resto a guardare

13 agosto 2006

Fa caldo. La gente sta mangiando, si sentono le forchette dalle finestre. E’ quell’ora in cui il buio è luminoso ancora, il mare è solo un sottofondo e l’asfalto puzza di acqua. L’ideale per affacciarsi al balcone e star lì a far parte del tutto.

C’è un piccolo giardino, con le aiuole come nei disegnini sui libri per bambini, una panchina con le cartacce aggrovigliate alle sbarre di legno e le scritte dei fidanzatini e dei loro amori ormai già finiti da un pezzo. Passa una macchina.

Poi si accendono i lampioncini, e per strada la gente passeggia. Odorano di doccia e di dopobarba, e vanno non so dove ma so perchè. Passano le ore a decidere cosa fare, e la loro serata scivola così, a decidere. Però sembrano felici così. Mi accorgo che la vernice della ringhiera è un po’ scrostata. Piccoli pezzetti restano attaccati agli avambracci.

Non c’è nessuno in casa, che mi possa chiamare per mangiare. Resto a guardare la gente che decide dove andare.

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