Archivi per la categoria 'Ricordi'.

il post con o senza gel?

4 Agosto 2010

Io da piccolo avevo i capelli ricci e biondi però poi diventarono lisci e castani per un mistero che non ho mai capito anche se mi sforzo di guardare le foto dove ero sempre io. Così un giorno secondo me diventarono più lunghi e me li dovettero tagliare. E’ sempre una cosa brutta tutti quei capelli a terra che uno li deve raccogliere con la paletta, perché anche se la paletta ha bei colori, alla fine sempre si devono buttare.Così il mio primo barbiere si chiamava Rafiluccio e metteva l’asciugacapelli così vicino alla testa che io mi bruciavo però avendo visto Mazinga Z la sera prima trovavo coraggio e non dicevo niente, tanto più che avevo le mani sotto quei teli da barbiere che esce solo la testa e allora potevo stringere i braccioli senza che nessuno se ne accorgeva. La gente del salone leggeva l’intrepido e io uscivo dall’altra porta perché quell’altra ci entravo, invece.Poi però quei capelli da little italy non si portavano più e infatti andai da un altro barbiere, che ormai io ero tipo undici anni perciò mi potevano parlare come se già esistessi, non come quando parlano al padre davanti al figlio e chiedono tuo figlio come si chiama che il figlio sta lì e lo può dire meglio del padre come si chiama. Siccome dunque avevo undici anni il mio barbiere aveva un sacco di diplomi appesi al muro che aveva vinto le gare e io ero invidioso di tutti quei trofei. Dopo Mennea e Dino Zoff, dopo Fellini e Mike Bongiorno il mio barbiere era la persona con più trofei mai vista. Sapeva tagliare i capelli in 5 minuti e ti metteva pure il borotalco col pennello rosa.I suoi assistenti avevano i baffi, perciò fu naturale che quando feci 15 anni cambiai di nuovo barbiere. Così andai da loro che si erano aperti il nuovo salone con le sedie che si giravano senza far rumore e i poster di quelle femmine con in testa Lulu il vaso di Pandora. Dissi tagliatemeli cortissimi e loro lo fecero e io ero contento effettivamente.Quando poi fu l’epoca che si portava il codino, io me li dovetti far crescere per forza perché sennò a scuola mi avrebbero sfottuto, però io ho un sacco di vertigini e a me i capelli lunghi mi danno fastidio che sto sempre a passarmi la mano nei capelli e la gente si accorge che sono timido anche più presto ancora il che non è cosa. Fu un periodo mica da poco e infatti cambiai per sicurezza barbiere pure questa volta, che magari ci azzeccava il taglio giusto. Uè, veramente ci azzeccai, perché questo mi stava pure simpatico assai e peccato mannaggia la miseria che non ci capivo niente. Infatti cambiai un’altra volta.E Sandruccio il barbiere era uno precisissimo, con Isoradio sempre a volume basso, devo dire, la gazzetta dello sport sul divanetto, il bicchierino del caffè caldo caldo di bar, il bancone sistemato senza le chiazze di calcare e poi l’acqua se era troppo calda tu potevi fare con la sopracciglia così e lui si accorgeva immediatamente e diceva pure scusami. Dove lo trovate un barbiere così ve lo dico io, non lo trovate.E per la miseria che ho 38 anni non sapevo che avevo cambiato così assai barbieri sennò questo post non lo scrivevo! Mi mancano ancora altri 4 o 5. Però inutile che ve li dico che tanto questi non contano. Quelli che dovevo dire chi erano li ho detti, però se proprio li volete conoscere pure quegli altri fatemi un cenno sopra a friendfeed e vediamo che si può fare. Comunque, castano chiari per la precisione.

il post della bocciofila

5 Maggio 2010

Io veramente quando avevo 20 anni mica me li godevo quegli anni lì. Tanto per cominciare andava di moda Fiorello. Così un giorno timbrai il biglietto e mi misi sul treno e arrivai in stazione, presi la metro e poi entrai in libreria. Aveva addirittura le porte che si aprivano quando tu metti la mano davanti.

Così salii al piano di sopra e cominciai a girare per gli scaffali di tutti i reparti, perché tanto mi capitava solo ogni tanto di andarci e volevo fare le cose per bene. Il legno era scuro e i volumi azzeccati azzeccati. I commessi non mi notavano proprio e questo devo dire era il motivo per cui andavo proprio in quella libreria lì. Mettevo apposta il maglione blu, così ero anonimo. Poi io prendevo un libro di qua e uno di là e andavo in quell’altro reparto.

Tanto, io già lo sapevo che per ultimo avrei lasciato quello che più mi interessava, così me lo godevo di più il mio giretto. Allora poi sentivo che già era troppo tempo che stavo in libreria e cominciavo a non godermela più perché pensavo che i commessi dentro di sé mi sgridavano e poi vedevo la gente entrare scegliere e pagare e quindi ero sicuro che nessuno andava in libreria a passare il pomeriggio perciò mi spicciavo e assumevo l’aria di chi deve fare un acquisto da 100 libri e dunque è giustificato. Però io non me li potevo comprare i libri, mi piaceva solo tenerli in mano, così potevo fantasticare che erano miei e intanto maturavo dentro di me la scelta di quale prendere tra tutti. Era la parte più bella, se proprio lo devo dire.

Quando avevo deciso rifacevo a ritroso il percorso rimettendo a posto i libri negli scaffali e poi andavo al mio reparto preferito e in fretta e furia sceglievo qualcosa senza essere troppo convinto, andavo alla cassa e poi me ne uscivo sempre contento per il giretto e scontento perché il libro era uno solo e non era quell’altro. Comunque, per strada, camminando un po’, mentre la busta di plastica faceva rumore sulla coscia, mi rendevo conto che quella sera avrei avuto una novità tra le mani e questo mi consolava. Almeno era già sera.

Così prendevo il treno e sfogliavo le pagine senza leggere niente, per prolungare l’attesa. Il bello era quando mi regalavano qualche catalogo, perché era come se li avessi tutti tutti anche se non ne avevo nessuno. Sfogliavo i cataloghi come la cosa più meravigliosa e desideravo di leggere tutti i libri di tutti gli autori di tutte le epoche. Il treno poi arrivava e io tornavo a casa, dove avevo sempre 20 anni come tre ore prima, e non era cambiato proprio niente.

il post privo di talento e di metafore

25 Marzo 2010

Tagliarono i rami dell’albero prima che facesse sera. Prima che venisse a piovere. L’albero non disse neanche una parola. Il gatto osservò tutto senza alcun interesse. L’uomo dal gessato grigio parcheggiò perfettamente.

Venne a piovere. Il gatto fece tre balzi prima di sparire. Chiusero la porta e accesero la luce in camera. La mamma stendeva la pasta. L’uomo dal gessato grigio uscì dal portone e attraversò la strada in fretta. L’albero non disse neanche una parola.

La pioggia cessò e lasciò l’asfalto bagnato. Venne sera come ogni sera. La luce si spense dietro tutte le finestre. Il parcheggio restò vuoto con le sue strisce bianche. L’albero disse miao.

il post della pallina di mimosa alla più cessa

8 Marzo 2010

In classe mia eravamo 3 maschi e mezzo. Devo spiegarvi il mezzo? No. E poi c’erano 25 femmine. I maschi se la facevano con le più puttanelle, io invece con le più cesse. In realtà essere cessa significava solo “non essere puttanella”, ma voi lo sapete che gli adolescenti hanno un cervello deforme e quindi è inutile che ti metti a spiegare a un adolescente come stanno le cose. In più, hanno i brufoli.

Così quando era l’8 marzo non si entrava in classe perché era una festa importantissima e molto sentita da noi tutti perché veramente ci tenevamo nel profondo del nostro cuore e con tutta la nostra vasta cultura a festeggiare le donne dell’universo intiero che tanti lutti addusse agli Achei. In pratica, c’era interrogazione di latino perciò ogni occasione era quella buona per far festa.

Nel campetto vicino casa (parliamo del 1987 perciò sarebbe un po’ come l’albero degli zoccoli) c’era una mimosa ma che dico enorme, diciamo leggendaria, con più mimose che un albero di mandarini! Insomma veramente gialla come il sole sui disegni dell’asilo. Essendo noi maschi il nostro compito era distruggere la mimosa per portare rami vaporosi in giro per le amene strade cittadine, vantandoci del nostro sesso e facendone medievale omaggio alle ragazze nostre compagne.

I miei tre amici, ma che dico amici, compagni di classe portavano i loro turgidi virgulti alle più bonazze. Andava un po’ a misura di tette. Se avevi la quinta ricevevi un ramo intero, se portavi la seconda un ramoscello mezzo moscio. Se eri racchia allora uh! ho finito le mimose! Tanta crudeltà è utile nella vita e poi si sa che gli adolescenti sono fatti per essere stronzi.

La racchia di cui non farò il nome in modo che nessuna lurker possa mai nei secoli pensare di essere lei medesima (e comunque le ragazze non si sentono mai racchie quindi non c’è pericolo) ricevette in regalo dal più perfido dei co-maschi una pallina di mimosa. Una sola. Nella sua mente era uno sfregio che l’avrebbe reso strafigo agli occhi dei compagni, ma la racchia, poveraccia, ci rimase una vera merda.

Il mio animo sensibile era combattuto. Se io regalavo alla racchia una mimosa come si deve i 3 co-maschi mi avrebbero preso in giro, la racchia avrebbe pensato a una carità e si sarebbe vieppiù incazzata e le altre ragazze mi avrebbero guardato come guardi chi ti stringe la mano dopo che si è messo le dita nel naso. Cosa potevo fare? Inoltre, io il latino l’avevo studiato, mannaggiammè che non ero entrato in classe.

Le co-ragazze puttanelle risolsero a modo loro. Presero i gonfi doni degli spasimanti e li scaraventarono nel più schifoso bidone dell’immondizia dell’angolo, accanto a “Bar Gino” e a “Pentol” (la e era caduta dall’insegna). Tennero per sè soltanto 1 pallina di mimosa e non rivolsero la parola a nessuno dei 3,5 co-maschi di classe. Io venni catalogato negli imbecilli fino a Pasqua, ma almeno così i co-imbecilli mi permisero di andare a giocare a bigliardino con loro, che era una cosa considerata molto truce. Poi me ne tornai a casa, e comunque odiavo fare assenza a scuola, odiavo rompere i rami di mimosa, odiavo le puttanelle e odiavo giocare a bigliardino. E valere solo mezzo voto.

il post del loft sulla collina che affaccia sotto la collina

7 Marzo 2010

Questo qui aveva i capelli neri a forma di Jackson Five. Dice che faceva il giornalista e che era ancora vergine. Dice che aveva 30 anni e che era stato con 3 ragazze. Dice che guadagnava bene e che aveva una grande casa. Allora io entrai in macchina e nella macchina c’erano tutte le carte sparse sul cruscotto. Tipo quelle macchine che l’agente dell’FBI trova il dente sotto il pedale e da lì capisce che l’assassino la sera prima aveva letto Diva&Donna rubato dal tavolino di vimini della sala d’attesa dell’oculista.

(ora passiamo al tempo presente, io per grazia di Dio non sono uno scrittore così non devo badare alla consecutio e tutte quelle cose da Oscar Mondadori)

Mi dice non farci caso la macchina è un po’ in disordine. (+10 punti per la sincerità). Mi dice ti sta bene quella camicia ti va se andiamo direttamente a casa mia? (+5 punti per la lode sfacciata -10 perché era la prima camicia che mi vedi indossare come fai a dire che un’altra non mi sta meglio e poi -10 perché hai i capelli a forma di Jackson Five). Io dico ok e così scaliamo le più remote vette dell’antica Partenope, fino ad arrivare in alto dove da lontano c’è il quadretto con quei 3 pini secchi secchi e il Vesuvio sul mare tranquillo e il cielo celeste che ispira tanto sentimento.

Entriamo nel cortile della palazzina pittata di Rosso Pompeiano e con una manovra perfetta parcheggia tra i bidoni di spazzatura e il super santos di un drappello di bambini. Uno dice “uè!” e lui risponde “uè Mimmo” (+3 punti). Il panorama è mozzafiato. Nel senso che la puzza di smog che viene dalla strada mi fa mancare l’aria. Così entriamo in casa dice io vivo in un loft, dobbiamo scendere al piano di sotto. Io dico Ah.

Scendiamo e apre e entriamo ed ecco il loft. Praticamente il retro della ferramenta “autoricambi Pezzullo” gestita da Don Tonino o’ 15-18 e Assuntina a’ bizzoca. (se esistete veramente e googlando capitate qui sappiate che io vi ho appena inventati dunque non so che esistete veramente ma se esistete veramente beh allora cambiate insegna e comunque il retro della vostra ferramente è uguale a quel loft non so che farci). Io mi accomodo su un giaciglio di fresco pulito e Jackson mi versa un delizioso bitter la cui formula chimica è “acqua 99,9%, essenza di bitter sfiatato 0,001%, immaginazione 0,099%”. (-15 punti per il loft, -10 per l’intruglio, -15 per il panorama (il culo di Mimmo sul marciapiede mentre chiacchiera con gli amichetti a distanza di pochi centimetri dalla grata che costituisce la “finestra” del loft).

Jackson si siede e inizia a sedurmi. Questa parte è bellissima. Mi parla di come non sia mai andato a letto con un ragazzo perché ancora non sa se gli piacciono i ragazzi. Io dico “ti piace la figa?” e lui “no” e allora novello Freud ecco che gli risparmo anni e anni di psicanalisi. Lui dice “allora dici che dovrei provare?” e io dico “non so, vedi tu”. Il grande stratagemma funziona e così Jackson spegne le luci (-20 punti perché mi trovo in un tugurio, +10 perché non si vedono i capelli a Jackson Five, +10 perché le sorprese sono graaaandi veramente, -25 perché in fretta finiscono, -15 perché no non ti scuso per essere stato “un tantino veloce”, +2 perché hai acceso la luce, -80 perché Mimmo saluta con la mano così dalla grata, lassù).

La tendina della doccia è con Minnie e Topolino (+10). Dice che l’ha trovata così (-10). Dice che gli daranno il tg in una rete locale e che grazie a me ha capito di essere gay (-40). Dice che se voglio domani sera possiamo mangiare una pizza insieme (0). Io dico sì volentieri ti chiamo! Lui dice ok! Così prendo il treno, mi siedo accanto al finestrino, c’è uno coi capelli a forma di KarateKid (-20punti) che vuole leggere un secondo il mio giornale.

Faccio un rapido calcolo siamo a -200, direi che anche per i miei sfigatostandard siamo bassini così mi arriva un sms lo leggo c’è scritto “mi sono accorto ora che sono stato un po’ imbranato: non ti ho chiesto se ti era piaciuto”.

Totale -400 punti.

Decido di buttare la scheda sim giusto al centro del vulcano di Mordor per sicurezza a pochi centimetri da Gollum se possibile. Il tipo di fronte mi restituisce il giornale dicendo: il convertitore euro-lire se lo possono infilare nel culo per quanto mi riguarda. (+30 punti)

il post dell’organo bontempi

13 Febbraio 2010

Un tempo io ero piccolo, ma avevo comunque gli occhiali. Così un giorno per radio c’era un concorso a premi destinato ai bambini e siccome ero bambino era destinato anche a me. Bisognava rispondere a una domanda del tipo “come si chiama la fidanzata di Braccio di Ferro?” oppure “come si chiama la Nonna di Qui Quo Qua?” e quando avevi indovinato dovevi esultare così: “Olivia! Mamma! Olivia! posso telefonare?” e mamma doveva dire “telefona” e tu dovevi andare di là, prendere la cornetta grigia del telefono grigio coi numeri sotto la plastica e fare il numero e trovare occupato.

Poi andavi di là e dicevi a mamma “è occupato” e allora finiva la canzone degli Abba e facevano un’altra domanda del tipo “chi canta Sei Forte Papà?” e allora mamma ti diceva “Gianni Morandi, telefona” e tu telefonavi e ti rispondeva una signorina e ti dicevi

–un momento cambio tempo questo non è ipotetico è vero, passo al passato remoto–

e allora dissi “Gianni Morandi” e la signorina disse: bravo! per vincere il premio devi presentarti con papà o mamma qui da noi al negozio di giocattoli e come pegno devi portare un pennarello marrone, ok?. Allora io dissi “ok” e posai il telefono. Ovviamente anche il discorso della signorina è tra virgolette.

Così andai nell’armadio e presi l’astuccio dei colori. Io stavo in seconda, penso. Si sa che il marrone è il colore che più odiano tutti i bimbi. Per cui il pennarello non colorava. Così mamma disse “non fa niente” e poi chiamò papà e papà prese la macchina e mi accompagnò al negozio. Immagino dunque che fosse sabato, o domenica, o festa, o estate.

Allora andammo lì e c’erano taaaaanti bimbi, però più grandi di me. Erano grandi. Avevano 10, 11, a volte 13 anni. Avevano anche i genitori, ed erano anche femmine. Alcune si chiamavano Vittoria o Raffaella, Antonella o Grazia. Per cui erano grandi. Io diedi il pennarello marrone al presentatore e così ci fecero fare delle gare.

Erano gare per bimbi scemi. In una gara vinceva chi correva più veloce. Vincevi l’altalena. Bella l’altalena, la volevo io. In un’altra gara vinceva chi trovava un oggetto nascosto. Vincevi una bambola enorme. Bella la bambola, la volevo io. Comunque vincevano tutti i più grandi.

Poi fecero una gara con le lettere magnetiche quelle che si mettono sul frigorifero. Però all’epoca nessuno le metteva sul frigorifero, ma erano lo stesso magnetiche. Erano tutte a casaccio sulla lavagna e così il presentatore disse: vince chi per primo scrive la parola Befana con queste lettere. Ripeto avevo 6 anni così i miei avversari avevano 6 anni. Io scrissi Befana prima che i miei rivali trovassero la B. Questa era una gara per bimbi nerd.

Così ebbi l’applauso e dissero tutti che avevo vinto. E avevo vinto l’organo bontempi. Quello beige, che suona. Che suona jingle bells o oh susanna. Così avevo vinto. Tornai a casa e papà montò l’organo. Io poi imparai a suonare solo con due dita. Ero scarso.  Però avevo vinto il primo premio. Le Vittorie e le Silvane e le Roberte e gli Andrei e i Fabi e i Massimi mi invidiavano molto, nonostante gli occhiali.

Io poi passarono molti anni e continuai a giocare, ma non vinsi più nulla e non imparai a suonare. Avevo altri occhiali, ma sempre lo stesso papà e la stessa mamma.  Sarebbe oggi.

il post liberatorio

1 Dicembre 2009

Così continuai a camminare fino a quando non vidi la merceria. Ogni tanto mamma mi ci mandava a comprare il cotone. La strada aveva una specie di dosso e io ero molto piccolo. Non sapevo bene se fosse la direzione giusta. Avevo la mia tuta nera con la riga bianca. Mi ero perso. Odiavo andare al tennis. Non ero capace, il maestro rideva e i bimbi erano veloci. In più, loro le racchette le portavano da casa mentre io dovevo prendere una in quei mucchi enormi. I grandi correvano più veloci di me e puzzava di gomma e di terra battuta. Papà non poteva neanche venire a guardarmi e c’era una luce arancione nell’aria. Non colpivo mai il muro. Le baracche sul campo erano fatte di lastre d’alluminio, mi pareva, e i vecchi sedevano su sedie di paglia. Mi ero perso e quando superai il dosso già piangevo. Così continuai a camminare fino a quando non vidi la merceria. Poi svoltai a sinistra e ritornai a casa.

Qualche volta, la domenica, entravamo in quella strana via. Finiva, ma non finiva. C’era un’officina di camion sotto al ponte della sopraelevata. O era solo un ponte. Papà penso che ci teneva per mano. Quell’officina era rossa e marrone ed era alla fine della strada e al buio, e sopra passavano le macchine. Poi salivamo delle scale strette e di lato si sentivano le auto correre, però c’era silenzio in quella casa di quelle scale di quella via. Allora facevamo silenzio perché era come essere furtivi. Papà apriva il cancelletto verde di ferro e salivamo altri gradini. Poi la magia, eravamo sul ponte. Ci faceva guardare la via che avevamo fatto dall’alto, e si vedevano le palme del giardino della villa, e i camion erano piccoli. E la strada era in discesa finché non arrivavamo alla statua coi manifesti elettorali sul basamento. Dovevamo camminare assai, ma solo perché i nostri passi erano piccoli.

Poi c’era quel tipo con il cane. Avevamo molta paura di quel cane. Quando la strada stava per finire i palazzi diventavano sempre più scuri e sempre più rotti. Lì ci viveva un uomo e forse una donna. Viveva in un posto in cui prima c’era gente. Adesso c’era un vecchio seduto sempre allo stesso posto e dentro una casa di tufo c’era un letto e qualche pentola. Noi camminavamo più lenti che le più lente lumache. Il cane era sotto quel portico che pareva la stalla. Dovevamo passare davanti a lui se volevamo uscire dall’altro lato. E dovevamo anche aprire la porta. Però era buio anche se era giorno e avevamo paura. Solo che volevamo anche uscire dall’altro lato, perché così era meglio. Qualche volta il cane abbaiava, così urlavamo e correvamo anche se non dovevamo correre. Alcuni correvano di più. Poi chiudevamo la porta e riprendevamo fiato. E anche quella era domenica.

Una sera poi mi misi a guardare il palazzo. C’era un giardino, di quelli di periferia, con le aiuole e lo scivolo giallo, i giochi per i bambini. Il treno fermava lì, sotto il tunnel. Tu uscivi dal tunnel e ti ritrovavi in periferia. C’era sempre qualcuno che fumava con la scarpa appoggiata al muro e la bottiglia in mano. La sera lì era marrone, perché l’aria si mischiava coi lampioni e con la paura e la luce veniva fuori la luce cupa e di paura. Mi ero perso. Pensai che forse l’uscita era dall’altro lato del tunnel, ma non volevo ripercorrerlo. Avevo freddo e i passi lì sotto suonavano cupi, in più era sera e avevo quella cosa in gola di quando non vedi l’ora di rivedere la persona che vuoi rivedere e non sai se è così anche per lui. Così non tornai sui miei passi e guardai le luci delle stanze di un palazzo di gente che viveva lì. Svoltai dove sentivo le macchine. Poi si scaricò anche il cellulare e mi ritrovai che non sapevo più dove andare. Neanche era la mia città. Però non potevo piangere questa volta, e così provai solo a ragionare. “Se lo conosco bene allora penserà così, farà così, lo troverò lì”. E così fu. E quella notte fu la notte in cui pensai che si potevano accendere mille luci gialle. Lo pensai veramente tanto.

Una sera mi misi a letto, a leggere. Mancò la luce e non avevo finito ancora il primo capitolo, così il libro lo buttai e non mi ricordo neanche più il titolo.

C’era la neve e io avevo anche gli scarponi. Così girai per le strade e non capivo perché la gente si rintanasse in casa. E siccome non avevo nessuno a cui tirare le palle di neve allora passavo coi guanti la neve sulle automobili, poi facevo finta di buttarla così sul prato ma dentro di me mi immaginavo la scena che ero contento e che giocavo. Tanto nessuno mi vedeva e se mi vedeva da dietro a qualche tendina allora forse manteneva il segreto lo stesso, tutti ce l’hanno i segreti e quando uno si affaccia che c’è la neve ma non scende allora è lì che guarda e vorrebbe fare quello che fai tu e se vede che non lo fai dentro di sè lo capisce e poi sposta la tenda e ritorna a fare quello che sta facendo in casa sua, e di questo segreto rimangono solo le impronte dei tuoi scarponi sulla neve.

il post di quell’amico che un tempo era mio amico

22 Novembre 2009

Io avevo un amico una volta e quest’amico parlava con una voce strana, però non so perché. Comunque era alto. Quest’amico comprava la gazzetta dello sport per vedere i risultati delle partite così poi sapeva se aveva vinto al Fantacalcio, e lui aveva Pirlo in squadra, ma vi parlo di quando ancora era viva LadyD.

E così occuparono l’università e si misero a fare le proteste perché i giovani devono protestare ogni 4-5 anni altrimenti poi i vecchi dicono che i giovani non hanno valori e i giovani si rompono di questa cosa così protestano.

E il mio amico disse che erano comunistoni di merda e che lui non avrebbe mai protestato e mi chiese se volevo una pizzetta o una sfogliatella. Se è per questo volevo la sfogliatella, però tra me e me dicevo perché questo dice comunistoni di merda, che c’entra. Allora lui disse che invece di protestare dovevano studiare e votare Berlusconi perché se aveva fatto vincere al Milan la coppa dei campioni allora avrebbe portato l’Italia al primo posto in Europa.

Io pensai che come ragionamento faceva cagare, però non dissi niente, che stavo mangiando la sfogliatella.

Così beh un giorno lui si laureò prima di tutti quanti, che ci mise 4 anni veloci veloci, e io dissi beh auguri sei stato velocissimo e lui disse che doveva per forza essere veloce perché prima si laureava prima andava a fare il militare e prima faceva il militare prima si sposava e prima si sposava prima scopava. E dunque lui studiava per scoparsi la ragazza.

Così io dissi beh ma non ti fa neanche una sega la tua ragazza e lui rispose che dovevano arrivare vergini al matrimonio perché Dio voleva così. Allora io rimasi in silenzio e poi finita la cerimonia di laurea dissi beh, a presto allora. Ed era veramente mio grande amico, anche se, ecco, come dire, beh.

il post dei fiori nel silenzio

19 Settembre 2009

Avevano dato fuoco al formicaio un giorno prima.

Sulla vecchia panchina una foglia autunnale che stava per cadere a terra, c’era poco sole e c’erano pochi bimbi a giocare sul prato. L’addetto ripuliva il fondo della vasca e le pozzanghere scurivano le lastre di marmo. Un merlo tra i cespugli più bassi, la lezione di danza classica al pian terreno.

Cominciò a piovere che era mezzogiorno. Il sabato trascorse dietro le tendine, a udire il suono delle auto sull’asfalto e delle gocce sui vetri della finestra. Gli ombrelli non erano ancora tutti colorati.

Si fece buio.

la storia di quell’innamorato che subito finisce, la storia

17 Luglio 2009

Così salì sul treno e lui gliel’aveva promesso che lo veniva a prendere alla stazione. Aspettami al binario che non vedo l’ora di rivederti, diceva. Così il treno viaggiava più veloce che poteva, quasi più della sua immaginazione.

E aveva messo la maglietta più bella che aveva.

Poi il treno giunse in stazione e non si fermava. Aveva paura che non si sarebbe fermato. Con la mano quasi spingeva sulla porta, per scendere subito subito. E scese col cuore gonfio. La gente cominciò a scorrere, scendeva, saliva, salutava, andava.

E sul binario rimase lui solo.

Bad Behavior has blocked 32 access attempts in the last 7 days.

Chiudi
Invia e-mail