Contiene ciò che accade all’uomo vintage

17 Settembre 2011

L’uomo vintage ha scelto un cono non pretenzioso ai digeribili frutti di bosco e albicocca comunicandolo al gelataio con voce sicura. Facendo due passi verso la cassa ha sfilato con gesto misurato il portafogli dalla tasca della giacca doppiopetto di squisita fattura e ha estratto una ordinata mazzetta di banconote da 5 euro, riponendone una sul lucido vetro del banco, perfettamente dispiegata.

Il gelataio ha collocato il cono nel portaconi e l’uomo vintage ha preso le due monete di resto con la mano sinistra, il cono con la mano destra. Ha augurato la buona giornata al gelataio accompagnando le parole a un impercettibile inchino del busto, è uscito dal negozio e si è fermato ad ammirare la piazza vuota di gente ma non di storia, i ciottoli multicolori, il sole sul marmo rosa del placido monumento e ha appoggiato il piede destro sul primo gradino della simbolica costruzione, con un gesto calcolato ma del tutto naturale.

Il lucido di scarpe ha assorbito il raggio di sole con avidità, la calza di cotone d’un discreto grigio si è appena intravista, il medesimo delle diagonali della regimental dal nodo perfetto. L’uomo vintage ha lasciato cadere il braccio destro lungo i fianchi, le dita della mano unite come nelle foto dei governanti del G8. Senza strafare, ha consumato il suo gelato fino al bordo del cono, indi si è delicatamente sbarazzato del cono senza mai toccare il cestino dei rifiuti e si è deterso la fronte dal sudore, dacché il sole non cessava di mostrare la sua presenza.

Poco più avanti, i tavolini del bar fornivano un riparo grazie a una tettoia di giunchi. Immobili icone sacre spiavano i passanti dalla vetrina a cui sono eternamente destinate. Un turista tedesco ha letto il nome della via sulla lapide di marmo, poi ha abbassato il capo per trovare la corrispondenza sulla cartina. L’uomo vintage è entrato nel bar con una mano in tasca. Ha fatto un cenno di saluto con l’altra e si è recato senz’altro indugio al banco su cui giaceva il quotidiano locale. Non ha avuto problemi ad aprire il giornale senza incastrarsi con la catenella a cui è legato.

Il barista ha portato un bicchiere pieno a metà con un bicchiere d’acqua e alcune bollicine e l’uomo vintage l’ha ringraziato usando le parole più appropriate, esattamente al rintocco della campana.


Contiene un fatto di poco conto

16 Settembre 2011

Un giorno stavo per i fatti miei al semaforo che aspettavo il verde, ma sinceramente il verde non usciva mai. La gente si era accumulata che quasi ti urtava con le borse e con gli zainetti, poi non sapevi dove guardare perché di là c’era solo un incrocio orribile, di là c’era un vialone con le macchine di corsa e di fronte c’erano i capelli di una tizia con una vetta storta sulla spalla destra.

In tutto ciò faceva un caldo della Madonna e c’era una cretina che lasciava squillare il telefono nella borsa senza rispondere, forse riconoscendo dall’orribile suoneria qualcuno che le avrebbe rotto i coglioni. Penso che quando uscì il verde fu una liberazione come quando la folla trattiene il fiato e poi il giudice di linea chiama “out!” dopo un lungo scambio sul 15-40 e Nadal si porta in vantaggio di un break su Federer nella finale di Wimbledon.

Mentre attraversavo la tizia coi capelli si spostò a trottare più a sinistra e da dietro è spuntato un sole dritto negli occhiali e un uomo calvo e abbronzato con la faccia sintonizzata sull’espressione di chi vuole prendere questione. In mezzo alle strisce mi ha fatto “che cazzo guardi?” e non ho avuto neanche il tempo di realizzare che ce l’aveva con me che già io ero di là e lui dall’altro lato.

Ecco io sono un po’ lento a rispondere a queste cose, ma visto che ho un blog, dove si presume uno ci scrive tutte le cose più emozionanti che gli accadono, dopo circa 2 anni nei quali in effetti suppongo mi siano capitate anche altre cose, indubbiamente di minor conto, vorrei dirgli che finalmente so la risposta alla sua domanda e se non è troppo tardi gliela riferirei, ma penso che chi mi legge la potrà immaginare da sé.

Pare che io non abbia prontezza di spirito su queste faccende, ma di memoria non difetto e la pazienza non mi manca, in più ho anche un blog, anche se lo ammetto, un tempo lo usavo di più, ma con l’appunto mentale di comprarmi un paio di occhiali da sole considero finalmente e felicemente chiusa questa faccenda.


Il pesce più magico del fiumastro splendidoso

13 Giugno 2011

Una bella mattina Cirifuzzola andò a giocare sulla riva del fiumastro splendidoso e fece tante corse sul terreno soffice. Corse più veloce degli insetti pungentissimi e i suoi capelli volavano più vellutati dei petali più fiorellosi e delle farfallozzole più variopinte.

Cirifuzzola era felice perché il sole le scaldava il nasino e sentiva tutti gli odori più vivaci a pochi passi dallo sciaf sciaf celeste. Corse così assai che si stancò, e si sdraiò accanto a una piantina delicata, a due salti di distanza dalle piccole ondicelle spumeggianti.

I ramoscelli galleggiavano come tante barchette volanti e le nuvolonze erano gonfie come ovatta morbida morbida. Piccole apuzze ronzavano danzando nel silenzio del sonnellino di Cirifuzzola, che sognò di nuotare fino al mare come il più magico di tutti i pesci del fiumastro splendidoso.

Poi il sole si fece piccolo piccolo e Cirifuzzola rabbrividì svegliandosi. Si stiracchiò con mille ossa e sbadiglio con gli occhi pieni di lacrimottole. Fece un saltello piccolo e poi uno grande e infine scalò i gradini di pietra che portavano al ponte. Da lassù i riflessi dell’acqua erano mille più di mille e le apuzze sembravano piccole come le lucine degli occhi chiusi. Il mare non si vedeva, però Cirifuzzola lo sapeva, che il mare c’era.

Tornò a casa che aveva tanta fame, e tanta voglia di raccontare il suo sogno a qualcuno. Così corse subito dalla mammina, che era bella come cento orchidee e aveva le manine cicciotte. La mammina si abbassò e disse con voce squillante: “Cirifuzzola hai fatto il tuo pisolino? Sei una cagnolina pigronissima tu?”. Cirifuzzola scondinzolò così tanto che la mammina la prese in braccio e la coccolò assai molto. “Adesso ti porto a fare pipì”.

Mammina prese un guinzaglione arancione e lo mise al collo di Cirifuzzola, scesero mille scalini di pietra e trottarono in strada, sui lastroni squadrati di grigio, tra i macchinoni sonnecchianti e tra i bidoni puzzolenti. Mammina strattonò Cirifuzzola e disse: “Domani ti porto al parco, te lo prometto. Ma oggi mi fanno male le ossa.  Domani ti porto a fare una bella passeggiata al parco”.

Cirifuzzola fece una pipì lunga lunga all’angolo del palazzone gigantissimo. Mammina rise con i denti fracidi. “Cirifuzzola che hai fatto, un fiume? Eheh. Un altro poco e arriva dritto dritto al mare. Torniamo a casa, fai la brava!”. Cirifuzzola scodinzolò abbastanza e tornò a casa con mammina. Si accucciò accanto a lei e ascoltò le storie che mammina le raccontava, fino a che non si chiusero gli occhioni neri neri, un’altra volta.


Cronache di Parmia - si alzò la polvere

14 Aprile 2011

Ormai erano passati tre giorni senza manco una telefonata, e non l’aveva mai messo in carica, per miracolo che non si era scaricato. Ora però se ne doveva uscire per forza, che apriva il negozio, e non se lo poteva portare, perciò lo lasciò lì, accanto al portaritratti con la sorella dentro, chiuse a chiave e se ne scese in ascensore, con la schiena allo specchio. Faceva assai freddo per essere estate quello sì, ma di prima mattina certe volte così succedeva e per fortuna il cielo era uno splendore, capace che domani se ne poteva andare al mare un’altra volta. Nella posta c’era solo una cosa della banca, forse l’estratto conto. Dal vetro si leggeva appena appena il cognome.

Fuori, nel cortile, c’era la signora Aida che parcheggiava la bicicletta nella prima rastrelliera, stava già facendo il terzo tentativo. Era già assai alla sua età che riusciva ancora a salirci sopra, però. Il mese prima era svenuta per il calore e così era venuto il figlio piccolo a passare una mezza giornata con lei e si era portato pure la valigetta coi cacciavite, si vede per mettere a posto il ventilatore. Quando poi c’era stato l’acquazzone l’altro giorno il sellino della bici si era macchiato perché nessuno ci poteva mettere la plastica sopra. La signora Aida era andata a comprare la frutta prima che si facevano le nove, perché a quell’ora già non poteva più uscire di casa, così diceva la televisione. Dalla busta di plastica si vedevano due pomodori per l’insalata e forse dall’odore aveva comprato pure le pesche.

La ferramenta ancora non aveva aperto. C’aveva una specie di insegna a forma di chiave che doveva essere blu ma col tempo si era scolorita e sembrava più viola. D’autunno con la lucetta gialla non c’era male. Il negozio aveva pure una vetrinetta che però nessuno mai ci guardava, perché c’era un camioncino parcheggiato davanti tutto il giorno. Maddalena si affacciò al balcone per stendere i panni, era nel lato del palazzo, sopra il negozio. Da lì forse si vedeva fino al semaforo e uno poteva contare le macchine fino a 100, se voleva. Appese per ultime un paio di magliette e se ne tornò dentro lasciando aperta la porta.

La figlia del dentista aveva fatto la femmina. Il fiocco nascita svolazzava davanti al citofono ormai da tre giorni. Dice che al parto se l’era vista brutta lei e la bambina pure. Quel condominio era sfortunato, l’anno passato l’ultimo figlio dei pakistani era andato a finire sotto una macchina e l’avevano tenuto in ospedale tre settimane. Ogni tanto andava ancora a fare gli accertamenti. Però avevano messo un ficus nuovo nell’androne, senza togliere la carta crespa dal vaso.

Al semaforo era arrivato per prima l’8. L’autista teneva il gomito fuori dal finestrino e c’erano solo due vecchi seduti uno dietro l’altro. Le strisce pedonali si erano scancellate quasi. La barista stava pulendo il tavolino con una pezza. D’estate si volevano sedere tutti là fuori e lei doveva fare avanti e indietro, che oggi il figlio aveva l’esame all’università. Aveva già una ragazza che veniva ogni tanto quando serviva, ma stamattina aveva chiamato che faceva tardi, e ancora non si era vista. Il figlio ancora non era andato fuori corso, ma tanto le rette gliele pagava il padre, almeno quelle, le pagava veramente.

Si era alzata la polvere improvvisamente. Non si poteva respirare. Stavano aggiustando la strada sul viale e si erano messi già di prima mattina a faticare con le loro divise arancioni. Le scarpe erano diventate subito una schifezza. Nino l’avrebbe richiamato senz’altro, porca miseria. Il giornalaio gli fece uno sguardo di comprensione. Erano due giorni che non si fermava nessuno in quel casino, e non parliamo del rumore.

Nino era arrivato neanche dieci secondi prima, c’erano ancora i pacchi a terra.

“Che hai fatto alle scarpe, sei andato a zappare stamattina?”

“Stanno facendo la strada qui vicino”

“Sì ma fai schifo così, vattele a cambiare”

“Non ce l’ho qua un altro paio, che ne sapevo”

“E va a casa, tanto che ci vuole, cinque minuti, i pacchi li metto a posto io basta che ti rendi presentabile Cristo Santo”

“Vado e torno”

Fanculo Nino e le sue scarpe. Ahmed stava bagnando la strada e Salvo si stava sistemando quei cosi alle orecchie, che dovevano iniziare a darci dentro. Passò di corsa davanti al bar, c’erano due tipi che aspettavano il caffè al tavolino. Uno giocava a spostare il posacenere di vetro, quell’altro guardava di là. Dal semaforo si vedeva un balconcino coi panni stesi ad asciugare. C’era un albero davanti, vallo a capire che albero era. La chiave entrò nel portoncino al secondo colpo, salì a piedi tre gradini per volta, fino al terzo piano. Il cellulare squillava.

Entrò che gli sbatteva forte il petto, fece una via dritta fino in camera e schiacciò il verde senza neanche leggere: “pronto!”

“Ah finalmente quanto ci metti a rispondere? Ha squillato 15 volte!”

“Nino”

“Sì, sono io senti prima di tornare ti volevo dire passa a ritirare il materiale da Tommaso, gli ho detto che mezz’ora stai lì. Tanto oggi non viene nessuno, ce la faccio pure io solo”

“Sì”

“Ma hai capito?”

“Sì sì”

Si tolse le scarpe premendo i talloni con l’altro piede e guardò il registro delle ultime chiamate. Poi aprì l’armadio e quand’ebbe finito, senza dire una parola, tornò a chiudersi la porta alle sue spalle. La donna delle pulizie si fermò un secondo per farlo passare, poi strizzò il mocio.


Stavano sbocciando le roselline

9 Aprile 2011

Poi uscì di corsa per strada e urlava, urlava. Le fiamme dietro la schiena cadevano pezzi di stoffa, si accartocciavano sull’asfalto e poi diventavano nere mentre che urlava, il fumo, la carne e il fuoco. Finì ginocchia a terra, si chinò davanti, crollò di lato e morì supina. L’aria era bollente e la piccirella dormiva nella culla.

La trovarono perché la sentirono. Portarono una coperta marrone e rimasero in tre ad aspettare. Uno staccava le foglie delle ortensie e poi si annusava le dita, uno guardava negli occhi la gente affacciata al balcone e poi quell’altra di là, poi quell’altra di là. L’altro guardava la coperta marrone e non diceva una parola.

Dalle scale si vedeva il braccio che usciva. Mimmo disse a Tommasino: “chi è?”, e Tommasino disse: “la pazza”. Mimmo sputò nel vaso di gerani della signora di sotto. “E come è morta?”. Tommasino si alzò sulle punte per vedere se aveva centrato il vaso. “Boh. E’ morta”. Mimmo parve soddisfatto della risposta. “Andiamo ad acchiappare le lucertole”.

La signora del secondo piano aveva davanti agli occhi le urla. Le vedeva nelle orecchie. Di fronte c’era la tendina della cucina della morta. Aveva appeso i pomodori a seccare fuori al balcone, e sulle funi stavano ad asciugare le tovaglie e gli asciugamani. Vicino alla ringhiera stavano sbocciando le roselline.

La puzza si tolse e la coperta pure. L’infermiera doveva pigliare servizio e prese la Cinquecento, fece manovra e girò di là. Rimasero due pezzi di stoffa a girare sotto le ruote. Venne sera pure quella sera e Graziella spezzò i plasmon nel latte e mise a dormire la bambina. Disse al fratello che sul manifesto dovevano scrivere: “tragicamente, è mancata all’affetto dei suoi cari” senza mettere i nomi dei parenti. E lui disse: “stamattina si è messa a pulire la vasca del bagno, di prima mattina”.


Però non tanto

27 Marzo 2011

Quando la signorina Gemma si buttò dal quarto piano i bambini stavano giocando a nascondino dietro il cortiletto piccolo. Fabio si era nascosto dietro la cinquecento gialla, Peppe si era scelto il cespuglio accanto al salice, quello vicino alla fontanella, e Raffaella stava dritta dritta dietro il pilastro del garage numero 23. Sentirono plof, sì, però nessuno si mosse, che Vincenzo ancora contava fino a 31.

Il parrucchiere aveva lasciato le finestre aperte che sennò con tutti e 4 i caschi si moriva dal caldo. Marisa stava leggendo l’oroscopo e diceva “Leone: l’estate sarà piena di sorprese”. La dottoressa dormiva col giornale aperto sul fotoromanzo. Il plof lo sentì solo la sciampista, però girò solo la testa che non poteva lasciare Luisella coi capelli bagnati.

Carletto stava litigando col fratello, che gli aveva strappato la pagina di Topolino e lo chiamava quattrocchi. La mamma disse “statevi zittiii” che non riusciva a dire due parole al telefono e se non faceva un tiro la sigaretta le sarebbe caduta pure sulla moquette. Intanto che qualcosa faceva plof lei si segnò il numero del falegname sulla lavagnetta a muro. Il pennarello già non scriveva più.

Franca e Salvatore si stavano baciando davanti ai gerani. La zia era andata un secondo di fronte che la vedova chiesto se per favore l’aiutava a piegare le lenzuola fresche lavate. Sentirono plof che Salvatore aveva messo la mano sulle tette e Franca gliela spostava, però non tanto.

Vincenzo contò fino a 31 e con la coda dell’occhio aveva già visto dove si era nascosta Raffaella, così fece una corsa e disse “1 2 3 Raffaella dietro al muro!”. Raffaella disse “non vale imbrogli!” e intanto che nessuno lo pensava Peppe corse da dietro il cespuglio per andare nell’androne dell’altra scala. Senonché la signorina Gemma era lì che aveva il balcone. Peppe urlò così assai che pure la dottoressa si svegliò da sotto il casco. Salvatore aprì gli occhi e si sporse dal balconcino, disse “entra dentro non vedere”, ma Franca si affacciò pure lei.

Salvatore scese le scale subito e bussò il dottore al primo piano. La gente già era scesa e Peppe si era pisciato sotto. La vedova staccò la spina dal ferro da stiro. Marisa arrivò con tutti i bigodini, uno cadde per terra e rimase accanto alle scarpe della signorina Gemma.  Il dottore disse: “è morta”.

Carletto stava leggendo che Rockerduck aveva vinto una gara contro Zio Paperone. Si era strappata la pagina con la pubblicità della Big Babol. Arrivarono a prendere la signorina Gemma e poi il portiere del palazzo passò il secchio d’acqua per terra. Fabio andò a casa e disse che a nascondino aveva vinto lui.


Senza data di scadenza

27 Febbraio 2011

Un sacco di ricordi belli ce l’ho che sono cose che ora non contano più a niente, ma sono ricordi belli.

Come quando nella stazione del mio paese si aprì un bar, piccolo, senza niente, ma potevo comprarmi le gomme intanto che aspettavo il treno. E un giorno arrivò un treno nuovo a due piani, e salivo al piano di sopra giusto perché mi sembrava una cosa nuova. O quando arrivavo a Napoli e per attraversare Piazza Garibaldi ci mettevo 20 minuti facendo lo slalom tra le macchine.

Una volta un amico comprò dei pastelli in un negozio di Forcella e gli feci compagnia, e passammo davanti a una chiesa e c’era una vecchia che dava da mangiare ai piccioni. C’era il negozio dei cambi e leggevo sempre il cambio della lira così intanto che camminavo. Il posteggiatore si contava i soldi, nel cortile della facoltà c’era sempre qualcuno seduto sul muretto vicino alla fontanella.

Oppure quando mamma ci portava alla Rinascente, che poi ci fermavamo a prendere una pasta o un panino alla Motta, che stava lì fuori. Poi ci facevamo tutto il rettifilo a piedi, con le buste piene, e in fondo alle buste c’era sempre un libro o un gioco, perciò la stanchezza non la sentivo.

Altre volte me ne andavo fino in piazza Plebiscito e mi sedevo sulle catene sotto alle statue di gente morta 700 anni fa. Poi qualcuno sempre passava, degli amici miei, e andavamo a prenderci una granita lì sul lungomare, o ci affacciavamo dal Palazzo Reale per vedere le macchine che uscivano dalla galleria.

E dopo il cimitero c’era una via e dopo quella via si era aperta una pizzeria, e andammo lì in quattro, che conservo ancora lo scontrino e mi ricordo le risate delle mie amiche, e che musica sentivamo, e che il giorno dopo non avevamo fatto i compiti.

Poi la sera si accendeva la luce gialla del lampadario e le altre stanze erano scure, così non ci andavi più.

C’erano i nani nel giardino sotto la sopraelevata, e non l’avevo mai visto un giardino così. Al supermercato mi diedero 5 lire di resto, e neanche quelle ormai si vedevano più in giro. Mi pesavo sempre sulle bilance fuori dalle farmacie, perché era divertente. Invece su certe giostre non ci andavo mai e ormai non esistono più e non ci posso più andare.

Neanche sulla funivia ci voletti andare e così nelle foto io non ci sono. Mi è sempre venuto più facile dire di no e così è per quello che le cose stanno come stanno, perché invece i sì li ho detti per paura di dire un’altra volta no, e non ci ho mai azzeccato. Così se possibile, meglio che nessuno mi fa delle domande, che almeno non sbaglio.

Un giorno poi coi soldi del primo stipendio mi comprai una camicia e un paio di scarpe, che le ho buttate qualche anno fa. In cantina trovai un casco e non era il mio, l’ho regalato e ora è in un’altra cantina.

Avevo quell’altro amico che una sera si ubriacò e si fece notte, e non si svegliava. Da sopra la tangenziale si vedeva il sole che quasi quasi spuntava su mezza Napoli. Laggiù in basso era tutto piccolo piccolo. Si svegliò e vomitò in mezzo alle ginestre. Poi disse vieni ti accompagno a casa, si sono fatte le 5 e mezza. E così fece.


il post di fine anno

31 Dicembre 2010

Non è un post patetico o triste o riepilogativo o di buoni propositi o altre cose che si rispolverano giusto a fine anno. E’ solo che non avevo scritto niente in dicembre e non sopporto l’idea che l’archivio di “dicembre 2010″ poi rimane vuoto, quando fra 80 anni muoio e uno vuole leggere le cose che ho scritto.

Sennò poi si chiederanno “come mai non ha scritto niente a dicembre 2010?” e penseranno che forse avevo l’artrosi alle falangi, oppure i ladri avevano svuotato l’appartamento, o magari ero alle Maldive a bere Mojito, oppure penseranno che forse ero cieco o che scrivevo poesie alla luna o che un hacker mi aveva cambiato la password.

Questa cosa non può essere. Ve lo dico ora senza che aspettiamo il 2090: non avevo scritto niente perché i primi 20 giorni mi stufavo, e gli ultimi 10 non avevo l’adsl per un maledetto guasto. Già che ci sono, gli auguri li faccio lo stesso a chi legge, sennò poi nel 2090 dicono che ero cafone, e anche questo non può essere.


il post del completerremoto

23 Novembre 2010

Se io mi ricordo una cosa di 30 anni fa allora vuol dire che nei miei ricordi già c’è il passato remoto e questo se ci pensate può succedere solo ai vecchi. Certo certo.

Andiamo con ordine e metodo e giudizio. Quando venne il terremoto io la mattina ero sul Vesuvio coi lupetti. Ero felice perché avevo avuto il totem! Una soddisfazione come l’assolo di Glee. Era domenica  e venne pure a nevicare, e io non l’avevo mai vista la neve, inoltre i cani abbaiavano e c’era un’atmosfera raggelante. Solo che a quell’epoca ancora non avevo letto tanti libri perciò il finale ancora mi faceva fare la faccia sorpresa così: “!”.

Poi mamma preparò la torta di carote e vennero gli zii e i cugini a casa (sì è già fatta sera, questa storia è veloce) e loro parlavano e noi giocavamo. In realtà avevo inventato un gioco nuovo e giocavamo a quello, in mezzo al corridoio. Non faccio che inventare giochi, qualcuno se ne è accorto?

Così sentimmo quel rumore spaventoso e si spense la luce e i palazzi dalla finestra andavano di qua e di là. I grandi si alzarono di corsa e presero i piccoli che trovavano, andammo sulle scale e c’erano decine di grandi e di piccoli, che scendevano le scale. Mamma mi teneva per mano, scendecorrevamo nel buio. Gustavo Dorè.

Nel cortile eravamo in 100. Tutto il condominio era lì al freddo ma le case stavano in piedi, belle le crepe. I clacson lì fuori e poi scese la nebbia, faceva freddo. Mamma svenne, un signore prese una tv portatile nel garage e lì vedemmo che era successo. I telegiornali dell’epoca non erano così luccicanti. Allora papà salì in casa a vedere che era successo, anche se fu temerario, dopotutto poteva cadergli addosso. Gli zii andarono via in macchina. Niente cadde addosso a papà, però i libri erano caduti dagli scaffali e si erano rotti i lampadari.

Il rumore era stato terribile, ve lo dico. Così mi ritrovai in macchina, poi nel traffico, 0 all’ora, c’era tutto il paese in macchina, nella nebbia, poi dalla zia, quella che abitava in periferia, in campagna.

Quella sera ci toccava il lettone della zia, a me e ai miei fratelli. Prima di dormire inventai un gioco, che era quello di creare una storia con i personaggi dei cartoni animati. Giocammo.


il post di chi non sa nuotare

5 Novembre 2010

Avevo comprato i jeans nuovi e mi andavano giusti giusti. In stazione c’erano un sacco di polacchi, il pullman li aveva scaricati a mezzogiorno, i maschi fumavano appoggiati ai pilastri, le ragazze chiacchieravano in cerchi da 3. Mi era venuto a prendere con la vespa, quando mi vide arrivare sorrise subito, perciò pensai che i jeans mi stavano bene, e sorrisi pure io. Mi diede il suo casco e così salii dietro, ingranò e imboccò piazza Garibaldi.

Lo tenevo abbracciato poco poco, perché mi scocciava che pensava che ero un tipo azzeccoso. Col casco non sentivo quello che mi diceva, ma penso che non diceva niente, cioè qualcosa così, tanto per dire, che poi andava bene lo stesso. Piazza Garibaldi era così piena di macchine. Prese il rettifilo che mi dovetti tenere meglio. La gente era troppa per strada.

Signore con le borse dei negozi, marocchini a vendere le cinte, i ragazzi con lo zainetto, la vecchia con le varici, il tizio che fuma, il poliziotto, un sacco di gente. Mi voltai con la faccia sulle sue spalle, che sentivo che aveva un odore troppo buono. Mi innamorai stando dietro alla vespa solo a guardargli il collo. Arrivammo ai Quattro Palazzi e prese per via Duomo, mi venne quella cosa nella pancia a fare insieme a lui la strada che invece facevo a piedi la mattina per andare all’università.

Entrò in Spaccanapoli che non si camminava veloce, perché la gente non si spostava. Così però lo sentivo quando parlava. “ci andiamo a prendere una pizzetta o un gelato che dici?” “boh come vuoi tu” “posiamo la vespa poi andiamo a prenderci due paste” “sì va bene”. Posò la vespa a San Domenico Maggiore e ce la facemmo a piedi. Aveva una t-shirt bianca e le braccia, quando scesi dalla vespa, ce le aveva gelate, le sfiorai.

“Entriamo qui a Santa Chiara, così stiamo un po’ tranquilli che dici?” “Sì sì, entriamo”. Io dicevo sempre sì, per me era uguale. Pure nel parcheggio di via Medina o nel Museo di Capodimonte, chi se ne fregava, bastava che stavamo vicini. Così entrammo nel cortile e ci mettemmo a sedere fuori dal chiostro. Il muretto era alto e facevo penzolare i piedi come i bambini. Lui si mise a ridere.

Mi parlava di un sacco di cose. Io rispondevo e annuivo e sorridevo, penso che bastava così.  Allora poi ci facemmo a piedi Gesù Nuovo e scendemmo per la Posta fino a Via Roma. Ci mangiammo due paste e parlammo di cose così, quelle che capitavano. Fu niente che ci trovammo davanti al mare. “Voglio stare sempre in una città di mare, lo sai?” “Perché?” “Guardalo. ” Lo guardai. Era il mare. Per me era solo il mare. Il mare.


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