contiene una pianta di plastica e mezzo occhiale

10 settembre 2012

Le case popolari erano pittate di bianco sporco e ai balconi avevano le lenzuola stese a forma di bocca con le rughe. C’erano le femmine affacciate vicino alle scope e i maschi sdraiati sulla sedia di paglia a leggere il giornale, mentre i bambini giocavano a pallone in mezzo alla via, facendo attenzione che il super santos non si schiattasse o peggio ancora che finisse nel giardinetto della signora affianco. La cosa bella era il sole che quando sfregiava i muri coi suoi raggi sgargianti li faceva splendere dell’aria della controra e a quel punto il suono delle stoviglie messe a pulire era la ninna nanna più meravigliosa di tutto il golfo di Napoli.

A pochi passi di tangenziale invece i quartini con i mattoni arancioni si alzavano per cinque o sei piani in cielo, per affacciarsi sulla superstrada che li attraversava come una pista della Polistil. Sui terrazzini c’erano i gerani nei vasi di cotto e qualcuno si era fatto la veranda e ci aveva ricavato la stanzetta per il figlio più piccolo, con il comodino che affacciava sui fanali delle 127. La televisione a colori era accesa dal pomeriggio e i bambini sedevano a terra con la testa alzata a guardare il primo canale.

All’uscita della tangenziale c’era una curva che non finiva più, e poi si scendeva per altre curve più lentamente in mezzo alla città con i palazzi più vecchi mischiati a quelli più nuovi. Quando si stava per fare sera sui marciapiedi la gente a piedi camminava veloce nei tratti senza negozi e si fermava vicino ai bar coi tavolini pieni di bottiglie di gassosa vuote. Certe volte per trovare parcheggio dovevi girare con cento occhi, oppure dovevi andare dove l’istinto ti diceva che qualcuno stava per fare manovra, e appostarti lì senza cedere di un millimetro, sperando di pigliartelo subito con due sterzate.

Era bello che prima c’era la luce, e dopo non c’era, roba di pochi minuti.

Il palazzo dove dovevamo andare c’aveva il portoncino di legno verniciato con passate pesanti di lucidante, e i vetri spessi a forma di rettangolo quelli di sopra e a forma di quadrato quelli sotto. A quell’ora il portiere ancora faceva servizio e apriva da dentro al suo cubicolo perché tanto lo sapeva già che il dottore riceveva fino a notte. Dovevamo entrare nelle scale per uscire nell’androne e fare dieci passi nel cortiletto, dove c’era un giardinetto che anche lì forse ci giocavano a pallone il pomeriggio, oppure a campana, che c’era ancora il gesso per terra. Poi mettevi la dieci lire nell’ascensore e ti presentavi alla segretaria, che stava al telefono ogni cinque minuti.

La sala d’attesa aveva le piastrelle di marmo e le sedie di plastica di quelle che si impilano l’una sull’altra, dove i bimbi ci mettevano le mani dentro i buchi quando proprio non ci stava niente più da fare. Le persiane erano mezze abbassate che tanto era già scuro, e la gente sedeva occupando tutti i muri e lasciando in mezzo alla stanza qualche criaturella che giocava con la gamba del tavolino, con sopra i giornali di gossip vecchi, di macchine costose, di signori con la mano della tasca della giacca. I bimbi più grandi rimanevano seduti ad aspettare il loro turno. Una c’aveva una benda spaventosa sull’occhio e portava gli occhiali sull’altro occhio. Incredibilmente, non piangeva, ma forse era solo perché sotto la benda non si vedeva.

Dietro la tenda grande come un sipario la segretaria pigliava le imbasciate e la pianta di plastica rimaneva ad assistere alla porta che si apriva e si chiudeva cento volte senza fare rumore. Qualcuno entrava dopo e passava avanti, ma se era così, non era una cosa buona, perché voleva dire che era urgente, e urgente non è una cosa buona.

Quando dovevamo aspettare un sacco di tempo, allora potevamo pure scendere a fare due passi, ma non era sempre, sennò non me lo ricorderei.

La via a piedi era in discesa perché a seguirla tutta saremmo arrivati a Mergellina, che chissà quante barche stavano piazzate lì a galleggiare tra gli scogli, cent’anni prima che me ne andassi a guardare il mare far galleggiare le barche tra gli scogli. Attraversare la strada non era cosa, che le macchine ti avrebbero segato senza fottersene. Lì c’erano solo palazzi nuovi che non guardavano in faccia a nessuno, con le serrande abbassate fino a terra che facevano più scuro lo scuratorio che già ci stava. Invece il bar della metropolitana stava aperto fino a tardi, e teneva esposto dentro al bancone due paste, un babà e una zuppetta. Il cameriere si stava fumando una sigaretta e la signora alla cassa guardava fuori per strada e poi dentro alla fermata. Forse pigliai il babà, forse pigliai la zuppetta, non lo so.

Quando arrivò il nostro turno nella sala d’attesa non ci stava più nessuno, perché eravamo gli ultimi. Non capivo come mai eravamo sempre gli ultimi ogni volta, ma forse è perché venivamo da fuori e quindi venivamo tardi. Essere gli ultimi era bello perché potevi giocare nella stanza vuota, ed era brutto perché ti faceva sentire l’ultimo. Lo studio del dottore era una delusione, era rettangolare, e aveva la laurea esposta sopra la sedia di pelle come Gesù Cristo sopra l’altare. Quando ti aveva guardato dove doveva guardare, scriveva tre quattro pagine, a penna, veloci veloci e poi le leggeva veloci veloci dopo che era finita la visita. Si pigliava le novantamila lire e non lo vedevo più per 6 mesi oppure forse anche 1 anno. Scriveva sempre le stesse cose, mi dava sempre le stesse medicine.

Il giorno dopo andavo in farmacia a presentare la ricetta e c’erano due farmaciste con gli occhi pittati di viola e di bordò. Le scatoline celesti delle siringhe, vicino a quelle mi compravo le zigulì a liquirizia. Poi mettevo nel mobiletto le medicine, ma dietro, così uno si sarebbe scordato che c’erano, che poi mai succedeva. E poi la finisco qui, che mi sono scocciato di scrivere. Volendo ce ne avrei ancora, ma i libri più belli li hanno già scritti gli scrittori, finitevi di leggere quelli.

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