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il post del loft sulla collina che affaccia sotto la collina

7 marzo 2010

Questo qui aveva i capelli neri a forma di Jackson Five. Dice che faceva il giornalista e che era ancora vergine. Dice che aveva 30 anni e che era stato con 3 ragazze. Dice che guadagnava bene e che aveva una grande casa. Allora io entrai in macchina e nella macchina c’erano tutte le carte sparse sul cruscotto. Tipo quelle macchine che l’agente dell’FBI trova il dente sotto il pedale e da lì capisce che l’assassino la sera prima aveva letto Diva&Donna rubato dal tavolino di vimini della sala d’attesa dell’oculista.

(ora passiamo al tempo presente, io per grazia di Dio non sono uno scrittore così non devo badare alla consecutio e tutte quelle cose da Oscar Mondadori)

Mi dice non farci caso la macchina è un po’ in disordine. (+10 punti per la sincerità). Mi dice ti sta bene quella camicia ti va se andiamo direttamente a casa mia? (+5 punti per la lode sfacciata -10 perché era la prima camicia che mi vedi indossare come fai a dire che un’altra non mi sta meglio e poi -10 perché hai i capelli a forma di Jackson Five). Io dico ok e così scaliamo le più remote vette dell’antica Partenope, fino ad arrivare in alto dove da lontano c’è il quadretto con quei 3 pini secchi secchi e il Vesuvio sul mare tranquillo e il cielo celeste che ispira tanto sentimento.

Entriamo nel cortile della palazzina pittata di Rosso Pompeiano e con una manovra perfetta parcheggia tra i bidoni di spazzatura e il super santos di un drappello di bambini. Uno dice “uè!” e lui risponde “uè Mimmo” (+3 punti). Il panorama è mozzafiato. Nel senso che la puzza di smog che viene dalla strada mi fa mancare l’aria. Così entriamo in casa dice io vivo in un loft, dobbiamo scendere al piano di sotto. Io dico Ah.

Scendiamo e apre e entriamo ed ecco il loft. Praticamente il retro della ferramenta “autoricambi Pezzullo” gestita da Don Tonino o’ 15-18 e Assuntina a’ bizzoca. (se esistete veramente e googlando capitate qui sappiate che io vi ho appena inventati dunque non so che esistete veramente ma se esistete veramente beh allora cambiate insegna e comunque il retro della vostra ferramente è uguale a quel loft non so che farci). Io mi accomodo su un giaciglio di fresco pulito e Jackson mi versa un delizioso bitter la cui formula chimica è “acqua 99,9%, essenza di bitter sfiatato 0,001%, immaginazione 0,099%”. (-15 punti per il loft, -10 per l’intruglio, -15 per il panorama (il culo di Mimmo sul marciapiede mentre chiacchiera con gli amichetti a distanza di pochi centimetri dalla grata che costituisce la “finestra” del loft).

Jackson si siede e inizia a sedurmi. Questa parte è bellissima. Mi parla di come non sia mai andato a letto con un ragazzo perché ancora non sa se gli piacciono i ragazzi. Io dico “ti piace la figa?” e lui “no” e allora novello Freud ecco che gli risparmo anni e anni di psicanalisi. Lui dice “allora dici che dovrei provare?” e io dico “non so, vedi tu”. Il grande stratagemma funziona e così Jackson spegne le luci (-20 punti perché mi trovo in un tugurio, +10 perché non si vedono i capelli a Jackson Five, +10 perché le sorprese sono graaaandi veramente, -25 perché in fretta finiscono, -15 perché no non ti scuso per essere stato “un tantino veloce”, +2 perché hai acceso la luce, -80 perché Mimmo saluta con la mano così dalla grata, lassù).

La tendina della doccia è con Minnie e Topolino (+10). Dice che l’ha trovata così (-10). Dice che gli daranno il tg in una rete locale e che grazie a me ha capito di essere gay (-40). Dice che se voglio domani sera possiamo mangiare una pizza insieme (0). Io dico sì volentieri ti chiamo! Lui dice ok! Così prendo il treno, mi siedo accanto al finestrino, c’è uno coi capelli a forma di KarateKid (-20punti) che vuole leggere un secondo il mio giornale.

Faccio un rapido calcolo siamo a -200, direi che anche per i miei sfigatostandard siamo bassini così mi arriva un sms lo leggo c’è scritto “mi sono accorto ora che sono stato un po’ imbranato: non ti ho chiesto se ti era piaciuto”.

Totale -400 punti.

Decido di buttare la scheda sim giusto al centro del vulcano di Mordor per sicurezza a pochi centimetri da Gollum se possibile. Il tipo di fronte mi restituisce il giornale dicendo: il convertitore euro-lire se lo possono infilare nel culo per quanto mi riguarda. (+30 punti)

il post dell’organo bontempi

13 febbraio 2010

Un tempo io ero piccolo, ma avevo comunque gli occhiali. Così un giorno per radio c’era un concorso a premi destinato ai bambini e siccome ero bambino era destinato anche a me. Bisognava rispondere a una domanda del tipo “come si chiama la fidanzata di Braccio di Ferro?” oppure “come si chiama la Nonna di Qui Quo Qua?” e quando avevi indovinato dovevi esultare così: “Olivia! Mamma! Olivia! posso telefonare?” e mamma doveva dire “telefona” e tu dovevi andare di là, prendere la cornetta grigia del telefono grigio coi numeri sotto la plastica e fare il numero e trovare occupato.

Poi andavi di là e dicevi a mamma “è occupato” e allora finiva la canzone degli Abba e facevano un’altra domanda del tipo “chi canta Sei Forte Papà?” e allora mamma ti diceva “Gianni Morandi, telefona” e tu telefonavi e ti rispondeva una signorina e ti dicevi

–un momento cambio tempo questo non è ipotetico è vero, passo al passato remoto–

e allora dissi “Gianni Morandi” e la signorina disse: bravo! per vincere il premio devi presentarti con papà o mamma qui da noi al negozio di giocattoli e come pegno devi portare un pennarello marrone, ok?. Allora io dissi “ok” e posai il telefono. Ovviamente anche il discorso della signorina è tra virgolette.

Così andai nell’armadio e presi l’astuccio dei colori. Io stavo in seconda, penso. Si sa che il marrone è il colore che più odiano tutti i bimbi. Per cui il pennarello non colorava. Così mamma disse “non fa niente” e poi chiamò papà e papà prese la macchina e mi accompagnò al negozio. Immagino dunque che fosse sabato, o domenica, o festa, o estate.

Allora andammo lì e c’erano taaaaanti bimbi, però più grandi di me. Erano grandi. Avevano 10, 11, a volte 13 anni. Avevano anche i genitori, ed erano anche femmine. Alcune si chiamavano Vittoria o Raffaella, Antonella o Grazia. Per cui erano grandi. Io diedi il pennarello marrone al presentatore e così ci fecero fare delle gare.

Erano gare per bimbi scemi. In una gara vinceva chi correva più veloce. Vincevi l’altalena. Bella l’altalena, la volevo io. In un’altra gara vinceva chi trovava un oggetto nascosto. Vincevi una bambola enorme. Bella la bambola, la volevo io. Comunque vincevano tutti i più grandi.

Poi fecero una gara con le lettere magnetiche quelle che si mettono sul frigorifero. Però all’epoca nessuno le metteva sul frigorifero, ma erano lo stesso magnetiche. Erano tutte a casaccio sulla lavagna e così il presentatore disse: vince chi per primo scrive la parola Befana con queste lettere. Ripeto avevo 6 anni così i miei avversari avevano 6 anni. Io scrissi Befana prima che i miei rivali trovassero la B. Questa era una gara per bimbi nerd.

Così ebbi l’applauso e dissero tutti che avevo vinto. E avevo vinto l’organo bontempi. Quello beige, che suona. Che suona jingle bells o oh susanna. Così avevo vinto. Tornai a casa e papà montò l’organo. Io poi imparai a suonare solo con due dita. Ero scarso.  Però avevo vinto il primo premio. Le Vittorie e le Silvane e le Roberte e gli Andrei e i Fabi e i Massimi mi invidiavano molto, nonostante gli occhiali.

Io poi passarono molti anni e continuai a giocare, ma non vinsi più nulla e non imparai a suonare. Avevo altri occhiali, ma sempre lo stesso papà e la stessa mamma.  Sarebbe oggi.

il post liberatorio

1 dicembre 2009

Così continuai a camminare fino a quando non vidi la merceria. Ogni tanto mamma mi ci mandava a comprare il cotone. La strada aveva una specie di dosso e io ero molto piccolo. Non sapevo bene se fosse la direzione giusta. Avevo la mia tuta nera con la riga bianca. Mi ero perso. Odiavo andare al tennis. Non ero capace, il maestro rideva e i bimbi erano veloci. In più, loro le racchette le portavano da casa mentre io dovevo prendere una in quei mucchi enormi. I grandi correvano più veloci di me e puzzava di gomma e di terra battuta. Papà non poteva neanche venire a guardarmi e c’era una luce arancione nell’aria. Non colpivo mai il muro. Le baracche sul campo erano fatte di lastre d’alluminio, mi pareva, e i vecchi sedevano su sedie di paglia. Mi ero perso e quando superai il dosso già piangevo. Così continuai a camminare fino a quando non vidi la merceria. Poi svoltai a sinistra e ritornai a casa.

Qualche volta, la domenica, entravamo in quella strana via. Finiva, ma non finiva. C’era un’officina di camion sotto al ponte della sopraelevata. O era solo un ponte. Papà penso che ci teneva per mano. Quell’officina era rossa e marrone ed era alla fine della strada e al buio, e sopra passavano le macchine. Poi salivamo delle scale strette e di lato si sentivano le auto correre, però c’era silenzio in quella casa di quelle scale di quella via. Allora facevamo silenzio perché era come essere furtivi. Papà apriva il cancelletto verde di ferro e salivamo altri gradini. Poi la magia, eravamo sul ponte. Ci faceva guardare la via che avevamo fatto dall’alto, e si vedevano le palme del giardino della villa, e i camion erano piccoli. E la strada era in discesa finché non arrivavamo alla statua coi manifesti elettorali sul basamento. Dovevamo camminare assai, ma solo perché i nostri passi erano piccoli.

Poi c’era quel tipo con il cane. Avevamo molta paura di quel cane. Quando la strada stava per finire i palazzi diventavano sempre più scuri e sempre più rotti. Lì ci viveva un uomo e forse una donna. Viveva in un posto in cui prima c’era gente. Adesso c’era un vecchio seduto sempre allo stesso posto e dentro una casa di tufo c’era un letto e qualche pentola. Noi camminavamo più lenti che le più lente lumache. Il cane era sotto quel portico che pareva la stalla. Dovevamo passare davanti a lui se volevamo uscire dall’altro lato. E dovevamo anche aprire la porta. Però era buio anche se era giorno e avevamo paura. Solo che volevamo anche uscire dall’altro lato, perché così era meglio. Qualche volta il cane abbaiava, così urlavamo e correvamo anche se non dovevamo correre. Alcuni correvano di più. Poi chiudevamo la porta e riprendevamo fiato. E anche quella era domenica.

Una sera poi mi misi a guardare il palazzo. C’era un giardino, di quelli di periferia, con le aiuole e lo scivolo giallo, i giochi per i bambini. Il treno fermava lì, sotto il tunnel. Tu uscivi dal tunnel e ti ritrovavi in periferia. C’era sempre qualcuno che fumava con la scarpa appoggiata al muro e la bottiglia in mano. La sera lì era marrone, perché l’aria si mischiava coi lampioni e con la paura e la luce veniva fuori la luce cupa e di paura. Mi ero perso. Pensai che forse l’uscita era dall’altro lato del tunnel, ma non volevo ripercorrerlo. Avevo freddo e i passi lì sotto suonavano cupi, in più era sera e avevo quella cosa in gola di quando non vedi l’ora di rivedere la persona che vuoi rivedere e non sai se è così anche per lui. Così non tornai sui miei passi e guardai le luci delle stanze di un palazzo di gente che viveva lì. Svoltai dove sentivo le macchine. Poi si scaricò anche il cellulare e mi ritrovai che non sapevo più dove andare. Neanche era la mia città. Però non potevo piangere questa volta, e così provai solo a ragionare. “Se lo conosco bene allora penserà così, farà così, lo troverò lì”. E così fu. E quella notte fu la notte in cui pensai che si potevano accendere mille luci gialle. Lo pensai veramente tanto.

Una sera mi misi a letto, a leggere. Mancò la luce e non avevo finito ancora il primo capitolo, così il libro lo buttai e non mi ricordo neanche più il titolo.

C’era la neve e io avevo anche gli scarponi. Così girai per le strade e non capivo perché la gente si rintanasse in casa. E siccome non avevo nessuno a cui tirare le palle di neve allora passavo coi guanti la neve sulle automobili, poi facevo finta di buttarla così sul prato ma dentro di me mi immaginavo la scena che ero contento e che giocavo. Tanto nessuno mi vedeva e se mi vedeva da dietro a qualche tendina allora forse manteneva il segreto lo stesso, tutti ce l’hanno i segreti e quando uno si affaccia che c’è la neve ma non scende allora è lì che guarda e vorrebbe fare quello che fai tu e se vede che non lo fai dentro di sè lo capisce e poi sposta la tenda e ritorna a fare quello che sta facendo in casa sua, e di questo segreto rimangono solo le impronte dei tuoi scarponi sulla neve.

il post di quell’amico che un tempo era mio amico

22 novembre 2009

Io avevo un amico una volta e quest’amico parlava con una voce strana, però non so perché. Comunque era alto. Quest’amico comprava la gazzetta dello sport per vedere i risultati delle partite così poi sapeva se aveva vinto al Fantacalcio, e lui aveva Pirlo in squadra, ma vi parlo di quando ancora era viva LadyD.

E così occuparono l’università e si misero a fare le proteste perché i giovani devono protestare ogni 4-5 anni altrimenti poi i vecchi dicono che i giovani non hanno valori e i giovani si rompono di questa cosa così protestano.

E il mio amico disse che erano comunistoni di merda e che lui non avrebbe mai protestato e mi chiese se volevo una pizzetta o una sfogliatella. Se è per questo volevo la sfogliatella, però tra me e me dicevo perché questo dice comunistoni di merda, che c’entra. Allora lui disse che invece di protestare dovevano studiare e votare Berlusconi perché se aveva fatto vincere al Milan la coppa dei campioni allora avrebbe portato l’Italia al primo posto in Europa.

Io pensai che come ragionamento faceva cagare, però non dissi niente, che stavo mangiando la sfogliatella.

Così beh un giorno lui si laureò prima di tutti quanti, che ci mise 4 anni veloci veloci, e io dissi beh auguri sei stato velocissimo e lui disse che doveva per forza essere veloce perché prima si laureava prima andava a fare il militare e prima faceva il militare prima si sposava e prima si sposava prima scopava. E dunque lui studiava per scoparsi la ragazza.

Così io dissi beh ma non ti fa neanche una sega la tua ragazza e lui rispose che dovevano arrivare vergini al matrimonio perché Dio voleva così. Allora io rimasi in silenzio e poi finita la cerimonia di laurea dissi beh, a presto allora. Ed era veramente mio grande amico, anche se, ecco, come dire, beh.

il post dei fiori nel silenzio

19 settembre 2009

Avevano dato fuoco al formicaio un giorno prima.

Sulla vecchia panchina una foglia autunnale che stava per cadere a terra, c’era poco sole e c’erano pochi bimbi a giocare sul prato. L’addetto ripuliva il fondo della vasca e le pozzanghere scurivano le lastre di marmo. Un merlo tra i cespugli più bassi, la lezione di danza classica al pian terreno.

Cominciò a piovere che era mezzogiorno. Il sabato trascorse dietro le tendine, a udire il suono delle auto sull’asfalto e delle gocce sui vetri della finestra. Gli ombrelli non erano ancora tutti colorati.

Si fece buio.

la storia di quell’innamorato che subito finisce, la storia

17 luglio 2009

Così salì sul treno e lui gliel’aveva promesso che lo veniva a prendere alla stazione. Aspettami al binario che non vedo l’ora di rivederti, diceva. Così il treno viaggiava più veloce che poteva, quasi più della sua immaginazione.

E aveva messo la maglietta più bella che aveva.

Poi il treno giunse in stazione e non si fermava. Aveva paura che non si sarebbe fermato. Con la mano quasi spingeva sulla porta, per scendere subito subito. E scese col cuore gonfio. La gente cominciò a scorrere, scendeva, saliva, salutava, andava.

E sul binario rimase lui solo.

il post assai sfizioso e potete credermi delle buste di plastica

28 giugno 2009

La gente fa le collezioni più strane e infatti uno faceva collezione di gomme da cancellare rosa (solo rosa perché quelle bianche le usava per cancellare quelle rosa invece sporcavano il foglio e così le collezionava ma dico io che le compri a fare rosa se non le usi? ah già le collezioni) e uno invece faceva collezione di 78giri anche se non aveva il lettore del 78giri (e io mi ricordo che mia nonna ce l’aveva solo che io come cantante conoscevo solo Heater Parisi e Romina Power e quindi non ho memorizzato i titoli) e uno invece faceva collezione di lattine di coca cola (però vuote, non piene, anche se piene secondo me era più bella e una volta trovai a terra una lattina vuota e gliela regalai e lui la mise sulla piramide di altre coca cola al terzo gradino e pensai che era una figata anche se ora penso che uso troppo le parentesi).

Invece la mia amica faceva collezione di sacchetti della spesa. Non è che li collezionasse, è che non riusciva a buttarli. Aveva un blocco. Una volta che andai a casa sua a mangiare un dolce (lei faceva i dolci ma non li mangiava e così li mangiavo io ed eravamo pertanto molto amici) aveva uno sportello aperto e dentro c’erano circa un assai di buste di plastica senza respiro, così dissi “uh quante buste di plastica” e lei cedette al terzo grado e mi svelò che proprio non poteva buttarle non riusciva e neanche le usava, però.

Va da sè che dopo questo segreto eravamo pertanto molto più amici. Il giorno dopo andai a mangiare il dolce, che tra parentesi era buono, e poi sentivamo anche la musica e magari parlavamo un po’ di questa cosa o di quella cosa oppure a volte anche di quest’altra cosa. Lei era innamoratissima di un gaglioffo che non ricambiava se non quelle rare volte in cui (beh non posso dirlo è un segreto) dicevo eravamo pertanto molto amici.

Un giorno andai a casa sua a mangiare un dolce e vidi la mia amica distrutta come un sacchetto di plastica bucato. Allora dissi “uh che succede” senza punto interrogativo e lei rispose che era venuto il papà a trovarla. E quindi mentre io mangiavo il dolce (ci tengo che si capisca che lo mangiavo solo io lei lo preparava solo e pertanto eravamo molto amici) lei aprì lo sportello ed era vuoto come il mio piattino!

Vuoto!

Allora lei disse che il papà era andato a trovarla e allora aveva bisogno di un martello (perché i papà hanno bisogno dei martelli mentre le mamme del glassex) e quindi aveva aperto lo sportello e aveva fatto con gli occhi così e aveva detto che ci fai con queste buste e lei aveva detto no beh ecco no insomma non so e così il papà aveva preso le buste e le aveva buttate tutte ma proprio tutte e lei siccome era debole l’aveva lasciato fare e inoltre il papà le pagava la telecom per cui.

Allora io mangiai l’altra fetta di torta e così con la mia presenza si consolò un poco, poi sentimmo la musica e poi me ne tornai a casa mia e penso che mi misi a leggere qualcosa, perché è la cosa più probabile che potevo fare, o forse sospiravo, forse quello.

il post dietro a un vetro doppio così

26 giugno 2009

Nell’ufficio c’erano tre poltroncine rivestite con una stoffa verde scuro. Sul tavolino di vetro scuro una rivista d’auto, un posacenere. C’era una foto di un bimbo in una cornice un po’ pacchiana sul mobile basso, quello accanto alle pesanti tende bianche. Mi affacciai alla vetrata, la vista era splendida.

Il Vesuvio era coperto da un nuvolone gonfio, ma buono. L’aria era nitida. Si vedeva il mare, si vedeva tutta la città. C’era gente seduta sulle panchine, 18 piani più in basso. Lassù sembrava tutto più pulito e in ordine.

Dovevo aspettare ancora. Chissà perché toccava sempre a me aspettare, perché dovevo pagare con attese silenziose il peccato di vivere nell’attesa. Odiavo aspettare perché mi costringeva a pensare e immaginare, a fare previsione e dunque mi costringeva a sbagliare, aspettare mi condannava alla delusione.

Avevo finito il caffè e si stava già formando l’alone sul piattino. Avrei fatto meglio a mettere un po’ più di zucchero. Le nuvole si erano spostate sul monte Somma, il sole rifletteva sui vetri del palazzo di fronte macchie dorate e violente. Una finestra aperta, un uomo al computer. Entrò l’ufficiale a dirmi che dovevo aver pazienza pochi minuti. Accennai qualcosa.

In ascensore eravamo in quattro, ero l’unico senza fondina, l’unico senza gel nei capelli. Dopo il 12 si accese l’11, poi il 10 e poi il 9. Poi si accese lo 0 e uscimmo nell’afa. Fu strano vedere in faccia i vecchi seduti sulle panchine. Si annoiavano.

Indossai il mio casco e ci mettemmo in moto. Era veloce, avevo paura. Mi tenevo stretto a lui sperando che il percorso fosse il più breve possibile, e poi odiavo le curve. Col casco non sentivo una parola e la via in discesa fu terribile. Temevo di schiantarmi contro un muro. A un certo punto chiusi gli occhi e fu allora che notai che aveva l’odore del borotalco. Mi tranquillizzai.

C’era una fruttivendola con le cassette piene di pesche e di meloni. Aveva un grembiule sporco e fumava una sigaretta sulla soglia. Quando ci vide arrivare buttò il mozzicone a terra e tornò in negozio. Lui bussò a una porta ed entrammo. Era completamente buio, eccetto per una lampada gialla su un tavolo. Un ragazzo era seduto con la schiena dritta e reggeva un cellulare. Il tipo in piedi gli portò un drink, dal colore penso che fosse un Bellini.

Parlammo poco.

il post in cui ci sono solo bolle che scoppiano

15 maggio 2009

Il panorama era splendido. L’incendio sui boschi, le auto sulla statale, la gente sul lungomare e la barca nei riflessi del tramonto. Dalle finestre aperte entraval’aria salmastra e il suono delle voci. Un piatto di pasta, la tv accesa a caso, il copriletto in ordine. Quando suonò il campanello aveva già smesso di piangere da un pezzo.

La nebbia sul cavalcavia. Una macchia sul polsino, le 8 e 10, le auto, ieri sera, la nebbia sulle strisce pedonali. La pozzanghera è gonfia, la gente si ritrae. Sono colorati, gli ombrelli. Passa l’altro autobus, qualcuno pronuncia un nome. Le 8 e 15, le auto, ieri sera, la nebbia. Si apre la porta scorrevole, ti salutano, devi sorridere.

Per cui è così che è andata. Potevi chiedere, certo, ma non ci sei riuscito. Apri l’acqua calda. Anzi, bollente. Bastava chiedere. La tendina si attacca alla schiena, le gocce sui piedi. Chiudi gli occhi. E’ così che è andata e forse più è bollente e più presto te ne scorderai. Maledetta tendina.

E’ buio da una notte intera e fa freddo da tutta la vita.  

il post di Mohammed nel bidone

6 maggio 2009

Una sera presi la metro e andai a casa di un mio amico. Era mio amico, penso. Lui mi raccontò di quella volta che gli scarafaggi avevano invaso il lavandino e poi si cambiò e aveva un quadro di Rothko sul letto. Poi uscimmo a bere qualcosa e mi raccontò di quella volta che era rimasto a dormire in ufficio e la mattina lo sgridarono perché aveva la camicia non stirata. Mi misi a ridere anche, penso. 

Poi lui andò di là e io invece di qua e c’era una via stretta con le macchine parcheggiate accanto a un cancello da dove sbucavano gli oleandri, c’era una ferramenta e poi all’angolo c’erano le gambe di un uomo che si sbattevano come Cassio e Bruto dentro a Lucifero, solo che non c’era Dante ma un bidone della Caritas, quelli gialli per metterci i vestiti vecchi.

Le gambe gridavano aiuto aiuto ma io all’inizio pensavo che forse nella birra c’era qualche acido così stavo per far finta di niente ma le gambe gridavano aiuto! aiuto! stavolta col punto esclamativo e allora mi dovetti fermare per forza. Così, si aprì il cancello dell’oleandro e uscì un vecchio con un porro sulla guancia e la testa di quelle che tremano sempre verso il basso come quando uno dice “sì sì” e il vecchio guardò le gambe che scalciavano e disse “veh!”. Io annuii, penso.

Allora andai accanto al bidone della Caritas e mantenni le cosce che gridavano. Quello si riuscì a puntellare e il congegno che fa inserire i vestiti usati lo rigettò sulla strada sano e salvo ma con la faccia rossa rossa e un pezzo di tulle in testa. Il vecchio disse “veh Mohammed che lavoro”. Mohammed disse “sono rimasto incastrato”. Io dissi “eheh”, penso.

Mohammed poi prese per terra due maglioni rigettati insieme a lui e salì sulla bicicletta. Una celeste con l’adesivo della Juve sul campanello. Il vecchio si chinò lentamente come un bradisismo, raccolse un panno da cucina e lo buttò nel coso giallo della Caritas. Io svoltai l’angolo e mi misi a pensare a qualche altra cosa. Al quadro di Rothko, penso.

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