contiene un barista, ma non è lui il protagonista

30 novembre 2011

Sinceramente non lo so se passarono 90 anni o 120, perché questo nessuno me l’ha detto. So solo che quando il vecchio si alzò dal letto, disse che si sentiva benissimo e che voleva tornare a casa. La dottoressa non credeva a una sola parola dell’infermiera e disse che questi scherzi alle 3 di notte l’avrebbe fatta licenziare, ma l’infermiera disse che sarebbe stata licenziata lei se non l’avesse creduta e così la dottoressa aprì la porta della stanza 26 e il vecchio era lì affacciato alla finestra che guardava il parcheggio dell’ospedale con le macchine una accanto all’altra, le bianche spiccavano in mezzo al buio, insieme ai moschini sul lampione.

La dottoressa voleva fare i suoi controlli, ma il vecchio disse che avrebbe volentieri fatto due passi nel cortile, anche subito, perché non vedeva la luce della notte da 80 anni, o forse 115. Ma questo non l’ho capito bene. Scese le scale con il piede destro davanti e arrivò nel cortile, con l’ambulanza parcheggiata, il segnale che diceva “terapia intensiva” e un’aiuola con i ciuffi gialli che spuntavano dalla terra bagnata, che era venuto a piovere tutto il giorno.

Il vecchio andò dal lato opposto al segnale, e si fece tutto il vialone. Passò una sola macchina e per un secondo i fari gli fecero infiammare le pupille. Alla fine del vialone c’era l’indicazione per l’uscita, e il vecchio aveva le cosce che scattavano come a 15 anni, quando avevano fatto a gara a chi arrivava prima sotto casa di Marina. Per strada c’erano un sacco di luci bianche e colorate. Nel chioschetto c’era appesa una ragazza che diceva che il 15 dicembre bevevano tutti gratis. Il vecchio aveva gli occhi lucidi come quella volta che gli sbagliarono cocktail, e Marina si era messa a ridere sputando il suo sul tavolino.

La chiesetta suonò 4 volte la campana. Il vecchio riconobbe la strada e iniziò a correre piano piano, col cuore che sbatteva mille volte. Più correva e più si sentiva bene. Stringeva i pugni così forte che le unghie scavavano i segni nei palmi. Attraversò la piazza senza macchine che gli sembrava di volare, e gli scesero le lacrime agli occhi per la contentezza. C’erano gli stessi palazzi e le stesse piante, gli stessi portoni, e forse la stessa gente dietro alle finestre. Quando arrivò sotto casa, rideva e piangeva: sul citofono c’era scritto il nome suo e quello di Marina.

Bussò piano piano, poi più forte, e fece due passi indietro alzando la testa al secondo piano. Marina chiese chi è dal citofono, e lui urlò il nome, allora Marina si affacciò al balcone e lo vide che era lui e rimase con gli occhi di fuori e le mani sulla faccia. Lo chiamò col punto interrogativo e lui rideva e piangeva mille volte. Salì le scale a quattro a quattro e la trovò sulla soglia con le braccia davanti al corpo, che lo volevano abbracciare. “Marina! Sono tornato! Sono tornato a casa! Sono tornato a casa! Sono tornato a casa!”

Non so cosa rispose Marina, perché non me l’hanno mai detto, e perché non me lo so neanche immaginare.

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