Pensare richiede tempo

27 febbraio 2008

La brioche era ancora croccante. A parte il cielo cupo, quella giornata non aveva nulla di sbagliato, però c’era in lui una strana insofferenza, simile a quando un ricordo non affiora e non riesci a concentrarti su nient’altro. Non si ricordava che giorno fosse, che strano. Di solito la gente sa sempre se è l’8, il 15 o il 31 del mese. Lui non se lo ricordava. Forse era quello.

All’improvviso, il silenzio. Qualcosa di sbagliato in quel silenzio, ma cosa? Diede un morso alla brioche sporcandosi le dita di zucchero. Mentalmente si fece un appunto di non comprare più quelle così appiccicose, poi di nuovo il silenzio. Ecco cos’era: il bimbo aveva smesso di piangere. Erano giorni che piangeva, i dentini forse.

L’orologio segnava le 10. Pensare richiede tempo. Si vestì, si fece la barba senza tagliarsi ed uscì. Con quel cielo grigio anche i cappotti delle vecchie sembrano del colore dei muri ammuffiti. C’era un uomo sul marciapiede intento a portare dei pacchi in una panetteria, ne uscì un odore di pane appena sfornato e di pizza calda. Trovò la sua panchina, il vento gli fece venire i brividi alle caviglie. Era lì che andava in quelle giornate storte.

Un vecchio scese dalla bici e si venne a sedere accanto a lui. Cominciò a leggere il giornale dalla pagina sportiva, borbottando in dialetto qualcosa di scontato. Meglio di niente, tutto sommato. Con un po’ di fortuna, il sole sarebbe uscito per mezzogiorno e lui avrebbe ricordato quello che si ostinava a non ricordare.

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