Perciò si alzò

2 Gennaio 2008

L’aria entrò fredda e violenta dalla finestra aperta. Le tende flapparono nella solitudine della stanza, scompigliando i fogli lasciati sulla scrivania. Invisibili goccioline d’acqua gli bagnarono il volto, ma nel buio nessuno le avrebbe notate, per cui lasciò che il gelo gli riempisse i polmoni, lentamente. E poi si lanciò nel vuoto, senza mai toccare terra.

La luce arancione si mischiava all’odore di carne. Si era tolto le scarpe e si massaggiava i piedi nei calzini di spugna. Sul tavolo, una birra e del pane; qualcuno alla tv. La grata della finestra dava sul marciapiede, ma solo in pochi, passando, sbirciavano all’interno. Passò il capodanno sperando di sorridere al primo che l’avesse osservato.

C’era tanta folla con gli occhi all’insù, a guardare i fuochi colorare il cielo di rosso e di giallo. Gli sguardi pietrificati e sorrisi alcolici, le orecchie colme di buoni propositi. Tanta felicità fluttante nell’aria, nessuno che riuscisse realmente ad afferrarla. E ancora rosso, nel cielo, e giallo.

Si era messo il vestito buono, ed aveva cenato in salotto. A lei l’odore di muffa non dava fastidio. Aveva alzato i termosifoni e poi si era appisolata poco prima della mezzanotte. Lui le aveva detto che sarebbe tornato, per cui rifiutava di credere che potesse averle mentito su una cosa simile. Ci sperava ogni capodanno, da 30 anni. E se non questo, sarebbe tornato il prossimo anno. Perciò si alzò per sparecchiare.

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