le finestre chiuse. Più avanti c’era un campo di lino e un piccolo passaggio con la ghiaia sopra, che conduceva a un prato coi papaveri, la malva e le margherite. L’aria era ancora molto calda ma si era alzato un po’ di vento, che mi asciugava il sudore dai polpacci. Pedalai fino a metà prato, poi mi fermai per decidere da che parte andare.

Di fronte a me c’era solo altro prato, più avanti il cielo che pareva un enorme lenzuolo steso ad asciugare. Proseguendo a destra sarei passato sotto il ponte della tangenziale, dove le coppiette venivano a fare l’amore la sera, specialmente d’inverno, che d’estate era più facile trovarci qualche tossico o qualche sbandato, e un’altra birra in frantumi. Dall’altro lato c’era un colossale traliccio e un campo appena arato, con le zolle gonfie e scure e l’odore di terra e di polvere.

Mi avviai a piedi con la bici a mano verso il traliccio. L’erba mi solleticava le cosce e ogni cinque secondi abbassavo la testa per vedere se c’era qualche insetto. Per fortuna avevo messo le scarpe da ginnastica. Il vento si era fatto più insistente e aveva sbrindellato quelle tre nuvole. Quando giunsi al traliccio ci trovai una cagna stesa a terra che aveva partorito già un cucciolo.

La cagna aveva gli occhi acquosi e sembrava sofferente. Aveva scelto anche lei lo stesso posto che avevo scelto io perciò pensai che questo creava tra noi una specie di legame. Il traliccio non dava ombra, però squarciava il sole. Gli uccelli si appollaiavano sui cavi che erano tesi nel vuoto come le corsie di una piscina d’aria. Il vento faceva sibilare il metallo. La cagna non apparve interessata a me. Sgravò il secondo cucciolo e si costrinse a fatica a cambiare posizione per poterlo pulire.

Presi la bicicletta e andai oltre l’altro campo, perché avevo deciso che la mia presenza era inutile e perché non volevo dare dei nomi ai cuccioli. C’era un piccolo tratto in terra battuta che sotto le ruote faceva il rumore dei biscotti sotto il matterello. Mi fermai quando giunsi al canaletto che mi ostruiva il passaggio. L’acqua era sporca e stagnante, ma brulicava di piccoli animaletti che colonizzavano gli sparuti vegetali che avevano deciso di vivere lì. Mi facevano schifo.

Tornai a pedalare verso l’asfalto, col vento negli occhi, che era poi quello che preferivo, perché la polvere mi accecava e lo trovavo giusto.

il post del capitolo 1

1 Agosto 2010

Non mi ero mai tuffato da un’altezza simile e avevo molta paura. Pensavo a uno spuntone di roccia sotto la spuma o a uno scoglio mascherato dalle alghe. I miei amici si gettavano a bomba uno dopo l’altro, muovendo le cosce in aria come una moglie strangolata dal marito geloso. Le loro urla si esaurivano in un tonfo sordo e gli schizzi luccicavano nell’aria opprimente del primo pomeriggio. Neanche badavano a me, forse nemmeno sapevano che io ancora dovevo buttarmi. Mi tirai indietro un passo per volta confondendomi con gli altri, poi voltai le spalle al mare.

Restai a lungo seduto su un gradino a guardare le nuvole dietro le araucarie, le auto in lontananza e la gente sdraiata sulla spiaggia. Le loro voci mi giungevano attutite e non potevo distinguerne nessuna con precisione. Alzai un sasso e gli insetti scapparono via velocemente accecati dal sole. Provai ribrezzo e mi allontanai velocemente, mi girava la testa e avevo sete.

Più scendevo verso il lido e più aumentavano i capogiri. Dovetti tenermi a un alberello e concentrarmi per evitare di cadere. Un ragazzo mi superò, ignorandomi. Mi ero accorto di avere i piedi e le ginocchia troppo arrossati e cominciava a bruciarmi la nuca. Avevo le lacrime agli occhi e sbadigliavo continuamente. Raggiunsi la fontanella del lido come se fossi arrivato a Santiago de Compostela.

Tre ragazzine si ripulivano i piedi dalla sabbia e strizzavano i capelli bagnati. Si alternavano in un giro che mi sembrava senza fine, come se avessero avuto quattro gambe a testa. Finalmente, potei bagnarmi. L’acqua gelata mi friggeva la pelle arsa e mi sentii poco bene. Andai di corsa all’ombrellone e mi sdraiai sul lettino all’ombra. Gli altri non erano ancora ritornati. Presi la crema e cominciai a spalmarmela, poi mi addormentai. Non so perché.

So che a un certo punto mi trovai sospeso in aria tenuto braccia e gambe da quei deficienti. Ridevano di cose senza senso e mi dondolavano come un appestato che deve finire nel carro dei monatti. Mi buttarono a mare e bevvi molta acqua. Un ciottolo mi ferì il polpaccio. Loro ridevano, poi mi chiesero se me l’ero presa. Io risposi di no e con la scusa che dovevo medicarmi la ferita me ne tornai a casa.

Loro approfittarono per finire tutta la mia crema solare, visto che l’avevo scordata.

il post che, insomma

19 Giugno 2010

Insomma qualche povero Cristo aveva perso il mazzetto di chiavi in mezzo alla strada,  tre chiavi comunissime appese a un portachiavi di gomma verde cupo a forma di indicazione su google maps e le aveva perse su un marciapiedi anonimo, accanto a un portone marrone col citofono odioso con sopra scritto i numeri e non i cognomi. Non c’erano negozi nelle vicinanze, solo portoni marroni, muri grigiastri e file di finestre chiuse. Una via di quelle che se diventa scavo di Pompei i turisti ci si siedono sopra e si mangiano il panino col salame. L’unica cosa che Schliemann avrebbe messo nel museo sarebbero state le chiavi insignificanti di qualcuno che forse se le sarebbe venute a prendere fra cinque minuti. Erano chiavi di un maschio quelle lì.

Insomma io le volevo prendere, però che me ne facevo, così attraversai e me ne andai in stazione. In edicola c’era la solita gente che comprava i biglietti del tram, i quotidiani e qualche rivista scema. Solo i turisti guardavano l’espositore con le cartoline, che poi sono il posto in cui tutti abbiamo imparato a mettere per la prima volta il punto esclamativo. Per i turisti anche la chiesa più scema vale un rullino. Il maschio interpreta la cartina mentre intanto a intuito la femmina lì accanto fa col dito così per indicare la direzione in cui bisognerà andare. I turisti sono turisti solo se in coppia. Altrimenti sono delusioni amorose.

Insomma in treno avevo il tarlo delle chiavi. Prenderle non avrebbe avuto senso, tanto mica potevo aprire tutte le porte e poi se l’avessi fatto che figura ci avrei fatto. Portarle all’ufficio oggetti smarriti l’avevo visto fare solo da Qui Quo Qua e sinceramente se io perdessi le chiavi non le andrei a cercare a quell’ufficio lì. Poi l’idea delle chiavi non mi faceva concentrare su quello è successo quello ha detto quello ha fatto che c’era scritto sul giornale, così tanto valeva guardare i tralicci dal finestrino. Non sia mai ci vedi spuntare qualcosa di interessante.

Insomma mi ero allacciato le scarpe troppo strette, mi faceva male il collo del piede. Erano ancora nuove però al lavoro me l’avevano invidiate e mi avevano sorriso di più. Non me l’immaginavo da solo, era vero. Addirittura dico la verità mi avevano detto “ah! ti saranno costate una fortuna!” e io avevo pensato “morite” e mi avevano detto “ti paghiamo troppo eheh” e io avevo pensato “morite subito” ma avevo detto “eheh non sono niente di che ho trovato una buona occasione”. Mi sentii diplomatico e andai alla scrivania sennò il mio Gantt si offendeva.

Insomma poi finii salutai uscii metropolitanai edicolai trenai e tornai nella via anonima e schifosa dove tutto è grigio e dove il grigio è tutto. Le chiavi non c’erano. Era ovvio, ma ci rimasi male lo stesso, le avevo viste, dovevano lasciarmele, mi spettavano, la gente non capisce, la gente è crudele, pensai. Me ne tornai a casa chiedendomi chi fosse quel povero Cristo, se davvero poi era tornato a riprendersele, pensai che in fondo non me ne fregava niente quand’ecco che mi chiamano dall’ufficio e allora io pensai “no che vogliono a quest’ora lasciatemi in pace sto tornando a casa Cristo!” ma dissi “pronto?” e quella mi disse “Adamo sono tue le chiavi sulla scrivania? E’ un portachiavi celeste, ci sono tre chiavi” e io mi misi le mani in tasca e pensai “muoio” però dissi “sì sì sono le mie grazie mille! vado da un amico stasera, a domani” e poi chiesi all’albergo lì vicino se avevano una stanza per quella sera.

il post del campo di fragole

9 Maggio 2010

Non era ancora l’alba quando ci mettemmo in viaggio. Avevo i brividi perché l’aria era fresca e avevo le maniche corte, così passai buoni dieci minuti a strofinarmi i gomiti. Ero seduto accanto come al solito, ma era presto e nessuno aveva voglia di parlare molto. Non avevamo fatto colazione, a parte un caffè sciacquo bevuto di corsa, così lui decise di fermarsi all’autogrill, il primo che trovammo.

Parcheggiò vicino alle scale, poi andò in bagno intanto che io percorrevo il labirinto. Mi raggiunse che ero già a metà strada tra i salami e il parmigiano. Prendemmo poche cose, giusto i wafer e qualche bibita, poi la colazione in silenzio, eccetto per il rumore dei cucchiaini sui piattini. Avevo preso il cappuccino come al solito, lui finì la brioche in due morsi.

Gli piaceva far benzina. Quando uscimmo dall’autogrill ormai il cielo si era schiarito. Vedevamo le campagne ai bordi dell’autostrada e il solito paesaggio che ben conosce chi parte o chi torna. Le colline, le stradine, meno 40 km, meno 38 meno 36. Fu lui il primo a rompere il silenzio. Disse che voleva andare al mare.

Io tenevo sempre lo sguardo davanti a me sennò mi veniva il mal d’auto, però allungai la mano per toccare la sua che era sul cambio delle marce, così facemmo pace. Allora prese la prima uscita e curvò che dovetti tenermi per non dar di stomaco. Strisciò il casello e poi andò dritto. Non chiesi niente perché non valeva la pena. Quel posto era desolato. Un paesello. Disse che potevamo stare lì, fare due passi e magari prendere un motel.

Sinceramente non sapevo dove avrebbe mai potuto trovare un motel in quel posto però quando faceva di queste sparate era meglio assecondarlo e poi in fondo mi piacevano, che fosse stato per me avrei programmato tutto. Così arrivammo alla piazzetta coi mattoni colorati e la torre dell’orologio. Si vedeva un bel panorama, che era su una specie di collinetta. Mi lasciò un secondo al muretto intanto che andava a chiedere dal tabaccaio.

Quando tornò era tutto elettrizzato. Disse dai andiamo e mi portò per una stradina dove c’era un mercatino. Comprò quegli occhiali da sole a poco prezzo. Tanto li perdeva sempre. Poi tornammo in macchina per fare un tratto e si fermò dove gli avevano detto. Era un posto sperduto. Sentivo le vacche e le galline. Ci fecero accomodare intanto che andavano a chiamare la signora, avevano una specie di aia con un recinto piccolissimo e foglie di tabacco. I cani dormivano tra il sole e l’ombra.

Salimmo le scale per entrare nella nostra stanza. Il letto aveva le lenzuola fresche e ruvide, il comò aveva uno specchio ovale e l’armadio non puzzava. La finestra dava su un campetto di fragole. Così lui scese e chiese se potevamo entrarci. La signora disse che sì, se proprio volevamo, purché non facessimo danni. Ci chiese che volevamo mangiare e lui disse quello che c’è sicuramente è buono. Io avevo preso l’altra maglietta che ci stavo più caldo.

Le fragole avevano un odore delicato. Non le avevo mai viste crescere, lì tutte belle in fila. Lui non era tipo da gesti d’affetto plateali, io nemmeno. Stavamo vicini e camminavamo un po’. La signora puliva i vetri e da dietro le tende intanto che c’era ci dava un occhio. Non si sentiva nemmeno un rumore, eccetto il cane, che abbaiava non so a cosa.

In camera lui si accese la sigaretta intanto che parlavamo un poco. Beh, più che altro lui parlava io sentivo. Diceva di suo fratello, poi del suo collega e poi che voleva andare al mare perché il mare lo tranquillizzava. Disse anche che lo sapeva che a me non piaceva ma che sarebbe stata solo una settimana, poi avremmo visto tutti i musei di questo mondo. Così io gli credevo sempre, finché poi non si addormentava.

Quando arrivammo a casa era così tardi. Facevo uno sbadiglio dopo l’altro e dovevo graffiarmi la fronte per rimanere sveglio. Mi tolsi le scarpe che era l’ultimo sforzo che potevo fare. Crollai dopo pochi secondi e non sognai niente. La mattina dopo avevo il mal di testa. Lui già era uscito perché doveva lavorare, per fortuna io ero ancora in ferie. Rimasi mezz’ora sul mio lato del letto finché poi l’occhio non mi fece meno male, poi mi girai di là e vidi un mazzetto piccolo con una fragolina, sul cuscino.

il post in cui gli eventi precipitano

19 Aprile 2010

Il sole non scaldava più di tanto perciò tornai a casa presto dalla passeggiata. Avevo male a un polpaccio, il destro, e pensai di comprare un paio di scarpe nuove. Poi mi venne in mente che non avevo soldi così accesi la tv e rimasi a guardare quello che c’era, un vecchio telefilm lento e col doppiaggio da soap opera.

Non avevo fame né voglia di prepararmi qualcosa. In frigo c’era forse qualche uova, ma avevo scordato di comprare il pane, allora tanto valeva mangiare i biscotti. Si erano fatte già le sei ed era quel periodo dell’anno in cui il tramonto è più ricco di malinconia che di speranza. Un periodo che dura tutto l’anno.

Così cominciai a riordinare i libri per colore ma la polvere mi fece venire l’asma e andai in bagno a prendere l’inalatore. Avevo scordato la sciarpa in ammollo nel lavandino dalla mattina. L’acqua s’era ritirata e la sciarpa era circondata da piccole bollicine rosa, il colore dell’ammorbidente. Avevo le dita delle mani congelate.

Misi ad asciugare la sciarpa e finii tutti i biscotti. Erano ancora le 7, presto per andare a dormire, tardi per iniziare a far qualcosa. Così decisi di riordinare i libri per collana. A un certo punto mi stufai e andai a dormire. Tanto, era buio.

Sognai di camminare per la vecchia strada dove un tempo c’era lo scarico della fogna, dopo il traliccio e prima del ponte della tangenziale. La cagna nera aveva sgravato e quattro cuccioli succhiavano il latte tra i cespugli dietro il campo a maggese. Sotto i piloni del ponte c’erano vecchie carcasse di frigoriferi e un casco nero con una fiamma arancione. Il vento prese a soffiare più forte e misi le mani in tasca, poi me ne tornai verso casa.

La cagna cominciò a guaire, finché poi non la sentii più.

il post di Imma o’ scarrafone e Giggino o’ cazzone

2 Marzo 2010

Imma, diciamolo, era racchia. Non è che io ne capissi molto di culo o di cosce, però il problema erano quei capelli a veliero e la barba. Sì sì ho capito povera ragazza, però Gesù aveva proprio la barba e l’endocrinologia era già stata inventata nel 1987. Imma era anche cretina. Andava dai ragazzi a mostrare le tette in cambio di una strusciata sulla patta dei jeans.

Pare che le tette le avesse non c’è male. Lo so perché in classe con me c’erano Valerio 2 litri, Mario solitario e Massimo 10 secondi e loro parlavano sempre di queste cose. Io non so come mi chiamavano ma non voglio tirare a indovinare. Insomma circolava voce che Imma si fosse fatta quello di 4B alla festa di Giulia. Pare che nel buio la barba non tanto desse fastidio, e poi non doveva mica baciare.

Quella mattina Imma aveva lo zaino dell’invicta così pieno di libri e vocabolari che pareva sul punto di partire soldato. I capelli, sempre a veliero. Allora fece una corsa con le mani sul petto a tener fermo lo zainone e patapumfete! inciampò sull’astuccio della solita sguaiata di Lina, così cadde a terra prima con la coscia destra, una specie di rallentatore, poi la sinistra la caduta da moviola proprio, e cadendo si girò a panza all’insù. Così rimase come uno scarafone quando lo giri sotto sopra, le braccia e le cosce che si muovevano e lo zainone pesante che le impediva di rivoltarsi. I capelli a coccinella.

Povera Imma. Noi a ridere.

Allora Giggino di terzaC passava lì davanti e non sapeva che Imma era racchia, cioè lo sapeva ma da lì non si vedeva che era lei. Così si fece avanti e l’aiutò a alzarsi. Noi a ridere, ma anche alla seconda ora. Anche alla terza. Giggino era un metro e novanta ed era stato bocciato 2 volte. Era imbecille però faceva il rappresentante d’istituto e pigliava a cazzotti i ragazzi cretini. Dice che la sorella la sfottevano perché aveva i denti rotti e così lui non sopportava queste cose. Allora disse non la sfottete più, ricchioni! Allora tutti si mortificarono e Imma entrò sotto la protezione di Giggino e cominciammo a sfottere Angela, che balbettava. Però non era racchia, anzi.

Che poi il soprannome di Giggino non ve l’ho spiegato come mai, ma penso che secondo me si capisce.

il post della barchetta parcheggiata lì

22 Gennaio 2010

A dire il vero faceva freddo. Certo che il maglioncino ci voleva, aveva ragione mamma. La sabbia poi, sì, romantico, però se poi uno calpestava un verme? Col buio, mica te ne saresti accorto? E un vetro? E un bicchiere di carta? O le alghe? che schifo le alghe, sotto ai piedi. Ma lui aveva detto a piedi nudi, dai corriamo fino alla barchetta, ti va, io avevo detto sì certo che mi va e poi il lido di sera era così romantico. L’ho già detto, romantico. Ma è per fissare il concetto.  Poi era anche giugno, meglio ancora.

Certo che il maglioncino potevo prendere anche quello rosa, tanto, che fa. Lui non sentiva freddo. Dice che non sente mai freddo. Come fa. Il tempo di correre alla barchetta che già era lì. Io ero ancora alla fila 14. Che fila patetica. Quella, la mattina, c’era il tipo con gli slip neri. Ne-ri! Penso che abbiano inventato la tv a colori proprio per impedire alla gente di mettere i costumini neri. La DDR, magari. Io non è che lo guardo, la mattina, ma lui sta lì impalato. Il tempo di finire il cruciverba ed è ancora lì. Odio il sole.

La sabbia poi, sì sì romantico ma le meduse morte? Non è che fosse un lido sporco ma la notte è notte. Lui si era seduto sullo scafo celeste, i polpacci che rimbalzavano tra la striscia bianca e quella celeste e i piedi uno di quà e uno di là. Poggiava coi gomiti e guardava le onde. Erano sempre le stesse però lui le guardava. Mi dice, ci sei?, sei lentissimo!, però per scherzare e io dico ecco ecco arrivo aspetta. Arrivo. Un faro di un’auto mi andò negli occhi. Penso che ci fosse una tipa che mangiava popcorn lì sul lungomare, che guardava me. O lui.

Col buio, mica me ne accorgevo poi tanto. Avevo i brividi alle cosce, quelli che fai brrr. Perché lo fai, lo fai, fai brr. Allora mi andai a sedere vicino a lui. Subito mi mise il braccio sulla spalla. Aveva l’odore più bello di quello del mare, e mi scuoteva come un pupazzetto. Allora? facciamo il bagno, che dici? Io morivo di freddo, dissi no no fa freddo, lui mi fa ma che dici l’acqua è calda sono le 11 vuoi che non sia calda? dai. E poi una pausa. Dai.

Restiamo ancora un po’ qui a guardare le onde, è bello, gli dico. Ma lui mi sorride e dice che il bagno lo va a fare. Fa un balzo, si toglie la maglia, si gira, mi dice ti aspetto eh, corre, si tuffa, nuota. Il mare calmo. Vieni, è caldissima.  Ho troppo freddo. Arrivo subito, dico. Se vado, ho freddo, se non vado, non sarò andato. Mi tolgo la maglia, scendo dalla barchetta e la barchetta fa clonk alzandosi un po’ da terra. Dico, allora vengo? Ma lui non mi aspetta. Torna su. Fa niente, dai, lo faremo un’altra volta. Hai freddo? Sì ho freddo. Allora ti riporto a casa.

Ok.

il post che per trovare un titolo ho dovuto a lungo penare

10 Dicembre 2009

C’era una volta una graziosa mosca con le ali luccicanti.

La mosca trovò una briciola di biscotto e volò per gustarla con le sue zampine pelose. Sul tavolo c’era una bimba che disegnava una casetta col tetto di tegole verdi e l’alberello dai frutti rossi e gonfi. La mosca guardò di là, guardò di qua e poi si sedette a tavola.

Quando il sole fece un passetto piccolo verso il mezzogiorno venne a salutare la bimba dai fulvi capelli e le mandò un raggio caldo caldo sulla scatola dei pastelli. La bimba scelse un rosa carico e cominciò a colorare le pareti della sua casetta. Diede un altro morso al suo biscotto al burro e poi si alzò dalla sedia per tornare un momento in camera sua, che la mamma la chiamava.

La mosca guardò di là, guardò di qua e poi volò nel raggio di sole fino al vetro della finestra. E rimase lì a scaldarsi il ventre. La bimba tornò e strappò un altro foglio. Cominciò a disegnare un monte aguzzo e il sole che compariva nella valle a V. Il cielo era alto e blu, sgombro di nubi. Prese un altro biscotto dal vassoio. La mosca volò sul davanzale, dove non c’era niente.

Guardò di là, guardò di qua e poi cominciò a pulirsi le ali luccicanti. La bimba fece vedere il suo bel disegno alla mamma e la mamma disse che era molto grazioso. Lasciò i pastelli sul tavolo e tornò in camera, lasciando due briciole di biscotto accanto ai colori. La mamma preparò il caffé. Poi suonarono alla porta.

il post della favoletta per bambini

27 Novembre 2009

La bimba dell’albero mangiava pesche molto dolci. Quando c’era il sole raccoglieva le margherite e si sedeva sul prato a guardare le gazze saltellare nella siepe. Quando pioveva raccontava storie alle coccinelle e si teneva le ginocchia tra le mani. La notte sognava di nuotare verso la fine dell’arcobaleno in compagnia di nuvole gonfie e candide e gabbiani sorridenti.

Quando l’incendio divampò la bimba dell’albero stava facendo il solletico a una coppia di lombrichi sazi di terreno. Fu bello vedere il cielo colorarsi di grigio e di rosso, però il calore diventò forte e il fumo si avvicinò. La bimba salì sull’albero e guardò in cielo. Non c’erano nuvole, così si addormentò, sperando almeno di sognarne qualcuna.

La bimba dell’albero era una bella bimba, ma quella sera non venne a piovere.

il post spoglio

19 Novembre 2009

La cosa strana era che si sentiva tutta la funzione religiosa. Loro si erano abituati perché abitavano lì, però a me faceva un po’ impressione. D’altra parte, era solo per un pranzo, per cui. Sta di fatto che io non sopportavo la sporcizia sul pavimento. E’ un pranzo, e non pulisci?

Il sole era violento. Il balcone disadorno era pieno di piante secche. Per strada si vedevano le donne dal fruttivendolo e una vecchia che stendeva i panni dal terzo piano. Le auto erano dall’altra parte della via e sui mattoni delle case, dalle ombre, si capiva bene che era quasi Pasqua.

Quei due parlavano delle solite cose.

Entrarono le due amiche, ora eravamo al completo. Avevano portato non so che vino, e una pizza di ricotta. Qualcuno prese i bicchieri, io rientrai in cucina. Un ragazzo tolse le briciole di pane dalla tovaglia e le lasciò cadere a terra. Nessuno ci fece molto caso. Proposero un brindisi ma in pochi alzarono i bicchieri con entusiasmo.

La funzione religiosa era finita. Quando aprirono le porte della chiesa entrò l’odore di incenso.  Una ragazza si alzò e chiuse la finestra, poi servì gli spaghetti.

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