il post dietro a un vetro doppio così

26 giugno 2009

Nell’ufficio c’erano tre poltroncine rivestite con una stoffa verde scuro. Sul tavolino di vetro scuro una rivista d’auto, un posacenere. C’era una foto di un bimbo in una cornice un po’ pacchiana sul mobile basso, quello accanto alle pesanti tende bianche. Mi affacciai alla vetrata, la vista era splendida.

Il Vesuvio era coperto da un nuvolone gonfio, ma buono. L’aria era nitida. Si vedeva il mare, si vedeva tutta la città. C’era gente seduta sulle panchine, 18 piani più in basso. Lassù sembrava tutto più pulito e in ordine.

Dovevo aspettare ancora. Chissà perché toccava sempre a me aspettare, perché dovevo pagare con attese silenziose il peccato di vivere nell’attesa. Odiavo aspettare perché mi costringeva a pensare e immaginare, a fare previsione e dunque mi costringeva a sbagliare, aspettare mi condannava alla delusione.

Avevo finito il caffè e si stava già formando l’alone sul piattino. Avrei fatto meglio a mettere un po’ più di zucchero. Le nuvole si erano spostate sul monte Somma, il sole rifletteva sui vetri del palazzo di fronte macchie dorate e violente. Una finestra aperta, un uomo al computer. Entrò l’ufficiale a dirmi che dovevo aver pazienza pochi minuti. Accennai qualcosa.

In ascensore eravamo in quattro, ero l’unico senza fondina, l’unico senza gel nei capelli. Dopo il 12 si accese l’11, poi il 10 e poi il 9. Poi si accese lo 0 e uscimmo nell’afa. Fu strano vedere in faccia i vecchi seduti sulle panchine. Si annoiavano.

Indossai il mio casco e ci mettemmo in moto. Era veloce, avevo paura. Mi tenevo stretto a lui sperando che il percorso fosse il più breve possibile, e poi odiavo le curve. Col casco non sentivo una parola e la via in discesa fu terribile. Temevo di schiantarmi contro un muro. A un certo punto chiusi gli occhi e fu allora che notai che aveva l’odore del borotalco. Mi tranquillizzai.

C’era una fruttivendola con le cassette piene di pesche e di meloni. Aveva un grembiule sporco e fumava una sigaretta sulla soglia. Quando ci vide arrivare buttò il mozzicone a terra e tornò in negozio. Lui bussò a una porta ed entrammo. Era completamente buio, eccetto per una lampada gialla su un tavolo. Un ragazzo era seduto con la schiena dritta e reggeva un cellulare. Il tipo in piedi gli portò un drink, dal colore penso che fosse un Bellini.

Parlammo poco.

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