il post del capitolo 3

24 settembre 2010

Aveva appena smesso di piovere, che ricominciò a piovere. Volevo attraversare, ma le macchine andavano troppo veloci, le strisce non c’erano da nessuna parte e i fari mi accecavano. Approfittai di un secondo che non si vedeva nessuno passare e mi ritrovai nell’androne di un palazzo. C’era una portineria piccola con i vetri tra gli assi di legno. Il citofono nero e i pulsanti squadrati. Davanti all’ascensore un paio di targhe di dottori e di una non so quale sas. Il pavimento era a quadrati di marmo.

Scese un uomo sui 50, la barba corta, i capelli marroni. Si stava fumando una sigaretta con un occhio chiuso. Non mi guardò neanche e si chiuse il portone alle spalle. Poi la luce si spense e andai in cerca del pulsantino arancione per riaccenderla. Al buio i miei vestiti puzzavano d’acqua. Uscii per vedere a che punto era la notte, avevo il telefono scarico e non sapevo neanche l’ora. Me ne andai dal lato dove pensavo di arrivare più vicino in centro. Mi ero perso, pioveva, non potevo telefonare nessuno ed era notte. Non sarebbe servito a niente neanche piangere. All’angolo c’era un ragazzo affacciato a una finestra. Era in canottiera e fumava. Prese il mozzicone e lo lanciò spingendolo dal pollice col medio, lo mandò a sbattere contro la ruota di una macchina e cadde sul marciapiede. Passai lì sotto e il ragazzo rientrò in casa. Sentii abbassare le persiane mentre giravo nel vicoletto.

Al mio amico avevo fatto a tempo a dire che avevo sbagliato fermata prima che si scaricasse il telefono. Forse, guardando gli orari dei treni avrebbe capito dov’ero e mi sarebbe venuto a prendere. Forse era meglio tornare in stazione, mi avrebbe trovato facilmente lì. Così tornai sui miei passi. Attraversai la strada e tornai in quel desolato giardinetto pubblico. L’altalena sotto la pioggia mi dava i brividi. C’erano le palazzine accatastate e spente, le uniche luci quelle gialle dei lampioni ingolfati di insetti. L’acqua mi era entrata nelle scarpe perciò era inutile correre. Tornai nel sottopassaggio.

Il tunnel era una cosa schifosa ma lì sotto non pioveva. Le piastrelle piene di graffiti, qualche cartellone rovinato dagli imbecilli e due poveri cristi buttati per terra a dormire, le cosce accavallate, un braccio sotto la testa, l’altro lungo i fianchi a trattenere i fogli di giornale. Mi salì l’adrenalina e mi fece strizzare il culo. Al binario si udiva il suono di una specie di campana. C’era una torrefazione lì davanti, e una casa con una veranda. Una bagnarola era appesa a un chiodo. Passò uno a dirmi che doveva chiudere la stazione, che si erano fatte le 2. Dovevo uscire fuori. C’era una cabina telefonica a 100 metri, dopo l’incrocio.

Così uscii e andai fino alla cabina che mi aveva detto, ma era fuori servizio. Stavolta avevo più motivi per piangere. Quando tornai alla stazione cominciavo ad avere freddo per i vestiti zuppi. Me ne andai a sedere su una panchina più distante, ma che aveva la visuale sgombra dalle auto parcheggiate. Pigliai il cellulare e lo accesi, a volte quando lo lasci spento un po’ si ripiglia un poco di carica. Mi arrivarono 3 chiamate non risposte e poi si spense un’altra volta. Almeno sapevo che il mio amico mi cercava. Così rimasi sulla panchina fino a quando non finì di piovere.

Nessuna macchina veniva dalla mia parte, e se è per questo, neanche l’alba si faceva viva.

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