quiete

6 aprile 2008

Due bambole giacevano sul letto. La prima era scapigliata e nuda, la seconda morbida e rossa. La bimba dormiva con un piede fuori dalle lenzuola. Pezzi di costruzioni e giochi colorati si tingevano di nero nel caldo della notte.

Sul letto rifatto, un rosario ed un paio di asciugamani. Una cornice d’argento sul comodino, con un uomo sorridente. Nella stanza vuota, l’orologio scandiva la solitudine fendendo i silenzi come una spada.

Un uomo spazzava i rifiuti raccogliendoli in una paletta verde acqua. Il lungomare si svuotava, lasciando la spiaggia aperta solo agli sciocchi ed agli innamorati. Le onde si infrangevano solo per i primi.

Il figlio dormiva, la figlia dormiva. La mamma, finalmente, riposava.

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 La bimba stava giocando fuori, sul terrazzino della cucina. Faceva caldo e il sole giocava con la ringhiera a creare poligoni d’ombra. A lei piaceva usare i gessetti colorati sulla parete, tra i vasi di gerani e i barattoli di latta.

L’ombra della donna la fece voltare di scatto. Il suono fu di cocomeri troppo maturi. “Mamma!”, disse. Sull’asfalto, il corpo di una vecchia. Si diceva che fosse pericoloso lasciarla in casa da sola. Il suo volo si era concluso in una macchia rossa. “Mamma!”, disse ancora, “mamma!”.

La gente accorse. Volevano vedere, ma poi si mettevano le mani davanti agli occhi, come gli adolescenti coi film d’orrore al cinema. Chi aveva già visto diceva ai nuovi arrivi: “non vedere”, invano. Il sole era giallo. Agosto, forse. Il figlio fu il primo a sapere la notizia.

Qualcuno ripulì i resti purpurei, quella sera. L’argomento del giorno era stato deciso in ogni casa. Le zanzare furono particolarmente insopportabili e nessuno mangiò cocomero. La figlia seppe della notizia che era al mare. Almeno, così si diceva.

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Drappeggiarono di lutto la porta di casa, ma non venne tanta gente a far visita ai figli. Il tavolo del salotto era stato spolverato ed il sole faceva riflettere la polvere ai bordi del lavoro ad uncinetto. Alle pareti, nature morte e un orologio con la cornice dorata. La sedia era rigida.

La gente annuiva, la figlia annuiva, il figlio annuiva.

In chiesa un uomo continuava a tossire. Avevano detto al prete che si era trattato di un incidente. Non c’era modo di sapere cosa fosse successo, a meno che i piccioni non avessero imparato a parlare. E la bimba, lei sapeva dire solo “mamma!”.

Qualcuno gettò la terra nella fossa, tutto finì con due date sul marmo ed una foto ovale. L’odore dei cipressi era pungente, l’aria ammorbata e quella stupida canzone nell’aria e nelle orecchie. Finalmente poteva cominciare il dopo.

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