Archivi per la categoria 'Ricordi'.

il post in cui andai al matrimonio di un pendolare

3 Febbraio 2009

Una volta io lavoravo e facevo un lavoro che non vi so spiegare qual è, perché non so era simile allo stucco, che lo usi quando devi tappare qualche buco, per dire, e così io lavoravo lì ma abitavo qui, dal momento che la mia paghetta ci potevo comprare solo le vigorsol usate. Perciò mi svegliavo alle 5 e mezza e quando aprivo gli occhi sbarabadabang! avevo tutto il barometro di Torricelli sul petto perciò mi alzavo e mi vestivo con il nodo alla cravatta più figo che riuscivo a quell’ora.

Poi andavo a prendere il treno e se devo dire la verità era anche bella quella parte lì, perché l’odore delle brioches appena sfornate mi caricava e poi era ancora così buio e c’era quell’aria di belle epoque che almeno mi potevo illudere di avere un’esistenza decadente e maledetta, la qual cosa mi dava la forza di parcheggiare la bicicletta. La cultura serve a questo.

Così aspettavo il regionale con l’espressione da Quel che resta del Giorno, ma per fortuna e per miracolo di Santa Rotaia c’erano due amici di sventura, una che si chiamava con un nome da ragazza perché era una ragazza e uno che si chiamava con un nome da ragazzo perché era un ragazzo, ma i nomi non li posso dire perché quando penso alla privacy mi viene in mente la faccia di Rodotà e vi assicuro che anche a distanza di anni è come trovarsi le Gemelle di Shining nel box doccia.

Perciò li chiamerò A e B, anzi facciamo Ba e Bi. Ba aveva un marito (così ora avete scoperto che era la femmina! arguti!) che per dire le faceva stirare i calzini quando lei la sera tornava più stanca di una tronista dopo l’esterna, mentre Bi aveva una fidanzata (così ora avete scoperto che il matrimonio è suo! volpi!) che però non vedeva quasi mai, tanto stava sempre sul treno e sul treno al massimo uno incontra Luca Conti, mica l’anima gemella.

Beh diventai amico sia di Ba sia di Bi  <ora scatta il risvolto sociale da documentario di educational channel> perché essere pendolare ti fa stringere legami forti coi tuoi compagni di sventura. Non è una vita facile, in quanto… <basta non so fare il documentario passiamo oltre> e così un giorno Bi invitò al matrimonio sia Ba sia me, che a questo punto dovrei chiamarmi Be, penso.

Emozionato come il pubblico di XFactor decisi di accettare, logico, tanto il vestito ce l’avevo già e una pianta bastava pure come regalo, perciò la mattina andai a comprare le scarpe nuove da quella negoziante che è identica a Maga Magò (ma meno di Margherita Hack, che è più identica) e poi al comune di Parma. Del matrimonio, certo, mi importava, però che quadri belli che ci sono in comune! Sposatevi, che li voglio rivedere!

Non descriverò gli sposi, si tratta di un ricordo di 7 anni fa, dopotutto. E poi non li ho più rivisti perché mi sono licenziato e quindi non devo più prendere quel treno lì. (sembra un finale triste ma non lo è, in più stamattina ho mangiato il buondì motta).

il post degli anni senza faccia

1 Febbraio 2009

Le foto, sono timido, mai saputo stare in posa. Ne ho una, una fototessera, in cui ero magrissimo, portavo la 44. Quel periodo lì ero innamorato e quando sono innamorato dimagrisco. Quando sono molto innamorato dimagrisco moltissimo. L’ho trovata in mezzo ad alcune vecchie carte, mi ricordo dove la scattai e in che circostanza. Gli occhi sono rimasti uguali.

Poi niente più foto, per 3 anni. Una specie di buco nero. So che cosa facevo, cosa pensavo, cosa dicevo e cosa provavo ma non so più che faccia avevo, che capelli, che espressione. Niente foto, forse chissà era come un inutile tentativo di fermare il tempo a quella fototessera o forse, più semplicemente, è solo capitato così e basta. Non ricordo me stesso.

A volte penso a quelli che hanno album pieni di ricordi, non c’è estate, non c’è viaggio che non sia documentato. Quando saranno vecchi potranno guardarle e si ricorderanno di quella t-shirt, di quel brutto taglio di capelli, di quel maglione che non va più di moda. Io invece per quei 3 anni di buco nero posso solo affidarmi ai miei ricordi. Le persone che frequentavo, non le vedo più; quelle amiche sono altrove, quegli amici sono altrove,  quegli affetti sono altrove. Un pezzo di passato perde colore ogni anno che passa, finché un giorno nella mia mente ci saranno tanti volti senza faccia.

Sarà allora che capirò di essere stato dimenticato dai miei ricordi.

il post senza l’albero

22 Dicembre 2008

Casa mia è la mia sedia davanti ad uno schermo. Le foglie delle mie piante che cercano la luce, lente ma instancabili, casa mia sono gli oggetti che restano lì dove io li ho lasciati, è la crepa sul soffitto, la tenda che si muove, il vuoto nel frigo, i libri ammassati, l’acqua che scorre nei tubi, l’albero di Natale che non c’è.

Ci fu un albero ed un bimbo che imparava i colori. Il davanzale e i vetri appannati, ciocche di capelli. Soffiò sulle candeline, soffiò, poi non più, mai più. 

Se mi affaccio alla finestra vedo uno di quegli alberi gonfi, violenti, di mille colori. Le luci scandiscono le altrui serate col loro ritmo tranquillizzante. C’è più felicità in quella luci? L’anziana donna chiude le tende, non faccio neanche in tempo a sorriderle, i colori delle luci sono sfocati, ora.

Ci fu un albero ed un cagnolino cieco che passò la notte ai piedi del letto. All’alba le luci si spensero e non tutti si svegliarono.

Una volta fecero un albero gigantesco e tutto dorato. Ci andavo vicino, alzavo gli occhi e mi sentivo in un paradiso di neve. Sentivo i bambini pattinare. Una mamma mi salutò, così guardammo i bimbi pattinare finché il piccolo non cadde, poi voltai le spalle alla montagna dorata.

Ci fu un albero con tanti regali. Tanti regali mancanti. La mezzanotte giunse come una liberazione. Ci affacciammo per vedere i fuochi d’artificio.

Passo ogni anno dal ragazzo che suona la fisarmonica. Quando tornavo a casa, tardi, lo guardavo contare le monetine raccolte in giornata. L’ho sempre visto sorridere, mi è simpatico. Passo e lo saluto, so bene che lo fa con tutti ma anche se non si ricorda di me invece lui per me è speciale. Lui è la musica del mio Natale, quello che festeggio nel segreto dei miei pensieri.

Ci fu un albero nel passato che ancora non conosco e di cui non posso raccontare.

il post in cui poi sciogli il nastro, poi sciogli il nastro

9 Novembre 2008

Me ne andai alle 10, come al solito. Non potevo perdere l’ultimo treno, e poi era già buio. Sarei rimasto, ma non potevo perdere l’ultimo treno, e poi era già buio. Strinsi i pugni nei guanti di lana, mi allontanai e dopo un po’ non sentii più le voci. I fari delle auto mi accecavano, e le pozzanghere poi.

Sulla giostra c’era un bambino, aveva scelto il cavallo dorato. Un uomo sedeva sulla panchina, la solita vecchia dietro ad un vetro scorrevole premeva il pulsante. Luci gialle e rosse, luci gialle. Mai stato sul cavallo dorato, mai scelto il cavallo dorato.

Il biglietto già ce l’avevo. Dovevo solo andare al bar e comprare la mia merendina. Ogni volta facevo finta di sceglierla, ma in realtà già sapevo che avrei comprato sempre la stessa. 1000 lire. Volevo che la cassiera pensasse che passavo lì per caso, non so, ogni volta facevo finta di sceglierla, ma in realtà già sapevo che avrei comprato sempre la stessa. Pagai, uscii. Tris di 8, una Q e un J: l’uomo spense la sigaretta.

L’attesa, come al solito. L’attesa è il momento in cui confezioni il tuo futuro scegliendo in che pacchetto inserire il presente che è appena passato. Poi domani sciogli il nastro e ti accorgi di che colore è. L’attesa coi pugni chiusi nei guanti di lana, un bimbo sul cavallo dorato, un tris di 8. Il treno arriva e poi torni a casa, il posto più confortevole in cui soffrire. Poi domani sciogli il nastro e ti accorgi che c’è dentro.

il post in cui c’è un fantasma nella camera

6 Ottobre 2008

Sul ripiano accanto al camino c’erano i tarocchi, ma non sapevamo che farcene e  poi neanche avevo idea di cosa fossero: li lasciammo lì. L’acqua scorreva, gonfia di terriccio, e lasciava tracce color ruggine sul lavandino. Per terra la cenere, foglie, polvere, scorze di mandarini e gusci di castagne. Quel posto non mi piaceva.

C’era un piccolo ripostiglio scavato nella pietra che era stato adibito a dispensa, ma all’interno trovammo solo stracci e vecchi attrezzi ammuffiti. Tre gradini davano su un corridoio che svoltava immediatamente a destra, verso altri gradini immersi nel buio. Sebbene fosse pieno giorno l’assenza di luce sulle scale le rendeva un posto inquietante. Fu inevitabile che io e mio fratello decidessimo di salire.

Davanti a noi due porte spalancate: quella più in basso dava su una camera con due lettini ed un piccolo bagno; quella in alto dava su un raggio di luce. Entrammo nella prima porta. Alle pareti un gagliardetto, un motociclista, un’attrice dai capelli vaporosi. Sul letto una copia della Settimana Enigmistica. Non l’avevo mai vista prima d’allora, c’era scritto  ottobre 1978 e la donna in copertina aveva i capelli disegnati a penna blu. Le voci di mamma e papà si mischiavano a quelle dei due ospiti, sentivo ancora l’acqua scorrere.

Decidemmo di salire ancora. Quei gradini erano più alti ancora. Sulla parete di fronte una cornice con una madonna triste, un tetro lumino, poi la porta di legno aperta sulla stanza illuminata dal sole. Con molta cautela ci affacciammo alla soglia.  Sulla destra c’era un cassettone con un vetro un po’ opaco ed un lavoro d’uncinetto; davanti a noi un letto con la testiera in ferro battuto, una poltroncina dal rivestimento liso e l’armadio stranamente aperto. Aperto, con uno specchio all’interno dell’anta e la carta a righine gialle e crema a tappezzarne il fondo. Andammo di corsa alla finestra, di lì si vedevano tutti gli alberi di castagne e la stradina con l’auto in parcheggio.

Faceva freddo, così decidemmo di tornare giù: fu allora che notammo la vecchia. Sedeva su una sedia nell’angolo opposto alla finestra, vestita di nero e coi capelli raccolti. Ci osservava e basta, sorridendo. Fuggimmo, forse urlando, non ricordo perché.

il post in cui una gelataia mi vuole adottare

5 Settembre 2008

Quand’io ero un essere in giacca e cravatta vivevo a Milano sul tram 12 o 14. Devo dire che il mio cubicolo era bello perché era giusto al centro e così mi spiavano a turno ed io avevo sempre molto da fare, un po’ perché la fotocopiatrice si inceppava spesso, un po’ perché ero così bravo che tutti mi volevano con sè come schiavetto personale.

Allora la mia soddisfazione più enorme anzi direi “più enorme” era quando tornavo a casa e sotto casa c’era una gelateria. Ora io vi potrei anche dire dove stavo ad abitare ma tanto a voi non interessa e poi se ve lo dico è inutile perché ora non abito lì, per cui dicevo c’era una gelateria e dentro una gelataia coi capelli tipo Dado Knorr e le unghie smaltate come si usava ai tempi della guerra fredda. (o nei film porno, decidete voi dipende da se siete maschi o femmine)

Io mi ingozzavo di granite e gelati vaporosi e in quei 10 minuti chiacchieravo anche con la gelataia, un po’ perché tutto sommato era l’unica persona con cui non comunicavo in outlook express, un po’ perché a parlare del tempo e del traffico e degli affitti e del governo bisogna allenarsi, sennò da vecchio uno è tagliato fuori da tutte le comitive di tressette.

E insomma io dovevo cambiare casa ma non avevo mica tempo di cercare, così la gelataia una sera mi diede “nocciola e amaretto” (sceglieva lei perché mi dava quello più fresco, tanto per me tutti buoni erano) e disse che se volevo potevo andare a vivere da lei. Io ero superstupefatto e pure un po’ con la lacrimuccia degli attori di soap opera, ma la gelataia disse che il marito era morto 2 anni prima e il figlio si era sposato perciò ora era sola in casa. Mi avrebbe fatto da mangiare e m’avrebbe pure lavato i panni, bastava solo fare due chiacchiere la sera e poi avrei avuto il gelato gratis.

Io non pensai mai nemmeno per un secondo ad una proposta  con qualche secondo fine, per cui se ve lo dico vi potete fidare, però poi successe una cosa e poi un’altra e poi quella dopo e così non andai mai ad abitare dalla gelataia. Anzi, non andai mai più in quella gelateria, perché ora che sono a Parma mi è un po’ scomodina.

E così. Comunque, la storia finisce qui ma prima vi devo dire che il mio gusto preferito di gelato è ad amaretto. Buono.

il post in cui vi svelo un retroscena

30 Agosto 2008

Essere un lupetto è terribile: dormi accanto a Mullichiell’, canti canzoni assurde vestito di celeste, cacci il pisello davanti a tutti quando è il tuo turno di essere docciato la domenica mattina, fai colazione con marmellata di amarena anche se sei allergico e dormi un secondo dopo che il tuo capo dal nome pittoresco lo ha dichiarato in codice Morse.

Essere un lupetto è sconvolgente perché devi fare i tuoi bisogni in una specie di letamaio occupato da miliardi di bambini per i quali essere un lupetto non è sconvolgente.

Un giorno poi, scopri che tutti ma proprio tutti stanno giocando nel giardino nell’ora di libertà e che forse, ma forse, puoi andare ai servizi sperando di poterti concentrare in santa pace e diventare un lupetto come tutti gli altri: leggero.

Così ti muovi con aria circospetta sperando che il capo dal nome pittoresco non ti spedisca a socializzare “per il tuo bene” e ti intrufoli dietro alle enormi lavagne piazzate a guardia dei gabinetti. Ti volti a destra, ti volti a sinistra, afferri la maniglia ed entri.

Essere un lupetto è pornografico: decine di ragazze vaporose e donne dai seni gonfi fanno la doccia, proprio allora, proprio lì. Urlano e si coprono, ti indicano, qualcuna ride, qualcuna ignora, qualcuna si volta: le vedi tutte, tiri la porta e scappi, per sempre. Essere un lupetto è faticoso.

Sei un essere abietto e spregevole

26 Agosto 2008

Quando io ero piccolo ero molto piccolo, perciò i grandi erano grandi. E siccome ero piccolo un giorno stavo alla finestra intento a giocare con il pappagallino nella gabbia (perché ce l’avevamo, noi, ed era bello ma ora non c’entra perché dicevo che stavo alla finestra) e guardavo nel cortile, che una macchina parcheggiava.

Allora dalla macchina uscì una mamma (lo so che era mamma perché uscì anche una bambina che disse “mamma”) e poi uscì una bambina che disse “mamma”. E quando uscì dalla macchina la mamma disse: “sali da zia”. Allora la mamma poi guardò nella borsa e il papà fece una manovra a marcia indietro ed ecco che comincia la parte bella, perché il papà fece marcia indietro e - parapatabang (non mi ricordo il rumore come si scriveva esattamente) - mise sotto la bimba che non si era mossa da lì.

Così la bimba urlo “aaaaaaaaaaaaaaa“, mi pare, e il padre frenò e la mamma corse dalla bimba e la prese in braccio, e la bimba non si era fatta niente eccetto il fatto che diceva “aaaaaaaaaaaaaaaaa“, così il papà uscì dalla macchina tutto preoccupato e la mamma disse: “sei un essere abietto e spregevole!“. Infatti poi il papà si mise le mani sulla fronte come quando uno piange, poi scese uno a vedere che era successo e la mamma disse ancora, ma a alta voce: “sei un essere abietto e spregevole!“.

Allora poiché come vi ripeto ero piccolo io non sapevo cosa significassero le parole “abietto” e “spregevole”, perciò visto che lì vicino c’era la mia, di mamma, dissi: “mamma, ma perché quello è abietto e spregevole?“. E mamma rispose: “perché la moglie legge troppi libri Harmony“.

Così io capii che non era successo niente di male e andai di là nella mia cameretta (penso a giocare ma non mi ricordo a che gioco) e poi non feci niente per circa 30 anni e guarda caso ancora non ho letto un libro Harmony così forse non so che significano quelle parole là però penso che non le ho mai più sentite da nessuno così si vede che non sono tanto importanti.

Esprimi un desiderio

12 Agosto 2008

Aspettai in stazione venti minuti, non era un buon segno. Però mi aveva detto che sarebbe venuto a prendermi e rifiutavo di credere che mi avesse fatto fare un viaggio a vuoto, per cui dovevo solo aver pazienza. C’era una di quelle bancarelle piene di libri a poco prezzo.

Quando mi sorrise dimenticai il ritardo. Il mio solito errore, ne ero consapevole, ma nel suo sorriso avevo riposto la mia speranza di felicità e dunque da esso io dipendevo. Salimmo in auto. Avremmo potuto viaggiare in qualsiasi luogo ed in qualsiasi tempo, ma ciò che per me contava era il momento in cui lui mi teneva la mano e ci accarezzavamo le dita. Si ritraeva solo per cambiare le marce.

La sabbia sopportò i corpi di mille amanti. La notte era limpida come un lago d’alta montagna, sgombra di nubi e carica di buoni presagi. Restammo vicini, forse un po’ più vicini, godendo del nostro calore. Poi, gli occhi in alto. La notte di San Lorenzo.

Credemmo di vedere tracce di magia nel cielo. “Le hai viste?“, mi disse. “Sì. Siamo fortunati“, risposi.
Esprimi un desiderio, che si avvererà“. C’era qualcosa nella sua voce, ma chiusi gli occhi ed espressi il mio desiderio. “E tu? che desiderio hai espresso?“, tentai. “Non si dice, è un segreto“: sorrise.

Si avverererà, allora.

il post che tanto non si capisce

5 Agosto 2008

Ofelia di Millais. E poi le fragole nell’orto, la nonna che mi porta a raccogliere le pannocchie di mais, col sole, con le ginocchia sbucciate. In volo, posto di corridoio, allacciate le cinture, si atterra e si muore. Le scale e la Madonna. O passeggero che passi per questa via, alza gli occhi e saluta Maria.

Angelus di Millet. E poi la camicia blu, la spesa di notte, gli spaghetti col tonno e limone. Massaggi, un telefono che suona, non so dove andare e vado lo stesso dove non posso. Mi manchi da prima ancora.

Watteau. “Salta più in alto che puoi” le risate, gli abbracci. Corro veloce, corro più veloce, corro più veloce ancora. Il prato di margherite e la panchina vuota. Si spezza la catenina, le perline sparse nell’erba. Per sempre, nell’erba. Turner, Tramonto sul lago.

L’autoritratto di Duerer. Un cerchio, sedie, racconti. “guardatevi negli occhi”, poi una fitta al cuore. Non voglio, non posso, non riesco. Notte, il plumcake e il treno vuoto. Il vecchio con gli occhiali e l’odore dell’allegria altrui. La giostra luccica, rossa e gialla. Nessun bambino sull’automobilina, la vecchia appisolata alla cassa. Saskia, dove sei?

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