contiene odori ma niente basilico

20 novembre 2011

Allora io mi andai a sedere e vicino a me c’era un vecchio che puzzava di armadio. La ragazza di fronte si era messa la frutta fresca sotto al naso e la sniffava con gli occhi al cielo, col libro si sventolava per passare l’aria impestata al tizio con il word acceso su una carta intestata. Lo scompartimento era pieno come Gallipoli a Ferragosto, e se pure pensavi di cambiare posto neanche in piedi te la potevi fare, perché i tedeschi avevano riempito di zaini il corridoio e uno si era pure tolti i sandali. Quando il capotreno fischiò, la ragazza fece un sospiro complice e io la volevo pure prendere in simpatia, ma stava leggendo Baricco, e così decisi di non darle confidenza.

Arrivati a Lambrate i tedeschi si guardarono in giro per capire in quale scorcio d’Italia si trovavano. Videro solo gente sudata e palazzi verdi. Nessuno si alzò dal suo posto e così rimasero a custodia dei propri zaini, con i peli biondi delle cosce che parevano piste d’atterraggio per zanzare. Il vecchio si raschiò la gola e la ragazza prese Baricco e se lo mise davanti agli occhi per attutire il colpo. Il tizio col word digitava coi due indici battendo la barra spaziatrice come una sentenza della corte di cassazione. Il vecchio si sistemò il pantalone e rimase con i palmi delle mani poggiati sulle due ginocchia, tipo la Sfinge. Io sedevo in italic con la testa nel corridoio, pregando che il tedescotto non sterzasse a destra bruscamente.

Rogoredo invece era tutta giallina e il sole martellava. C’era una, un paio di tedeschi più in là, che parlava al telefono con il fidanzato e diceva: “ma sì ma sì”. Poi si sistemava la ciocca dietro il padiglione auricolare e diceva “ma sì ma sì”. Il vecchio con un po’ di fortuna forse sarebbe morto prima di arrivare a Lodi, e l’avremmo buttato dal finestrino. Sotto sotto il tizio del word poteva anche avere braccia muscolose, e la ragazza coi pezzi di mela non aspettava altro. Un tedesco si era seduto su una pila di sacchi a pelo e tra i suoi occhi e i miei occhi pareva l’annunciazione del Beato Angelico.

Quando il treno arrivò a Lodi era finita tutta la frutta, e pure tutte le tic-tac. Il word aveva chiuso i segreti nella valigetta e sfogliava delle fotocopie con aria saputa. Il vecchio teneva le mani sulle cosce e la faccia rivolta al finestrino, da dove si vedeva solo campagna e i tralicci dell’enel. Qualcuno scese, per grazia di Dio, così un paio di tedeschi presero posto. Non salì nemmeno un cinese nello scompartimento, e dietro di noi avevano aperto i finestrini per cambiare l’aria. Passò il controllore e timbrò tutti i biglietti. Secondo me neanche guardava il timbro, lui cliccava e basta. I tedeschi prendevano il passaggio del controllore con aria assai solenne, e mentre quello faceva i buchi loro stringevano il culo sperando di essere in regola. Quando lui poi passava oltre con un grazie loro facevano un cenno con la testa, poi si rilassavano e si accasciavano sugli zaini o sui seggiolini. Il vecchio cacciò il biglietto dalla tasca insieme all’odore della solfatara di Pozzuoli.

A Piacenza la ragazza aveva preso in odio pure Baricco. Aveva adocchiato un posto dall’altra parte, dove se ne era sceso un ragazzetto dalle braccia lunghe. Sicuramente sarebbe stato meglio di quella fogna del vecchio, se non fosse che i due mustafà avevano incrociato i piedi nell’incavo tra le poltroncine formando una croce di sant’Andrea noncuranti del tedesco con gli occhiali. Con un po’ di fortuna però sarebbero scese anche quelle tre cretine che ridevano da Casalpusterlengo, e lì era rimasto solo il ciccione col Diabolik. Seguendo i spostamenti dei suoi occhi, avevo capito che la salvezza era a portata di mano, e quando la ragazza si alzò in piedi tenni le mani in tensione sui braccioli, pronto a seguirla. I tedeschi superstiti erano stati più agili, tuttavia, e si erano impadroniti dei posti delle tre cretine con una veemenza che non ammetteva repliche. Sgombrato il corridoio dagli zaini più mastodontici, ora nello scompartimento si sentiva solo di tanto in tanto: “ma sì ma sì”.

Fiorenzuola arrivò che la nostra resistenza era al limite. Avevo sniffato tutta la colla del Focus Extra e sapevo a memoria quanti giornali impilati ci vogliono per arrivare fino alla Luna, quand’ecco che il word si alzò e scese dal treno, liberando il posto di fronte al vecchio. La sorpresa fu enorme, anche perché ora il vecchio si sentì legittimato a sgranchirsi le gambe. La ragazza di fronte a me aveva retto fino ad allora, ma il colpo fu troppo, e le sue labbra articolarono un flebile “aiuto” che mi stampò il sorriso sul volto. Posò Baricco sul sediolino e alzandosi mi disse: “mi guarda la borsa per favore? vado un attimo in cerca del bagno”. Io accennai che sì l’avrei fatto, e sgranchii le mie cosce, i peli castani, non biondi.

A Fidenza la ragazza tornò a prendere i suoi oggetti personali e se ne andò. La vidi con la coda dell’occhio sedersi in fondo alla carrozza, lontano dall’inferno olfattivo. In effetti ora i posti c’erano e potevo salvarmi a mia volta. Un po’ mi dispiaceva separarmi dai tedesconi, ma decisi che dovevo a me stesso almeno dieci minuti di tregua, perciò mi scelsi un posto in finestrino, dove in diagonale c’era uno di quelli con la camicia bianca che ti recita la Bibbia a memoria. L’aria si era un po’ rinfrescata, e quando il treno ripartì mi venne pure voglia di chiudere gli occhi cinque minuti, ma ormai ero quasi arrivato, e mi limitai a guardare i campi coltivati e le macchine che scaricavano fuori dai casolari.

Arrivai a Parma pure quella volta lì. Il giornale lo dimenticai volutamente sul treno, volevo le mani libere, per una volta che viaggiavo senza niente. I tedeschi proseguivano, facile che andavano a prendere la coincidenza a Bologna. La ragazza con Baricco si era appisolata con la testa a pochi centimetri da una pratica donna con un completino a fiori che spuntava checklist con aria consapevole. Aveva un deodorante delicato. Dal binario 2 il convoglio ripartì con tutti i suoi zaini e i suoi sandali e io buttai i biglietti nel cestino, per farmela poi a piedi a casa. Mi chiamò mio fratello per sapere se ero già arrivato e senza volere gli risposi “ma sì ma sì”.


contiene un sacco di doppioni

16 novembre 2011

E’ passato il carretto che vende il pane e sono sceso io a comprarne una palatella, che oggi non sono andato a scuola, c’era la disinfestazione. Il portiere stava raccogliendo le foglie con la scopa di saggina e ogni tanto buttava l’occhio al cancello, con la gente che andava e veniva dal dottore.

Le rose si sono tutte rinsecchite, e spesso ci buttiamo i Super Santos sopra e si schiattano, così dobbiamo andare dal tabaccaio per comprarcene uno nuovo. Coi soldi di resto prendiamo pure qualche bustina di figurine. Ho un mazzetto grosso così di doppioni, me ne mancano 8 e non vogliono uscire.

L’altro ieri a scuola ci hanno portato l’album dei personaggi storici e la signorina ha dovuto interrompere la lezione, stava spiegando il Benelux. Lo vorrei fare, ma forse è meglio finire prima questo qua.

E’ caduto un panno alla signora del secondo piano. Mo’ ce lo porto, che sta di casa sopra di noi. Quando la scuola è chiusa abbiamo un sacco di tempo per giocare, fa pure assai freddo e ci dobbiamo mettere nell’androne delle scale, se viene a piovere, però poi viene il portiere e s’incazza con noi, che dice che sporchiamo. Allora ce ne andiamo a casa oppure nel cortiletto piccolo a giocare a campana.

La buca della posta è sempre scassata. La nostra è l’unica così, ma nessuno ci dice mai niente. Ormai ho imparato a non salire le scale con la mano sulla ringhiera, che ci sputano sopra. Dopo mangiato mi finisco di leggere il Topolino, sennò magari faccio la gara delle copertine più belle, che mi piace.

Il pane è ancora caldo, quasi quasi me ne smozzico un pezzo.


contiene poche cose e qualche sicché

14 novembre 2011

Mi avevano dato l’angolo opposto alla porta, sicché avevo solo una persona accanto. Tutto quello che dovevo fare era dormire, al massimo potevo contare le macchie di umido sulle pareti. Accanto a me, quell’altro si era portato un libro e leggeva col fianco dall’altra parte. Presi sonno tardi, con l’odore della muffa, le ombre sul soffitto, gli altri ragazzi che parlavano sottovoce.

Era il 12 di gennaio e l’aria era bianca davanti a ogni bocca. Ragazzine coi capelli rossi saltavano a piè pari, magri bimbi con ciuffi castani strappavano foglie dai rami più bassi. La cerimonia fu brevemente interminabile. La voce di quell’uomo piacque a tutti quanti. Mi avevano fatto sedere all’estremità della panca, sicché avevo solo una persona accanto. Potevo contare le candele accese ai piedi di una santa sofferente, al massimo ascoltare in silenzio.

I giochi terminarono con un pareggio tra i maschi, mentre a vincere fu una ragazzina con le guance rosse e il sorriso con le gengive. Il presepe non l’avevano ancora smontato. Potevamo pranzare nel refettorio, bastava che facessimo attenzione a lasciare tutto così come l’avevamo trovato. Ci toccò la panca più interna, che quasi sfiorava il crocifisso di legno. Faceva passare la fame. Le altre panche intonarono una specie di inno, noi il nostro non l’avevamo. Io mangiavo il mio panino sulla sedia all’angolo, sicché avevo solo una persona accanto. Potevo seguire i motivi sul pavimento, al massimo guardare la pianta di limone dalla grata di fronte.

Ci vennero a prendere i grandi con le loro macchine. In quella che capitò a me parlavano tutti, anche al semaforo. C’era un ingorgo davanti all’Albergo dei Poveri, con le scale piene di polvere e i muri opachi e vecchi. Nessuno scendeva e nessuno saliva. Gli altri in macchina non lo notarono neanche un secondo. Mi misi a pensare di salire quelle scale, di scenderle, di salirle un’altra volta. Si appannò il finestrino e cominciarono a fare due gocce di pioggia.

Seguii una goccia scorrere lentamente. Si unì a quella sotto, poi fu spinta verso sinistra e si fuse a quell’altro fiumicello di gocce, poi sparì. Gli altri nella macchina ridevano, io guardai la pioggia scendere per mille e mille gocce.


Contiene il volume 1 e 2 ma non il 3

1 ottobre 2011

C’è un mercatino che si tiene il giovedì sotto i portici dell’ospedale vecchio. Ci sono gli stessi identici espositori da anni e anni, ormai sono più vecchi loro che la merce che espongono. Si tratta delle solite cose: vecchi merletti, pezzi di stoffa, carabattole in legno o ferro battuto, antichi gingilli e cartoline d’epoca. Grammofoni, libretti d’opera, bomboniere e una quantità spropositata di libri, per lo più degli anni ‘60-’70.

Se ci passo davanti butto anche un occhio, ma difficile che ci trovo qualcosa di mio gusto, perché non restano che gli instant books di 30 anni fa, sfilze di Harmony, saggi che il tempo ha invecchiato e trilioni di gialli o urania. Quei rari tascabili di collane ancora oggi vive sono solo i testimoni di scelte sbagliate, libri che nel giro di pochi anni non facevano più gola a nessuno. Chissà in quale bancarella andrà a finire il mio ebook un giorno, penso, ma ad ogni modo di tanto tanto trovo qualcosa che mi interessa e che non esito ad acquistare.

L’altra volta c’era un’esposizione nuova, nel senso che avevano svuotato una cantina e avevano dunque libri freschi freschi di vecchiaia. C’era una collana d’arte, non i soliti maestri del colore spessi un millimetro e lunghi 2 metri, un’altra, e poi c’erano dei volumi rilegati sulla storia di non so quale grande personaggio. Una signora li ha notati e si è precipitata a chiedere il prezzo. Il commerciante, avendo ben letto il guizzo negli occhi della donna, ha sparato un prezzo da Sotheby’s, ma la donna non si è fatta impressionare dal momento che per lei quei volumi avevano un chiaro significato affettivo. Purtroppo la collezione era incompleta perché mancava parte dell’opera, così la signora l’ha ordinata, chiedendo con molta educazione se glielo terrebbe da parte quando arriva il terzo volume.

Il commerciante, che non fa che svuotare cantine di gente morta o quasi, non è che abbia molto controllo sui libri che gli riuscirà di proporre la prossima settimana o il prossimo mese. Fosse stato un giallo mondadori o un oscar scrittori del novecento, certo qualcuno in settimana ci resta secco che ha quei libri in casa. Probabile che morirà un vecchio con le antologie degli anni ‘40, o un’anziana maestrina che conservava storie con illustrazioni a colori. Ma prevedere che qualcuno abbia in casa il volume 3 di tale collezione, un po’ difficile.

Così, la cliente si è vista dire che sì, gliel’avrebbe tenuto da parte, ma certamente non per giovedì prossimo, ed è rimasta delusa davvero tanto. Con il volume 1 e 2  in mano si è allontanata scendendo i gradini del marciapiede con incredibile cautela e si diretta alla fermata dell’autobus per due terzi felice e per un terzo delusa. Ora io non è che voglio invitare chi ha un volume 3 in cantina a rimetterci le penne, solo dico fate attenzione a completare le collezioni perché altrimenti questo è il danno che procurate alla gente. Prima di morire, fate un bell’inventario dei libri, che non si sa mai.


contiene un panorama dietro un vetro

29 settembre 2011

Si erano fatte le otto e avevamo preso posto in auto. Mi ero seduto dietro il conducente e accanto a me avevo una sconosciuta che leggeva un libro. L’auto era di quelle nuove, completamente trasparente dall’interno verso l’esterno, in modo che lo sguardo potesse andare al cielo o ai palazzi; i sedili erano poltrone comode nelle quali affondare per la durata del viaggio; il volante era un pulsante da premere e da guidare con la forza del pensiero. Strane luci lampeggiavano là dove un tempo si trovavano le marce o il cruscotto.

Era la prima volta che viaggiavo in quest’auto, ma mi avevano tutti detto che era un bel viaggiare. La sconosciuta sfogliava le sue pagine e non le rivolsi mai la parola, raramente lo sguardo. Il cielo era privo di nuvole ma recava i segni del passaggio di qualche aereo molto in quota. La nostra destinazione fu raggiunta nel mezzo delle chiacchiere che facevamo con l’uomo anziano seduto avanti. Era salito dopo pochi kilometri e aveva molte osservazioni interessanti da fare su queste nuove tecnologie.

L’auto si fermò accanto a un palazzo di cemento di recente tinteggiato di un’ocra intensa. Il cancello aveva riflessi dorati e i balconi erano disposti con regolarità e simmetria fino al sesto piano. In alto c’era un piccolo giardino. Ci trovavamo in una strada in leggera salita, era una traversa del lungomare, che però a quell’ora era deserto, cosa che non mancammo di notare con un certo straniamento.

Il conducente e il vecchio uscirono dall’auto lasciandomi solo con la donna intenta a leggere. Avrei avuto voglia di sgranchirmi le gambe ma non osavo venir meno all’invito di non uscire, per quanto non capivo il motivo di tale raccomandazione. Così mi puntellai con i polsi sul soffice sedile cercando di protendermi in avanti, per guardare da vicino la postazione di guida. Avevo allungato anche un braccio per aprire lo sportello anteriore e far passare l’aria, ma non c’era un gran bisogno perché all’interno avevamo comunque ogni comodità.

A un tratto le lucine lampeggiarono all’unisono e l’auto si mise in moto. Ci vollero alcuni secondi per capire che stava per muoversi, ma all’indietro. Io non avevo toccato proprio nulla, e non sapevo cosa fare per arrestare il movimento del veicolo. Mi convinsi che era dovuto alla portiera aperta, così la chiusi e tornai al mio posto sperando in un ripristino delle condizioni iniziali, ma una scossa di terrore si impadronì di me quando vidi che il panorama che avevo davanti agli occhi non era più quello di un placido lungomare, bensì di una strada polverosa che non aveva mai fine.

L’auto scivolò inesorabile all’indietro. Provai a premere pulsanti, per cercare quello che doveva corrispondere al freno a mano, perché mi dicevo certo che doveva pur esistere. La donna accanto a me aveva riposto il libro ma non faceva niente ugualmente, mi osservava con disapprovazione. L’auto schivò ogni altra auto. Pareva muoversi secondo la propria volontà: quando stava per urtare un mezzo in sosta rallentava fino a frenare, poi quel mezzo spariva e l’auto retrocedeva ancora più velocemente. Così ci rinunciai. I bottoni, le istruzioni, il panorama, non me ne importava più niente.

Quando l’auto si trovò a pochi metri dalla piazza che affacciava sullo strapiombo pensai che sarebbe stata una brutta morte, ma non ebbi paura, ero solo rassegnato. La donna mi guardò e solo allora parlò, ma non trascrivo ciò che disse, perché il ricordo mi causa un gran dolore. A quel punto la corsa si interruppe in una piccola rientranza con una tettoia di bambù e sabbia per terra. Scesi dall’auto perché non mi sembrava più il caso di obbedire agli ordini, e mi affacciai sul muretto di pietra scottato dal sole per osservare il mare piatto e pieno di riflessi. Decisi di restare lì tutto il tempo necessario, e fu necessario molto tempo.


contiene una pazza a piede libero

21 settembre 2011

Potete anche non crederci ma tanto è la verità, e pertanto è incredibile.

Una signora vestita di beige con una borsa di pelle bianca e gli occhiali da sole belli grossi ha chiuso il portoncino, ha attraversato, aperto lo sportello della jeep e intanto che sistemava la borsa sul sedile laterale ha tenuto la porta aperta.

Dall’angolo a dieci metri, come in una vignetta della settimana enigmistica del ladro col martello in attesa di un passante, è spuntata una ragazza dai capelli lunghi spazzolati ore e ore, i jeans scoloriti e gli artigli affilatissimi. La ragazza ha fatto uno scatto da finale olimpica, ha preso per un braccio la donna in jeep e ha urlato “mentecatta! che cazzo ti credi di fare che entri nella mia macchina! sei una stronza!”.

Mentecatta io l’ho sentito dire penso zero volte nella mia vita. Perciò mi sono affacciato subito e ho assistito alla scena. A parte lo scatto felino, che è fiction, del resto sono testimone oculare. “Esci da qui! Esci!”. La donna, presumibilmente una madre sventurata, è uscita gridando più a bassa voce possibile: “zitta! zitta!”.

“Non rompere i coglioni esciiiiiiii”. (Penso anche qualche altra i)

La donna è uscita, ha circumnavigato l’auto da poppa ed è rientrata a sedersi a destra. “Siediti sbrigati, ho fretta, mentecatta!” (Di nuovo mentecatta. La miglior difesa è l’attacco).

Uno sportello di sinistra si è chiuso come un trailer di film d’azione che finisce sul più bello. La mamma ha urlato da dentro l’auto, stavolta ad alta voce: “ma dove vuoi andare non puoi guidare in queste condizioni!”. La figlia ha sgommato. C’era Santa Manina di servizio, e Bolso Perenne stava salendo le buste dell’acqua. Ci siamo incrociati gli sguardi come un triangolo delle Bermuda nel quale è affondato ogni nostro interrogativo. Terrò d’occhio la Gazzetta di Parmia.


Contiene ciò che accade all’uomo vintage

17 settembre 2011

L’uomo vintage ha scelto un cono non pretenzioso ai digeribili frutti di bosco e albicocca comunicandolo al gelataio con voce sicura. Facendo due passi verso la cassa ha sfilato con gesto misurato il portafogli dalla tasca della giacca doppiopetto di squisita fattura e ha estratto una ordinata mazzetta di banconote da 5 euro, riponendone una sul lucido vetro del banco, perfettamente dispiegata.

Il gelataio ha collocato il cono nel portaconi e l’uomo vintage ha preso le due monete di resto con la mano sinistra, il cono con la mano destra. Ha augurato la buona giornata al gelataio accompagnando le parole a un impercettibile inchino del busto, è uscito dal negozio e si è fermato ad ammirare la piazza vuota di gente ma non di storia, i ciottoli multicolori, il sole sul marmo rosa del placido monumento e ha appoggiato il piede destro sul primo gradino della simbolica costruzione, con un gesto calcolato ma del tutto naturale.

Il lucido di scarpe ha assorbito il raggio di sole con avidità, la calza di cotone d’un discreto grigio si è appena intravista, il medesimo delle diagonali della regimental dal nodo perfetto. L’uomo vintage ha lasciato cadere il braccio destro lungo i fianchi, le dita della mano unite come nelle foto dei governanti del G8. Senza strafare, ha consumato il suo gelato fino al bordo del cono, indi si è delicatamente sbarazzato del cono senza mai toccare il cestino dei rifiuti e si è deterso la fronte dal sudore, dacché il sole non cessava di mostrare la sua presenza.

Poco più avanti, i tavolini del bar fornivano un riparo grazie a una tettoia di giunchi. Immobili icone sacre spiavano i passanti dalla vetrina a cui sono eternamente destinate. Un turista tedesco ha letto il nome della via sulla lapide di marmo, poi ha abbassato il capo per trovare la corrispondenza sulla cartina. L’uomo vintage è entrato nel bar con una mano in tasca. Ha fatto un cenno di saluto con l’altra e si è recato senz’altro indugio al banco su cui giaceva il quotidiano locale. Non ha avuto problemi ad aprire il giornale senza incastrarsi con la catenella a cui è legato.

Il barista ha portato un bicchiere pieno a metà con un bicchiere d’acqua e alcune bollicine e l’uomo vintage l’ha ringraziato usando le parole più appropriate, esattamente al rintocco della campana.


Contiene un fatto di poco conto

16 settembre 2011

Un giorno stavo per i fatti miei al semaforo che aspettavo il verde, ma sinceramente il verde non usciva mai. La gente si era accumulata che quasi ti urtava con le borse e con gli zainetti, poi non sapevi dove guardare perché di là c’era solo un incrocio orribile, di là c’era un vialone con le macchine di corsa e di fronte c’erano i capelli di una tizia con una vetta storta sulla spalla destra.

In tutto ciò faceva un caldo della Madonna e c’era una cretina che lasciava squillare il telefono nella borsa senza rispondere, forse riconoscendo dall’orribile suoneria qualcuno che le avrebbe rotto i coglioni. Penso che quando uscì il verde fu una liberazione come quando la folla trattiene il fiato e poi il giudice di linea chiama “out!” dopo un lungo scambio sul 15-40 e Nadal si porta in vantaggio di un break su Federer nella finale di Wimbledon.

Mentre attraversavo la tizia coi capelli si spostò a trottare più a sinistra e da dietro è spuntato un sole dritto negli occhiali e un uomo calvo e abbronzato con la faccia sintonizzata sull’espressione di chi vuole prendere questione. In mezzo alle strisce mi ha fatto “che cazzo guardi?” e non ho avuto neanche il tempo di realizzare che ce l’aveva con me che già io ero di là e lui dall’altro lato.

Ecco io sono un po’ lento a rispondere a queste cose, ma visto che ho un blog, dove si presume uno ci scrive tutte le cose più emozionanti che gli accadono, dopo circa 2 anni nei quali in effetti suppongo mi siano capitate anche altre cose, indubbiamente di minor conto, vorrei dirgli che finalmente so la risposta alla sua domanda e se non è troppo tardi gliela riferirei, ma penso che chi mi legge la potrà immaginare da sé.

Pare che io non abbia prontezza di spirito su queste faccende, ma di memoria non difetto e la pazienza non mi manca, in più ho anche un blog, anche se lo ammetto, un tempo lo usavo di più, ma con l’appunto mentale di comprarmi un paio di occhiali da sole considero finalmente e felicemente chiusa questa faccenda.


Il pesce più magico del fiumastro splendidoso

13 giugno 2011

Una bella mattina Cirifuzzola andò a giocare sulla riva del fiumastro splendidoso e fece tante corse sul terreno soffice. Corse più veloce degli insetti pungentissimi e i suoi capelli volavano più vellutati dei petali più fiorellosi e delle farfallozzole più variopinte.

Cirifuzzola era felice perché il sole le scaldava il nasino e sentiva tutti gli odori più vivaci a pochi passi dallo sciaf sciaf celeste. Corse così assai che si stancò, e si sdraiò accanto a una piantina delicata, a due salti di distanza dalle piccole ondicelle spumeggianti.

I ramoscelli galleggiavano come tante barchette volanti e le nuvolonze erano gonfie come ovatta morbida morbida. Piccole apuzze ronzavano danzando nel silenzio del sonnellino di Cirifuzzola, che sognò di nuotare fino al mare come il più magico di tutti i pesci del fiumastro splendidoso.

Poi il sole si fece piccolo piccolo e Cirifuzzola rabbrividì svegliandosi. Si stiracchiò con mille ossa e sbadiglio con gli occhi pieni di lacrimottole. Fece un saltello piccolo e poi uno grande e infine scalò i gradini di pietra che portavano al ponte. Da lassù i riflessi dell’acqua erano mille più di mille e le apuzze sembravano piccole come le lucine degli occhi chiusi. Il mare non si vedeva, però Cirifuzzola lo sapeva, che il mare c’era.

Tornò a casa che aveva tanta fame, e tanta voglia di raccontare il suo sogno a qualcuno. Così corse subito dalla mammina, che era bella come cento orchidee e aveva le manine cicciotte. La mammina si abbassò e disse con voce squillante: “Cirifuzzola hai fatto il tuo pisolino? Sei una cagnolina pigronissima tu?”. Cirifuzzola scondinzolò così tanto che la mammina la prese in braccio e la coccolò assai molto. “Adesso ti porto a fare pipì”.

Mammina prese un guinzaglione arancione e lo mise al collo di Cirifuzzola, scesero mille scalini di pietra e trottarono in strada, sui lastroni squadrati di grigio, tra i macchinoni sonnecchianti e tra i bidoni puzzolenti. Mammina strattonò Cirifuzzola e disse: “Domani ti porto al parco, te lo prometto. Ma oggi mi fanno male le ossa.  Domani ti porto a fare una bella passeggiata al parco”.

Cirifuzzola fece una pipì lunga lunga all’angolo del palazzone gigantissimo. Mammina rise con i denti fracidi. “Cirifuzzola che hai fatto, un fiume? Eheh. Un altro poco e arriva dritto dritto al mare. Torniamo a casa, fai la brava!”. Cirifuzzola scodinzolò abbastanza e tornò a casa con mammina. Si accucciò accanto a lei e ascoltò le storie che mammina le raccontava, fino a che non si chiusero gli occhioni neri neri, un’altra volta.


Cronache di Parmia - si alzò la polvere

14 aprile 2011

Ormai erano passati tre giorni senza manco una telefonata, e non l’aveva mai messo in carica, per miracolo che non si era scaricato. Ora però se ne doveva uscire per forza, che apriva il negozio, e non se lo poteva portare, perciò lo lasciò lì, accanto al portaritratti con la sorella dentro, chiuse a chiave e se ne scese in ascensore, con la schiena allo specchio. Faceva assai freddo per essere estate quello sì, ma di prima mattina certe volte così succedeva e per fortuna il cielo era uno splendore, capace che domani se ne poteva andare al mare un’altra volta. Nella posta c’era solo una cosa della banca, forse l’estratto conto. Dal vetro si leggeva appena appena il cognome.

Fuori, nel cortile, c’era la signora Aida che parcheggiava la bicicletta nella prima rastrelliera, stava già facendo il terzo tentativo. Era già assai alla sua età che riusciva ancora a salirci sopra, però. Il mese prima era svenuta per il calore e così era venuto il figlio piccolo a passare una mezza giornata con lei e si era portato pure la valigetta coi cacciavite, si vede per mettere a posto il ventilatore. Quando poi c’era stato l’acquazzone l’altro giorno il sellino della bici si era macchiato perché nessuno ci poteva mettere la plastica sopra. La signora Aida era andata a comprare la frutta prima che si facevano le nove, perché a quell’ora già non poteva più uscire di casa, così diceva la televisione. Dalla busta di plastica si vedevano due pomodori per l’insalata e forse dall’odore aveva comprato pure le pesche.

La ferramenta ancora non aveva aperto. C’aveva una specie di insegna a forma di chiave che doveva essere blu ma col tempo si era scolorita e sembrava più viola. D’autunno con la lucetta gialla non c’era male. Il negozio aveva pure una vetrinetta che però nessuno mai ci guardava, perché c’era un camioncino parcheggiato davanti tutto il giorno. Maddalena si affacciò al balcone per stendere i panni, era nel lato del palazzo, sopra il negozio. Da lì forse si vedeva fino al semaforo e uno poteva contare le macchine fino a 100, se voleva. Appese per ultime un paio di magliette e se ne tornò dentro lasciando aperta la porta.

La figlia del dentista aveva fatto la femmina. Il fiocco nascita svolazzava davanti al citofono ormai da tre giorni. Dice che al parto se l’era vista brutta lei e la bambina pure. Quel condominio era sfortunato, l’anno passato l’ultimo figlio dei pakistani era andato a finire sotto una macchina e l’avevano tenuto in ospedale tre settimane. Ogni tanto andava ancora a fare gli accertamenti. Però avevano messo un ficus nuovo nell’androne, senza togliere la carta crespa dal vaso.

Al semaforo era arrivato per prima l’8. L’autista teneva il gomito fuori dal finestrino e c’erano solo due vecchi seduti uno dietro l’altro. Le strisce pedonali si erano scancellate quasi. La barista stava pulendo il tavolino con una pezza. D’estate si volevano sedere tutti là fuori e lei doveva fare avanti e indietro, che oggi il figlio aveva l’esame all’università. Aveva già una ragazza che veniva ogni tanto quando serviva, ma stamattina aveva chiamato che faceva tardi, e ancora non si era vista. Il figlio ancora non era andato fuori corso, ma tanto le rette gliele pagava il padre, almeno quelle, le pagava veramente.

Si era alzata la polvere improvvisamente. Non si poteva respirare. Stavano aggiustando la strada sul viale e si erano messi già di prima mattina a faticare con le loro divise arancioni. Le scarpe erano diventate subito una schifezza. Nino l’avrebbe richiamato senz’altro, porca miseria. Il giornalaio gli fece uno sguardo di comprensione. Erano due giorni che non si fermava nessuno in quel casino, e non parliamo del rumore.

Nino era arrivato neanche dieci secondi prima, c’erano ancora i pacchi a terra.

“Che hai fatto alle scarpe, sei andato a zappare stamattina?”

“Stanno facendo la strada qui vicino”

“Sì ma fai schifo così, vattele a cambiare”

“Non ce l’ho qua un altro paio, che ne sapevo”

“E va a casa, tanto che ci vuole, cinque minuti, i pacchi li metto a posto io basta che ti rendi presentabile Cristo Santo”

“Vado e torno”

Fanculo Nino e le sue scarpe. Ahmed stava bagnando la strada e Salvo si stava sistemando quei cosi alle orecchie, che dovevano iniziare a darci dentro. Passò di corsa davanti al bar, c’erano due tipi che aspettavano il caffè al tavolino. Uno giocava a spostare il posacenere di vetro, quell’altro guardava di là. Dal semaforo si vedeva un balconcino coi panni stesi ad asciugare. C’era un albero davanti, vallo a capire che albero era. La chiave entrò nel portoncino al secondo colpo, salì a piedi tre gradini per volta, fino al terzo piano. Il cellulare squillava.

Entrò che gli sbatteva forte il petto, fece una via dritta fino in camera e schiacciò il verde senza neanche leggere: “pronto!”

“Ah finalmente quanto ci metti a rispondere? Ha squillato 15 volte!”

“Nino”

“Sì, sono io senti prima di tornare ti volevo dire passa a ritirare il materiale da Tommaso, gli ho detto che mezz’ora stai lì. Tanto oggi non viene nessuno, ce la faccio pure io solo”

“Sì”

“Ma hai capito?”

“Sì sì”

Si tolse le scarpe premendo i talloni con l’altro piede e guardò il registro delle ultime chiamate. Poi aprì l’armadio e quand’ebbe finito, senza dire una parola, tornò a chiudersi la porta alle sue spalle. La donna delle pulizie si fermò un secondo per farlo passare, poi strizzò il mocio.


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