Archivi per la categoria 'Racconti'.

il post di chi non sa nuotare

5 novembre 2010

Avevo comprato i jeans nuovi e mi andavano giusti giusti. In stazione c’erano un sacco di polacchi, il pullman li aveva scaricati a mezzogiorno, i maschi fumavano appoggiati ai pilastri, le ragazze chiacchieravano in cerchi da 3. Mi era venuto a prendere con la vespa, quando mi vide arrivare sorrise subito, perciò pensai che i jeans mi stavano bene, e sorrisi pure io. Mi diede il suo casco e così salii dietro, ingranò e imboccò piazza Garibaldi.

Lo tenevo abbracciato poco poco, perché mi scocciava che pensava che ero un tipo azzeccoso. Col casco non sentivo quello che mi diceva, ma penso che non diceva niente, cioè qualcosa così, tanto per dire, che poi andava bene lo stesso. Piazza Garibaldi era così piena di macchine. Prese il rettifilo che mi dovetti tenere meglio. La gente era troppa per strada.

Signore con le borse dei negozi, marocchini a vendere le cinte, i ragazzi con lo zainetto, la vecchia con le varici, il tizio che fuma, il poliziotto, un sacco di gente. Mi voltai con la faccia sulle sue spalle, che sentivo che aveva un odore troppo buono. Mi innamorai stando dietro alla vespa solo a guardargli il collo. Arrivammo ai Quattro Palazzi e prese per via Duomo, mi venne quella cosa nella pancia a fare insieme a lui la strada che invece facevo a piedi la mattina per andare all’università.

Entrò in Spaccanapoli che non si camminava veloce, perché la gente non si spostava. Così però lo sentivo quando parlava. “ci andiamo a prendere una pizzetta o un gelato che dici?” “boh come vuoi tu” “posiamo la vespa poi andiamo a prenderci due paste” “sì va bene”. Posò la vespa a San Domenico Maggiore e ce la facemmo a piedi. Aveva una t-shirt bianca e le braccia, quando scesi dalla vespa, ce le aveva gelate, le sfiorai.

“Entriamo qui a Santa Chiara, così stiamo un po’ tranquilli che dici?” “Sì sì, entriamo”. Io dicevo sempre sì, per me era uguale. Pure nel parcheggio di via Medina o nel Museo di Capodimonte, chi se ne fregava, bastava che stavamo vicini. Così entrammo nel cortile e ci mettemmo a sedere fuori dal chiostro. Il muretto era alto e facevo penzolare i piedi come i bambini. Lui si mise a ridere.

Mi parlava di un sacco di cose. Io rispondevo e annuivo e sorridevo, penso che bastava così.  Allora poi ci facemmo a piedi Gesù Nuovo e scendemmo per la Posta fino a Via Roma. Ci mangiammo due paste e parlammo di cose così, quelle che capitavano. Fu niente che ci trovammo davanti al mare. “Voglio stare sempre in una città di mare, lo sai?” “Perché?” “Guardalo. ” Lo guardai. Era il mare. Per me era solo il mare. Il mare.

il post al buio

27 ottobre 2010

Andò via la corrente dopo pochi minuti. Mamma si alzò dalla sua sedia per prendere la candela. Si sentì sfregare il fiammifero, poi la cera colò sul piattino e Bimbo ci mise le manine accanto. Mamma prese le castagne e ne fece rotolare 3 sul tavolo. Bimbo ne aprì una, ma non so dire se la mangiò: si vedono solo le sue manine in questa storia qua.

Mamma cominciò a cantare la canzoncina del buio, quella che ha il ritornello che fa “na na, na na, na nanana na” e si avvicinò alla candela, così che Bimbo potesse vedere meglio le sue parole. Cantava piano piano, perché non conosceva un’altra canzoncina del buio e la voleva far durare tanto, così però le veniva più triste di quello che era. Bimbo prese la seconda castagna e disse qualcosa, ma non so dire cosa: la sua voce non si sente tanto bene, in questa storia qua.

Allora Mamma finì la sua canzoncina, prese la manina di Bimbo e disse: “vieni in braccio a Mamma”. Bimbo fece il giro del tavolo e andò in braccio a Mamma, che avvicinò il piattino con la candela dalla sua parte. Purtroppo ora non si vede più neanche la manina di Bimbo, può darsi che dorme, non sono sicuro. So che Mamma cominciò a piangere zitta zitta. Perché, non è spiegato, in questa storia qua.

La terza castagna cadde a terra e rotolò da qualche parte. Mamma lo capì dal suono. Chinò la testa verso Bimbo e lo tenne stretto a sé più forte che poteva senza fargli male. Si alzò piano piano che lo voleva mettere a letto. Le faceva male il braccio perché Bimbo pesava, ma prese il piattino con la candela con l’altra mano, andò verso l’altra parete senza sollevare i piedi, per paura della castagna caduta, poi trovò il comodino, poggiò il piattino. La fiamma tremò molto, ma Bimbo dormì.

Mamma tornò a sedersi sulla sua sedia. Spostò la candela alla sua sinistra. Bimba cullava la sua bambolina coi capelli fulvi. Mamma le disse: “vedrai che fra poco torna la luce”, e Bimba annuì due volte.  Quello che Bimba disse alla sua bambolina, non è spiegato, in questa storia qua.

il post senza serratura

19 ottobre 2010

Entrò in casa alle tre di notte, dal balcone della cucina, che l’avevano lasciato aperta la porta. C’erano i piatti a tavola, due pezzi di pizza, già fredda. Il gatto osservò dal suo cuscino sul divano senza dire una parola. Sul mobile del telefono c’erano 40 euro messi dentro una bolletta piegata in due. Dal corridoio si sentiva russare qualcuno, non si arrischiò.

In cucina non c’era molto che valesse la pena prendere, la tv era ingombrante e si sarebbero svegliati. C’erano pochi ninnoli d’argento. Il gatto dormiva, ora. Prese la pizza, la piegò mezza e mezza, se la mangiò mentre guardava nelle tasche delle giacche appese all’ingresso, poi se ne tornò lentamente fuori, scivolò lungo la grondaia, poi in strada, in macchina, altrove.

La mamma pensò che i soldi li avesse presi il figlio. Non disse niente al marito e andò a pagare le bollette coi soldi della spesa. Cucinò le alici e ne diede due al gatto. Pensò che i gerani li avesse rovinati il figlio quando si era fumato la sigaretta lì fuori, la sera prima. Li sistemò. Pensò che il figlio si era alzato di notte a finirsi la pizza, tanto lo faceva sempre, e buttò i cartoni senza dire una parola.

Il figlio tornò alle due e disse che le alici non aveva voglia. La mamma non disse niente. Si alzò e ruppe due uova, per fargli una frittata. Dopo il caffè, il padre uscì a far lavare la macchina e lui approfittò: “mammà, mi servono 40 euro, che ho visto un paio di scarpe”. La mamma non disse niente. Quando il figlio scese a farsi il caffè al bar spostò il gatto dal cuscino e aprì la federa. Prese la scatoletta di cartone coi soldi dentro, contò 40 euro e aspettò che si faceva sera.

il post budino

10 ottobre 2010

Pallottola e Bollino rotolarono giù dalla collina veloci veloci piegando l’erbetta rugiadosa e strappando piccoli petali profumati dalle primule più timide. I conigli li guardavano stupiti nascosti dai cespugli più riparati e gli uccellini si appollaiavano ai rametti più bassi cantando deliziati dal fresco venticello e dall’odore della resina.

Pallottola lanciò un sassolino nello stagno e contò i cerchi d’acqua, mentre le ranocchie gracidarono sulle foglie più lontane e le libellule ronzarono un po’ più in là.

“Vieni Bollino! Ho fatto mille cerchi!” - urlò Pallottola.

“Arrivo subito! Guarda cosa ho trovato!” - rispose Bollino, tenendo in mano un piccolo uccellino caduto dal nido.

“Come è bello! Come lo chiamiamo?” - Pallottola era entusiasta.

“Chiamiamolo Cippolo, perché ha detto cip!” - Bollino era molto protettivo.

“No no, chiamiamolo Pistipòpils!” - “Sì! Pistipòpils!”.

Pallottola corse subito a prendere un liscio vermiciattolo sotto la pietra dell’alberello e imboccò Pistipòpils. L’uccellino disse “cip!” mentre Bollino lo accarezzava. “Guarda, mangia!”

Allora Pallottola diede a Pistipòpils altri 3 vermetti, ma poi sotto la pietra non ce ne erano più. Così disse a Bollino che dovevano tornare a casa, e Bollino disse: “Lasciamo Pistipòpils qui nel nostro nascondiglio segreto, così domani torniamo e gli diamo da mangiare”. Pallottola pensò che era veramente una buona idea così disse: “sì!”.

Tolsero i rametti secchi, le foglie giganti, l’asse di legno e il sasso gigante, e misero Pistipòpils nella loro buca segreta insieme alle pietruzze colorate, alle uova biancolatte e alle noci magiche. Poi ricoprirono la buca con l’asse, la camuffarono con i rametti secchi, le foglie giganti e la tennero ferma col sasso gigante.

Pistipòpils disse: “cip!”, ma Bollino e Pallottola non sentirono niente. Così Pistipòpils disse più forte che poteva: “cip!”.

il post in andante moderato

7 ottobre 2010

L’ultimo sorso, poi si alzarono. Quello alto lasciò i soldi sotto il posacenere. “Offro io, non c’è problema”. “Scusami, ma ho perso il portafogli, sicuro sarà in macchina”. “Tranquillo, per una pizza.” “Sentiamoci” “Ti chiamo io”.  Ognuno se ne andò per conto suo senza dire una parola di più.

Nella casa al secondo piano Laura si sentiva ancora male. Spostò la tendina intanto che l’acqua bolliva, aveva già messo la camomilla nella tazza. Guardare la gente per strada l’aiutava a distrarsi un minuto. Erano già le due e un quarto. Le venne in mente quando si comprò quella camicetta e sorrise con mezza bocca.

Mimmo era tornato dal lavoro manco un’ora fa. Ancora non riusciva a prendere sonno e si era affacciato al balcone. A quell’ora il vento sul palazzo era freddo e faceva venire le lacrime agli occhi. Per strada c’era uno che si stava allacciando la scarpa ma dal quarto piano a stento si capiva.

Andrea se ne stava sotto le coperte e mandava sms a qualcuno. E poi questo qualcuno rispondeva e Andrea guardava il soffitto a occhi chiusi. I rumori della strada lì accanto erano di compagnia almeno quanto lo squillo del messaggino.

Sofia si svegliò per la tachicardia. Si mise a piangere girata dall’altro lato, sennò il marito se ne accorgeva. Sentì uno che gridava e manco ci fece caso lì per lì. Poi lo sentì un’altra volta e si alzò per guardare chi era. C’era un tipo accasciato a terra, un piano più sotto.

Andrea era corso in strada così come stava, non appena aveva sentito l’urlo. Ci aveva messo due secondi a capire che era una cosa seria. L’uomo a terra aveva perso i sensi. Andrea si girò verso il palazzo, c’era la luce accesa al secondo piano e una ragazza dietro una tendina. Le disse: “chiama l’ambulanza!”. Laura pigliò subito il telefono.

Il marito di Sofia si era svegliato. “Sofia vieni a dormire”. Sofia girò la testa verso il letto disse sì poi rimase dietro la finestra.

Mimmo buttò il mozzicone spingendolo col medio dal pollice e se ne entrò in casa. Il calore gli fece venire i brividi dietro il collo.

Andrea stava seduto sul marciapiede con la testa di quell’uomo sulla coscia. Dal locale uscì una coppietta e fece finta di non capire. Laura scese pure lei. L’uomo manco respirava. Rimasero per strada senza dire una parola. Si erano accese altre luci anche da altri palazzi.

Quando arrivò l’ambulanza l’uomo era morto già.

Sofia se ne andò in cucina, si sedette a capotavola e si mise a piangere con la luce spenta. Laura si bevve la camomilla che era diventata fredda. Andrea trovò un sms sul cellulare, lo lesse, lo guardò, lo rilesse, si girò dall’altro lato e poi si mise le scarpe, prese la macchina, andò all’ospedale. C’era questo morto e la puzza di disinfettante. Non sapevano come si chiamava, dissero ad Andrea, era senza documenti.

Un tizio alto entrò in casa e si tolse subito le scarpe. Posò le chiavi sul tavolino e se ne andò in bagno senza manco accendere la luce. Finì la doccia e andò a prendersi qualcosa dal frigo. Sul divanetto della cucina c’era un portafogli. L’aveva veramente perso, allora. C’erano 70 euro freschi di bancomat, due o tre tessere, qualche monetina. Sulla foto della patente era venuto bene.

Peccato aver già cancellato il suo numero di telefono.

il post che germoglia

27 settembre 2010

Il dottore disse che non c’era problema, era una cosa che facevano ogni giorno ormai, perciò il vecchio si lasciò infilare il trapano nel cranio, gli diedero una mentina, così non sentiva dolore. L’infermiera gli teneva il collo. Quando il dottore ebbe finito prese un sacchetto e ci infilò tutte le idee che aveva preso dal cervello. Disse “seppelliscile nel vaso dei gerani, non mettere troppa acqua e mangia un’altra mentina”. Lui annuì, si alzò, si mise un cerotto in testa e tornò a casa.

Il sacchetto delle idee era bello gonfio e colorato. Per strada la gente volava veloce come al solito, ma col cerotto in testa era costretto a camminare. A quel tempo l’inverno durava 3 anni e per non sentire freddo dovevi farti il trapianto di cuore, ma così poi perdevi i ricordi dei vecchi amori. Lui usava ancora le coperte, come tutti i vecchi, e si trovava bene lo stesso.

Il tizio che gli rubò il sacchetto aveva i denti bianchi. Il vecchio se l’aspettava, d’altra parte non si può andare più veloce di chi vola. Così restò per due mesi alla fermata dell’aereo e ne vide volare tanti. Mangiava le nuvole più basse e dormiva sui gradini dei giardinetti pubblici, perché lì era proibito toccare la gente.

Una mattina si alzò e tornò a casa, perché si era finalmente ricordato dov’era. I gerani erano tutti morti e c’era la polvere sul frigorifero. Si mise a letto fino al giorno del suo compleanno, poi andò dal dottore a farsi prendere un altro sacchetto di idee.

Il dottore si stupì di ritrovarlo lì col cervello gonfio dopo solo pochi mesi, ma visto che era il suo dovere gli fece lo stesso un buco dall’altro lato e siccome il vecchio dormiva pensò di fare una cosa buona e gli cambiò il cuore. Quando il vecchio si svegliò aveva i muscoli nuovi e pieni d’energia e riuscì a volare anche col cerotto in testa. Volò di corsa a casa e seppellì le idee nel vaso più bello, versò dell’acqua e poi si mise a sedere, ripensando ai vecchi tempi.

Solo allora si accorse di avere un cuore nuovo, e pianse fino a Natale. Poi, una notte, prese il vaso pieno di germogli e andò ai giardinetti. Piantò tutto lì e accarezzò le foglie per l’ultima volta, poi prese il primo aereo che passava. Giunse in una città dove non c’erano autostrade, scelse la prima camera e iniziò a dormire con tutte le sue forze, fino a che non arrivò la primavera, che si diceva sarebbe durata 1000 anni.

il post del capitolo 3

24 settembre 2010

Aveva appena smesso di piovere, che ricominciò a piovere. Volevo attraversare, ma le macchine andavano troppo veloci, le strisce non c’erano da nessuna parte e i fari mi accecavano. Approfittai di un secondo che non si vedeva nessuno passare e mi ritrovai nell’androne di un palazzo. C’era una portineria piccola con i vetri tra gli assi di legno. Il citofono nero e i pulsanti squadrati. Davanti all’ascensore un paio di targhe di dottori e di una non so quale sas. Il pavimento era a quadrati di marmo.

Scese un uomo sui 50, la barba corta, i capelli marroni. Si stava fumando una sigaretta con un occhio chiuso. Non mi guardò neanche e si chiuse il portone alle spalle. Poi la luce si spense e andai in cerca del pulsantino arancione per riaccenderla. Al buio i miei vestiti puzzavano d’acqua. Uscii per vedere a che punto era la notte, avevo il telefono scarico e non sapevo neanche l’ora. Me ne andai dal lato dove pensavo di arrivare più vicino in centro. Mi ero perso, pioveva, non potevo telefonare nessuno ed era notte. Non sarebbe servito a niente neanche piangere. All’angolo c’era un ragazzo affacciato a una finestra. Era in canottiera e fumava. Prese il mozzicone e lo lanciò spingendolo dal pollice col medio, lo mandò a sbattere contro la ruota di una macchina e cadde sul marciapiede. Passai lì sotto e il ragazzo rientrò in casa. Sentii abbassare le persiane mentre giravo nel vicoletto.

Al mio amico avevo fatto a tempo a dire che avevo sbagliato fermata prima che si scaricasse il telefono. Forse, guardando gli orari dei treni avrebbe capito dov’ero e mi sarebbe venuto a prendere. Forse era meglio tornare in stazione, mi avrebbe trovato facilmente lì. Così tornai sui miei passi. Attraversai la strada e tornai in quel desolato giardinetto pubblico. L’altalena sotto la pioggia mi dava i brividi. C’erano le palazzine accatastate e spente, le uniche luci quelle gialle dei lampioni ingolfati di insetti. L’acqua mi era entrata nelle scarpe perciò era inutile correre. Tornai nel sottopassaggio.

Il tunnel era una cosa schifosa ma lì sotto non pioveva. Le piastrelle piene di graffiti, qualche cartellone rovinato dagli imbecilli e due poveri cristi buttati per terra a dormire, le cosce accavallate, un braccio sotto la testa, l’altro lungo i fianchi a trattenere i fogli di giornale. Mi salì l’adrenalina e mi fece strizzare il culo. Al binario si udiva il suono di una specie di campana. C’era una torrefazione lì davanti, e una casa con una veranda. Una bagnarola era appesa a un chiodo. Passò uno a dirmi che doveva chiudere la stazione, che si erano fatte le 2. Dovevo uscire fuori. C’era una cabina telefonica a 100 metri, dopo l’incrocio.

Così uscii e andai fino alla cabina che mi aveva detto, ma era fuori servizio. Stavolta avevo più motivi per piangere. Quando tornai alla stazione cominciavo ad avere freddo per i vestiti zuppi. Me ne andai a sedere su una panchina più distante, ma che aveva la visuale sgombra dalle auto parcheggiate. Pigliai il cellulare e lo accesi, a volte quando lo lasci spento un po’ si ripiglia un poco di carica. Mi arrivarono 3 chiamate non risposte e poi si spense un’altra volta. Almeno sapevo che il mio amico mi cercava. Così rimasi sulla panchina fino a quando non finì di piovere.

Nessuna macchina veniva dalla mia parte, e se è per questo, neanche l’alba si faceva viva.

il post nascosto dalla Luna

17 settembre 2010

Si erano fatte le 5 e l’alba era insipida e sciacqua. Le curve della tangenziale andavano a sbattere sui balconi dei prefabbricati con le lenzuola stese ad asciugare, c’erano poche luci accese e manco una macchina. Mi prudeva il ginocchio ma non osavo abbassarmi per paura che mi venisse il mal d’auto. Era stata una serata schifosa.

Nessuno di noi due parlava. La radio l’avevamo spenta e se fosse stato possibile scendere dalla macchina senza salutare l’avrei fatto. Si fermò al solito posto due vicoli prima e a quel punto qualcosa dovevamo pure dire. Io non volevo parlare. Lui non avrebbe parlato.

Così feci come sempre, ruppi il ghiaccio parlando tra me e me.”queste zanzare, mi prude il ginocchio”"mettici il ghiaccio”"sì appena salgo. staranno ancora a dormire secondo me”"eh sono le 5 e mezza, abbiamo fatto tardi”"sì”"come rimaniamo?”"non lo so”"ti passo a prendere domani sera verso le 10″”e passa”Così me ne scesi.

C’erano i cani che mi vennero ad annusare. Sopra stavano tutti a dormire, mi tolsi la maglietta e andai in bagno un secondo. Avevo una faccia. Pigliai il succo di frutta dal frigo e rimasi qualche secondo affacciato alla finestra. Stava ancora là sotto fermo con la macchina.

Mi venne nella pancia la voglia di scendere perché secondo me avevo sbagliato a capire. Faceva caldo, pure senza maglietta ci avrei messo dieci secondi, però ci pensai ancora un momento, che secondo me non avevo sbagliato a capire. La macchina si mise in moto.

In camera mia c’era già il sole dalle persiane. Mi segava la coscia metà gialla e metà buia. Presi il cellulare in mano e gli scrissi l’sms che stavo per scendere, poi presi sonno. Quando mi svegliai erano già le 2. Trovai il telefono scarico e in casa non c’era nessuno. Presi la sim e la buttai nella spazzatura. Era il giorno del trasloco, e per le 10 stavo già affacciato a un’altra finestra.

Il post del capitolo 2

3 settembre 2010

Quei cretini lasciarono i piatti di plastica sulla sabbia, i cornicioni della pizza, la parte verde delle angurie e i mozziconi di sigaretta, tanto al buio si vedevano solo le onde del mare e i fari delle macchine, tanto baciavano con gli occhi chiusi e tanto era finita la vacanza, per cui.

Quando cominciò ad alzarsi un poco di vento le onde secondo me facevano un rumore diverso, come se si fossero stancate. La spuma poi friccicava i piedi, era il segnale che l’alba poteva arrivare da un momento all’altro. Non so chi aveva portato le coperte. All’inizio mi era parsa una cosa inutile, tanto si sarebbero bagnate, però poi le avevamo usate, che faceva freddo. C’era uno che dormiva con la birra in mano. Gli usciva la bava di bocca.

I miei amici non si vedevano più da un paio d’ore. Come al solito mi avevano lasciato da solo a metà serata, e non me ne potevo andare neanche, che stavo in macchina con loro. Così dovevo solo dormire oppure aspettare, e io non riuscivo a dormire davanti a chi non conoscevo. Gli altri mi ignoravano, ero come un ombrellone, o uno scoglio, o un cestino dell’immondizia. Una venne a offrirmi una sigaretta, ma siccome dissi che non fumavo alzò le spalle e se ne andò così come era venuta. Quando si misero in cerchio a cantare quelle stupide canzoni un ciccione coi piedi piatti si sedette dandomi le spalle e praticamente fu come quando l’oculista ti mette le lenti con quel coso nero di plastica.

Non che a me importasse cantare, in fondo poche cose mi erano più insopportabili del cantare alle tre di notte, con la puzza del fumo in bocca, i semini del cocomero tra i polpacci e le sdraio appiccicose di birra. Me ne volevo tornare a casa, a casa mia, ma quei due non si vedevano più da un paio d’ore. Sarebbero tornati, già mi immaginavo, dopo l’alba, dicendo dai sbrigati è tardi ho sonno e altre minchiate, per poi lasciarmi in piazza, così mi sarei dovuto fare pure un tratto a piedi.

Con la scusa di fare la pipì salii al lido. C’era un tipo con tre capelli per lato che stava dormendo su una di quelle panche di legno dove le mamme ci poggiano le borse di vimini con le rose sgargianti attaccate sopra. Aveva le mani a x sul petto e una ciabatta penzolava dal piede chissà da quante ore. Sopra di lui il poster con la serata mashup della tale discoteca, una ringhiera piccola con due gerani viola. Qualcuno aveva lasciato il bicchierino di plastica del caffè con dentro il salviettino appallottolato.

Me ne uscii, che non ne potevo più. La gente coi tacchi alle 4 di notte. La gente con le maniche, con i pantaloni attillati, quell’altra si tirava giù la gonna che le faceva difetto sul culo. Lì di fronte al secondo piano un tipo si era acceso la luce e se ne andava al bagno sbadigliando. Tre tamarri passavano con la musica che usciva dai finestrini e le mani che battevano sugli sportelli.

Dove me ne potevo andare. Avevo sonno, avevo odio, avevo rabbia, avevo delusione, avevo risentimento, avevo invidia, avevo paura, avevo bisogno. Attraversai. C’era il negozio di scarpe e la farmacia. Erano chiusi tutti e due a quell’ora. Mi avviai verso dove avevamo messo la macchina, caso mai quei due avessero pensato di cercarmi. Ma erano troppo strafatti per ricostruire i miei spostamenti e comunque non ci sarebbero arrivati neanche sobri. Così tornai al lido. La ciabatta penzolava.

Tre di loro dormivano a due passi dal falò, gli altri non si vedevano mica. Non vedevo perché dovessi finire la notte lì pure io, così me ne tornai di nuovo al lido. A fare avanti e dietro il tempo passava, e io mi tenevo sveglio. Se qualcuno mi avesse osservato avrebbe pensato che avevo una destinazione in mente e ci avrei fatto la figura di chi sapeva il fatto suo. Era secondario che in realtà nessuno manco mi notava. Avevano anche spento i flipper, per dire. Tornai alla macchina che forse la porta dietro era aperta. Per strada c’era meno rumore e meno luce e anche meno moscerini a ronzare attorno ai lampioni. Le luci delle case erano spente e i neon dei negozi mi davano i brividi. La macchina era lì dove doveva essere e aveva tutte le porte chiuse.

Così tornai al lido un’altra volta, che dovevo fare.

Il post della piscina d’aria

28 agosto 2010

L’asfalto finiva in prossimità dell’ultima casa, una villetta con le pareti tinte di giallo e con tutte le finestre chiuse. Più avanti c’era un campo di lino e un piccolo passaggio con la ghiaia sopra, che conduceva a un prato coi papaveri, la malva e le margherite. L’aria era ancora molto calda ma si era alzato un po’ di vento, che mi asciugava il sudore dai polpacci. Pedalai fino a metà prato, poi mi fermai per decidere da che parte andare.

Di fronte a me c’era solo altro prato, più avanti il cielo che pareva un enorme lenzuolo steso ad asciugare. Proseguendo a destra sarei passato sotto il ponte della tangenziale, dove le coppiette venivano a fare l’amore la sera, specialmente d’inverno, che d’estate era più facile trovarci qualche tossico o qualche sbandato, e un’altra birra in frantumi. Dall’altro lato c’era un colossale traliccio e un campo appena arato, con le zolle gonfie e scure e l’odore di terra e di polvere.

Mi avviai a piedi con la bici a mano verso il traliccio. L’erba mi solleticava le cosce e ogni cinque secondi abbassavo la testa per vedere se c’era qualche insetto. Per fortuna avevo messo le scarpe da ginnastica. Il vento si era fatto più insistente e aveva sbrindellato quelle tre nuvole. Quando giunsi al traliccio ci trovai una cagna stesa a terra che aveva partorito già un cucciolo.

La cagna aveva gli occhi acquosi e sembrava sofferente. Aveva scelto anche lei lo stesso posto che avevo scelto io perciò pensai che questo creava tra noi una specie di legame. Il traliccio non dava ombra, però squarciava il sole. Gli uccelli si appollaiavano sui cavi che erano tesi nel vuoto come le corsie di una piscina d’aria. Il vento faceva sibilare il metallo. La cagna non apparve interessata a me. Sgravò il secondo cucciolo e si costrinse a fatica a cambiare posizione per poterlo pulire.

Presi la bicicletta e andai oltre l’altro campo, perché avevo deciso che la mia presenza era inutile e perché non volevo dare dei nomi ai cuccioli. C’era un piccolo tratto in terra battuta che sotto le ruote faceva il rumore dei biscotti sotto il matterello. Mi fermai quando giunsi al canaletto che mi ostruiva il passaggio. L’acqua era sporca e stagnante, ma brulicava di piccoli animaletti che colonizzavano gli sparuti vegetali che avevano deciso di vivere lì. Mi facevano schifo.

Tornai a pedalare verso l’asfalto, col vento negli occhi, che era poi quello che preferivo, perché la polvere mi accecava e lo trovavo giusto.

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