Il post del capitolo 2

3 settembre 2010

Quei cretini lasciarono i piatti di plastica sulla sabbia, i cornicioni della pizza, la parte verde delle angurie e i mozziconi di sigaretta, tanto al buio si vedevano solo le onde del mare e i fari delle macchine, tanto baciavano con gli occhi chiusi e tanto era finita la vacanza, per cui.

Quando cominciò ad alzarsi un poco di vento le onde secondo me facevano un rumore diverso, come se si fossero stancate. La spuma poi friccicava i piedi, era il segnale che l’alba poteva arrivare da un momento all’altro. Non so chi aveva portato le coperte. All’inizio mi era parsa una cosa inutile, tanto si sarebbero bagnate, però poi le avevamo usate, che faceva freddo. C’era uno che dormiva con la birra in mano. Gli usciva la bava di bocca.

I miei amici non si vedevano più da un paio d’ore. Come al solito mi avevano lasciato da solo a metà serata, e non me ne potevo andare neanche, che stavo in macchina con loro. Così dovevo solo dormire oppure aspettare, e io non riuscivo a dormire davanti a chi non conoscevo. Gli altri mi ignoravano, ero come un ombrellone, o uno scoglio, o un cestino dell’immondizia. Una venne a offrirmi una sigaretta, ma siccome dissi che non fumavo alzò le spalle e se ne andò così come era venuta. Quando si misero in cerchio a cantare quelle stupide canzoni un ciccione coi piedi piatti si sedette dandomi le spalle e praticamente fu come quando l’oculista ti mette le lenti con quel coso nero di plastica.

Non che a me importasse cantare, in fondo poche cose mi erano più insopportabili del cantare alle tre di notte, con la puzza del fumo in bocca, i semini del cocomero tra i polpacci e le sdraio appiccicose di birra. Me ne volevo tornare a casa, a casa mia, ma quei due non si vedevano più da un paio d’ore. Sarebbero tornati, già mi immaginavo, dopo l’alba, dicendo dai sbrigati è tardi ho sonno e altre minchiate, per poi lasciarmi in piazza, così mi sarei dovuto fare pure un tratto a piedi.

Con la scusa di fare la pipì salii al lido. C’era un tipo con tre capelli per lato che stava dormendo su una di quelle panche di legno dove le mamme ci poggiano le borse di vimini con le rose sgargianti attaccate sopra. Aveva le mani a x sul petto e una ciabatta penzolava dal piede chissà da quante ore. Sopra di lui il poster con la serata mashup della tale discoteca, una ringhiera piccola con due gerani viola. Qualcuno aveva lasciato il bicchierino di plastica del caffè con dentro il salviettino appallottolato.

Me ne uscii, che non ne potevo più. La gente coi tacchi alle 4 di notte. La gente con le maniche, con i pantaloni attillati, quell’altra si tirava giù la gonna che le faceva difetto sul culo. Lì di fronte al secondo piano un tipo si era acceso la luce e se ne andava al bagno sbadigliando. Tre tamarri passavano con la musica che usciva dai finestrini e le mani che battevano sugli sportelli.

Dove me ne potevo andare. Avevo sonno, avevo odio, avevo rabbia, avevo delusione, avevo risentimento, avevo invidia, avevo paura, avevo bisogno. Attraversai. C’era il negozio di scarpe e la farmacia. Erano chiusi tutti e due a quell’ora. Mi avviai verso dove avevamo messo la macchina, caso mai quei due avessero pensato di cercarmi. Ma erano troppo strafatti per ricostruire i miei spostamenti e comunque non ci sarebbero arrivati neanche sobri. Così tornai al lido. La ciabatta penzolava.

Tre di loro dormivano a due passi dal falò, gli altri non si vedevano mica. Non vedevo perché dovessi finire la notte lì pure io, così me ne tornai di nuovo al lido. A fare avanti e dietro il tempo passava, e io mi tenevo sveglio. Se qualcuno mi avesse osservato avrebbe pensato che avevo una destinazione in mente e ci avrei fatto la figura di chi sapeva il fatto suo. Era secondario che in realtà nessuno manco mi notava. Avevano anche spento i flipper, per dire. Tornai alla macchina che forse la porta dietro era aperta. Per strada c’era meno rumore e meno luce e anche meno moscerini a ronzare attorno ai lampioni. Le luci delle case erano spente e i neon dei negozi mi davano i brividi. La macchina era lì dove doveva essere e aveva tutte le porte chiuse.

Così tornai al lido un’altra volta, che dovevo fare.

Tags:

Lascia un Commento

Bad Behavior has blocked 59 access attempts in the last 7 days.

Chiudi
Invia e-mail
Usiamo i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione nel nostro sito web.
Ok