Stavano sbocciando le roselline

9 aprile 2011

Poi uscì di corsa per strada e urlava, urlava. Le fiamme dietro la schiena cadevano pezzi di stoffa, si accartocciavano sull’asfalto e poi diventavano nere mentre che urlava, il fumo, la carne e il fuoco. Finì ginocchia a terra, si chinò davanti, crollò di lato e morì supina. L’aria era bollente e la piccirella dormiva nella culla.

La trovarono perché la sentirono. Portarono una coperta marrone e rimasero in tre ad aspettare. Uno staccava le foglie delle ortensie e poi si annusava le dita, uno guardava negli occhi la gente affacciata al balcone e poi quell’altra di là, poi quell’altra di là. L’altro guardava la coperta marrone e non diceva una parola.

Dalle scale si vedeva il braccio che usciva. Mimmo disse a Tommasino: “chi è?”, e Tommasino disse: “la pazza”. Mimmo sputò nel vaso di gerani della signora di sotto. “E come è morta?”. Tommasino si alzò sulle punte per vedere se aveva centrato il vaso. “Boh. E’ morta”. Mimmo parve soddisfatto della risposta. “Andiamo ad acchiappare le lucertole”.

La signora del secondo piano aveva davanti agli occhi le urla. Le vedeva nelle orecchie. Di fronte c’era la tendina della cucina della morta. Aveva appeso i pomodori a seccare fuori al balcone, e sulle funi stavano ad asciugare le tovaglie e gli asciugamani. Vicino alla ringhiera stavano sbocciando le roselline.

La puzza si tolse e la coperta pure. L’infermiera doveva pigliare servizio e prese la Cinquecento, fece manovra e girò di là. Rimasero due pezzi di stoffa a girare sotto le ruote. Venne sera pure quella sera e Graziella spezzò i plasmon nel latte e mise a dormire la bambina. Disse al fratello che sul manifesto dovevano scrivere: “tragicamente, è mancata all’affetto dei suoi cari” senza mettere i nomi dei parenti. E lui disse: “stamattina si è messa a pulire la vasca del bagno, di prima mattina”.


Però non tanto

27 marzo 2011

Quando la signorina Gemma si buttò dal quarto piano i bambini stavano giocando a nascondino dietro il cortiletto piccolo. Fabio si era nascosto dietro la cinquecento gialla, Peppe si era scelto il cespuglio accanto al salice, quello vicino alla fontanella, e Raffaella stava dritta dritta dietro il pilastro del garage numero 23. Sentirono plof, sì, però nessuno si mosse, che Vincenzo ancora contava fino a 31.

Il parrucchiere aveva lasciato le finestre aperte che sennò con tutti e 4 i caschi si moriva dal caldo. Marisa stava leggendo l’oroscopo e diceva “Leone: l’estate sarà piena di sorprese”. La dottoressa dormiva col giornale aperto sul fotoromanzo. Il plof lo sentì solo la sciampista, però girò solo la testa che non poteva lasciare Luisella coi capelli bagnati.

Carletto stava litigando col fratello, che gli aveva strappato la pagina di Topolino e lo chiamava quattrocchi. La mamma disse “statevi zittiii” che non riusciva a dire due parole al telefono e se non faceva un tiro la sigaretta le sarebbe caduta pure sulla moquette. Intanto che qualcosa faceva plof lei si segnò il numero del falegname sulla lavagnetta a muro. Il pennarello già non scriveva più.

Franca e Salvatore si stavano baciando davanti ai gerani. La zia era andata un secondo di fronte che la vedova chiesto se per favore l’aiutava a piegare le lenzuola fresche lavate. Sentirono plof che Salvatore aveva messo la mano sulle tette e Franca gliela spostava, però non tanto.

Vincenzo contò fino a 31 e con la coda dell’occhio aveva già visto dove si era nascosta Raffaella, così fece una corsa e disse “1 2 3 Raffaella dietro al muro!”. Raffaella disse “non vale imbrogli!” e intanto che nessuno lo pensava Peppe corse da dietro il cespuglio per andare nell’androne dell’altra scala. Senonché la signorina Gemma era lì che aveva il balcone. Peppe urlò così assai che pure la dottoressa si svegliò da sotto il casco. Salvatore aprì gli occhi e si sporse dal balconcino, disse “entra dentro non vedere”, ma Franca si affacciò pure lei.

Salvatore scese le scale subito e bussò il dottore al primo piano. La gente già era scesa e Peppe si era pisciato sotto. La vedova staccò la spina dal ferro da stiro. Marisa arrivò con tutti i bigodini, uno cadde per terra e rimase accanto alle scarpe della signorina Gemma.  Il dottore disse: “è morta”.

Carletto stava leggendo che Rockerduck aveva vinto una gara contro Zio Paperone. Si era strappata la pagina con la pubblicità della Big Babol. Arrivarono a prendere la signorina Gemma e poi il portiere del palazzo passò il secchio d’acqua per terra. Fabio andò a casa e disse che a nascondino aveva vinto lui.


Senza data di scadenza

27 febbraio 2011

Un sacco di ricordi belli ce l’ho che sono cose che ora non contano più a niente, ma sono ricordi belli.

Come quando nella stazione del mio paese si aprì un bar, piccolo, senza niente, ma potevo comprarmi le gomme intanto che aspettavo il treno. E un giorno arrivò un treno nuovo a due piani, e salivo al piano di sopra giusto perché mi sembrava una cosa nuova. O quando arrivavo a Napoli e per attraversare Piazza Garibaldi ci mettevo 20 minuti facendo lo slalom tra le macchine.

Una volta un amico comprò dei pastelli in un negozio di Forcella e gli feci compagnia, e passammo davanti a una chiesa e c’era una vecchia che dava da mangiare ai piccioni. C’era il negozio dei cambi e leggevo sempre il cambio della lira così intanto che camminavo. Il posteggiatore si contava i soldi, nel cortile della facoltà c’era sempre qualcuno seduto sul muretto vicino alla fontanella.

Oppure quando mamma ci portava alla Rinascente, che poi ci fermavamo a prendere una pasta o un panino alla Motta, che stava lì fuori. Poi ci facevamo tutto il rettifilo a piedi, con le buste piene, e in fondo alle buste c’era sempre un libro o un gioco, perciò la stanchezza non la sentivo.

Altre volte me ne andavo fino in piazza Plebiscito e mi sedevo sulle catene sotto alle statue di gente morta 700 anni fa. Poi qualcuno sempre passava, degli amici miei, e andavamo a prenderci una granita lì sul lungomare, o ci affacciavamo dal Palazzo Reale per vedere le macchine che uscivano dalla galleria.

E dopo il cimitero c’era una via e dopo quella via si era aperta una pizzeria, e andammo lì in quattro, che conservo ancora lo scontrino e mi ricordo le risate delle mie amiche, e che musica sentivamo, e che il giorno dopo non avevamo fatto i compiti.

Poi la sera si accendeva la luce gialla del lampadario e le altre stanze erano scure, così non ci andavi più.

C’erano i nani nel giardino sotto la sopraelevata, e non l’avevo mai visto un giardino così. Al supermercato mi diedero 5 lire di resto, e neanche quelle ormai si vedevano più in giro. Mi pesavo sempre sulle bilance fuori dalle farmacie, perché era divertente. Invece su certe giostre non ci andavo mai e ormai non esistono più e non ci posso più andare.

Neanche sulla funivia ci voletti andare e così nelle foto io non ci sono. Mi è sempre venuto più facile dire di no e così è per quello che le cose stanno come stanno, perché invece i sì li ho detti per paura di dire un’altra volta no, e non ci ho mai azzeccato. Così se possibile, meglio che nessuno mi fa delle domande, che almeno non sbaglio.

Un giorno poi coi soldi del primo stipendio mi comprai una camicia e un paio di scarpe, che le ho buttate qualche anno fa. In cantina trovai un casco e non era il mio, l’ho regalato e ora è in un’altra cantina.

Avevo quell’altro amico che una sera si ubriacò e si fece notte, e non si svegliava. Da sopra la tangenziale si vedeva il sole che quasi quasi spuntava su mezza Napoli. Laggiù in basso era tutto piccolo piccolo. Si svegliò e vomitò in mezzo alle ginestre. Poi disse vieni ti accompagno a casa, si sono fatte le 5 e mezza. E così fece.


il post di fine anno

31 dicembre 2010

Non è un post patetico o triste o riepilogativo o di buoni propositi o altre cose che si rispolverano giusto a fine anno. E’ solo che non avevo scritto niente in dicembre e non sopporto l’idea che l’archivio di “dicembre 2010″ poi rimane vuoto, quando fra 80 anni muoio e uno vuole leggere le cose che ho scritto.

Sennò poi si chiederanno “come mai non ha scritto niente a dicembre 2010?” e penseranno che forse avevo l’artrosi alle falangi, oppure i ladri avevano svuotato l’appartamento, o magari ero alle Maldive a bere Mojito, oppure penseranno che forse ero cieco o che scrivevo poesie alla luna o che un hacker mi aveva cambiato la password.

Questa cosa non può essere. Ve lo dico ora senza che aspettiamo il 2090: non avevo scritto niente perché i primi 20 giorni mi stufavo, e gli ultimi 10 non avevo l’adsl per un maledetto guasto. Già che ci sono, gli auguri li faccio lo stesso a chi legge, sennò poi nel 2090 dicono che ero cafone, e anche questo non può essere.


il post del completerremoto

23 novembre 2010

Se io mi ricordo una cosa di 30 anni fa allora vuol dire che nei miei ricordi già c’è il passato remoto e questo se ci pensate può succedere solo ai vecchi. Certo certo.

Andiamo con ordine e metodo e giudizio. Quando venne il terremoto io la mattina ero sul Vesuvio coi lupetti. Ero felice perché avevo avuto il totem! Una soddisfazione come l’assolo di Glee. Era domenica  e venne pure a nevicare, e io non l’avevo mai vista la neve, inoltre i cani abbaiavano e c’era un’atmosfera raggelante. Solo che a quell’epoca ancora non avevo letto tanti libri perciò il finale ancora mi faceva fare la faccia sorpresa così: “!”.

Poi mamma preparò la torta di carote e vennero gli zii e i cugini a casa (sì è già fatta sera, questa storia è veloce) e loro parlavano e noi giocavamo. In realtà avevo inventato un gioco nuovo e giocavamo a quello, in mezzo al corridoio. Non faccio che inventare giochi, qualcuno se ne è accorto?

Così sentimmo quel rumore spaventoso e si spense la luce e i palazzi dalla finestra andavano di qua e di là. I grandi si alzarono di corsa e presero i piccoli che trovavano, andammo sulle scale e c’erano decine di grandi e di piccoli, che scendevano le scale. Mamma mi teneva per mano, scendecorrevamo nel buio. Gustavo Dorè.

Nel cortile eravamo in 100. Tutto il condominio era lì al freddo ma le case stavano in piedi, belle le crepe. I clacson lì fuori e poi scese la nebbia, faceva freddo. Mamma svenne, un signore prese una tv portatile nel garage e lì vedemmo che era successo. I telegiornali dell’epoca non erano così luccicanti. Allora papà salì in casa a vedere che era successo, anche se fu temerario, dopotutto poteva cadergli addosso. Gli zii andarono via in macchina. Niente cadde addosso a papà, però i libri erano caduti dagli scaffali e si erano rotti i lampadari.

Il rumore era stato terribile, ve lo dico. Così mi ritrovai in macchina, poi nel traffico, 0 all’ora, c’era tutto il paese in macchina, nella nebbia, poi dalla zia, quella che abitava in periferia, in campagna.

Quella sera ci toccava il lettone della zia, a me e ai miei fratelli. Prima di dormire inventai un gioco, che era quello di creare una storia con i personaggi dei cartoni animati. Giocammo.


il post di chi non sa nuotare

5 novembre 2010

Avevo comprato i jeans nuovi e mi andavano giusti giusti. In stazione c’erano un sacco di polacchi, il pullman li aveva scaricati a mezzogiorno, i maschi fumavano appoggiati ai pilastri, le ragazze chiacchieravano in cerchi da 3. Mi era venuto a prendere con la vespa, quando mi vide arrivare sorrise subito, perciò pensai che i jeans mi stavano bene, e sorrisi pure io. Mi diede il suo casco e così salii dietro, ingranò e imboccò piazza Garibaldi.

Lo tenevo abbracciato poco poco, perché mi scocciava che pensava che ero un tipo azzeccoso. Col casco non sentivo quello che mi diceva, ma penso che non diceva niente, cioè qualcosa così, tanto per dire, che poi andava bene lo stesso. Piazza Garibaldi era così piena di macchine. Prese il rettifilo che mi dovetti tenere meglio. La gente era troppa per strada.

Signore con le borse dei negozi, marocchini a vendere le cinte, i ragazzi con lo zainetto, la vecchia con le varici, il tizio che fuma, il poliziotto, un sacco di gente. Mi voltai con la faccia sulle sue spalle, che sentivo che aveva un odore troppo buono. Mi innamorai stando dietro alla vespa solo a guardargli il collo. Arrivammo ai Quattro Palazzi e prese per via Duomo, mi venne quella cosa nella pancia a fare insieme a lui la strada che invece facevo a piedi la mattina per andare all’università.

Entrò in Spaccanapoli che non si camminava veloce, perché la gente non si spostava. Così però lo sentivo quando parlava. “ci andiamo a prendere una pizzetta o un gelato che dici?” “boh come vuoi tu” “posiamo la vespa poi andiamo a prenderci due paste” “sì va bene”. Posò la vespa a San Domenico Maggiore e ce la facemmo a piedi. Aveva una t-shirt bianca e le braccia, quando scesi dalla vespa, ce le aveva gelate, le sfiorai.

“Entriamo qui a Santa Chiara, così stiamo un po’ tranquilli che dici?” “Sì sì, entriamo”. Io dicevo sempre sì, per me era uguale. Pure nel parcheggio di via Medina o nel Museo di Capodimonte, chi se ne fregava, bastava che stavamo vicini. Così entrammo nel cortile e ci mettemmo a sedere fuori dal chiostro. Il muretto era alto e facevo penzolare i piedi come i bambini. Lui si mise a ridere.

Mi parlava di un sacco di cose. Io rispondevo e annuivo e sorridevo, penso che bastava così.  Allora poi ci facemmo a piedi Gesù Nuovo e scendemmo per la Posta fino a Via Roma. Ci mangiammo due paste e parlammo di cose così, quelle che capitavano. Fu niente che ci trovammo davanti al mare. “Voglio stare sempre in una città di mare, lo sai?” “Perché?” “Guardalo. ” Lo guardai. Era il mare. Per me era solo il mare. Il mare.


il post al buio

27 ottobre 2010

Andò via la corrente dopo pochi minuti. Mamma si alzò dalla sua sedia per prendere la candela. Si sentì sfregare il fiammifero, poi la cera colò sul piattino e Bimbo ci mise le manine accanto. Mamma prese le castagne e ne fece rotolare 3 sul tavolo. Bimbo ne aprì una, ma non so dire se la mangiò: si vedono solo le sue manine in questa storia qua.

Mamma cominciò a cantare la canzoncina del buio, quella che ha il ritornello che fa “na na, na na, na nanana na” e si avvicinò alla candela, così che Bimbo potesse vedere meglio le sue parole. Cantava piano piano, perché non conosceva un’altra canzoncina del buio e la voleva far durare tanto, così però le veniva più triste di quello che era. Bimbo prese la seconda castagna e disse qualcosa, ma non so dire cosa: la sua voce non si sente tanto bene, in questa storia qua.

Allora Mamma finì la sua canzoncina, prese la manina di Bimbo e disse: “vieni in braccio a Mamma”. Bimbo fece il giro del tavolo e andò in braccio a Mamma, che avvicinò il piattino con la candela dalla sua parte. Purtroppo ora non si vede più neanche la manina di Bimbo, può darsi che dorme, non sono sicuro. So che Mamma cominciò a piangere zitta zitta. Perché, non è spiegato, in questa storia qua.

La terza castagna cadde a terra e rotolò da qualche parte. Mamma lo capì dal suono. Chinò la testa verso Bimbo e lo tenne stretto a sé più forte che poteva senza fargli male. Si alzò piano piano che lo voleva mettere a letto. Le faceva male il braccio perché Bimbo pesava, ma prese il piattino con la candela con l’altra mano, andò verso l’altra parete senza sollevare i piedi, per paura della castagna caduta, poi trovò il comodino, poggiò il piattino. La fiamma tremò molto, ma Bimbo dormì.

Mamma tornò a sedersi sulla sua sedia. Spostò la candela alla sua sinistra. Bimba cullava la sua bambolina coi capelli fulvi. Mamma le disse: “vedrai che fra poco torna la luce”, e Bimba annuì due volte.  Quello che Bimba disse alla sua bambolina, non è spiegato, in questa storia qua.


il post senza serratura

19 ottobre 2010

Entrò in casa alle tre di notte, dal balcone della cucina, che l’avevano lasciato aperta la porta. C’erano i piatti a tavola, due pezzi di pizza, già fredda. Il gatto osservò dal suo cuscino sul divano senza dire una parola. Sul mobile del telefono c’erano 40 euro messi dentro una bolletta piegata in due. Dal corridoio si sentiva russare qualcuno, non si arrischiò.

In cucina non c’era molto che valesse la pena prendere, la tv era ingombrante e si sarebbero svegliati. C’erano pochi ninnoli d’argento. Il gatto dormiva, ora. Prese la pizza, la piegò mezza e mezza, se la mangiò mentre guardava nelle tasche delle giacche appese all’ingresso, poi se ne tornò lentamente fuori, scivolò lungo la grondaia, poi in strada, in macchina, altrove.

La mamma pensò che i soldi li avesse presi il figlio. Non disse niente al marito e andò a pagare le bollette coi soldi della spesa. Cucinò le alici e ne diede due al gatto. Pensò che i gerani li avesse rovinati il figlio quando si era fumato la sigaretta lì fuori, la sera prima. Li sistemò. Pensò che il figlio si era alzato di notte a finirsi la pizza, tanto lo faceva sempre, e buttò i cartoni senza dire una parola.

Il figlio tornò alle due e disse che le alici non aveva voglia. La mamma non disse niente. Si alzò e ruppe due uova, per fargli una frittata. Dopo il caffè, il padre uscì a far lavare la macchina e lui approfittò: “mammà, mi servono 40 euro, che ho visto un paio di scarpe”. La mamma non disse niente. Quando il figlio scese a farsi il caffè al bar spostò il gatto dal cuscino e aprì la federa. Prese la scatoletta di cartone coi soldi dentro, contò 40 euro e aspettò che si faceva sera.


il post budino

10 ottobre 2010

Pallottola e Bollino rotolarono giù dalla collina veloci veloci piegando l’erbetta rugiadosa e strappando piccoli petali profumati dalle primule più timide. I conigli li guardavano stupiti nascosti dai cespugli più riparati e gli uccellini si appollaiavano ai rametti più bassi cantando deliziati dal fresco venticello e dall’odore della resina.

Pallottola lanciò un sassolino nello stagno e contò i cerchi d’acqua, mentre le ranocchie gracidarono sulle foglie più lontane e le libellule ronzarono un po’ più in là.

“Vieni Bollino! Ho fatto mille cerchi!” - urlò Pallottola.

“Arrivo subito! Guarda cosa ho trovato!” - rispose Bollino, tenendo in mano un piccolo uccellino caduto dal nido.

“Come è bello! Come lo chiamiamo?” - Pallottola era entusiasta.

“Chiamiamolo Cippolo, perché ha detto cip!” - Bollino era molto protettivo.

“No no, chiamiamolo Pistipòpils!” - “Sì! Pistipòpils!”.

Pallottola corse subito a prendere un liscio vermiciattolo sotto la pietra dell’alberello e imboccò Pistipòpils. L’uccellino disse “cip!” mentre Bollino lo accarezzava. “Guarda, mangia!”

Allora Pallottola diede a Pistipòpils altri 3 vermetti, ma poi sotto la pietra non ce ne erano più. Così disse a Bollino che dovevano tornare a casa, e Bollino disse: “Lasciamo Pistipòpils qui nel nostro nascondiglio segreto, così domani torniamo e gli diamo da mangiare”. Pallottola pensò che era veramente una buona idea così disse: “sì!”.

Tolsero i rametti secchi, le foglie giganti, l’asse di legno e il sasso gigante, e misero Pistipòpils nella loro buca segreta insieme alle pietruzze colorate, alle uova biancolatte e alle noci magiche. Poi ricoprirono la buca con l’asse, la camuffarono con i rametti secchi, le foglie giganti e la tennero ferma col sasso gigante.

Pistipòpils disse: “cip!”, ma Bollino e Pallottola non sentirono niente. Così Pistipòpils disse più forte che poteva: “cip!”.


il post in andante moderato

7 ottobre 2010

L’ultimo sorso, poi si alzarono. Quello alto lasciò i soldi sotto il posacenere. “Offro io, non c’è problema”. “Scusami, ma ho perso il portafogli, sicuro sarà in macchina”. “Tranquillo, per una pizza.” “Sentiamoci” “Ti chiamo io”.  Ognuno se ne andò per conto suo senza dire una parola di più.

Nella casa al secondo piano Laura si sentiva ancora male. Spostò la tendina intanto che l’acqua bolliva, aveva già messo la camomilla nella tazza. Guardare la gente per strada l’aiutava a distrarsi un minuto. Erano già le due e un quarto. Le venne in mente quando si comprò quella camicetta e sorrise con mezza bocca.

Mimmo era tornato dal lavoro manco un’ora fa. Ancora non riusciva a prendere sonno e si era affacciato al balcone. A quell’ora il vento sul palazzo era freddo e faceva venire le lacrime agli occhi. Per strada c’era uno che si stava allacciando la scarpa ma dal quarto piano a stento si capiva.

Andrea se ne stava sotto le coperte e mandava sms a qualcuno. E poi questo qualcuno rispondeva e Andrea guardava il soffitto a occhi chiusi. I rumori della strada lì accanto erano di compagnia almeno quanto lo squillo del messaggino.

Sofia si svegliò per la tachicardia. Si mise a piangere girata dall’altro lato, sennò il marito se ne accorgeva. Sentì uno che gridava e manco ci fece caso lì per lì. Poi lo sentì un’altra volta e si alzò per guardare chi era. C’era un tipo accasciato a terra, un piano più sotto.

Andrea era corso in strada così come stava, non appena aveva sentito l’urlo. Ci aveva messo due secondi a capire che era una cosa seria. L’uomo a terra aveva perso i sensi. Andrea si girò verso il palazzo, c’era la luce accesa al secondo piano e una ragazza dietro una tendina. Le disse: “chiama l’ambulanza!”. Laura pigliò subito il telefono.

Il marito di Sofia si era svegliato. “Sofia vieni a dormire”. Sofia girò la testa verso il letto disse sì poi rimase dietro la finestra.

Mimmo buttò il mozzicone spingendolo col medio dal pollice e se ne entrò in casa. Il calore gli fece venire i brividi dietro il collo.

Andrea stava seduto sul marciapiede con la testa di quell’uomo sulla coscia. Dal locale uscì una coppietta e fece finta di non capire. Laura scese pure lei. L’uomo manco respirava. Rimasero per strada senza dire una parola. Si erano accese altre luci anche da altri palazzi.

Quando arrivò l’ambulanza l’uomo era morto già.

Sofia se ne andò in cucina, si sedette a capotavola e si mise a piangere con la luce spenta. Laura si bevve la camomilla che era diventata fredda. Andrea trovò un sms sul cellulare, lo lesse, lo guardò, lo rilesse, si girò dall’altro lato e poi si mise le scarpe, prese la macchina, andò all’ospedale. C’era questo morto e la puzza di disinfettante. Non sapevano come si chiamava, dissero ad Andrea, era senza documenti.

Un tizio alto entrò in casa e si tolse subito le scarpe. Posò le chiavi sul tavolino e se ne andò in bagno senza manco accendere la luce. Finì la doccia e andò a prendersi qualcosa dal frigo. Sul divanetto della cucina c’era un portafogli. L’aveva veramente perso, allora. C’erano 70 euro freschi di bancomat, due o tre tessere, qualche monetina. Sulla foto della patente era venuto bene.

Peccato aver già cancellato il suo numero di telefono.


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