il post lunghissimo che guai a chi lo legge evitate ve lo dico

7 agosto 2009

La mia camera dava sul sole. Io mi sdraiavo a terra, per leggere, immerso nella luce. In quei momenti per me esisteva solo il mio fumetto e l’attesa di un altro pomeriggio piacevole. Fantasticavo, inventavo mondi sconosciuti con regole straordinarie e giornate lunghissime; mondi in cui saltavo 10 metri e possedevo tutti i numeri di Topolino; mondi in cui i personaggi dei cartoni animati si conoscevano tutti ed erano amici dei miei amici; mondi in cui il sole era enorme, arancione e potevi guardarlo senza accecarti.

Mi affacciavo al balcone. Prendevo i rametti del cipresso e mi annusavo le dita dall’odore di resina. Calpestavo la piastrella un po’ smossa per sentire il rumore di terracotta e contavo le auto parcheggiate in cortile. Poi andavo nell’angolo più nascosto e pensavo a eroi giganteschi che mi regalavano stanze piene di libri; pensavo a medaglie d’oro appese al mio petto; pensavo a guardare la terra dallo spazio con un sorriso piccolo.

Si facevano le 4, e dicevo a mamma che scendevo a giocare.  Volevo essere il primo a scendere perché così non mi sarei perso neanche un pezzo, e perché così mi sarei sentito meno a disagio. Anche cinque minuti di ritardo mi facevano sentire ignorato, facevo fatica a salutare tutti e i giochi mi parevano anche più brutti. E mentre aspettavo che gli altri giungessero in cortile pensavo a tornei fantastici di giochi inesauribili; a migliaia di lucertole dalle code indistruttibili; a frisbee che potevano essere lanciati nel cielo più lontano e dietro le nuvole.

Poi giocavamo a nascondino e c’era sempre un posto più bello in cui nascondersi, uno che ancora non l’avevo mai trovato. Ma era sempre occupato da qualcuno. E detestavo quando qualcuno imbrogliava o contava fino a 28 e non a 30, oppure quando saltava qualche numero. Non sopportavo essere scoperto per primo perché mi sentivo preso in giro da tutti e non sopportavo che la portineria fosse così lontana, perché avrei voluto correre così veloce da nascondermi lì dietro. E quando ero immobile sotto le scale, o quando trattenevo il respiro dietro la siepe pensavo a nascondigli segreti dove nessuno poteva mai trovarti; nascondigli in cui diventavi invisibile fino all’eternità dei secoli e dei millenni; nascondigli in cui trovavi messaggi segreti di popoli lontani centinaia di generazioni dimenticate.

E la sera guardavamo la tv tutti nella stessa stanza, con la luce accesa e il latte sul fuoco. E dalla porta le altre stanze erano buie e lontane, e dalla finestra le altre luci erano solitarie e fredde. Mamma fumava la sua sigaretta sulla sedia di vimini e papà sedeva su quella accanto. E mentre cominciava la sigla del programma pensavo a un miliardo di lire per comprare un frigorifero pieno di gelati; un flipper colorato con duemila palline; una giostra permanente con tantissimi giochi spettacolari.

Tantissimi ne volevo.

La mia camera dava sulla campagna. Il neon era sempre acceso e per strada c’era solo la lenta crescita delle infestanti. La radio dopo le 3, a bassa voce. Mio fratello intento a studiare, lo vedevo sempre di profilo, e se non studiava parlava al telefono. Io aprivo il mio cassetto perché era come una magia che mi permettava di non pensare a niente. Poi si chiudeva la porta di casa e alzavamo il volume dell’audio. E quando pensavo odiavo pensare.

Mi affacciavo al balcone. Orribile il colore della ringhiera, e calda. I gerani crescevano a gruppetti, fuori i randagi annusavano l’aria. Poca gente poteva vedermi e io guardavo il campo di patate contandone i solchi fino a dove arrivavano gli occhi. Ogni tanto passava una macchina e io pensavo a un temporale che distruggesse tutte le auto dell’universo; a un vento che ripulisse tutte le strade dalla sporcizia;a un fulmine che mi colpisse rendendomi invulnerabile fino alla seconda morte.

Si facevano le 4, e prendevo un frutto dal vassoio. Il divano a fiori e le tende bianchissime. Il suono della radio, mio fratello  che parlava al telefono e mia sorella in camera sua. I soprammobili nell’interparete. L’odore del legno e dei confetti, del brandy e dell’argento ossidato. Guardavo dalla vetrina un mondo immobile e perfetto fatto di oggetti senza vita e pensavo a un luogo in cui nessuno conosceva il mio nome; in cui nessuno conosceva i miei pensieri; in cui nessuno conosceva i pensieri di nessuno che conoscesse il mio nome.Mangiavo un confetto sperando sempre che fosse al cioccolato e non alla mandorla, ma sapevo che erano solo alla mandorla.

Poi giocavamo a nascondino il mio cane ed io. Lei dormiva tutto il giorno ma se la chiamavi ti guardava sperando in un biscotto o in una passeggiata. E se la portavo giù in cortile la vedevo infelice e anche se era solo un cane pensavo che mi potesse capire più di chiunque altro, perché io la capivo. E la vedevo  bere l’acqua e desideravo che vivesse più a lungo di me; desideravo che vivesse più a lungo di me; desideravo che vivesse almeno un giorno più a lungo di me.

E la sera guardavamo la tv distesi a letto, mio fratello ed io. Io parlavo e lui non riusciva a vedere la tv. E io parlavo e dicevo penso sempre le stesse cose. Poi finivo di parlare quando lui già stava a dormire, e rimanevo a guardare i disegni della persiana sul soffitto. E continuavo a parlare da solo, nella mia mente. E speravo di sognare di essere un grande tennista; un essere che non invecchiava mai nato all’alba dei tempi; un albero millenario nel posto più luminoso del creato.

E ogni giorno mi svegliavo ugualmente.

La mia camera dà su questo schermo. Quando il sole entra di lato sul davanzale alzo gli occhi a guardare la croce sul campanile che spunta dai tetti. Mi chiedo chi l’abbia messa lassù in alto e che cosa avrà mai pensato in quel momento. Forse pioveva o c’era il sole come oggi. Forse da qui la vedo piccola ma da vicino è molto grande, o forse non è che un pezzo di ferro su cui a volte si poggiano i piccioni.

Mi affaccio alla finestra, che il balcone non ce l’ho. C’è un lampione e qualche auto. Carte ai bordi del marciapiede. Il muro del palazzo di fronte è rovinato e le finestre andrebbero pulite. Si vede che è agosto perché c’è un odore di quiete e di estate nell’aria. Le auto non si fermano, la gente non alza gli occhi e mi nota. Fa troppo caldo per pensare ai rimpianti più dolorosi. Forse più tardi.

E si fanno le 4 e mi chiedo di questa giornata. La schiena, le ginocchia. La voglia di scrivere e la paura che vince e se perde io non lo so. Le crepe sul muro, le seguo fino alla fine, fino al pavimento. Le foglie che il vento muove.

E poi gioco a nascondino con me stesso.

La sera guardo la tv e passa la luna sul mio rettangolo di cielo. Mi accorgo che ho rimandato a domani, ma la mattina mi sveglio lo stesso con la speranza di un sole infuocato e una luna bianchissima e voglio vivere ancora mille anni, e ne sono pure pochi.

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11 Commenti a “il post lunghissimo che guai a chi lo legge evitate ve lo dico”

  1. Novecento Scrive:

    E’ una meraviglia.

  2. chiaratiz Scrive:

    non so se la cosa più rilevante è che tu abbia fatto invio o che io, nonostante l’anatema, sia arrivata in fondo al post lunghissimo.

  3. Clockwise Scrive:

    Bello, altro che lungo. Beh vabbè, un po’ lungo, si, ma bello.

  4. adamo Scrive:

    ^__^ meno male va, quando scrivo questi post ho sempre un sacco di dubbi

  5. chiaratiz Scrive:

    sei un ragazzo strano

  6. Bimba Stronza Scrive:

    Grazie.

  7. Ra Scrive:

    Sembra che siamo in preda a due opposti, tu scrivi tanto (ed è come se fosse tutto qui davanti a me, quasi a poterlo toccare con mano) mentre io sono in fase più sintetica che mai :) Un bacio

  8. Placida Signora » Blog Archive » Placide Segnalazio’ Scrive:

    [...] - Il post lunghissimo che guai a chi lo legge evitate ve lo dico, di Adamo [...]

  9. adamo Scrive:

    un salutone a tutti e grazie a placidasignora per la segnalazione :)

  10. Vanina Scrive:

    Leggerlo mi ha fatto ritrovare quell’eterna bambina che ho dentro… sembra che dorma e invece sa ancora sognare.
    Grazie!

  11. i3/4 Scrive:

    bellissimo.

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