Archivi per la categoria 'Ricordi'.

contiene una pianta di plastica e mezzo occhiale

10 settembre 2012

Le case popolari erano pittate di bianco sporco e ai balconi avevano le lenzuola stese a forma di bocca con le rughe. C’erano le femmine affacciate vicino alle scope e i maschi sdraiati sulla sedia di paglia a leggere il giornale, mentre i bambini giocavano a pallone in mezzo alla via, facendo attenzione che il super santos non si schiattasse o peggio ancora che finisse nel giardinetto della signora affianco. La cosa bella era il sole che quando sfregiava i muri coi suoi raggi sgargianti li faceva splendere dell’aria della controra e a quel punto il suono delle stoviglie messe a pulire era la ninna nanna più meravigliosa di tutto il golfo di Napoli.

A pochi passi di tangenziale invece i quartini con i mattoni arancioni si alzavano per cinque o sei piani in cielo, per affacciarsi sulla superstrada che li attraversava come una pista della Polistil. Sui terrazzini c’erano i gerani nei vasi di cotto e qualcuno si era fatto la veranda e ci aveva ricavato la stanzetta per il figlio più piccolo, con il comodino che affacciava sui fanali delle 127. La televisione a colori era accesa dal pomeriggio e i bambini sedevano a terra con la testa alzata a guardare il primo canale.

All’uscita della tangenziale c’era una curva che non finiva più, e poi si scendeva per altre curve più lentamente in mezzo alla città con i palazzi più vecchi mischiati a quelli più nuovi. Quando si stava per fare sera sui marciapiedi la gente a piedi camminava veloce nei tratti senza negozi e si fermava vicino ai bar coi tavolini pieni di bottiglie di gassosa vuote. Certe volte per trovare parcheggio dovevi girare con cento occhi, oppure dovevi andare dove l’istinto ti diceva che qualcuno stava per fare manovra, e appostarti lì senza cedere di un millimetro, sperando di pigliartelo subito con due sterzate.

Era bello che prima c’era la luce, e dopo non c’era, roba di pochi minuti.

Il palazzo dove dovevamo andare c’aveva il portoncino di legno verniciato con passate pesanti di lucidante, e i vetri spessi a forma di rettangolo quelli di sopra e a forma di quadrato quelli sotto. A quell’ora il portiere ancora faceva servizio e apriva da dentro al suo cubicolo perché tanto lo sapeva già che il dottore riceveva fino a notte. Dovevamo entrare nelle scale per uscire nell’androne e fare dieci passi nel cortiletto, dove c’era un giardinetto che anche lì forse ci giocavano a pallone il pomeriggio, oppure a campana, che c’era ancora il gesso per terra. Poi mettevi la dieci lire nell’ascensore e ti presentavi alla segretaria, che stava al telefono ogni cinque minuti.

La sala d’attesa aveva le piastrelle di marmo e le sedie di plastica di quelle che si impilano l’una sull’altra, dove i bimbi ci mettevano le mani dentro i buchi quando proprio non ci stava niente più da fare. Le persiane erano mezze abbassate che tanto era già scuro, e la gente sedeva occupando tutti i muri e lasciando in mezzo alla stanza qualche criaturella che giocava con la gamba del tavolino, con sopra i giornali di gossip vecchi, di macchine costose, di signori con la mano della tasca della giacca. I bimbi più grandi rimanevano seduti ad aspettare il loro turno. Una c’aveva una benda spaventosa sull’occhio e portava gli occhiali sull’altro occhio. Incredibilmente, non piangeva, ma forse era solo perché sotto la benda non si vedeva.

Dietro la tenda grande come un sipario la segretaria pigliava le imbasciate e la pianta di plastica rimaneva ad assistere alla porta che si apriva e si chiudeva cento volte senza fare rumore. Qualcuno entrava dopo e passava avanti, ma se era così, non era una cosa buona, perché voleva dire che era urgente, e urgente non è una cosa buona.

Quando dovevamo aspettare un sacco di tempo, allora potevamo pure scendere a fare due passi, ma non era sempre, sennò non me lo ricorderei.

La via a piedi era in discesa perché a seguirla tutta saremmo arrivati a Mergellina, che chissà quante barche stavano piazzate lì a galleggiare tra gli scogli, cent’anni prima che me ne andassi a guardare il mare far galleggiare le barche tra gli scogli. Attraversare la strada non era cosa, che le macchine ti avrebbero segato senza fottersene. Lì c’erano solo palazzi nuovi che non guardavano in faccia a nessuno, con le serrande abbassate fino a terra che facevano più scuro lo scuratorio che già ci stava. Invece il bar della metropolitana stava aperto fino a tardi, e teneva esposto dentro al bancone due paste, un babà e una zuppetta. Il cameriere si stava fumando una sigaretta e la signora alla cassa guardava fuori per strada e poi dentro alla fermata. Forse pigliai il babà, forse pigliai la zuppetta, non lo so.

Quando arrivò il nostro turno nella sala d’attesa non ci stava più nessuno, perché eravamo gli ultimi. Non capivo come mai eravamo sempre gli ultimi ogni volta, ma forse è perché venivamo da fuori e quindi venivamo tardi. Essere gli ultimi era bello perché potevi giocare nella stanza vuota, ed era brutto perché ti faceva sentire l’ultimo. Lo studio del dottore era una delusione, era rettangolare, e aveva la laurea esposta sopra la sedia di pelle come Gesù Cristo sopra l’altare. Quando ti aveva guardato dove doveva guardare, scriveva tre quattro pagine, a penna, veloci veloci e poi le leggeva veloci veloci dopo che era finita la visita. Si pigliava le novantamila lire e non lo vedevo più per 6 mesi oppure forse anche 1 anno. Scriveva sempre le stesse cose, mi dava sempre le stesse medicine.

Il giorno dopo andavo in farmacia a presentare la ricetta e c’erano due farmaciste con gli occhi pittati di viola e di bordò. Le scatoline celesti delle siringhe, vicino a quelle mi compravo le zigulì a liquirizia. Poi mettevo nel mobiletto le medicine, ma dietro, così uno si sarebbe scordato che c’erano, che poi mai succedeva. E poi la finisco qui, che mi sono scocciato di scrivere. Volendo ce ne avrei ancora, ma i libri più belli li hanno già scritti gli scrittori, finitevi di leggere quelli.

contiene un sacco di doppioni

16 novembre 2011

E’ passato il carretto che vende il pane e sono sceso io a comprarne una palatella, che oggi non sono andato a scuola, c’era la disinfestazione. Il portiere stava raccogliendo le foglie con la scopa di saggina e ogni tanto buttava l’occhio al cancello, con la gente che andava e veniva dal dottore.

Le rose si sono tutte rinsecchite, e spesso ci buttiamo i Super Santos sopra e si schiattano, così dobbiamo andare dal tabaccaio per comprarcene uno nuovo. Coi soldi di resto prendiamo pure qualche bustina di figurine. Ho un mazzetto grosso così di doppioni, me ne mancano 8 e non vogliono uscire.

L’altro ieri a scuola ci hanno portato l’album dei personaggi storici e la signorina ha dovuto interrompere la lezione, stava spiegando il Benelux. Lo vorrei fare, ma forse è meglio finire prima questo qua.

E’ caduto un panno alla signora del secondo piano. Mo’ ce lo porto, che sta di casa sopra di noi. Quando la scuola è chiusa abbiamo un sacco di tempo per giocare, fa pure assai freddo e ci dobbiamo mettere nell’androne delle scale, se viene a piovere, però poi viene il portiere e s’incazza con noi, che dice che sporchiamo. Allora ce ne andiamo a casa oppure nel cortiletto piccolo a giocare a campana.

La buca della posta è sempre scassata. La nostra è l’unica così, ma nessuno ci dice mai niente. Ormai ho imparato a non salire le scale con la mano sulla ringhiera, che ci sputano sopra. Dopo mangiato mi finisco di leggere il Topolino, sennò magari faccio la gara delle copertine più belle, che mi piace.

Il pane è ancora caldo, quasi quasi me ne smozzico un pezzo.

contiene poche cose e qualche sicché

14 novembre 2011

Mi avevano dato l’angolo opposto alla porta, sicché avevo solo una persona accanto. Tutto quello che dovevo fare era dormire, al massimo potevo contare le macchie di umido sulle pareti. Accanto a me, quell’altro si era portato un libro e leggeva col fianco dall’altra parte. Presi sonno tardi, con l’odore della muffa, le ombre sul soffitto, gli altri ragazzi che parlavano sottovoce.

Era il 12 di gennaio e l’aria era bianca davanti a ogni bocca. Ragazzine coi capelli rossi saltavano a piè pari, magri bimbi con ciuffi castani strappavano foglie dai rami più bassi. La cerimonia fu brevemente interminabile. La voce di quell’uomo piacque a tutti quanti. Mi avevano fatto sedere all’estremità della panca, sicché avevo solo una persona accanto. Potevo contare le candele accese ai piedi di una santa sofferente, al massimo ascoltare in silenzio.

I giochi terminarono con un pareggio tra i maschi, mentre a vincere fu una ragazzina con le guance rosse e il sorriso con le gengive. Il presepe non l’avevano ancora smontato. Potevamo pranzare nel refettorio, bastava che facessimo attenzione a lasciare tutto così come l’avevamo trovato. Ci toccò la panca più interna, che quasi sfiorava il crocifisso di legno. Faceva passare la fame. Le altre panche intonarono una specie di inno, noi il nostro non l’avevamo. Io mangiavo il mio panino sulla sedia all’angolo, sicché avevo solo una persona accanto. Potevo seguire i motivi sul pavimento, al massimo guardare la pianta di limone dalla grata di fronte.

Ci vennero a prendere i grandi con le loro macchine. In quella che capitò a me parlavano tutti, anche al semaforo. C’era un ingorgo davanti all’Albergo dei Poveri, con le scale piene di polvere e i muri opachi e vecchi. Nessuno scendeva e nessuno saliva. Gli altri in macchina non lo notarono neanche un secondo. Mi misi a pensare di salire quelle scale, di scenderle, di salirle un’altra volta. Si appannò il finestrino e cominciarono a fare due gocce di pioggia.

Seguii una goccia scorrere lentamente. Si unì a quella sotto, poi fu spinta verso sinistra e si fuse a quell’altro fiumicello di gocce, poi sparì. Gli altri nella macchina ridevano, io guardai la pioggia scendere per mille e mille gocce.

Senza data di scadenza

27 febbraio 2011

Un sacco di ricordi belli ce l’ho che sono cose che ora non contano più a niente, ma sono ricordi belli.

Come quando nella stazione del mio paese si aprì un bar, piccolo, senza niente, ma potevo comprarmi le gomme intanto che aspettavo il treno. E un giorno arrivò un treno nuovo a due piani, e salivo al piano di sopra giusto perché mi sembrava una cosa nuova. O quando arrivavo a Napoli e per attraversare Piazza Garibaldi ci mettevo 20 minuti facendo lo slalom tra le macchine.

Una volta un amico comprò dei pastelli in un negozio di Forcella e gli feci compagnia, e passammo davanti a una chiesa e c’era una vecchia che dava da mangiare ai piccioni. C’era il negozio dei cambi e leggevo sempre il cambio della lira così intanto che camminavo. Il posteggiatore si contava i soldi, nel cortile della facoltà c’era sempre qualcuno seduto sul muretto vicino alla fontanella.

Oppure quando mamma ci portava alla Rinascente, che poi ci fermavamo a prendere una pasta o un panino alla Motta, che stava lì fuori. Poi ci facevamo tutto il rettifilo a piedi, con le buste piene, e in fondo alle buste c’era sempre un libro o un gioco, perciò la stanchezza non la sentivo.

Altre volte me ne andavo fino in piazza Plebiscito e mi sedevo sulle catene sotto alle statue di gente morta 700 anni fa. Poi qualcuno sempre passava, degli amici miei, e andavamo a prenderci una granita lì sul lungomare, o ci affacciavamo dal Palazzo Reale per vedere le macchine che uscivano dalla galleria.

E dopo il cimitero c’era una via e dopo quella via si era aperta una pizzeria, e andammo lì in quattro, che conservo ancora lo scontrino e mi ricordo le risate delle mie amiche, e che musica sentivamo, e che il giorno dopo non avevamo fatto i compiti.

Poi la sera si accendeva la luce gialla del lampadario e le altre stanze erano scure, così non ci andavi più.

C’erano i nani nel giardino sotto la sopraelevata, e non l’avevo mai visto un giardino così. Al supermercato mi diedero 5 lire di resto, e neanche quelle ormai si vedevano più in giro. Mi pesavo sempre sulle bilance fuori dalle farmacie, perché era divertente. Invece su certe giostre non ci andavo mai e ormai non esistono più e non ci posso più andare.

Neanche sulla funivia ci voletti andare e così nelle foto io non ci sono. Mi è sempre venuto più facile dire di no e così è per quello che le cose stanno come stanno, perché invece i sì li ho detti per paura di dire un’altra volta no, e non ci ho mai azzeccato. Così se possibile, meglio che nessuno mi fa delle domande, che almeno non sbaglio.

Un giorno poi coi soldi del primo stipendio mi comprai una camicia e un paio di scarpe, che le ho buttate qualche anno fa. In cantina trovai un casco e non era il mio, l’ho regalato e ora è in un’altra cantina.

Avevo quell’altro amico che una sera si ubriacò e si fece notte, e non si svegliava. Da sopra la tangenziale si vedeva il sole che quasi quasi spuntava su mezza Napoli. Laggiù in basso era tutto piccolo piccolo. Si svegliò e vomitò in mezzo alle ginestre. Poi disse vieni ti accompagno a casa, si sono fatte le 5 e mezza. E così fece.

il post del completerremoto

23 novembre 2010

Se io mi ricordo una cosa di 30 anni fa allora vuol dire che nei miei ricordi già c’è il passato remoto e questo se ci pensate può succedere solo ai vecchi. Certo certo.

Andiamo con ordine e metodo e giudizio. Quando venne il terremoto io la mattina ero sul Vesuvio coi lupetti. Ero felice perché avevo avuto il totem! Una soddisfazione come l’assolo di Glee. Era domenica  e venne pure a nevicare, e io non l’avevo mai vista la neve, inoltre i cani abbaiavano e c’era un’atmosfera raggelante. Solo che a quell’epoca ancora non avevo letto tanti libri perciò il finale ancora mi faceva fare la faccia sorpresa così: “!”.

Poi mamma preparò la torta di carote e vennero gli zii e i cugini a casa (sì è già fatta sera, questa storia è veloce) e loro parlavano e noi giocavamo. In realtà avevo inventato un gioco nuovo e giocavamo a quello, in mezzo al corridoio. Non faccio che inventare giochi, qualcuno se ne è accorto?

Così sentimmo quel rumore spaventoso e si spense la luce e i palazzi dalla finestra andavano di qua e di là. I grandi si alzarono di corsa e presero i piccoli che trovavano, andammo sulle scale e c’erano decine di grandi e di piccoli, che scendevano le scale. Mamma mi teneva per mano, scendecorrevamo nel buio. Gustavo Dorè.

Nel cortile eravamo in 100. Tutto il condominio era lì al freddo ma le case stavano in piedi, belle le crepe. I clacson lì fuori e poi scese la nebbia, faceva freddo. Mamma svenne, un signore prese una tv portatile nel garage e lì vedemmo che era successo. I telegiornali dell’epoca non erano così luccicanti. Allora papà salì in casa a vedere che era successo, anche se fu temerario, dopotutto poteva cadergli addosso. Gli zii andarono via in macchina. Niente cadde addosso a papà, però i libri erano caduti dagli scaffali e si erano rotti i lampadari.

Il rumore era stato terribile, ve lo dico. Così mi ritrovai in macchina, poi nel traffico, 0 all’ora, c’era tutto il paese in macchina, nella nebbia, poi dalla zia, quella che abitava in periferia, in campagna.

Quella sera ci toccava il lettone della zia, a me e ai miei fratelli. Prima di dormire inventai un gioco, che era quello di creare una storia con i personaggi dei cartoni animati. Giocammo.

il post dedicato a blazar

6 settembre 2010

Blazar è morto quasi due anni fa.

Io ero amico suo e lui era amico mio anche se non ci siamo mai incontrati, ma che c’entra, non c’entra niente. Chattavamo spesso e di cose sceme e ridicole, altre volte di cose tristi, che la sua malattia non gli dava altra possibilità che parlare di quello.

A lui piacevano i culi delle ragazze, il judo, il cinema, il tumblr. Si divertiva molto col tumblr e così per qualche ora al giorno si distraeva. Io di judo non ci capivo niente ma mi fece vedere i filmini suoi quando faceva l’istruttore. Aveva l’amarezza che sapeva che mai più avrebbe potuto fare judo. Di culi manco capivo niente ma lo stavo a sentire volentieri. Lui sapeva bene che non avrebbe mai più potuto fare l’amore.

A un certo punto poi non si vide più online. Non me ne accorsi neanche, fu Dario che mi disse ma sai cosa è successo a Michele? Così mi attivai e riuscii a parlare con la mamma, seppi che era agli sgoccioli e non voleva sentire nessun amico, quelli che conosceva veramente figuriamoci quelli che ci chattava solo. Penso che fosse perché non voleva sentirsi dire addio.

Gli ultimi giorni chiedeva di morire perché i dolori erano insostenibili, arrivò a Natale e un paio di giorni dopo finì lì. Io a lui ogni tanto ci penso. Ci penso perché è ingiusto che noi uomini abbiamo una memoria così deficiente, che ci scordiamo di chi non vediamo davanti agli occhi dopo manco un paio di mesi. Invece io ogni tanto lo penso e lo voglio scrivere perché che diamine mi ci ero affezionato e non voglio che la mia memoria mi tradisca. Me lo voglio ricordare, ve lo dovete ricordare, era uno di noi ed è morto.

Il suo tumblr è ancora qui.  Niente, ho finito, Michele lo sa che gliel’avevo promesso perciò ecco fatto.

il post con o senza gel?

4 agosto 2010

Io da piccolo avevo i capelli ricci e biondi però poi diventarono lisci e castani per un mistero che non ho mai capito anche se mi sforzo di guardare le foto dove ero sempre io. Così un giorno secondo me diventarono più lunghi e me li dovettero tagliare. E’ sempre una cosa brutta tutti quei capelli a terra che uno li deve raccogliere con la paletta, perché anche se la paletta ha bei colori, alla fine sempre si devono buttare.Così il mio primo barbiere si chiamava Rafiluccio e metteva l’asciugacapelli così vicino alla testa che io mi bruciavo però avendo visto Mazinga Z la sera prima trovavo coraggio e non dicevo niente, tanto più che avevo le mani sotto quei teli da barbiere che esce solo la testa e allora potevo stringere i braccioli senza che nessuno se ne accorgeva. La gente del salone leggeva l’intrepido e io uscivo dall’altra porta perché quell’altra ci entravo, invece.Poi però quei capelli da little italy non si portavano più e infatti andai da un altro barbiere, che ormai io ero tipo undici anni perciò mi potevano parlare come se già esistessi, non come quando parlano al padre davanti al figlio e chiedono tuo figlio come si chiama che il figlio sta lì e lo può dire meglio del padre come si chiama. Siccome dunque avevo undici anni il mio barbiere aveva un sacco di diplomi appesi al muro che aveva vinto le gare e io ero invidioso di tutti quei trofei. Dopo Mennea e Dino Zoff, dopo Fellini e Mike Bongiorno il mio barbiere era la persona con più trofei mai vista. Sapeva tagliare i capelli in 5 minuti e ti metteva pure il borotalco col pennello rosa.I suoi assistenti avevano i baffi, perciò fu naturale che quando feci 15 anni cambiai di nuovo barbiere. Così andai da loro che si erano aperti il nuovo salone con le sedie che si giravano senza far rumore e i poster di quelle femmine con in testa Lulu il vaso di Pandora. Dissi tagliatemeli cortissimi e loro lo fecero e io ero contento effettivamente.Quando poi fu l’epoca che si portava il codino, io me li dovetti far crescere per forza perché sennò a scuola mi avrebbero sfottuto, però io ho un sacco di vertigini e a me i capelli lunghi mi danno fastidio che sto sempre a passarmi la mano nei capelli e la gente si accorge che sono timido anche più presto ancora il che non è cosa. Fu un periodo mica da poco e infatti cambiai per sicurezza barbiere pure questa volta, che magari ci azzeccava il taglio giusto. Uè, veramente ci azzeccai, perché questo mi stava pure simpatico assai e peccato mannaggia la miseria che non ci capivo niente. Infatti cambiai un’altra volta.E Sandruccio il barbiere era uno precisissimo, con Isoradio sempre a volume basso, devo dire, la gazzetta dello sport sul divanetto, il bicchierino del caffè caldo caldo di bar, il bancone sistemato senza le chiazze di calcare e poi l’acqua se era troppo calda tu potevi fare con la sopracciglia così e lui si accorgeva immediatamente e diceva pure scusami. Dove lo trovate un barbiere così ve lo dico io, non lo trovate.E per la miseria che ho 38 anni non sapevo che avevo cambiato così assai barbieri sennò questo post non lo scrivevo! Mi mancano ancora altri 4 o 5. Però inutile che ve li dico che tanto questi non contano. Quelli che dovevo dire chi erano li ho detti, però se proprio li volete conoscere pure quegli altri fatemi un cenno sopra a friendfeed e vediamo che si può fare. Comunque, castano chiari per la precisione.

il post della bocciofila

5 maggio 2010

Io veramente quando avevo 20 anni mica me li godevo quegli anni lì. Tanto per cominciare andava di moda Fiorello. Così un giorno timbrai il biglietto e mi misi sul treno e arrivai in stazione, presi la metro e poi entrai in libreria. Aveva addirittura le porte che si aprivano quando tu metti la mano davanti.

Così salii al piano di sopra e cominciai a girare per gli scaffali di tutti i reparti, perché tanto mi capitava solo ogni tanto di andarci e volevo fare le cose per bene. Il legno era scuro e i volumi azzeccati azzeccati. I commessi non mi notavano proprio e questo devo dire era il motivo per cui andavo proprio in quella libreria lì. Mettevo apposta il maglione blu, così ero anonimo. Poi io prendevo un libro di qua e uno di là e andavo in quell’altro reparto.

Tanto, io già lo sapevo che per ultimo avrei lasciato quello che più mi interessava, così me lo godevo di più il mio giretto. Allora poi sentivo che già era troppo tempo che stavo in libreria e cominciavo a non godermela più perché pensavo che i commessi dentro di sé mi sgridavano e poi vedevo la gente entrare scegliere e pagare e quindi ero sicuro che nessuno andava in libreria a passare il pomeriggio perciò mi spicciavo e assumevo l’aria di chi deve fare un acquisto da 100 libri e dunque è giustificato. Però io non me li potevo comprare i libri, mi piaceva solo tenerli in mano, così potevo fantasticare che erano miei e intanto maturavo dentro di me la scelta di quale prendere tra tutti. Era la parte più bella, se proprio lo devo dire.

Quando avevo deciso rifacevo a ritroso il percorso rimettendo a posto i libri negli scaffali e poi andavo al mio reparto preferito e in fretta e furia sceglievo qualcosa senza essere troppo convinto, andavo alla cassa e poi me ne uscivo sempre contento per il giretto e scontento perché il libro era uno solo e non era quell’altro. Comunque, per strada, camminando un po’, mentre la busta di plastica faceva rumore sulla coscia, mi rendevo conto che quella sera avrei avuto una novità tra le mani e questo mi consolava. Almeno era già sera.

Così prendevo il treno e sfogliavo le pagine senza leggere niente, per prolungare l’attesa. Il bello era quando mi regalavano qualche catalogo, perché era come se li avessi tutti tutti anche se non ne avevo nessuno. Sfogliavo i cataloghi come la cosa più meravigliosa e desideravo di leggere tutti i libri di tutti gli autori di tutte le epoche. Il treno poi arrivava e io tornavo a casa, dove avevo sempre 20 anni come tre ore prima, e non era cambiato proprio niente.

il post privo di talento e di metafore

25 marzo 2010

Tagliarono i rami dell’albero prima che facesse sera. Prima che venisse a piovere. L’albero non disse neanche una parola. Il gatto osservò tutto senza alcun interesse. L’uomo dal gessato grigio parcheggiò perfettamente.

Venne a piovere. Il gatto fece tre balzi prima di sparire. Chiusero la porta e accesero la luce in camera. La mamma stendeva la pasta. L’uomo dal gessato grigio uscì dal portone e attraversò la strada in fretta. L’albero non disse neanche una parola.

La pioggia cessò e lasciò l’asfalto bagnato. Venne sera come ogni sera. La luce si spense dietro tutte le finestre. Il parcheggio restò vuoto con le sue strisce bianche. L’albero disse miao.

il post della pallina di mimosa alla più cessa

8 marzo 2010

In classe mia eravamo 3 maschi e mezzo. Devo spiegarvi il mezzo? No. E poi c’erano 25 femmine. I maschi se la facevano con le più puttanelle, io invece con le più cesse. In realtà essere cessa significava solo “non essere puttanella”, ma voi lo sapete che gli adolescenti hanno un cervello deforme e quindi è inutile che ti metti a spiegare a un adolescente come stanno le cose. In più, hanno i brufoli.

Così quando era l’8 marzo non si entrava in classe perché era una festa importantissima e molto sentita da noi tutti perché veramente ci tenevamo nel profondo del nostro cuore e con tutta la nostra vasta cultura a festeggiare le donne dell’universo intiero che tanti lutti addusse agli Achei. In pratica, c’era interrogazione di latino perciò ogni occasione era quella buona per far festa.

Nel campetto vicino casa (parliamo del 1987 perciò sarebbe un po’ come l’albero degli zoccoli) c’era una mimosa ma che dico enorme, diciamo leggendaria, con più mimose che un albero di mandarini! Insomma veramente gialla come il sole sui disegni dell’asilo. Essendo noi maschi il nostro compito era distruggere la mimosa per portare rami vaporosi in giro per le amene strade cittadine, vantandoci del nostro sesso e facendone medievale omaggio alle ragazze nostre compagne.

I miei tre amici, ma che dico amici, compagni di classe portavano i loro turgidi virgulti alle più bonazze. Andava un po’ a misura di tette. Se avevi la quinta ricevevi un ramo intero, se portavi la seconda un ramoscello mezzo moscio. Se eri racchia allora uh! ho finito le mimose! Tanta crudeltà è utile nella vita e poi si sa che gli adolescenti sono fatti per essere stronzi.

La racchia di cui non farò il nome in modo che nessuna lurker possa mai nei secoli pensare di essere lei medesima (e comunque le ragazze non si sentono mai racchie quindi non c’è pericolo) ricevette in regalo dal più perfido dei co-maschi una pallina di mimosa. Una sola. Nella sua mente era uno sfregio che l’avrebbe reso strafigo agli occhi dei compagni, ma la racchia, poveraccia, ci rimase una vera merda.

Il mio animo sensibile era combattuto. Se io regalavo alla racchia una mimosa come si deve i 3 co-maschi mi avrebbero preso in giro, la racchia avrebbe pensato a una carità e si sarebbe vieppiù incazzata e le altre ragazze mi avrebbero guardato come guardi chi ti stringe la mano dopo che si è messo le dita nel naso. Cosa potevo fare? Inoltre, io il latino l’avevo studiato, mannaggiammè che non ero entrato in classe.

Le co-ragazze puttanelle risolsero a modo loro. Presero i gonfi doni degli spasimanti e li scaraventarono nel più schifoso bidone dell’immondizia dell’angolo, accanto a “Bar Gino” e a “Pentol” (la e era caduta dall’insegna). Tennero per sè soltanto 1 pallina di mimosa e non rivolsero la parola a nessuno dei 3,5 co-maschi di classe. Io venni catalogato negli imbecilli fino a Pasqua, ma almeno così i co-imbecilli mi permisero di andare a giocare a bigliardino con loro, che era una cosa considerata molto truce. Poi me ne tornai a casa, e comunque odiavo fare assenza a scuola, odiavo rompere i rami di mimosa, odiavo le puttanelle e odiavo giocare a bigliardino. E valere solo mezzo voto.

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